mercoledì 30 novembre 2016

Frate Indovino, l’almanacco che unì il tempo sacro e quello profano

Corriere della sera
di Paolo Di Stefano

Ricalca il modello nato nel medioevo con informazioni utili di meteorologia e di astrologia. È un luogo di incontro tra culture



Più che un calendario è un almanacco. Di quelli che nacquero nel medioevo avanzato per scandire il tempo e insieme per dare ai contadini e ai naviganti informazioni utili di meteorologia e di astrologia. C’è un tempo della Chiesa e un tempo del mercante che non sempre vanno d’accordo, come ha spiegato lo storico francese Jacques Le Goff. E il padre francescano Mariangelo da Cerqueto le mise insieme, quelle due temporalità, sin dal 1945, quando ebbe l’idea di aggiungere alla «Voce Serafica di Assisi» un supplemento natalizio che conteneva le previsioni meteo dell’anno seguente: così divenne Frate Indovino. Il tempo sacro era quello che oltre a scandire i cicli lunari segnalava i nomi dei santi del giorno, il tempo profano era quello della semina, del raccolto e delle fatiche quotidiane.
Consigli pratici e pillole di saggezza
Frate Indovino era un teologo e sapeva bene che l’almanacco popolare, così come si impose dal ‘700, era il luogo di incontro tra cultura bassa e cultura alta. Così, affiancò consigli pratici e pillole di saggezza, gastronomia e filosofia, oroscopo e curiosità scientifiche, nozioni sulla salute fisica e sulla salute spirituale. Il tutto, ogni anno, diffuso in qualche milione di copie, più di Stephen King e di Harry Potter messi insieme. Il 2017 è dedicato ai mestieri di un tempo, in copertina un mulino d’altra epoca alle spalle del giulivo fraticello. «Coll’anno nuovo — disse il passante al venditore di almanacchi nel famoso dialogo di Leopardi — il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?». «Speriamo», rispose il venditore. Il lavoro, per san Francesco, era una grazia, un dono. Tornerà a esserlo? Speriamo. Che ne dice Frate Indovino?

Mutazioni

La Stampa

Da Marx a Renzi: «Pensionati di tutta Italia, votatemi!».

Non ho l’età

La Stampa
massimo gramellini

A ottobre una signora bresciana di ottantasette anni, il cui nome non era stato diffuso per ragioni di opportunità, aveva indignato e commosso l’Italia. «Vivo da sola e di notte non chiudo la porta di casa» - aveva raccontato - «per paura che, se mi succede qualcosa, i medici non riescano a entrare. Ma una notte a entrare è stato lui, il romeno che abita al piano di sopra. Un vicino rumoroso e spesso sbronzo. Ha trentadue anni, potrebbe essere mio nipote. Si è infilato nel letto, si è divertito parecchio. E prima di andarsene, mi ha minacciato con un coltello: se parli, ti ammazzo». 

La signora aveva parlato lo stesso. E il romeno era finito in carcere, sbandierando un’innocenza a cui non credeva nessuno. Troppi i tabù in gioco: il corpo fragile e indifeso di una donna anziana violato da un giovane perverso e per di più straniero. Le richieste di castrazione chimica si erano ancora una volta sprecate e il destino dell’accusato era rimasto appeso all’esame delle tracce organiche ritrovate sugli indumenti intimi della vittima. Ora l’esame del Dna ha scagionato il romeno completamente.

Non solo. Ha rivelato che le tracce organiche appartengono a un altro vicino di casa, sposato e sessantanovenne, il quale ha confermato l’esistenza di una tresca con la signora di diciotto anni più vecchia. Si potrebbero dire moltissime cose, alcune delle quali abbastanza tristi, ma preferisco concentrarmi sull’unico aspetto della vicenda che mi regala qualche speranza per il futuro: in questo mondo a scoppio ritardato, a 69 anni si può ancora diventare un toy-boy. 

Cuba, Corriere della Sera non gradito Negato il visto alla giornalista

Corriere della sera

A Sara Gandolfi, inviata del Corriere, non è stato concesso il visto perché «la copertura che il tuo giornale ha dato di Cuba in questi anni è sbilanciata»

(Foto Afp)
(Foto Afp)

Il Corriere della Sera non è benvenuto a Cuba. Dopo quarantotto ore di attesa al Centro de prensa internacional dell’Avana, alla nostra inviata Sara Gandolfi è stato comunicato ieri sera tardi che non le verrà concesso il visto di lavoro «perché la copertura che il tuo giornale ha dato di Cuba in questi anni è “desbalanciada”, sbilanciata». Non sono state fornite ulteriori spiegazioni, per iscritto o oralmente.

Su oltre cinquecento giornalisti che in queste ore sono accorsi in massa all’Avana per seguire i funerali di Fidel Castro, risulta che analogo rifiuto abbia colpito l’inviato Peter Tiede del quotidiano Bild, il giornalista José Antonio Gill del canale televisivo argentino Canal 13 e il suo cameraman. Altri giornalisti sono in attesa da più di due giorni di una risposta alla richiesta di visto per poter filmare, fare interviste, informare liberamente il mondo su quanto sta avvenendo a Cuba. Resta in sospeso la richiesta di The Daily Telegraph e The Guardian, arrivati come la nostra inviata domenica mattina al Centro «Approvati» invece i giornalisti italiani di La Repubblica e della Rai.

In una atmosfera kafkiana (a tratti sovietica), racconta la nostra giornalista, per due giorni le è stato detto di aspettare fiduciosa, mezz’ora dopo mezz’ora, e sino all’ultimo i funzionari governativi hanno negato che fosse una decisione politica: «è una decisione cubana», hanno detto alla fine. Il collega della Bild è stato invitato, invece, in una stanza del Centro dove è rimasto chiuso per oltre undici ore, poi gli è stato detto di tornare più tardi, infine che era «inutile che perdesse altro tempo».

Non è la prima volta che accade. Già nel maggio 2005 l’inviato del Corriere Francesco Battistini, dopo essere stato arrestato per aver seguito un’assemblea di oppositori, era stato rimpatriato dall’Avana all’Italia. E sorte simile aveva subito pochi giorni prima un altro collega sempre del Corriere, Rocco Cotroneo. A Sara Gandolfi ora è stato concesso di restare a Cuba, ma esclusivamente come turista. Non avrà accesso alle zone dove si svolgeranno gli eventi, compresa la Plaza de la Revolucion dove questo pomeriggio è organizzato il «funerale politico» di Fidel Castro, alla presenza di vari dignitari stranieri fra cui il viceministro degli Esteri italiano Mario Giro. Non potrà esercitare la professione di giornalista, «altrimenti violerà la legge cubana».

La libertà di stampa, con o senza Fidel, non è ancora di casa a Cuba.

Per rubare una Tesla basta un malware sul telefono

La Stampa
lorenzo longhitano

L’attacco sfrutta delle vulnerabilità di Android, ma Tesla può rafforzare le difese della propria infrastruttura per rendere le cose più difficili a eventuali malintenzionati



Bastano un malware ben scritto e un po’ di astuzia per portarsi a casa la Tesla nuova di zecca di qualcun altro. È l’allarme lanciato dai ricercatori norvegesi del gruppo Promon, che in una clip su Youtube hanno dimostrato di poter prendere il controllo di uno dei veicoli elettrici prodotti dalla casa di Elon Musk semplicemente facendo installare al proprietario sul proprio smartphone un software in grado di rubare le credenziali di accesso all’app Tesla. L’app della società statunitense infatti è un passepartout per tutte le funzioni collegate all’auto: ottenervi l’accesso equivale non solo a rubare le chiavi del veicolo, ma anche a poterlo rintracciare su una mappa tramite il GPS per sottrarlo al proprietario nel momento più opportuno.

I metodi utilizzati per l’attacco, spiegano i ricercatori, non sono neanche troppo raffinati. Nel video ad esempio l’hacker mette in piedi un finto hotspot Wi-Fi gratuito per convincere con l’inganno la vittima a installare dal Play Store di Google un’app malevola. È quest’ultima che fa il lavoro sporco: sfruttando alcuni bug interni al sistema operativo Android prende il controllo di alcune funzioni chiave del telefono, rubando il nome utente e la password necessari ad autenticarsi con l’auto e l’infrastruttura cloud del produttore.

Le tecniche e le app che è possibile utilizzare per arrivare a questo risultato sono diverse, ma sfruttano tutte una serie di vulnerabilità già conosciute interne al sistema operativo Google. Secondo quanto dichiarato da Promon, solo gli smartphone con la versione Nougat di Android possono dichiararsi al sicuro da attacchi in grado di compromettere l’integrità degli smartphone in questo modo, ma la percentuale di telefoni Google così aggiornati è ad oggi dello 0,3%.

Dal momento che i produttori di smartphone Android spesso non forniscono velocemente gli aggiornamenti per i propri dispositivi (o non li forniscono affatto), raccomandare ai proprietari di aggiornare il loro telefono non è sufficiente a risolvere il problema. Quel che possono fare questi ultimi, piuttosto, è fare più attenzione del normale a dove lasciano il telefono e a quali app installano; quel che può fare Tesla, spiegano i ricercatori, è aggiungere un livello di sicurezza in più alla propria piattaforma, ad esempio introducendo un sistema di autenticazione in due fattori.

Attacco hacker alla metro di San Francisco, computer bloccati e biglietti gratis

La Stampa
dario marchetti

I pirati informatici hanno richiesto 73 mila dollari in Bitcoin per restituire il controllo della rete informatica: l’attacco non ha coinvolto i treni, ma solo il sistema di biglietteria elettronica



A pensarci bene, potrebbe essere una scena uscita dal recentissimo videogioco Watch Dogs 2 di Ubisoft. E invece è pura realtà: un gruppo di hacker ha attaccato il sistema informatico delle ferrovie municipali di San Francisco, bloccando i computer e disabilitando il sistema delle tariffe che controlla il costo e l’emissione dei biglietti. A rendersene conto sono stati alcuni viaggiatori che, tra venerdì e sabato della scorsa settimana hanno trovato diverse biglietterie elettroniche contraddistinte da avvisi come “fuori servizio” e “corse gratis”.

L’attacco inflitto è stato di tipo ransomware: tutti i dati del sistema informatico sono stati criptati con una speciale chiave, alla quale hanno accesso solamente gli hacker stessi. La cifra richiesta dai pirati informatici per restituire alla municipalità il controllo dei computer è di circa 73 mila dollari, da consegnare sottoforma di Bitcoin. La scadenza per il pagamento del riscatto era stata fissata in 24 ore: nella mattina del 27 novembre i sistemi sono tornati operativi, ma non ci sono conferme ufficiali su un eventuale trasferimento del denaro.

E non è nemmeno la prima volta che in California accadono episodi del genere: all’inizio di quest’anno un ospedale di Hollywood era stato colpito da un altro attacco ransomware, mettendo in pericolo la privacy dei dati di migliaia di pazienti. In quel caso però il riscatto era stato fissato su una cifra ben più alta, circa 3,6 milioni di dollari. Da pagare sempre in Bitcoin, così da impedire alle forze dell’ordine di tracciare la destinazione del denaro.

