venerdì 25 novembre 2016

L’hi tech inchioda l’infedele ma non vale in tribunale

La Stampa
federico genta

Si possono installare “spie” sul cellulare del coniuge ma violare della privacy comporta denuncia penale



Quanto è difficile tradire ai tempi degli smartphone. Basta un’app per conoscere in tempo reale spostamenti, conversazioni, mail e messaggi di coniugi e fidanzati. Ma attenzione, se pensate di poter mettere tutto questo materiale tra le mani di un avvocato, vi sbagliate di grosso. Anzi, rischiate una denuncia. È quello che è successo a una moglie torinese, in causa di separazione con il marito. Lei voleva dimostrare al giudice le marachelle del marito. Invece si è ritrovata in un mare di guai. Tanto che il detective improvvisato che si è prestato ad aiutarla, naturalmente dietro compenso, è stato addirittura arrestato.

Tutta colpa delle «spy app». Del tutto simili ad un sistema d’allarme gps, una volta installate su un cellulare trasferiscono tutte le informazioni raccolte verso un altro numero di telefono. Le più semplici sono gratuite, quelle più complete possono arrivare ad avere un costo mensile di oltre cento euro. Manco a dirlo, come tutte le cose che riguardano i cellulari, sono programmate per un uso fai da te. Ma se proprio non si ha dimestichezza con le recenti tecnologie, ci si può sempre rivolgere ad altri. Ecco come è andata a Torino.

La signora sospetta che il marito non gliela conti giusta. Consigliata - decisamente male - da alcuni conoscenti, decide di rivolgersi a quello che credeva essere uno specialista. E il sedicente detective le spiega come fare. C’è soltanto un problema: mettere le mani sul telefonino del presunto traditore. Inghippo superato usando come ponte quello della figlia. Così, scoperta l’attività di spionaggio via smartphone, l’uomo si rivolge agli agenti della polizia postale e ha denunciato la moglie. E loro, concluse le indagini, hanno pure arrestato il professionista. Che in realtà, più che un hacker, era un truffatore specializzato in raggiri e nell’utilizzare carte di credito clonate. 

Secondo i dati raccolti dall’Associazione avvocati matrimonialisti italiani, i messaggini di WhatsApp compaiono ormai in quasi la metà delle cause di separazione e divorzio. Le «spy app», invece, sembrano un fenomeno decisamente più recente. Nessun caso finito sul tavolo degli agenti di Roma e appena tre denunce, tutte inerenti a questioni familiari, a Torino. Denunce, certo, perché un conto è cercare con ogni stratagemma possibile le prove di un tradimento. Un conto è trasformare lo stesso mezzo utilizzato per scoprirlo in una prova da portare in tribunale. Le regole sono le stesse che valgono per le riprese audio-video: i protagonisti di registrazioni e immagini devono sapere della presenza delle telecamere.

Insomma, per dirlo con le parole di Annamaria Bernardini De Pace, la più famosa matrimonialista d’Italia, la violazione della privacy resta la prima e più grave violazione dei diritti coniugali. Anche in questi casi, però, sembrano esserci i trucchi. «Ormai messaggi, chat e screenshot di conversazioni sono accettati come prove in quasi tutte le cause di separazione - conferma Bernardini.

Il rischio è di ricevere una denuncia penale in separata sede, ma per evitarla basta, in presenza di sospetti o di messaggi accertati, richiedere al gestore telefonico, tramite il tribunale, il traffico telefonico del cellulare incriminato. E il gioco è fatto». Le signore, in questo senso, si sono già dimostrate le più furbe. Quantomeno poco inclini a falsi passi tecnologici. «Tra i casi che mi sono capitati, ricordo quello di una donna che, dopo aver regalato l’iPhone al marito, vi ha installato un’app per rintracciarlo in caso di furto: grazie al gps lo ha scoperto e immortalato con l’ amante mentre usciva da un motel».


