lunedì 28 novembre 2016

La ricostruzione: come andò realmente alla Baia dei Porci

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Dall’addestramento della Cia dei guerriglieri anticastristi allo sbarco sull’isola, storia di un clamoroso fallimento cui seguì una repressione spietata e la crisi dei missili

Fidel Castro durante la controffensiva in una foto pubblicata sulla Granma, il giornale del partito comunista cubano  (Ap/Corrales)
Fidel Castro durante la controffensiva in una foto pubblicata sulla Granma, il giornale del partito comunista cubano (Ap/Corrales)

WASHINGTON - Un’afosa notte della Florida. Sul calendario la data del 26 agosto 1960. Alcuni ragazzi si avvicinano a una fattoria nella campagna di Homestead, vogliono fare uno scherzo a quelli che pensano essere degli immigrati. Sono accolti a fucilate. Perché gli ospiti dell’accampamento non sono braccianti, ma guerriglieri anticastristi. La notizia corre fino a un giornale di Miami. Può essere l’inizio di uno scoop clamoroso, invece resta nel cassetto. Il governo riesce a mettere il coperchio, i militanti sono trasferiti in gran fretta in Guatemala. Perché la loro missione deve continuare. Fino all’ultimo atto, consumato in modo drammatico nella Baia dei Porci, sulla costa meridionale di Cuba.

Gli americani non hanno mai accettato la vittoria di Fidel, pensano a una controrivoluzione. L’idea prende corpo, la Cia lavora al progetto mentre l’Fbi si mette di traverso, contraria a un atto illegale. Sul tavolo del presidente Eisenhower arrivano i primi piani, la questione cubana non è secondaria. Nella campagna elettorale John Kennedy non ha mai nascosto il suo approcci duro, rinfaccia al predecessore un atteggiamento arrendevole e quando entra alla Casa Bianca riprende in mano il dossier, anche se l’idea di un’invasione non lo scalda troppo. È d’accordo sul fare, ma non vuole restare intrappolato in un intervento diretto statunitense, dunque si affida alle «ombre».

L’intelligence mette insieme quasi duemila uomini, tutti esuli inquadrati sotto le insegne della «Brigata 2056». Li prepara militarmente, mette a disposizione dei vecchi bombardieri B26 e alcuni mercantili. Gli strateghi indicano le mosse: neutralizzazione della forza aerea cubana, sbarco e creazione di una testa di ponte, sabotaggi e insurrezione. La Cia fornisce denaro, mappe, assistenza mentre i velivoli spia U2 scattano foto degli obiettivi e delle rotte d’avvicinamento.

Una grande attività «coperta» che in realtà è stata captata dai servizi dell’Avana e dal Kgb. Vedono la tempesta arrivare, sono pronti a rispondere. Poco dopo l’1 del 15 aprile 1961 scatta l’assalto aereo, i B 26 attaccano le basi cubane ma non riescono a distruggere i velivoli del regime. Anzi, i caccia si levano in volo e fanno danni. Va male anche in mare. Due cargo si arenano, gli anticastristi che sono riusciti a mettere piede sulla sabbia (il 17) sono inchiodati dal fuoco governativo.

Solo un intervento massiccio americano può salvare l’invasione, ma Kennedy resiste alle pressioni e oppone un no. Per i ribelli è la fine: circa 1000 sono catturati, 107 uccisi. Sull’isola parte la repressione con migliaia di arresti, all’Avana stroncano ogni dissenso. E andrà avanti per molto tempo. Il rovescio è imbarazzante. Un fallimento totale, una crisi diplomatica e un regalo alla propaganda antiamericana. Il disastro, però, non chiude la partita. John Kennedy e il fratello Robert autorizzano nuove iniziative per sbarazzarsi dei «barbudos».

Nella zona sud di Miami, vicino all’università e dove oggi c’è lo zoo, cresce «Jmwave», sigla in codice per un avamposto Cia, dove gli agenti portano avanti l’Operazione mangusta. Il target è sempre Cuba. Raccontano che gli americani abbiano studiato 638 metodi per eliminare Fidel. Dall’avvelenamento dei sigari alle conchiglie bombe, dal ricorso a un cecchino alla trappola di un’amante.

Alcuni erano «complotti» seri, altri tentativi semicomici. C’è poco da ridere. Gli avversari di Castro seminano bombe, anche su un jet passeggeri. Sono degli irriducibili, non dimenticano. Un anno dopo il mondo è sull’orlo della guerra per la crisi dei missili russi sull’isola caraibica, il 22 novembre del 1963 Kennedy è ucciso a Dallas, un attentato che ancora oggi aspetta risposte, una trama che si è incrociata spesso con figure della Cuba-connection, tra killer, 007 e mafiosi. Una storia mai finita.