È record di pentiti ma le loro rivelazioni contano meno

La Stampa
marco grasso, matteo indice

6300 sotto protezione tra collaboratori e familiari. L’investigatore: “Non sono più i tempi di Buscetta”

Vicino all’ingresso sta installando le stesse telecamere che aveva appena smontato dall’alloggio segreto affittato dal ministero dell’Interno, la madre nella stanza accanto non sta bene e ogni tanto lo chiama. «Nessuno, qui, può e deve sapere chi sono». Sul portone saluta i vicini, si è presentato come il nuovo inquilino con cui dividere una porzione di terrazzo. “Tonino” Fasano prepara il caffè e guarda sotto al lavandino: «Quando stavo con i casalesi avevo così tanti soldi che tenevamo le banconote nei sacchetti della spazzatura: pacchi di contanti, ne pescavi un po’ per comprarti la macchina nuova o qualsiasi altra cosa. 

D’altronde, consegnavo 300mila euro al mese di stipendi, chiamiamoli così: gregari, affiliati, avvocati…». Pausa. «Cambiavo casa ogni tre giorni per paura d’essere ammazzato, a ogni rumore gli occhi finivano sui monitor della videosorveglianza, da posizionare in ogni posto in cui dormi. Mi convinse a fare il salto un ufficiale dei carabinieri che i miei compagni volevano uccidere». Oggi ha 46 anni ed era fino al 2009 il luogotenente ad Aversa del boss Giuseppe Setola, legato all’ala stragista dei casalesi che nel 2008 compì il massacro di Castelvolturno: sei ghanesi falciati a colpi di kalashnikov per dare un segnale a chi contestava il loro strapotere, un punto di non ritorno nella storia criminale italiana.

Il rapporto del Viminale
Fasano è stato nel 2015 uno dei 1253 pentiti presenti in Italia, il massimo storico. Mai così tanti e lo conferma l’ultima relazione del Servizio centrale di protezione del Viminale, che a breve sarà consegnata al ministro dell’Interno Angelino Alfano e poi presentata al Parlamento. La cifra è quasi raddoppiata in un decennio (erano 790 nel 2006), e la «popolazione protetta» inclusiva dei familiari raggiunge quota 6.300, ulteriore record. A cosa è legata l’escalation? Sono ancora figure così importanti? Con quali risorse rispondono i governi, che tengono un atteggiamento perlomeno contraddittorio? E perché i testimoni di giustizia, loro sì vittime delle cosche e costrette a vivere sotto scorta dopo averle denunciate, restano molto inferiori? 

La storia di “Tonino” Fasano aiuta a calarsi in un ragionamento più complessivo, su un tema che per sua natura resta quasi inabissato. Lo abbiamo incontrato in due degli appartamenti nei quali ha vissuto fra Lazio, Alto Adige e Lombardia, in un caso dopo la recente uscita dal programma di protezione. «Sono stato prosciolto dall’accusa di aver fatto parte del commando, da poco un’altra testimonianza mi ha rimesso in mezzo». Eccoci. «Ho fatto il collaboratore di giustizia per sette anni e partecipato a dieci processi.

Lo Stato mi ha assistito e aiutato, penso che le mie rivelazioni siano state importanti. A un certo punto qualcosa si è rotto e ho avuto meno di ciò che mi era stato garantito. Ho subito pressioni dagli agenti delegati al rapporto con figure come la mia, non hanno rispettato gli accordi. So che siamo degli impresentabili, agli occhi di tutti. Ma il patto, se si crea, dovrebbe funzionare fino in fondo». Quant’è accettabile un’affermazione del genere, sebbene sia indubbio che il sistema stia raggiungendo un livello di saturazione non semplice da gestire?

L’offensiva dello Stato
Andrea Caridi è nato in Calabria e ha fatto per una vita l’investigatore, soprattutto a Palermo, e da un anno è il capo del Servizio centrale di protezione: «È una fase diversa rispetto alla metà degli Anni 90, i pentimenti dei big di Cosa Nostra come Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo o Pino Marchese. Oggi siamo davanti a gregari di medio livello provenienti perlopiù dalla camorra (il 45%) che si consegnano perché rimasti in un vicolo cieco». Il boom nel numero dei pentiti ha per lui una chiave di lettura semplice: è l’effetto delle indagini che disarticolano i clan, rendendo la collaborazione unica via d’uscita al carcere o alla morte.

«Per la ’ndrangheta è diverso. Essendo una mafia cementata sui legami familiari, smarcarsi significherebbe denunciare fratelli, padri, sorelle. Ecco perché accade di rado».  L’ufficio che dirige in un palazzone dell’Eur a Roma è un posto abbastanza strano, e nei corridoi capita d’incrociare vecchi sicari a fare anticamera per ottenere un piccolo incremento nell’assegno, un nuovo documento di copertura, un aiuto sulle spese scolastiche dei figli. «Il 90% degli assistiti è insoddisfatto e non mi sorprende – aggiunge – Parliamo di gente assuefatta a esistenze da milionari, anche se magari vivevano in quartieri popolari. Non è facile adattarsi. Da un giorno all’altro vieni sradicato per ragioni di sicurezza, e sperimenti le condizioni economiche di tanti italiani che devono far quadrare i conti».

La macchina è complessa: insieme a un ex criminale vengono mantenuti in media cinque suoi familiari, saldati affitti e parecchie spese sanitarie. Senza dimenticare che le identità fittizie, quando richieste e concesse, vanno rese compatibili con i vari database nazionali. Lo “stipendio” mensile (dai 900 euro in su in base al numero dei parenti a carico) è prelevato in contanti attraverso un bancomat speciale da utilizzare solo in sportelli prestabiliti. «I miei omologhi russi e americani assistono un numero di persone simili al nostro – chiude Caridi – ma parliamo di Paesi molto più vasti e con risorse differenti».

Il rischio “inflazione”
Non tutti sono convinti che l’apporto dei collaboratori resti fondamentale «ed è sempre più difficile trovarne qualcuno che fornisca notizie interessanti». A parlare è un carabiniere del Ros specializzato da quindici anni nel contrasto alla ’ndrangheta, che chiede l’anonimato: «Verificare le notizie è un impegno notevole, spesso le informazioni contraddicono quelle fornite da altri fuoriusciti. Non significa che mentano, magari non sanno abbastanza. Il paradosso è che la comparazione delle nuove rivelazioni può complicare il nostro lavoro, invece di snellirlo».

Napoli, dove Fausto Lamparelli dirige la squadra mobile della polizia, è la città dove si registra il picco di pentimenti: «Perquisizioni e arresti tolgono respiro ai clan, ecco perché alcuni membri decidono di collaborare. L’erosione del potere mafioso è all’origine del crollo nell’età media dei camorristi, la cosiddetta “paranza dei bambini”. Sono giovanissimi dal percorso improvvisato, più violenti ma meno autorevoli e durano poco: o vengono ammazzati o finiscono all’ergastolo in un paio d’anni. La base investigativa è sempre più solida e spesso le rivelazioni degli ex non aggiungono novità sostanziali. Certo, il punto di vista interno rimane utile».

L’intelligence cresce, grazie alla base fornita dai pentiti in passato; ma questo avanzamento rende meno essenziale l’apporto dei nuovi, certificando una sorta d’inflazione. Perciò lo Stato, pur garantendo sulla carta il mantenimento di risorse «adeguate», taglia. Lo ha fatto con la legge di stabilità 2015, che ha ridotto del 30% netto gli stanziamenti «ordinari» al Servizio di protezione. «Attenzione a non fraintendere – spiega il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico (Pd), al vertice della Commissione sui collaboratori – poiché in corso d’opera garantiamo ogni spesa extra».

Tradotto: l’esecutivo drena a monte e i dirigenti del Servizio si barcamenano, grazie all’acrobatica spending-review di funzionari più simili a manager che a burocrati. Sono state cancellate le mediazioni immobiliari, contenuti i compensi per i legali dei collaboratori («di fatto li difendono già i pubblici ministeri», spiegano al Viminale) e quasi azzerato il budget dei soggiorni in albergo nella fase intermedia di vigilanza, dal primo giorno di pentimento fino all’assegnazione dell’alloggio vero e proprio. Può pure capitare che si faccia qualche debito, poi ripianato fra novembre e dicembre grazie ai fondi «in assestamento» con i quali si fa rientrare dalla finestra ciò che non era passato dalla porta principale.

Chi torna a delinquere
Uno dei massimi sponsor dell’utilità dei collaboratori fu Giovanni Falcone. E anche per questo le “ricadute” periodiche del supertestimone per eccellenza Tommaso Buscetta furono un capitolo amaro nella lotta antimafia. Quei personaggi non ci sono più, ma i deragliamenti non mancano (ogni anno in 15 vengono espulsi dal programma). Di recente è successo a Sebastiano Cassia, da protagonista di Mafia Capitale a teste chiave, intercettato con un passamontagna e un coltello fuori da una gioielleria; o a Salvatore Caterino, ex camorrista che denunciò le collusioni dell’ex sottosegretario all’economia Nicola Cosentino (da poco condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), scoperto a fare estorsioni per posta.

Quant’è concreto il rischio che si torni a delinquere? Prova a rispondere Francesco Messina, che ha combattuto la mafia siciliana nei Servizi segreti, i casalesi da questore di Caserta e da poco guida la polizia a Perugia. «La figura del pentito si sta un po’ svalutando, ne abbiamo troppi e spesso di scarsa qualità. Ce lo riferiscono le Procure, che hanno una visione d’insieme e valutano attendibilità e costi. Ritengo che il rischio d’una regressione sia correlato al valore del singolo: se era ai vertici del clan e racconta cose davvero importanti, difficilmente tornerà indietro».

Tonino Fasano, entrato e uscito dalla protezione, ha appena finito il caffè: «Non ricomincerò a delinquere, ma è difficilissimo dopo aver vissuto in quel modo». Lo sguardo si posa ancora sulla porta, lo stesso gesto paranoico d’un tempo, senza mazzette da pescare nell’immondizia. Una volta imboccata la strada opposta, le preoccupazioni e le frustrazioni - così recitava l’ex boss in un famoso film di mafia - diventano quelle di tutti: «Mi tocca fare le code e mangiare male, come qualsiasi “normale nullità”». 

Corse, biglietti e controlli: ecco perché l’Atm di Milano funziona mentre l’Atac di Roma no

La Stampa
federico capurso

Nel 2015 l’azienda milanese ha incassato più di 18 milioni di euro, quella romana è riuscita a racimolarne meno di otto

L’ultima trovata, a Roma, è il controllore fisso sul bus. Deve essere parso strano, in effetti, che nel 2015 a Milano l’azienda del trasporto pubblico locale Atm registrasse multe per oltre 8 milioni di euro, mentre nella Capitale l’Atac si fermava a poco più di 1 milione. E al di là del singolo caso, è un confronto, quello tra l’azienda romana e quella milanese, che può aiutare ad avere un quadro più chiaro del caos in cui Atac sta affondando.

