venerdì 25 novembre 2016

Apple, l’App Store e quel modello che penalizza gli sviluppatori (quelli bravi)

Corriere della sera
di Paolo Ottolina

FIRECORE_APRE

modello di business dell’App Store ha un baco. Non per Apple, ovviamente, ma per gli sviluppatori che lavorano duro e bene. E sperano di campare con le app che sanno inventare.

Oggi mi accorgo che è uscito Infuse 5, la nuova versione del miglior player video in circolazione. Sono app come Infuse che scavano un solco, piccolo ma (per molti, come chi scrive) decisivo, tra l’ecosistema iOS e quello Android. Beninteso, si può vivere anche senza. C’è Vlc. Oppure Kodi. O tanti altri player multimediali. Tuttavia, quando inizi a usare app come Infuse capisci che ci sono quelle 3-4 cose che fanno la differenza tra un’esperienza piacevole e una frustrante. Pagherò con estremo piacere i 13 euro per la quinta versione di questa app, che ha diverse cose in più, un paio delle quali assai utili per me.

Apple però dovrebbe seriamente considerare qualche modifica nel modello di funzionamento dell’App Store.

Perché? Perché per ripagare il proprio lavoro, gli sviluppatori sono costretti a tirar fuori nuove versioni, a metterle sullo Store come app a sé stanti e a chiedere agli utenti di acquistarle. Cosa che scatena la rabbia di tanti, perché la nuova release va riacquistata integralmente. Anche se uno già possedeva quella precedente. E magari, per caso, l’aveva persino comprata pochi giorni prima.
Tutto ciò perché non è possibile far pagare gli upgrade. Non è possibile garantire neppure uno sconto ai vecchi e fedeli utenti. Se rilasci un’app, poi devi dare gratis tutti gli aggiornamenti.


A vita. Da utente all’inizio mi sembrava una cosa fantastica. Poi parlando con gli sviluppatori, soprattutto quelli bravi, soprattutto quelli che tirano fuori app fantastiche come Infuse, capisci che non possono campare facendo pagare 2,99 euro (o anche 12,99 euro, che è il costo richiesto per Infuse 5) e poi fornendo update gratis nei secoli dei secoli.

Possono inventarsi degli add-on. Quanti li acquistano però?
Oppure devono per forza aggrapparsi al trucchetto di lanciare una nuova versione, abbandonare gli aggiornamenti di quella vecchia (Infuse 4 va a fine vita, infatti) e chiedere di comprarla ancora. Cosa che genera una ricaduta dal pubblico piuttosto negativa (e sappiamo quanto avere quelle maledette 5 stelline nei voti sullo Store sia fondamentale per farsi trovare e scaricare…). In più frammenta una sola app in più release diverse, cosa che genera rumore e confusione nei già super-caotici Store. Sarebbe ora di cambiare le cose.

FIRECORE

Ovviamente a Cupertino conoscono molto bene la situazione. Per ovviare al  problema, Apple ha spinto il modello a sottoscrizione (qui il nostro approfondimento di alcuni mesi fa). Vuoi un’app oppure vuoi godere delle funzioni “Pro”? Paga un abbonamento, annuale o mensile. Infatti anche di Infuse 5 c’è una seconda versione a “subscription”. Benissimo. Ma è un sistema che, a naso, può funzionare bene quando parliamo di un servizio che per sua natura funziona in questo modo. Netflix, Spotify, un quotidiano. Oppure per un’applicazione professionale, dove il costo dell’abbonamento viene diluito nelle spese legate al proprio lavoro.

Quando arriva Evernote – tanto per citare un’altra ottima app con problemi di modello di business – a chiedermi 6,99 euro al mese per la versione Premium scatta un certo rifiuto. Mi tengo la mia app Note di Apple e si va avanti così. Per salvare la lista della spesa va bene lo stesso. Chi paga lo fa per senso di solidarietà e riconoscenza verso gli sviluppatori. Ma è evidente che, al di fuori di un ambito lavorativo, ben pochi possono o vogliono pagare 10 euro al mese per lo streaming video, 10 per la musica, 10 per Office, 10 per l’informazione, 7 per un’app di note, 3 per una di Calendario, 2 per un player video e così via.

Infuse 5 chiede 7,49 euro l’anno. Davvero pochi ma personalmente penso preferirò il modello “one shot”, finché esisterà. (qui gli sviluppatori di Firecore, quelli di Infuse, dopo le polemiche spiegano perché hanno dovuto mettere a pagamento Infuse 5 Pro e creare una seconda versione ad abbonamento) Queste stesse dinamiche hanno determinato il sostanzialmente fallimento del Mac App Store, da cui molti sviluppatori di app “ad alto spessore” hanno preferito tenersi alla larga. Perché non è sostenibile pensare di vendere un software professionale di fotoritocco o video editing, incassare una volta sola e poi non fatturare più nulla con quell’utente nei decenni seguenti.

L’effetto collaterale di questa situazione è che il modello di business degli Store online si sposta sempre più irrimediabilmente verso l’infernale modello “freemium“. Una pura logica da pusher di stupefacenti. Sopratutto nel casual gaming, ormai per gli sviluppatori è molto complicato vendere un gioco, per quanto bello e divertente. Molto più redditizio regalarlo, spingere a usarlo (come fa il pusher con le prime dosi gratis) e poi – quando ci si incaglia o si iniziano a prendere bastonate dagli altri player online – indurre ad acquistare potenziamenti, armi virtuali, scrigni d’oro, dobloni, talleri e sghei. In cambio di euro, ma quelli veri. Ragion per cui a miei figli ho sempre vietato non dico di usare, ma pure di installare, giochini freemium virali. Da Clash of Clans in giù.