giovedì 24 novembre 2016

Così Harvard gioca con i proverbi dialettali italiani

La Stampa
iuri moscardi

Traduzione, contaminazione e gioco: il “can de do paroni” diventa un cantuccino tra due pandori



Moglie e buoi dei paesi tuoi, si dice. Eppure, un progetto di social reading organizzato dagli studenti di Harvard University sembra provare il contrario: con #Proverbi (dall’11 al 13 novembre sulla piattaforma online Betwyll), gli studenti americani della professoressa Elvira Di Fabio hanno commentato alcuni proverbi dialettali italiani per studiare la nostra lingua. Con loro TwLetteratura, start-up con cui collaboro, attiva dal 2012 con progetti didattici e culturali basati sul social reading. Seguendo un calendario e un hashtag condivisi, chiunque può commentare libri e contenuti culturali (di Pavese e Manzoni tra gli altri): una metodologia che la start-up ha portato avanti su Twitter e che ora, dopo l’incubazione del Progetto Innovazione Culturale di Fondazione Cariplo, sta sviluppando su Betwyll. 

Qui si è svolto #Proverbi, che ha visto la partecipazione di 47 utenti, autori di un centinaio di twyll (messaggi di 140 caratteri) scritti per commentare sei proverbi, due al giorno, seguendo le regole dell’OuLiPo. Gli studenti hanno scelto varianti diverse, dal friulano all’emiliano, dal molisano al biellese; e gli esiti sono stati scoppiettanti come reazioni chimiche tra materiali diversi.
La sfida del primo giorno, per esempio, era di commentare i proverbi in termini gastronomici. Il bisiac monfalconese di «Al can de dó paróni al resta senza magnár» (Il cane di due padroni resta senza mangiare) è diventato «Il cantuccino in mezzo a due pandori resta senza malaga», mentre l’emiliano «I parint iè cumè e pes, dop tre dé i poza» (I parenti sono come i pesci, dopo tre giorni puzzano) è stato riscritto «Parenti serpenti che con un pizzico di pepe non li senti».

Per la seconda giornata la guida da seguire era il sogno. Il friulano «Il clip di mai al svee il caj» («Il tiepido di maggio sveglia la lumaca») ha ispirato paragoni con l’attualità («E non solo le lumache ma anche quelli che hanno votato Trump… vedremo. #primi100giorni»), mentre il molisano «I tor ric’ curnut agl asn» (Il toro dice cornuto all’asino) è stato riscritto come una favola («Solo nei sogni, in effetti, i tori parlano. E per di più rivolgendosi ai muli, notoriamente sordi a ogni critica»), ma anche analizzato («La caverna di Platone: ci crogioliamo nelle tenebre sprezzando la luce. La verità è una chimera che non possiamo permetterci»).

Infine, l’ultima sfida chiedeva di utilizzare la retorica delle lettere ufficiali. Il bisiac monfalconese «I uséi se li ciapa co i xe ’ncóra ta la cóa» (Gli uccelli si prendono quando sono ancora nel nido) ha suscitato rifacimenti opposti («Sono da considerarsi lecitamente prendibili tutti i volatili giacenti nel nido»; «You are only allowed to take birds that are in the public domain. Please accept our cookies policy before entering the nest») e il biellese «Se i’voeli gni gni se i voeli gni gni gni gni ni di da gni poeu gni gni» (Se volete venire venite, se non volete venire non venite, non dire di venire e poi non venire) paragoni con Nanni Moretti («Ma secondo te, mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo? #MicheleApicella») e il mondo dei social («Accettiamo solo visite virtuali»).

Sono stati tre giorni di sperimentazione, caratterizzati dall’apertura intesa come voglia di sperimentare senza rinchiudersi in confini usuali – come quello, solo a prima vista localistico, del dialetto. Betwyll, basata sulle funzionalità di Twitter, ha inoltre permesso di superare confini fisici come la distanza geografica. Soddisfatta TwLetteratura, che ha sperimentato il proprio metodo in un contesto internazionale di primo piano. E molto soddisfatti gli studenti di Harvard, che hanno scelto varietà linguistiche poco note proponendo un progetto coraggioso, un gioco solo apparentemente superficiale ma in verità stimolante proprio per il suo carattere insolito.