Lo spunto nasce dalla presentazione alla Fondazione Luigi Einaudi di uno studio firmato da Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori, che ha voluto mettere allo specchio i bilanci e i dati forniti dalle due municipalizzate nel 2015. Mai come in questo caso, si può dire che un’azienda sia fatta degli uomini che ci lavorano. L’Atm ha poco più di 9 mila dipendenti, contro gli oltre 11 mila dell’Atac tra i quali risalta un gran numero di quadri e dirigenti. Rispetto ai colleghi romani, ogni dipendente dell’Atm di Milano costa mediamente il 14 per cento in più, è vero, ma ottiene per l’azienda un fatturato medio superiore del 24 per cento.

Per valutare un servizio di trasporto pubblico è poi necessario scendere in strada. Il primo dato è un colpo allo stomaco: tra il 2014 e il 2015, Atac ha soppresso oltre 653 mila corse. La metà delle volte, a causa di un guasto alle vetture che hanno, secondo lo studio, un’età media di dodici anni contro i nove dei mezzi milanesi. Pesa, in questo senso, l’enorme debito di Atac nei confronti dei fornitori e la conseguente difficoltà nel reperire pezzi di ricambio. Per le corse soppresse delle metropolitane romane, invece, la causa è una volta su due riconducibile alla mancanza di personale. Nonostante gli 11 mila dipendenti. A Roma, poi, i mezzi che escono nelle ore di punta sono circa 1200, contro i 1500 previsti dal piano industriale.

Eppure, a fronte di una diminuzione di chilometri percorsi, si è registrato un aumento dei costi di produzione - denuncia l’Aduc - saliti da una stima di 945 milioni di euro a oltre 1 miliardo di euro effettivi. E anche la capacità di Atac di autofinanziarsi, senza attingere all’esterno, è stata sovrastimata: si contava di arrivare a sfiorare i 100 milioni di euro e ci si è dovuti fermare a poco più della metà. A Milano, sempre nel 2015, la tendenza era opposta, con 163 milioni di euro di finanziamenti coperti con risorse proprie.

La qualità dell’offerta si riflette in prima battuta sulle vendite dei biglietti e degli abbonamenti. A Roma sono scese dai 275 milioni di euro del 2014 ai 260 del 2015, senza segnare un’inversione di rotta nel 2016, nonostante il Giubileo. Milano mantiene invece un trend positivo, tanto da registrare, nel primo quadrimestre del 2016, una crescita di introiti provenienti da abbonamenti e ticket di viaggio di circa il 30 per cento rispetto agli stessi mesi dello scorso anno. Un buon termometro per valutare lo stato di salute di un’azienda è dato anche dagli introiti pubblicitari. Mentre Atm, nel 2015, incassava più di 18 milioni di euro, l’azienda romana riusciva a racimolarne meno di 8 milioni.

La distanza tra le due realtà appare incolmabile. Atac, nei piani del Movimento 5 stelle capitolino, dovrebbe tornare ad un livello di competitività tale da riuscire a partecipare alla gara indetta dal Campidoglio nel 2019, con cui verrà riassegnato l’affidamento del servizio di trasporto pubblico nella Capitale. Speranze che, per ora, si stanno scontrando con la dura realtà di un debito da 1 miliardo e 300 milioni di euro. Virginia Raggi, però, punta i piedi. Ogni altra ipotesi, dal commissariamento alla privatizzazione, va considerata come un’eresia. D’altronde, come potrebbe abbandonare ciò che in campagna elettorale chiamava il «fiore all’occhiello di Roma»?

Tutti i giorni in fila per mangiare. Viaggio nell’Italia degli ultimi

La Stampa
niccolò zancan

Quattro milioni e mezzo di persone vivono in condizioni di indigenza assoluta. A Bologna sei “pasti sociali” su dieci sono serviti a nostri connazionali



«Guarda che poteva succedere anche a te» dice l’ex facchino Franco Lepore, nato a Bologna, vissuto in via Massarenti, trentasei anni di lavoro duro e vacanze in città, a parte un solo viaggio «memorabile» in Brasile alla fine degli Anni Novanta. «Perdi il posto, ti salta la casa. I miei cugini si sono fatti una famiglia. Non ho nessuno nelle condizioni di aiutarmi». Accanto a lui, ci sono diciannove persone sedute sulle panche di questa stanzetta troppo illuminata. Aspettano il secondo turno perché il refettorio è pieno. 

Una donna pallida, con il viso deturpato da una cicatrice, esce urlando e piangendo. Dice fra i singhiozzi che in coda le hanno storto un braccio. Arriva la polizia. In dieci si fanno avanti per smentirla. «Non mi sento bene, scusatemi» dice adesso la donna mettendosi a sedere. Odore di mandarini. Un altro giro di tagliatelle al sugo. Un’altra sera alla mensa della Caritas di Bologna. 

La prima notte
«La prima notte in strada ero titubante», dice il signor Lepore. «Mi hanno rubato il sacco a pelo già due volte. Per fortuna ho un amico che tiene le mie cose da lui. Alla fine, bisogna risollevarsi. Mi sono fatto fare tutti i conteggi. Mi mancano 16 mesi alla pensione. Devo resistere». Resistere a Bologna. In Italia nel 2016. Dove la crisi non è mai finita, almeno se la si guarda da queste specie di sala d’aspetto. Gli ultimi dati della Caritas dicono, anzi, che i senzatetto nel 2015 sono aumentati del 21 per cento rispetto all’anno precedente. Quattro milioni e mezzo di italiani vivono in condizioni di povertà assoluta, mai così tanti dal 2005. E proprio qui, sotto le Due Torri, in Emilia Romagna, il 64 per cento dei pasti sociali è per gli italiani. 

Anche l’ex saldatore Nicola Mastro aspetta il suo turno per cenare. «Il mio datore di lavoro era Paolo Mascagni del mobilificio di Caselecchio, lo conosci? Eravamo in solidarietà da una settimana, quando si è tolto la vita. Una bravissima persona. Ancora adesso la famiglia mi aiuta come può. Era il 2011. Ho provato a farmi assumere alla Manutencoop, ma non c’era posto. Da allora ho consumato tutti i risparmi, senza più trovare niente. Eppure, fidati, qui dentro io sono uno dei più fortunati». 

La fortuna
Ecco in cosa consiste la fortuna del signor Mastro: «Ho un piccolo camper. Merito di un mio amico che sapeva capire il mondo. Incominciavano a lasciare le persone a casa, e lui mi dice: ”Meglio che ti procuri qualcosa”. Tengo il camper parcheggiato in zona Barca. Non passa mai nessuno. Lo scorso inverno stavo morendo di polmonite lì dentro. È venuto solo un marocchino a rapinarmi, alla fine di settembre. Gli ho girato il braccio dietro la schiena e ci siamo presi a calci fino a quando è scappato. Una volta avevo un fisico che faceva invidia, anche se adesso non ci crederesti». Adesso è dimagrito troppo e troppo in fretta. Ha problemi al fegato. Gronda umidità. E si scusa, molto, per quello che vuole dire: «Sembrerò razzista, ma noi italiani siamo diventati gli extracomunitari.

A loro passano 40 euro al giorno, a noi niente. Nessuno dei servizi sociali mi conosce. Guarda anche qui: siamo in coda con i migranti». A cena ci sono nigeriani, senegalesi, magrebini, siriani, badanti moldave e romene, un’infermiera polacca che sorride a tutti. E poi loro, gli invisibili d’Italia. Hanno borselli agganciati stretti alla cintura e vecchi giacconi da sci. Qualcuno si saluta con il nome delle città. «Ciao Firenze!». Altri non parlano e scappano il più in fretta possibile. C’è Gianluca Pezzoli con il cane Scubidù, legato all’ingresso: «Lavoravo a Rimini, ma avevo troppi pensieri, troppa ansia. Ho mollato tutto per stare in pace».

E c’è l’idraulico Alberto che, invece, ha divorziato a Roma, è di Reggiolo, ma non voleva tornare a casa così impoverito, e ci riprova qui: «Mi mancano i miei figli. Loro non sanno che dormo per strada. Sono fuori da tre mesi, ma non mi arrendo. Ho dato come domicilio l’indirizzo del centro ascolto di via Polese. Metto annunci a ripetizione sul web. Sono un bravo artigiano. Mi è appena arrivata una richiesta per un rifacimento bagno. Ho fatto un preventivo da 2100 euro». 

Studenti e osterie
Bologna «la grassa», con le osterie bellissime da cui risuonano i suoi cantautori, gli studenti per le strade del centro storico, via degli Orefici e via delle Pescherie Vecchie. Bologna che ogni anno, solo alla Caritas, serve 68.500 pasti. Suor Maria Teresa si occupa delle colazioni dei poveri. Per quindici anni è stata alla mensa di Crotone, la città italiana con il più alto tasso di disoccupazione: 31,46 per cento. Ma adesso è qui, e guarda Bologna con occhi preoccupati: «Vengono questi uomini ancora giovani ad aiutarmi alle sei di mattina. Capisci quanto sono tormentati. Hanno perso il lavoro. Non riescono a dormire. Rispetto a Crotone, quello che mi colpisce è che la povertà è più recente e più nascosta». 

Bologna sta imparando a conoscere il suo nuovo arcivescovo, mandato da Papa Francesco per occuparsi proprio di questo. Monsignor Matteo Maria Zuppi per prima cosa si è schierato con i lavoratori e contro gli sfratti: «La crisi non è affatto finita - dice adesso - sarà un’onda lunga. Penso alle pensioni minime che verranno. La soglia è sottilissima: puoi scivolare e non farcela più. Io vedo l’Italia come nelle macerie del dopoguerra. Serve lo sforzo di tutti per ricostruire».  La cena alla Caritas, il pranzo alla mensa degli Antoniani, un’altra istituzione cittadina.

Hanno dovuto dedicare dei giorni alle famiglie, perché arrivavano a mangiare i genitori con i figli. Ed è sempre qui che si può vedere come può finire, certe volte, il boom economico. Antonina e Salvatore Arena, 85 e 87 anni, emigrati a Bologna nel 1960 da Valguarnera Caropepe, Sicilia. «Lavoravo alla fabbrica di gesso di Ponticelli» dice lui. «Non torniamo al paese da più di trent’anni» dice lei. Due pensioni minime, quattro figli. «Non hanno un lavoro stabile, noi cerchiamo di aiutarli. Ogni giorno prendiamo il pullman 90. Ci vuole mezz’ora per venire alla mensa. Poi torniamo a casa. Questa sera abbiamo la pasta». 

Fra i tavoli della messa della Caritas tutti cercano gli occhi di Anita. «Ciao splendore», «ciao bellissima», le dicono mentre porta i carrelli. Anita Monopoli fa il turno di notte al centro meccanografico delle Poste, ma prima viene ad aiutare. «Io sarò sempre dalla parte delle donne. Ma qui ho imparato ad essere anche dalla parte degli uomini. Spesso vengono penalizzati nel divorzio e con i figli. L’altra sera c’era un signore garbato, elegante, ricordava Michele Mirabella. Mi ha colpito la sua compostezza. Ogni volta dico a tutti: spero di non vedervi mai più. Ma poi, purtroppo, li vedo ritornare». 

