giovedì 20 ottobre 2016

Vecchi e pensionati, viaggio nel paesino governato dall’Inps

La Stampa
fabio poletti

Il record di Zerba: l’80% dei contribuenti riceve l’assegno. L’ultimo nato risale a undici anni fa: l’unica scuola è stata chiusa



Questo sì che è un paese per vecchi. Zerba, 77 anime frazioni comprese, è la zona a più alta concentrazione di pensionati d’Italia. L’80% delle dichiarazioni fiscali del 2015 riportava un’unica voce: reddito da pensione. Non che sia un unicum: ormai in Italia più di 900 comuni hanno un contribuente su due che è pensionato. Ma Zerba è di gran lunga il record.

Due dati per inquadrare la situazione: l’età media è di 64 anni e mezzo, il 64,3% ha più di 65 anni, il 4% meno di 14 e l’ultimo nato ha già 11 anni e va alle medie, ma non qui. Perché a Zerba ci sono lo spaccio, il bar tabacchi, l’ufficio postale aperto tre giorni la settimana, il Municipio, la chiesa di San Michele, ovviamente il cimitero e nient’altro.

Finisce qui questo paesino, 906 metri sul livello del mare, fondato nel 218 avanti Cristo dai cartaginesi che disertarono dall’esercito di Annibale. Che siano passati anche gli elefanti non lo ricorda nessuno. Sebbene l’animale sia da sempre simbolo di longevità. In compenso in oltre due ore, zero automobili. «Però qui di vive bene.

L’aria è buona. Forse un po’ troppo tranquillo...», ammette Sonia Maggi, l’unica dipendente comunale insieme a un operaio e a un geometra, operativo solo quando serve. Sonia Maggi è pure la mamma dell’unico bambino nato nel 2005, quando al governo c’era ancora Silvio Berlusconi e Matteo Renzi non era nemmeno sindaco. Ma qui almeno, il postino passava tutti i giorni.

In estate a Zerba gli abitanti diventano almeno mille. Tutti milanesi o trapiantati a Milano che vengono qui in villeggiatura. Però a Ottone, 12 chilometri, farmacia e benzinaio più vicini, sono tutti genovesi. Perché è vero che Zerba è in provincia di Piacenza, il più meridionale e occidentale tra i comuni emiliani, ma incastonato tra le province di Pavia, Alessandria e Genova. E qui si sentono tutti liguri. Il dialetto, almeno, sembra quello.

«E noi mangiamo con l’olio, mica col burro», assicura Rosetta Bergonzi, 83 anni - e quindi mezza età -, stretta nello scialletto che dall’Appennino ligure arriva un po’ di fresco. Sua figlia che sta a Genova la vorrebbe con lei. La Rosetta, però, non ci pensa proprio. Ma se se ne dovesse andare il comune scenderebbe a 76 abitanti, perdendo molto più dell’1% per cento della popolazione.

Terra di migranti, Zerba, si capisce. Agli inizi del Novecento andavano tutti in Argentina. Negli Anni Cinquanta a Milano e Genova. A fare i carbonari, nel senso che vendevano il carbon fossile prodotto con i molti boschi che coprono la valle ancora abitata da lupi e aquile. «Poi ci sono i salmoni come me che hanno risalito la corrente...», se la ride Carla Bersani che tutti chiamano Ada, 84 anni e in gran forma, nata a Bobbio e venuta qui negli anni Sessanta per lavorare all’ufficio postale.

Da allora si è sposata, ha avuto figli, nel ’94 è andata in pensione e non si è più mossa. Anche lei. Tiene aperto il bar tabacchi ma in 20 abitanti contando solo Zerba centro, non è che si ammazzi di lavoro. In oltre due ore, giusto due caffè ai forestieri. «Avete seguito il Tom Tom? Bravi. Avete sbagliato», la sa lunga, lei, che a Milano c’è venuta l’ultima volta l’anno scorso ma all’inizio. «Ma la città non va bene per i vecchi. Non servono e sono di peso», giura un altro col cappellino e il bastone, anche lui a far la guardia ai boschi e ai sassi.

Perché non c’è davvero niente in questo paese fantasma con le case di villeggiatura con le persiane abbassate e cancelli chiusi. Non c’è nemmeno il parroco che passa una volta la settimana solo la domenica, per la messa a orari fissi. Un paese che dev’essere l’antidoto allo stress e al logorio della vita moderna. Pure i telefonini prendono poco. Ma ce l’hanno tutti perché d’inverno, quando vien giù mezzo metro di neve, metti mai che serva per un’emergenza.

La farmacia è a 12 chilometri e l’ospedale addirittura a 30. «È l’unica cosa che ci manca davvero... Almeno una volta c’era l’ambulatorio col medico che veniva un paio di volte la settimana. Ci vorrebbe. Sa, alla nostra età», sorride Ada Bersani. Lei ha ancora il suocero, 101 anni, e la suocera, 91. Pensionati, ovviamente. «A noi basta poco - dice -. Ci basta andare a far la legna per passare la giornata».