“Quanto mi manchi”. Il fidanzato esiste solo sullo smartphone
La Stampa
diletta parlangeli

Milioni di ragazze preferiscono storie virtuali



«Le ragazze vogliono sentirsi dire ti amo», dice Ayumi Saito, che a 22 anni ha rotto con il fidanzato e se n’è trovato un altro, via app. Ma non incontrando una persona reale su Tinder, o sulla schiera di suoi concorrenti. Ne ha scelto uno virtuale, su misura, con le «romance app»: sono videogiochi, ma soprattutto storie d’amore. L’inizio del racconto offre il contesto, la parte di gioco fa il resto, insieme alla fantasia. Lei si è immaginata di essere una detective timida, ma tosta, e di incontrare un lui alto e alla moda. «Le sue parole dolci alla sera mi facevano sentire meno sola».

Sono milioni le ragazze giapponesi che al posto dell’intimità della vita reale scelgono la fantasia. Il circuito dei videogiochi romantici valeva 130 milioni di dollari nel 2014, solo in Giappone. I modelli di business sono principalmente due, entrambi freemium (scaricare l’app è gratuito, ma i contenuti extra si comprano). Il genere «romanzo» consente di avere il prologo gratuitamente, e aggiunge capitoli a pagamento. Spesso, con la fine del romanzo, arrivano le scene di sesso. E il lieto fine che, evidentemente, costa anche se virtuale. Stesso meccanismo per il genere «party»: la cornice della storia è gratuita, ma l’utente paga per mettere a punto il suo personaggio e renderlo più attraente.

Tra i banchi di scuola, in guerra con i samurai: la trama è una questione di gusti. Ciò che conta è giocare un ruolo che va oltre l’immedesimazione. «Queste app sono un modo per tecnologizzare due tendenze classiche nella produzione di contenuti. Da un lato la letteratura rosa - Liala, Harmony - e dall’altro i libri game, in cui il lettore orienta l’andamento della storia attraverso una serie di scelte nel percorso di lettura» spiega Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania.

Il parallelo con la passione per il sistema operativo narrato in Her, il film di Spike Jonze (2013), è fin troppo diretto, ma le radici dei videogiochi romantici sono lontane. Le applicazioni che simulavano incontri sono nate negli Anni 80. Appartenevano al genere «bishoujo», parola già cara ai manga e che significa «bella ragazza». I protagonisti però, erano gli uomini.

Nel 1994 un gruppo di programmatrici giapponesi dell’azienda Kokei lancia «Angelique», un gioco di questo genere, ma dedicato alle donne. Ha successo. L’imprenditrice Nanako Higashi e suo marito, Yuzi Tsutani lanciano, a metà degli Anni Duemila, l’azienda Voltage, che conta ora 88 titoli romantici e dice che i suoi prodotti sono stati giocati da 50 milioni di utenti (in maggioranza donne) in tutto il mondo per un guadagno sull’anno (fino a giugno) di 102 milioni di dollari.

«Non importa che genere di uomo piaccia, in questi videogiochi si troverà quello adatto», spiega una docente dell’Università Sophia di Tokyo alla Cnn. Sono studiati apposta per coinvolgere chi li usa con l’invio di mail personalizzate, fanno in modo che chi gioca «arrossisca dei suoi rapimenti», per parafrasare Foscolo. Non riguarda solo l’Oriente: in America c’è «Invisible Boyfriend», un tipo di fidanzato bot, creato su misura.

Il Giappone detiene il 20,6% del mercato dei videogiochi riservato ai dispositivi mobili. Niente prova che le frequentatrici delle romance app siano le stesse che vogliono restare single (in Giappone, il 44,2% della popolazione femminile tra i 18 e i 34 anni si è dichiarata vergine), ma cosa cerchino è chiaro: «Gli uomini giapponesi non sono molto bravi a parlare di sentimenti - dice Ayumi - io mi sentivo sola». «Queste app come l’attualizzazione della voglia di immergersi in una storia d’amore - chiosa Bennato - usando le opportunità interattive per una generazione di ragazze abituata all’importanza delle scelte nelle vicende di cuore come la protagonista di Sliding doors» .