Tutte le sere, Massimo Matteuzzi, ex magazziniere, ex autista, 62 anni, compra un biglietto del treno per Castel Maggiore da un euro e 50. È il più economico in commercio. «Senza biglietto i vigilantes non ti fanno entrare in stazione. Ma io vengo qui proprio perché ci sono loro». Il sottopassaggio è pieno di persone. Sono le undici di sera. Hanno tutti il biglietto in tasca, anche se non partono. Il signor Matteuzzi tira fuori le coperte dal borsone e si sdraia sul pavimento. «Buonanotte», dice ad alta voce. Poi si infila tre berretti di lana in testa per non sentire il rumore dei treni che sfrecciano via. 

Laika e gli altri "astroanimali" sacrificati in nome della Luna

Oscar Grazioli - Mar, 29/11/2016 - 08:44

Nel 1957 i sovietici la mandarono nello spazio. L'animale morì di stenti e paura. Come lei tanti altri



Era il novembre di quasi 60 anni fa. In quel gelido mese d'inverno e in piena guerra fredda, nel ghiaccio del suolo sovietico, si ergeva una rampa di lancio che guardava il cielo.

La sanguinosa e tragica Seconda Guerra si era conclusa da pochi anni e, nonostante la vittoria sulla Germania che aveva visto le due potenze affiancarsi alla Gran Bretagna per stroncare il folle sogno di Hitler, i sovietici e gli americani si consideravano in tutto e per tutto agli antipodi. I sovietici sfruttarono le V2 tedesche di Von Braun, lanciandole a 100 Km. di altezza con dentro due cani, nella speranza di trarre dagli animali qualche informazione. Naturalmente non recuperarono nulla, neanche le ceneri, figuriamoci le informazioni che volevano.

Il 4 ottobre del 1957 la Russia lancia nello spazio lo Sputnik 1 affermando la sua momentanea supremazia sugli Stati Uniti. Il mese dopo i sovietici vogliono dare scacco matto agli americani e Nikita Khrushchev obbliga il capo delle ricerche spaziali, Sergei Korolev, ad accelerare il programma per rendere omaggio al 40° anniversario della rivoluzione d'ottobre. Korolev si accorge che il sogno di mandare in orbita esseri umani è ancora prematuro, ma viene pressato perché programmi un evento degno di glorificare l'anniversario. Finora i cani, che saranno un punto fermo negli esperimenti spaziali dei sovietici, avevano effettuato pochissimi voli suborbitali, ma nessuno era ancora stato lanciato nell'atmosfera.

Da quella rampa di lancio immersa nel ghiaccio del cosmodromo di Bayqoñyr, si alzò lo Sputnik 2 che, con enorme sorpresa in tutto il mondo, conteneva un piccolo cane circa 6 chili di peso, bianco a chiazze marroni, un randagio che i russi chiamarono Kudrjavka («ricciolina»), mentre per gli angloamericani era Muttnik (una crasi formata da mutt che in inglese significa «bastardino» e «Sputnik») e nelle altre parti del mondo fu universalmente Laika. Allo stupore seguirono le proteste, soprattutto quelle degli inglesi, popolo già molto attento allora ai diritti degli animali. I sovietici, di cui erano già famosi i «raffreddori» degli statisti morenti, raccontarono un sacco di frottole:

Laika non aveva subito alcun disagio durante l'addestramento e tutto era predisposto perché potesse tornare a terra. In realtà l'addestramento, tra centrifughe e gabbie strettissime fu un inferno e oggi, sappiamo direttamente da Dimitri Malashenkov dell'Istituto per i problemi biologici di Mosca, che la piccola randagina morì in poche ore, quando il surriscaldamento dello Sputnik la bruciò viva. Meglio così perché, incatenata, senza potersi girare, terrorizzata da quell'ignoto che non poteva capire, otto giorni di vita in quelle condizioni, come raccontarono i sovietici, sarebbero stati una tortura infinita.

Oleg Gazenko, responsabile della missione, disse nel 1998 che provava rammarico per la morte della cagnolina e che si era trattato di un inutile sacrificio. L'utilizzo di cani, gatti, topi, scimmie e altre specie, nella corsa allo spazio, è una pagina oscura per l'uomo che ha immolato inutilmente e crudelmente centinaia di vittime predestinate. I più recenti, il macaco «lanciato» dagli iraniani nel settembre del 2011 che, con un goffo fotomontaggio, hanno pensato fossimo tutti imbecilli nel crederlo rientrato vivo a terra.

Dalla paghetta allo shopping, con Soldo un solo conto spese basta per tutta la famiglia

La Stampa
luca indemini

Un’app, uno smartphone, più carte prepagate che si appoggiano al circuito MasterCard: così una startup italiana (ma con sede a Londra ) vuole rivoluzionare l’idea di banca online


Sbarca ufficialmente sul mercato Soldo , il primo conto spese multi-utente rivolto a gruppi di familiari che vogliono tenere sotto controllo le proprie finanze quotidiane. Soldo sfrutta il circuito di pagamento di MasterCard e offre carte prepagate personalizzabili, a partire dagli 8 anni, e un’app (per iOS e Android) che permette di gestire con facilità i flussi di denaro da mobile. L’obiettivo è duplice: da un lato permettere al titolare di un conto di tenere sotto controllo in tempo reale le spese dei membri del proprio network, dall’altro garantire a tutti la necessaria autonomia.

LA GENESI DEL PROGETTO
«L’idea è nata partendo da un’esperienza e una necessità personale: ho una famiglia con due figli e altre figure che gravitano attorno alla famiglia; una situazione gestita con conto correnti cointestati, carte prepagate… In più vivo a Londra, ma ho una parte importante della mia vita in Italia e così devo anche conciliare due mondi. Ho cercato un prodotto che potesse aiutarmi, ma non esisteva». E allora Carlo Gualandri, pioniere di Internet in Italia, uno dei padri di Virgilio.it e tra i creatori di Fineco, il prodotto lo ha creato, fondando la startup fintech con sede a Londra.

«I prodotti finanziari sono pensati in ottica singolo utente, ma quando si arriva al livello della spesa tutto esplode: la sorgente del denaro è una e ne dispongono in molti. Serve un sistema snello che permetta la gestione centralizzata di un mondo di persone – spiega Gualandri –. La famiglia è il punto di partenza, il prossimo passo saranno le aziende, altra realtà dove si ripresenta in modo diverso lo stesso tipo di problema».



DALLA BETA AL MERCATO
Per 18 mesi Soldo ha operato in versione, testando e perfezionando un sistema che consente e controlla flussi di denaro all’interno di gruppi con più utenti, e ha sviluppato un primo nucleo di clienti in due mercati, con diverse valute: Regno Unito e Italia. «La fase di test ci ha permesso di raggiungere due obiettivi: da un lato abbiamo fatto maturare la piattaforma, per farla funzionare senza incertezze, il software è come il vino: col passare del tempo migliora – racconta Gualandri –. Dall’altro abbiamo ascoltato i consigli degli utenti e osservato l’uso che ne facevano. Abbiamo imparato cose importanti, soprattutto che la gente vuole cose semplici per cominciare».

Dopo un seed round a sette cifre, il cui importo non è stato divulgato, l’azienda è pronta a creare un nuovo segmento di mercato che ad oggi è stato lasciato scoperto sia dalle banche, sia dal mondo fintech. Soldo è un attore licenziato e regolato dalla FCA , con una licenza quasi bancaria, e grazie a MasterCard offre un circuito di pagamenti universalmente riconosciuto: «Per noi era fondamentale offrire la possibilità di comprare ovunque: su Amazon, su Netflix o su iTunes, ma anche al ristorante, nei negozi e ritirare i soldi al bancomat».



LA SFIDA DEL FINTECH
Secondo Goldman Sachs il mercato fintech potrà generare fino a 4,7 bilioni di dollari. Nel 2015 l’investimento globale nel settore è arrivato a circa 20 miliardi di dollari e in Italia ad oggi esistono ben 115 startup fintech, che nel 2015 hanno ricevuto finanziamenti per 33,6 milioni di euro.
Ma come si pone il mondo Fintech rispetto al mercato tradizionale? Le visioni sono due: c’è chi pensa che sia destinato a sostituire le banche tradizionali e chi vede un meccanismo di collaborazione, che potrà generare benefici per entrambi. «Noi puntiamo sul secondo – dichiara Gualandri –. Non vogliamo fare quello che fa una banca; non facciamo investimenti né prestiti, siamo dei traslocatori di soldi. Lavoriamo su un prodotto molto specifico, che non esiste lato banca. Non siamo competitor, ma complementari, parliamo con molte banche e solitamente riscuotiamo interesse».

COME FUNZIONA SOLDO
L’utente può scegliere l’ammontare di denaro da gestire attraverso Soldo, che può spaziare dai pochi euro sulla carta dei bimbi, usata come paghetta mensile, a svariate migliaia. Non sono previste spese sulle transazioni, ma un abbonamento fisso mensile di 2 euro, per la gestione multiutente intelligente. All’utente vengono trasferiti unicamente i costi non assorbibili: la carta di plastica, un prelievo bancomat negli Stati Uniti. «Soldo funziona come un Software-as-a-Service, si paga un abbonamento e si accede a una serie di servizi, con la possibilità di averne altri sostenendone i costi materiali, come più carte di credito o carte contactless».

La caratteristica principale di Soldo è quella di offrire al titolare del conto la possibilità di definire la propria rete di utenti, che riceveranno un portafoglio online e una carta prepagata. Le persone inserite nel network godono di autonomia finanziaria, potendo effettuare gli acquisti quotidiani da un unico conto spese, in oltre 31 milioni di punti vendita nel mondo. Al contempo, il titolare del conto può stabilire regole di utilizzo per ogni componente del network, creando impostazioni predefinite per l’uso delle varie carte. Inoltre, Soldo invia notifiche in tempo reale su ciò che accade al conto spese, in modo da poter tenere traccia dei consumi quotidiani, e permette di accedere all’estratto conto via app.

Dopo il lancio del prodotto family in Inghilterra e Italia, il passo successivo sarà l’espansione su altri mercati europei. «Entro fine anno vogliamo proporre il prodotto per aziende, partendo nuovamente da Regno Unito e Italia».

Islam, le leggi sul velo nei Paesi europei

Corriere della sera

di Marta Serafini
Dall’Italia alla Spagna, passando per Belgio e Germania: cosa dicono le norme. In Francia e in Belgio il velo integrale è vietato nei luoghi pubblici. Una legge in discussione in Olanda

Italia

In Italia è lecito indossare burqa e niqab (qui un grafico spiega i diversi tipi di veli),tranne negli ospedali e nelle strutture regionali della Lombardia dopo una legge approvata dal Consiglio nel gennaio 2016. La legge «Reale» del 1975 previde divieti alla copertura del volto. Ma l’abbigliamento religioso è, di fatto, sempre stata un’eccezione.


Germania

La legge tedesca non impone divieti in materia di abbigliamento sulla copertura del volto. Nel 2012, interpellato sulla questione, il servizio scientifico del Bundestag, il parlamento tedesco, aveva definito «incostituzionale» l’idea di introdurre una simile misura «anti-burqa


Francia

Primo Paese europeo a varare la legge (entrata in vigore nell’aprile del 2011) che mette al bando l’uso del burqa, vietando la «dissimulazione del volto nei luoghi pubblici», senza menzione esplicita del velo integrale islamico. Tuttavia le donne che indossano il burqa o il niqab devono pagare una multa, e possono essere obbligate a seguire uno stage di «educazione civica». La legge crea inoltre un nuovo delitto, la «dissimulazione forzata del viso»: chi obbliga una donna a coprirsi completamente rischia il carcere ed una multa di oltre duecento euro. La Francia, pur avendo 5 milioni di musulmani, vede solo duemila donne all’incirca indossare il velo. Nel 2012 erano 425 le donne che erano state multate dopo un anno dall’introduzione del provvedimento.


Gran Bretagna

Non c’è nessuna legge che vieti di indossare indumenti che coprano totalmente il volto. Le scuole del Paese sono però lasciate libere di decidere se le proprie studentesse possano o meno indossare burqa o niqab, a partire dal 2007. Il partito Ukip chiede da tempo una norma che lo proibisca.


Belgio

C‘è il divieto di indossare il velo integrale che copre anche il volto, burqa o niqab dal 2011. Le donne che contravvengono il divieto rischiano una multa. Nel dicembre 2012 è stato rigettato il ricorso alla Corte Costituzionale che chiedeva di sospendere il provvedimento.


Olanda

Dopo un tentativo da parte del governo conservatore di proibire il burqa o il velo islamico nei luoghi pubblici, il provvedimento non è andato in porto nel 2012. Ma ora il provvedimento di legge ritorna in parlamento. In Olanda il 5 per cento della popolazione è musulmana, ma solo trecento donne indossano il velo integrale, più frequente e diffuso l’uso dell’hijab, che copre solo il capo.


Austria

Il velo islamico è permesso. A scuola esiste una certa discrezionalità.


Spagna

Non c’è una legge specifica a riguardo, ma in base ad una legge non si può andare in un luogo pubblico con il volto coperto. A livello municipale però sia a Barcellona che in altre due città della Catalogna è stato messo il bando al velo integrale. Un provvedimento simile nella città di Leida è stato però dichiarato contrario alla libertà religiosa nel 2013.



Velo integrale è vietato nei luoghi pubblici. Una legge in discussione in Olanda

Danimarca

Nel 2008 uil governo su pressione del Danish People Party (DPP) noto per la sua retorica anti musulmana annunciò che avrebbe introdotto un divieto per il velo integrale e per i simboli religiosi nei tribunali


Svizzera

Nel settembre 2013 in Canton Ticino è passato un referendum che proibisce il velo integrale nelle aree pubbliche.

Non è un miraggio: c'è una mano che affiora della sabbie del deserto di Atacama, in Cile

La Stampa
noemi penna


 Un'enorme mano affiora dal deserto di Atacama, in Cile, come in una disperata richiesta di aiuto inascoltata. Non è un miraggio: dalla sabbia emerge realmente da quasi venticinque anni - è stata creata nel marzo del 1992 - una gigantesca scultura alta undici metri, diventata meta fissa per tutti coloro che vanno in visita in uno dei luoghi più aridi del mondo, 50 volte più della Death Valley californiania (che già dal nome, Valle della morte, fa capire di non essere un posto così florido).



In questa parte del mondo la nascita di qualsiasi forma di vita è pressoché impossibile. Quale luogo migliore per una rappresentazione artistica di solitudine e abbandono? Questo pezzo d’arte ribattezzato «Mano del Desierto» è stato infatti creato dallo scultore cileno Mario Irarrázabal in onore delle vittime di ingiustizie e torture durante il regime militare in Cile.



L'insolita opera si trova a 75 chilometri a sud della città di Antofagasta e a 350 metri dalla Route 5, che attraversa l’altopiano di Atacama. Irarrázabal è stato allievo dello scultore tedesco Otto Waldemar a Berlino Ovest. E nella sua carriera ha realizzato diverse sculture simili, sempre gigantesche, in mostra in località di tutto il mondo, dalla «Hombre Emergiendo a la vida» di Brava Beach, in Uruguay, alla mano che esce dal terreno del Juan Carlos Park di Madrid, in Spagna. 



Purtroppo la «Mano del Desierto» è continuamente preso di mira dai writers, che la ricoprono con i loro graffiti o semplicemente con firme o disegni vari. Per questo la scultura viene spesso ripulita per essere riportata alla sua colorazione originale, perfettamente mimetizzata nel paesaggio desertico.

I 117 anni di Emma, la donna che ha sconfitto il tempo

La Stampa
ivan fossati

Compleanno a Verbania per il record del mondo


Emma Morano è nata il 29 novembre 1899

Il mondo passa veloce al suo fianco e la osserva con curiosità. Lei, che vive senza fretta, si lascia scrutare. Ormai senza chiedersi perché. Forse all’inizio qualche dubbio se lo poneva, quando le domande che si sentiva fare erano talmente banali da non avere una risposta. «Come ha fatto a vivere così a lungo?». Eh già, a saperla la ricetta.

Gioventù difficile, due guerre, moglie separata negli Anni 30 dopo essersi ribellata al marito che la picchiava, l’unico figlio perso a pochi mesi, una vita in fabbrica e gli ultimi 25 anni reclusa in un bilocale senza servizi igienici. C’è qualcosa che richiama a un elisir di lunga vita? No. Ecco Emma Morano, l’esempio perfetto del grande mistero che è la vita. 

Nonna Emma oggi festeggia 117 anni, sesta nella classifica di sempre, prima tra i viventi. Succede in Piemonte, nella Pallanza che è un salotto affacciato sul Lago Maggiore. Non c’è più nessuno nato nel XIX secolo. Nessuno tranne lei. Il suo atto di nascita è documentato: 29 novembre 1899. A Civiasco, in Valsesia. Poi il trasferimento in Ossola e poco dopo nel Verbano. Da dove non si è più mossa. Ha attraversato tre secoli e 11 Papi, ma la sua memoria è ferma a Giovanni Paolo II.

Dice che vorrebbe incontrarlo, il Papa, ma il nome Francesco non le dice nulla. D’altra parte, in casa non ha radio né tv. Da qualche anno ha una badante, ma il caratterino che l’ha resa forte da giovane non l’ha mai abbandonata, tanto che la chiave dell’armadio che custodisce i suoi ricordi è ancora oggi al sicuro, nel reggiseno. Nonna Emma è cordiale, ma ha le sue regole. In casa entra chiunque lo chieda, in cambio lei risponde solo a chi le garba. E, se c’è intesa, dialoga a modo suo. Cerca di rispondere a ogni domanda, anche se il senso è sempre il solito: «Scrivete che sto bene». 

No, non è voyeurismo: Emma merita una visita. È uno spettacolo osservare i movimenti lenti di questa donna che fino a tre anni fa, di notte, si alzava dal letto e contava i pacchetti di carne tritata in frigo, nel timore che sparissero. È sempre stata diffidente: non voleva gente per casa che non fossero pochi parenti.

Allora, qual è il trucco per arrivare a 117 anni? L’alimentazione, forse? Provate a chiedere a un medico l’autorizzazione a mangiare tre uova al giorno, la risposta sarà «no». Lei li ha sempre mangiati. Riempitevi di biscotti, gianduiotti e banane e vi schizzerà il colesterolo. Lei ha esami perfetti. Provate a non uscire di casa per 25 anni e immedesimatevi seduti su un letto con la coda di gente che viene a osservarvi. Lei ricambia coi sorrisi. A un patto: che il visitatore si presenti con un pacchetto di savoiardi. Li adora e sono il lasciapassare per un tuffo nell’Ottocento. E ditele che la vedete bene: farà un altro sorriso, perché è un po’ narcisista. Tanti auguri, cara Emma.

Guardabosone, lo strano “boom” di residenti del paese senza scuole e Poste

La Stampa
matteo pria



Un negozio di vicinato, un ristorante di qualità, il circolo, il Comune e tanto basta per vivere. A Guardabosone manca la scuola, l’autobus sale un paio di volte al giorno, per la Posta bisogna scendere a Crevacuore ma nonostante la mancanza di servizi le richieste per venire a viverci non mancano. Il Comune è il principale proprietario immobiliare con i suoi 18 appartamenti e tutti sono occupati: affitti che rappresentano un’ottima risorsa per tenere in piedi il bilancio comunale.

SOLO PIETRE E MATTONI
«Tutto questo è il risultato di una politica residenziale avviata già alcuni anni fa - spiega il sindaco Claudio Zaninetti -. Sin dalla fine degli anni Novanta avevamo imposto regole uguali per tutti per la ristrutturazione degli immobili, niente acciaio o materiale moderno soltanto legno, pietre e mattoni di un certo tipo». Ma il Comune ha assunto anche il ruolo imprenditoriale, dando l’esempio e avviando importanti lavori. «Abbiamo 18 alloggi - conferma Zaninetti - e tutti concentrati nel borgo antico. Abbiamo ricevuto diverse donazioni negli anni, sono stati fatti progetti di recupero e abbiamo la fortuna di avere continuamente richieste di persone che vogliono venire ad abitare».

Qualche mese fa nell’alloggio in via Roma l’ex inquilino ha dato la disdetta, ma si è subito presentata una nuova affittuaria. «Il merito? Credo che sia del paese stesso - spiega il sindaco -. E’ accogliente e tranquillo, l’ideale per viverci anche se non ci sono tutti i servizi che propone la città». Guardabosone piace a prescindere dalla presenza delle comodità, sarà per la vita tranquilla o per la gentilezza che ancora si trova nel piccolo borgo di montagna. L’ultimo investimento riguarda un immobile di proprietà dell’ex asilo.

Una volta terminati i passaggi burocratici si è potuto partire subito con l’intervento. E l’alloggio realizzato ha trovato gli inquilini. «Abbiamo realizzato un solo appartamento - spiega il primo cittadino -. Prossimamente penseremo anche al secondo piano». L’amministrazione Zaninetti ha deciso di investire anche sul turismo recuperando un altro immobile che è diventato la «Casa di campagna» con stanze gestite da un bed and breakfast e alcuni alloggi comunali. «Il completamento di questa struttura è stato davvero un progetto riuscito. Nel b&b arrivano turisti dall’Italia e da tutta Europa».

“Scippato il nome Langhe alle nostre nocciole”

La Stampa
isotta carosso

Approvato il Registro che permette di usare la dicitura in tutta Italia, tranne nella zona d’origine. L’eurodeputato Cirio: “Pronto a denunciare il Governo all’Ue”. Il viceministro Olivero: “Polemica inutile”



Il nome «Langhe» potrà essere usato per i noccioli di tonda gentile piantati ovunque in Italia, tranne in Langa. È l’assurdo paradosso contro cui il territorio da mesi stava portando avanti una battaglia che pensava di aver ormai vinto. Invece il ministero per le Politiche agricole, in accordo con le Regioni, ha approvato il Registro nazionale delle varietà di piante da frutto, dove tra le tipologie di nocciola è stata ufficialmente iscritta la «Tonda Gentile Langhe»: nome a cui tempo fa i produttori locali hanno dovuto rinunciare, non senza rammarico e polemiche, per l’ambiziosa e nobile causa del riconoscimento della Nocciola Piemonte Igp, il cui disciplinare prevede l’uso della dicitura «Tonda gentile trilobata», senza alcun riferimento alle colline. Nessuno poteva immaginare che altri un giorno avrebbero potuto usarlo. 

«Nella primavera scorsa - spiega l’eurodeputato Alberto Cirio - avevamo denunciato con forza che in questo registro il nome Langhe non poteva essere associato a una pianta. Se leggo Langhe penso a un prodotto che arriva da una precisa area geografica e non coltivato in tutto il Paese. Una decisione che va contro anche la normativa europea, che vieta l’uso di dizioni ambigue come i nomi geografici proprio, perché possono indurre in errore. Uno schiaffo al territorio». Dopo una dura presa di posizione e un centinaio di delibere comunali, la Regione aveva incontrato a Roma il viceministro Andrea Olivero, facendo sapere di aver «messo la parola fine alla questione». 

«Hanno già preso tutto alla nostra terra, non ci porteranno via anche il nome - prosegue Cirio -. Nelle prossime ore denuncerò formalmente il Governo italiano all’Unione europea per violazione della normativa Ue in materia di origine dei prodotti agricoli. Domani (oggi, ndr), alle 12 nello studio dell’avvocato Ponzio, ci sarà un incontro con i rappresentanti dell’Ente fiera della nocciola e della Comunità montana Alta Langa».

Sconcerto anche nelle parole dai due presidenti, Flavio Borgna (Ente Fiera) e Roberto Bodrito (Unione montana): «Non era l’epilogo che ci era stato prospettato. Avevamo ricevuto rassicurazioni e ora questa doccia fredda. Per i consumatori è un inganno, per l’Alta Langa un furto di identità. Era già stato difficile rinunciare al nome Langhe per il riconoscimento Igp, ma non è accettabile che ora possano usarlo altri».

LA REPLICA
La replica del viceministro Olivero non si è fatta attendere: «Per usare le parole dell’europarlamentare Cirio, sono allibito per le sue dichiarazioni in merito alla vicenda della “Tonda Gentile delle Langhe”. In tutte le occasioni ho ribadito che il ministero avrebbe rinunciato a iscrivere tale denominazione, da sempre utilizzata su tutto il territorio nazionale, solo quando avessimo avuto la certezza che in nessuna parte del mondo potesse essere legalmente adottata». E conclude: «L’europarlamentare Cirio ci aiuti a tutelare in sede europea le nostre prerogative e a convincere i Paesi che oggi utilizzano il toponimo Langhe a rinunciarvi piuttosto che fare inutili polemiche». 

martedì 29 novembre 2016

Sinistra

La Stampa
jena

Marx è morto, Castro è morto e anch’io non mi sento tanto bene.

Fermo, rivelazione choc su Emmanuel: "Membro della mafia nigeriana"

Giuseppe De Lorenzo - Dom, 27/11/2016 - 15:53

Un'informativa della polizia indica Emmanuel Chidi Nnamdi come membro della Black Axe di Fermo. Mafiosi presenti al suo funerale



Erano passati appena dieci giorni dal funerale di Emmanuel Chidi Nnamdi, il nigeriano morto a Fermo dopo la lite con un ultrà locale, quando il vicequestore Marcello Gasparini riceve da una fonte "confidenziale, ritenuta attendibile" la soffiata secondo cui al funerale di Emmanuel (insieme alla Boschi e alla Boldrini) ha partecipato pure la mafia nigeriana.

E che il nigeriano morto ne sarebbe stato un membro attivo.

L'informativa è datata 20 luglio 2016 ma arriva alla procura di Fermo solo il 17 agosto. All'interno, come riporta oggi il Fatto Quotidiano, il vicequestore di polizia della Commissione territoriale per lo status di rifugiato scrive di aver saputo "da fonte confidenziale ritenuta attendibile che al funerale di Emmanuel sono intervenuti membri della setta Black Axe riconoscibili perché tutti indossanti abiti del colore rosso e nero al fine, verosimile, di rendergli manifestatamente onore e che la loro presenza rivelerebbe che il deceduto faceva parte della stessa confraternita".

La mafia nigeriana, salita agli onori della cronaca solo un mese fa dopo una maxi-retata delle forze dell'ordine che a Palermo ha portato all'arresto di 17 membri della "cupola" che ne dirigeva i traffici, è considerata "molto vendicativa". Il loro rito di iniziazione prevede che il candidato a farne parte beva del sangue umano e sono soliti ricorrere a tortura e vendette. In Italia gestiscono il traffico di esseri umani, l'immigrazione clandestina e un giro di denaro miliardario. Di questa setta, insomma, avrebbe fatto parte anche il nigeriano morto a Fermo.

Rimane da capire per quale motivo, una volta arrivata sul tavolo della Procura la notizia, nessuno abbia disposto un approfondimento della questione. Al momento l'informativa sulla partecipazione di Emmanuel è rimasta lettera morta. Senza ulteriori conferme né smentite. Solo ieri, come riporta il Fatto, è stato aperto un fascicolo per associazione a delinquere per capire chi fossero quelle persone sedute poche panche dietro il ministro Maria Elena Boschi e il presidente Laura Boldrini.

Scende così una nuova ombra sul caso divenuto di rilevanza nazionale dopo la corsa di ministri e presidente della Camera a gridare il loro sdegno contro "l'omicidio razzista". Amedeo Mancini, accusato di omicidio preterintenzionale, è ora agli arresti domiciliari e i suoi amici hanno aperto un conto per aiutarlo a sostenere le spese legali. In questi giorni è stato notificato il decreto che dispone il giudizio immediato per l'ultrà della Fermana. L'udienza è fissata per il 25 gennaio davanti alla Corte di Assise di Macerata. Intanto i difensori, entro il 2 dicembre, hanno tempo per optare per un rito alternativo. "Siamo sorpresi da quanto emerso dal fascicolo depositato dal Pubblico Ministero - dichiara a ilGiornale.it l'avvocato Francesco De Minicis - aspettiamo ora di vedere in quale senso andranno gli approfondimenti disposti".

Cos’è Telegraph, la nuova piattaforma per i blog di Telegram

La Stampa
dario marchetti

Non serve nemmeno un account: bastano pochi clic per scrivere un post da pubblicare in Rete e diffondere sia nei social che nel’app di messagistica. Che così si prepara a diventare una piattaforma di contenuti



Anche se il nome è praticamente identico, il celebre quotidiano britannico non c’entra nulla: la piattaforma Telegraph, appena lanciata dall’app di messaggistica Telegram, è infatti una nuova e curiosa piattaforma di blogging. Con un’interfaccia semplicissima e priva di fronzoli, in pieno stile Medium, Telegraph punta a rendere i blog qualcosa di istantaneo e alla portata di tutti. Per scrivere un post infatti non serve nemmeno registrare un account: basta andare sul sito telegra.ph, inserire un titolo e iniziare a riempire la pagina con testi, foto, video e altri elementi multimediali. Una volta premuto il tasto “pubblica”, il sistema genererà un link da condividere sui social.

E ovviamente anche su Telegram, dove grazie alla funzione Instant View, simile agli Instant Articles e alle Accelerated Mobile Pages di Google, il post sarà visualizzabile in pochi millisecondi, senza caricamenti e rallentamenti di alcun tipo.

Per bizzarra che sia, la mossa di Telegram non è poi così inedita: a giugno già Snapchat aveva lanciato Real Life, una rivista online nata sotto l’ala protettrice del social network più amato dagli adolescenti. L’arrivo di Telegraph poi ha un obiettivo ben preciso: fare in modo che gli utenti rimangano il più possibile all’interno dell’app, senza il bisogno di utilizzare altri servizi: «Con Telegraph - si legge sul sito ufficiale di Telegram -, i vostri canali potranno pubblicare storie e articoli proprio come i media mainstream». Un ulteriore conferma del fatto che le app, soprattutto quelle di messaggistica, sono sempre più simili a piattaforme multiuso, in grado di farci parlare con amici e parenti ma anche di utilizzare i servizi più disparati, pagamenti digitali compresi, senza mai cambiare schermata.

“Qualcuno sta cercando di rubare la tua password”: Google avverte gli utenti a rischio

La Stampa
marco tonelli

Gli account in pericolo appartengono a personalità del mondo liberal statunitense. Si tratterebbe di un’operazione messa in atto da hacker russi subito dopo le scorse elezioni presidenziali



Il messaggio di Google è chiaro: «Aggressori sostenuti dal governo starebbero cercando di sottrarre la tua password». E’ l’avvertimento lanciato qualche giorno fa dall’azienda di Mountain Wiev a personalità del giornalismo e del mondo accademico americano. L’economista ed editorialista del New York Times Paul Krugman, il professore universitario ed ex diplomatico Michael McFaul,il direttore di Vox Ezra Klein, firme di punta di Politico, del New York Times Magazine e di Atlantic Magazine come Julia Ioffe, Jonathan Chait e Jon Lovett, hanno tutti documentato e pubblicato sui social network il monito sotto forma di banner del colosso californiano.

Interpellato dal sito Ars Technica, un portavoce di Google ha spiegato che messaggi di questo tipo (una pratica iniziata nel 2012) potrebbero far riferimento ad intrusioni negli account avvenute diversi mesi fa. La procedura standard è di ritardare ogni tipo di comunicazione agli utenti per dare la possibilità agli esperti informatici di studiare le intromissioni. Una prassi messa in atto soltanto in caso di tentativi non riusciti. 

Secondo lo stesso Ars Technica si potrebbe trattare della serie di aggressioni agli account Gmail di organizzazioni non governative, Think Tanks e università statunitensi messe in atto poche ore dopo l’elezione di Donald Trump. Operazioni realizzate da hackers sostenuti dal governo russo: un gruppo di pirati informatici soprannominato The Dukes, dal nome del malware (Power Duke) utilizzato per accedere alle caselle di posta elettronica. La tecnica impiegata è quella dello Spear Phishing: mail compromesse inviate da account plausibili e conosciuti a soggetti specifici. Almeno secondo quanto sosterrebbero gli esperti dell’azienda di sicurezza informatica Volexity.

Le personalità oggetto dell’attacco sono proprio esponenti del mondo accademico più liberal:come Krugman, senza dimenticare giornalisti che in passato avevano investigato e scritto su Donald Trump e i suoi collaboratori e amici. Julia Ioffe ad esempio, aveva realizzato diversi articoli su Melania Trump. Lo stesso Ezra Klein, dirige una testata apertamente critica contro il neo presidente degli Stati Uniti. E come scrive il Washington Post, negli ultimi mesi entrambi avevano ricevuto diversi messaggi e mail minatorie. 

Isis, lui viene arrestato per terrorismo e alla madre il sussidio comunale

Il Mattino
di Mirella Piccin

Ajahn Veapi

AZZANO DECIMO - Lui, accusato di terrorismo internazionale, è finito in manette all'inizio dell'anno. La madre, rimasta nella casa di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, ha chiesto - e ottenuto il via libera - il contributo per l'affitto. E in Friuli scoppia la polemica. Il trentasettenne Ajahn Veapi, macedone sospettato di reclutare nuovi adepti per conto dell'Isis e fermato a Mestre alla fine di febbraio con l'accusa di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale, fa parte del contingente balcanico finito nelle inchieste delle Procure del Nordest - coordinate da Venezia - sulle infiltrazioni tra Veneto e Friuli di personaggi legati all'estremismo.

Il suo arresto ha avuto ripercussioni sulla situazione economica della famiglia, da tempo trasferitasi in Italia. La madre, così, ha fatto richiesta ai Servizi sociali del Comune pordenonese di un contributo per l'affitto di 785 euro...

I gettoni d’oro e i 5 grammi mancanti Sulla Zecca l’ombra della frode

Corriere della sera

La moneta con cui vengono pagate le vincite dei concorsi a premi della Rai
Prosegue l’inchiesta di Report: il fornitore è sempre banca Etruria



C’è una storia che forse meglio di ogni altra fa capire quali vette di ipocrisia può raggiungere il nostro ottuso apparato burocratico. È quella dei gettoni d’oro con cui vengono pagate le vincite dei concorsi a premi della Rai, a cominciare dal popolarissimo format televisivo Affari tuoi. L’ha scoperta la scorsa primavera Sigfrido Ranucci, giornalista della trasmissione Report di Milena Gabanelli che stasera racconta cos’è accaduto da allora, fra indagini giudiziarie e terremoti aziendali.
La denuncia
Tutto comincia quando la vincitrice di uno di quei concorsi denuncia che l’oro di cui è fatto un gettone recapitatogli dalla Zecca (il Poligrafico dello stato è titolare del contratto con la Rai per la fornitura di quei gettoni) non è purissimo come invece previsto dai regolamenti. Mancano infatti 5 grammi per chilo. Fatto già abbastanza grave di per sé, ma durante l’inchiesta di Report viene pure alla luce il meccanismo demenziale che regola da decenni il rapporto fra la tivù pubblica e i vincitori dei concorsi. Secondo le norme vigenti, infatti, i premi non possono essere corrisposti in denaro: ecco perché i gettoni d’oro.

Ma ai vincitori è concesso comunque di avere soldi contanti anziché il metallo prezioso, purché si completi un insensato circolo vizioso. Formalmente il vincitore riceve i gettoni coniati, del valore della vincita detratte le tasse, l’Iva, il costo del conio e la perdita fisiologica della fusione: a quel punto li rivende alla Zecca allo stesso prezzo, da cui però viene detratta una seconda volta la perdita fisiologica e il costo della fusione. Piccolo particolare, il vincitore quei gettoni non li vede neppure. Una follia in piena regola. Anche perché nessuno è in grado di dire se siano stati effettivamente coniati, e successivamente fusi.
Le polemiche
Le rivelazioni di Report scatenano un putiferio. Salta pure fuori che l’oro è stato per decenni acquistato senza fare le gare, ma con semplici indagini di mercato. I nuovi vertici del Poligrafico presentano allora un esposto alla magistratura perché accerti i fatti e avviano una verifica interna. Che a quanto pare evidenzia una serie di problemi e falle nelle procedure. Di sicuro il rapporto di lavoro con Marco Cerù, che per vent’anni è stato a capo della direzione finanziaria del Poligrafico, viene risolto. Consensualmente, tengono a precisare alla Zecca. Ma qualcosa vorrà dire.
Il fornitore
Dal canto suo la magistratura continua a indagare. Ricorda Milena Gabanelli: «L’ipotesi è frode in pubblica fornitura. Dal 2012 alla data della messa in onda della nostra puntata, cioè aprile scorso, si sarebbe fatta pagare dalla Rai 20 milioni di euro per prestazioni mai effettuate e oltre 700 mila euro da quei vincitori che hanno optato per il controvalore in denaro». Una vicenda assurda, generata da un sistema assurdo che nessuno ha mai voluto correggere, e mette due aziende dello Stato una contro l’altra. Per inciso, contrariamente al passato gli attuali amministratori del Poligrafico hanno deciso di comprare l’oro facendo una gara pubblica. Che però ha vinto lo stesso fornitore di sempre: Banca Etruria.

Verga, carte all’asta (con giallo)

Corriere della sera
di PAOLO DI STEFANO

Christie’s a Parigi batterà quasi 300 lettere del romanziere e un manoscritto del suo adattamento di «Cavalleria rusticana» per il cinema. Ma restano aspetti misteriosi

 

La prima pagina dell’adattamento cinematografico di «Cavalleria rusticana», uno dei tre lotti di autografi verghiani all’asta a Parigi per Christie’s il prossimo lunedì 5 dicembre
La prima pagina dell’adattamento cinematografico di «Cavalleria rusticana», uno dei tre lotti di autografi verghiani all’asta a Parigi per Christie’s il prossimo lunedì 5 dicembre

Giovanni Verga è lo scrittore più tormentato in morte che si conosca: membra sparse ovunque, metaforicamente ma non troppo. Ci risiamo con la storia infinita delle carte. Nel 2013 un’enorme quantità di autografi verghiani fu sequestrata dalla magistratura e dopo quasi 4 anni rimane ancora depositata in via cautelativa nel Centro Manoscritti dell’Università di Pavia. Non è risolto quel caso e già emerge dal nulla (o quasi) un altro tesoro di documenti inediti. Le carte lasciate dall’autore de I Malavoglianon finiscono di stupire dopo decenni di battaglie legali tra gli eredi e la Regione Sicilia da una parte e dall’altra la famiglia Perroni che,

ottenuta la custodia nel 1928 per volere del ministro Giuseppe Bottai, non ne ha mai voluto sapere di restituire l’intero malloppo. Anzi, ha finito per smembrarlo, trattenendone delle parti e altre distribuendole qua e là, anche se la Regione sarebbe la legittima proprietaria del corpus integrale, avendolo acquistato per 90 milioni nel 1978 (e non essendone mai entrata in pieno possesso). Ora, la casa d’aste Christie’s annuncia, per il 5 dicembre a Parigi, la messa in vendita di un’altra preziosa sezione di carte verghiane sconosciute.

Si tratta di tre lotti: la versione autografa della Cavalleria rusticana per il cinematografo, cioè il soggetto della celebre novella in 12 quadri (e redatta su otto pagine); 78 lettere autografe (e 10 telegrammi), per un totale di 320 pagine, indirizzate tra il 1880 e il 1916 per lo più ai fratelli Pietro e Mario e al suo nipote Giovannino (futuro erede unico), dove si parla dell’elaborazione della Cavalleria, del successo teatrale e delle vicende giudiziarie che videro a lungo contrapposti Verga e Giuseppe Mascagni (ma anche l’editore Sonzogno) per i diritti legati all’opera musicale (definita «una contraffazione e un plagio della nostra Cavalleria»); 198 lettere familiari (e 20 telegrammi), per un totale di 540 pagine, che hanno come destinatari la madre, ancora i fratelli e il nipote, e che si estendono dal 1869 al 1921.

Isabelle de Conihout, direttrice del Dipartimento Libri Rari e Manoscritti di Christie’s, dice: «Quando ho visto il materiale non potevo credere ai miei occhi». E avverte che per accaparrarsi il tesoro verghiano si stanno muovendo i collezionisti e le grandi biblioteche internazionali, ma che la speranza è che ad acquisirlo siano le istituzioni italiane: l’appello esplicito è rivolto al Ministero dei Beni Culturali e alla Regione Sicilia. Valore complessivo per oltre 200 mila euro, provenienza ufficiale segnalata nel catalogo Christie’s: «Giovannino Verga – collezione privata francese». Sarebbe un’acquisto di circa trent’anni fa. Tanto o poco che sia il valore, va ricordato che la questione giudiziaria pone tutto sotto una luce alquanto misteriosa: tanto più se si pensa, lasciando perdere il sequestro citato, che già nel 2008 la Regione dovette sborsare 120 mila euro per assicurarsi un carteggio verghiano messo in vendita sempre da Christie’s a Parigi.

Questa volta la vera perla è il manoscritto della Cavalleria cinematografica, che testimonia la precoce attenzione dello scrittore per il cinema, nonostante le diffidenze espresse più e più volte nei confronti di un’arte considerata minore se non addirittura «castigo di Dio», «sacrilegio», «parodia» e «romanzo d’appendice per analfabeti». Fatto sta che dopo il trionfo delle rappresentazioni teatrali della Cavalleria, a partire dalla prima torinese del gennaio 1884 e proseguendo con il successo romano dell’opera realizzata da Mascagni nel 1890, Verga viene trascinato suo malgrado nel mondo del cinema, senza dimenticare che spesso e volentieri le sue opere vengono trasposte senza preavviso. Alla fine del 1909, sulle ali della fama internazionale dovuta al recente successo all’Odéon di Parigi, Verga riceve dalla

casa francese Acad (Association Cinématographique des Auteurs Dramatiques) la richiesta di cedere i diritti della Cavalleria rusticana per il cinema. Mediatrice è Giulia Dembowska, nota come Darsenne, cui si deve la traduzione in francese del testo teatrale. Scrive Carla Riccardi, che ha curato nel 1995 un volumetto Bompiani con Due sceneggiatore inedite verghiane: «Lo scrittore acconsente subito, preoccupato solo da questioni di diritti e, dunque, economiche, ma evidentemente lusingato che, dopo testi come I promessi sposi e l’Inferno, tocchi alla Cavalleria. È possibile che conosca questi film, data la presenza di ben tre sale cinematografiche a Catania, e che proprio da questa conoscenza derivi la consapevolezza del diverso linguaggio parlato del cinematografo rispetto alla narrativa e al teatro».

Verga si fida (dice di fidarsi), lascia carta bianca alla traduttrice, la quale, a scanso di equivoci, gli spiega le differenze strutturali tra cinema e letteratura: «L’adattazione scenica per cinematografo — scrive la Darsenne — deve naturalmente seguire il testo ma non può limitarsi ad esso. È necessario rendere comprensibile colla sola azione senza dialogo aggiungere dei quadri». Nasce qui il rapporto conflittuale poi pacificato e infine gratificante di Verga con il cinema.

L’autore sottoscrive un contratto con la società parigina per 500 franchi da dividersi con la Darsenne, che si incarica della sceneggiatura. «Risposi che capisco bene le diverse esigenze dello svolgimento scenico per la cinematografia, ma appunto per questa diversità era meglio che io autore delle scene parlate non vedessi», scrive Verga all’amico Marco Praga il 27 dicembre, giustificando così la rinuncia a leggere lo scenario. Il film, che uscirà nel 1910 con la regia di Emile Chautard, Verga non gli farà una grande impressione («Una rappresentazione che io non arrivavo a capire…»).

In realtà già si conosceva un adattamento autografo della Cavalleria: era una bella copia pulita ma le 4 veline (310 per 210 millimetri) vergate con inchiostro nero che emergono adesso a Parigi ne sono il prezioso antefatto. Una minuta tormentatissima, colma di cassature e di correzioni interlineari, di minuscole aggiunte a margine (nella solita grafia pressoché indecifrabile ai più), contenente la prima elaborazione cinematografica della Cavalleria in 12 «quadri». Datazione incerta, forse non proprio a ridosso della richiesta della Darsenne, se si pensa che ai dubbi iniziali di Verga sulla «settima arte» subentra una nuova disponibilità, anzi un vero e proprio ripensamento delle strategie stilistiche, solo da quando, nel 1912, il suo amore della maturità Dina di Sordevolo fa balenare a Verga la prospettiva di grandi guadagni che potrebbero provenire dallo sfruttamento della sua opera in chiave cinematografica.

È anche per andare incontro alle necessità economiche della sua Dinuzza che Giovanni cede al richiamo di San Cinematografo. La lunga storia di questa relazione che va dal rifiuto netto all’avvicinamento e poi alla piena adesione è raccontata in un lungo saggio di Sarah Zappulla Muscarà del 1999. Il 25 aprile 1912, Verga scrive a Dina: «Farò il lavoro che vorreste affidato a mio nipote (...). Ma vi prego e vi scongiuro di non dir mai che io abbia messo le mani in questa manipolazione culinaria delle cose mie». Sarà dunque un lavoro dietro le quinte realizzato su vari testi, forse sperando anche di limitare i danni che altri minaccerebbero di procurare.

Ciò non toglie che anche il commediografo Nino Martoglio, Federico De Roberto e persino Domenico Oliva, già direttore del «Corriere», diranno la loro su Storia di una capinera, elaborata cinematograficamente nel 1913. Di lì a poco, nel 1916, usciranno ben due film in contemporanea tratti dalla Cavalleria: quella della Flegrea Film e quella della Tespi Film. La prima, su musiche di Mascagni, per la regia di Ubaldo Del Colle; la seconda diretta da Ugo Falena e approvata da Verga.
Il che finirà per acuire la polemica tra lo scrittore e il compositore. Pur di realizzare utili, Verga è sempre più disposto non solo ad abbandonare a uscire allo scoperto affinando l’esercizio della sceneggiatura, cioè della traduzione dalla letteratura al cinema, e provando a farne un’arte. Dove si colloca, in questo lungo percorso, l’inedito parigino? Ai verghisti (che sono tanti e qualificati) l’ardua sentenza.

Intanto varrebbe la pena gustarsi alcuni passi delle lettere. Il 6 maggio 1885, nel pieno delle prove milanesi della Cavalleria, riferendosi a Eleonora Duse, Verga scrive imperiosamente al fratello Pietro: «Quella è vecchia, gli attori fanno quello che voglio io...».

Chiamate promozionali sui cellulari: ​una legge per bloccare i call center

Marta Proietti - Dom, 27/11/2016 - 12:11

Ad oggi il Registro pubblico delle opposizioni per non essere contattati vale solo per le utenze domestiche



I call center, di qualsiasi azienda, sembrano avere uno speciale fiuto per telefonare nei momenti meno opportuni. E l'utente che riceve le chiamate molto spesso non ricorda neanche come il suo numero di telefono sia finito tra le persone da contattare.

Da qualche tempo, alle telefonate promozionali su rete fissa, si sono aggiunte quelle su telefono cellulare. Come scrive Il Messaggero, negli ultimi cinque anni sono state oltre 25mila le segnalazioni per chiamate ritenute illecite ricevute dal Garante della Privacy. Più di 3mila quelle ricevute nei primi sei mesi del 2016. E sono oltre un milione e mezzo le utenze iscritte al Registro pubblico delle opposizioni, dunque molte di più, calcolando le famiglie, le persone che hanno manifestato il diritto di opposizione alle chiamate di telemarking. Senza considerare poi le lamentele che corrono sul web.
Le misure al vaglio del Parlamento riguardano proprio i telefoni cellulari. Tra le pagine del ddl Concorrenza c'è uno strumento che permette al cittadino di difendersi dai call center indesiderati, consentendo l'estensione dell'iscrizione al Registro pubblico delle opposizioni a tutti i numeri riservati. Quindi anche ai telefonini.

Il presidente della Fondazione Bordoni, che gestisce il Registro, Alessandro Luciano, ha così commentato: "Il Parlamento ha accolto le numerose istanze dei cittadini pervenute ai nostri uffici e a quelli del Garante della Privacy, mettendo in discussione le proposte per consentire la possibilità di iscriversi al Registro anche ai numeri di cellulari, potenziando e rendendo più efficace il Registro pubblico delle opposizioni per contrastare l'utilizzo incontrollato del telemarking cui, tutti noi, assistiamo ogni giorno. Ciò consentirebbe la cancellazione, con l'unica iscrizione al Registro, di tutti i consensi forniti in precedenza, rendendo legittimi solo quelli dati successivamente, con una maggiore consapevolezza e responsabilità da parte del cittadino-consumatore".

La California abbandonerà gli Usa?

Andrea Indiano

La California come la Padania? Sembrerebbe di sì, a giudicare dal crescente sostegno dei cittadini dello stato di San Francisco per un’eventuale secessione dagli USA. L’elezione di Trump è stata accolta con stupore ovunque, ma l’apice dello shock si è raggiunto sicuramente a Los Angeles e dintorni.

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Da qualche decennio a questa parte, la California rappresenta la versione più liberale e socialmente all’avanguardia degli Stati Uniti, tanto che il suo soprannome “West Coast” viene spesso adattato in “Left Coast”, ovvero costa della sinistra, intesa come idea politica.

Proprio per questa storia recente, la presidenza di un personaggio come Donald Trump, repubblicano e conservatore, rappresenta un vero incubo da queste parti. Dopo il voto dell’8 novembre, la campagna per la separazione ufficiale da Washington ha trovato maggiore appoggio fra la gente comune e quella che qualche mese era cominciata come una sorta di boutade, è diventata ora un traguardo ambito da molti californiani.

“Questo è il momento di agire, perchè adesso l’attenzione è molto alta su questo problema – ha detto Marcus Evans, a capo della campagna Yes California che vuole l’indipendenza dello stato sull’Atlantico – cominceremo presto a raccogliere le firme per poter ottenere un referendum”. Per portare avanti l’idea, che è già stata ribattezzata Calexit, Evans e soci dovranno raccogliere almeno 500mila firme. Se ci riusciranno, potranno presentare un’istanza al governo che potrebbe avallare il referendum, non prima del 2019.

Il compito non è facile, dato che per ora Yes California può contare su solo 13mila iscritti. In caso di vittoria però, è già tutto pronto: il parlamento verrebbe mantenuto a Sacramento, che è già la capitale del paese, e la nuova nazione verrebbe divisa in sei stati, dal settentrionale Jefferson fino al South California con San Diego. A prescindere dalle questioni burocratiche, il campo in cui i californiani possono guardare gli altri americani dall’alto in basso è quello dell’economia.

L’industria del cinema di Hollywood e quella della tecnologica della Silicon Valley sono gli esempi più famosi, ma non va dimenticato che la California produce la maggior parte dell’agricoltura americana. Arance, olive, grano e altri prodotti fanno entrare nelle casse locali ben 40 miliardi di dollari all’anno che uniti agli altri guadagni arrivati da fabbriche, compagnie tech e turismo hanno fatto aumentare gli introiti del 3.29% rispetto all’anno passato, una crescita economica maggiore di quella della Germania e Giappone. Infine, la differenza maggiore con gli altri stati degli USA, è soprattutto ideologica.

La California è multietnica e progressista: la marijuana è già disponibile a livello medico e sarà presto acquistabile da chiunque, le unioni omosessuali sono legali da anni, il riscaldamento globale è combattuto in ogni modo e qui è nata la famosa questione dei bagni per transessuali, che ha fatto togliere le insegne per uomini e donne in molte toilette di Los Angeles. Tutti questi argomenti spaventano Trump e i suoi elettori, che vogliono un ritorno all’America degli anni ’70 e ’80 quando tutto funzionava bene e non c’erano problemi di sorta. La differenza rispetto all’idea di futuro che ha la California è ora più grande che mai e non è un caso se, ancora prima della Clinton, nella West Coast il candidato ideale era Bernie Sanders, che dopo la vittoria di Trump sta trovando un rinnovato interesse per le sue idee progressiste in vista di un’eventuale secessione.

Pick-up contro auto che si guidano da sole, bistecca contro cibo vegan: la lotta fra Washington e Los Angeles potrebbe essere più vera che mai e chissà che nel 2019 le stelle sulla bandiera americana non diventino 49.

Perché i musulmani non mangiano il maiale? L’avete chiesto a Google, vi rispondiamo noi

Corriere della sera

di Viviana Mazza

È una delle domande che più di frequente le persone fanno al motore di ricerca. Vi rispondiamo noi

Fedeli musulmani in preghiera alla Mecca (Reuters)

Nell’Islam la carne di maiale è haram, proibita: lo dice esplicitamente il Corano. Le restrizioni di base riguardanti l’alimentazione sono indicate nella sura 5, Al Ma’ida (la tavola imbandita): «Vi sono vietati gli animali morti, il sangue, la carne di porco e ciò su cui sia stato invocato altro nome che quello di Allah, l’animale soffocato, quello ucciso a bastonate, quello morto per una caduta, incornato o quello che sia stato sbranato da una belva feroce, a meno che non l’abbiate sgozzato [prima della morte ndr] e quello che sia stato immolato sulla pietra (sacrificato a idoli ndr)».

In un altro passaggio del Corano, il maiale è descritto come impuro, immondo, inadatto al consumo. Ma in caso di assoluta necessità, se non c’è alternativa e si rischia la morte oppure una grave malattia, lo stesso Corano autorizza i musulmani a consumare carni suine: «Dì: “In quello che mi è stato rivelato non trovo altre interdizioni a proposito del cibo, se non l’animale morto, il sangue effuso e la carne di porco — che è immonda — e ciò che, perversamente, è stato sacrificato ad altri che ad Allah. Quanto a chi vi fosse costretto, senza intenzione o ribellione, ebbene, il tuo Signore perdona ed è misericordioso”, si legge nella Sura 6, Al ‘Anam (Il bestiame).

Tuttora alcuni Paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita e il Qatar vietano la produzione, le importazioni, la vendita di carne suina. Il maiale è considerato impuro non solo dai musulmani ma anche dagli ebrei e da alcune denominazioni cristiane.