lunedì 24 ottobre 2016

Un americano su due è schedato grazie al riconoscimento facciale

La Stampa
carola frediani

In Usa il primo studio sul software che identifica le persone da una foto. Serve per catturare criminali, ma a oggi non ci sono regole e limiti



Immaginate un classico confronto all’americana, con un sospettato da identificare in una fila di persone, più o meno simili, in piedi. E immaginate che la fila da cui scegliere si allunghi sempre di più fino a includere 117 milioni di adulti statunitensi. E che ad abbinare uno di questi cittadini ai volti di indiziati, ripresi da qualche videocamera sparsa per la città, siano degli algoritmi utilizzati dalle polizie di una trentina di Stati come fossero un semplice motore di ricerca. Si immette l’immagine del presunto criminale e si cerca un possibile collegamento con una foto tratta dalle banche dati delle patenti di guida o delle carte d’identità. Ebbene, non c’è più bisogno di immaginare: negli Usa è già realtà.

Lo studio
Un americano adulto su due ha avuto le sue foto sottoposte a questo genere di ricerche. A dirlo è il primo studio onnicomprensivo sull’utilizzo delle tecnologie di riconoscimento facciale svolto negli Stati Uniti, a firma di un autorevole istituto di studi su privacy e tecnologia: «The Center on Privacy & Technology» della Georgetown University. La tesi della ricerca è che l’adozione del riconoscimento facciale sia inevitabile, anche ai fini di sicurezza, e non possa o debba essere fermato. E tuttavia che allo stato attuale sia del tutto deregolamentato e per nulla monitorato in termini di uniformità di procedure, limiti di applicazione, efficacia. La politica, quindi, dovrebbe intervenire in modo da gestirlo per tempo. Diversamente, il rischio è che si crei una società del «confronto all’americana perpetuo», come alluso nel titolo della ricerca: «The Perpetual Lineup».

Senza regole
Tra le criticità, dice lo studio, c’è il modo in cui sono usati questi sistemi. Un conto è fare una ricerca per identificare qualcuno che è stato fermato o arrestato. Un altro paio di maniche è avere l’immagine di un sospetto presa da una videocamera e cercarla in un database composto dalle patenti di comuni cittadini o da immagini riprese da videocamere mentre sono per strada. Nel primo caso è una ricerca mirata e al contempo pubblica, palese. Nel secondo è invece tanto generica quanto invisibile. Oggi, ogni dipartimento o agenzia locale americana fa quello che vuole.

Andando a pescare dagli archivi delle patenti però l’Fbi sta costruendo una risorsa di dati biometrici che include cittadini rispettosi della legge. Mentre storicamente le impronte digitali e il Dna sono stati raccolti in relazione ad arresti o indagini criminali. Tutto ciò, dice lo studio, non ha precedenti ed è problematico. Così come lo è l’impiego di video in tempo reale registrati dalle telecamere di sorveglianza: sono almeno cinque i dipartimenti di polizia che utilizzano funzioni di riconoscimento facciale di questo tipo su videocamere in strada. Inoltre, di 52 agenzie che adottano in generale questa tecnologia, solo una proibisce espressamente il suo utilizzo per monitorare individui coinvolti in attività politiche o religiose. Il rischio di utilizzi impropri, discriminatori ad esempio verso afroamericani o minoranze, è alto.

L’affidabilità del sistema
Lo studio mette poi sul piatto il tema cruciale della verifica del funzionamento di tali sistemi. Solo due agenzie hanno subordinato l’acquisto a test di efficacia. E una delle maggiori aziende del settore, FaceFirst, che sostiene di avere un tasso di accuratezza del 95 per cento, declina ogni responsabilità nel caso in cui non raggiunga la soglia prevista dai contratti con le agenzie locali. A ciò, va aggiunta l’assenza di controlli e meccanismi per rilevare eventuali abusi: solo nove agenzie su 52 registrano le ricerche effettuate nei database dai loro agenti.

USI & ABUSI

1) L’Italia lancia un bando: “Strumento utile per l’antiterrorismo”
L’industria del riconoscimento facciale è spinta anche dalle richieste di sicurezza degli Stati. Tra gli utilizzi più diffusi finora c’è la ricerca del volto di qualcuno fermato a una frontiera, dopo averlo fotografato con lo smartphone, su un database di sospettati o criminali. Lo fa ad esempio la Turchia. Più complessa, ma molto ambita dalle forze di sicurezza, la ricerca fatta su immagini registrate da telecamere a circuito chiuso o riprese in tempo reale da videocamere di sorveglianza.

Ambizione espressa anche del governo italiano che con il ministro dell’Interno Angelino Alfano aveva annunciato un potenziamento del sistema di sicurezza del Paese che includeva anche questo genere di tecnologia. Lo scorso novembre è stata indetta una gara pubblica da 56 milioni di euro per la fornitura di sistemi di videosorveglianza (per edifici pubblici e per il territorio) con funzioni di analisi video in tempo reale e riconoscimento facciale.

2) In mano a uno stalker può diventare un’arma pericolosa
Una delle applicazioni commerciali più inquietanti del riconoscimento facciale è quella già adottata da alcune piattaforme di appuntamenti, come la russa FindFace. Quest’ultima utilizza una tecnologia avanzata per abbinare foto scattate a sconosciuti per strada, per esempio attraverso lo smartphone, con i volti dei profili di iscritti a Vkontakte, una sorta di Facebook russo. Secondo i suoi creatori avrebbe un tasso di successo del 70 per cento.

Alcuni utenti che lo hanno testato sono riusciti a identificare donne fotografate in altri contesti. È chiaro che il potenziale per stalking e abusi di ogni tipo è altissimo. Tutt’altro utilizzo è invece quello pensato dalla app di dating Heystax, che lavora sullo studio delle espressioni facciali dei suoi utenti mentre sono impegnati in una videochiamata con un potenziale partner. La pretesa qui è di valutare la compatibilità emozionale della coppia.

3) Permette l’ingresso in alcuni edifici solo a determinate persone
L’efficacia maggiore delle tecnologie di riconoscimento facciale avviene nei cosiddetti contesti cooperativi, laddove cioè le persone si fermano e si fanno volutamente inquadrare da videocamere. Un utilizzo che funziona per dare l’accesso a luoghi riservati: per esempio edifici o cantieri con esigenze particolari di sicurezza. L’azienda israeliana Fst Biometrics pubblicizza da qualche anno un sistema che dovrebbe funzionare da pass di ingresso negli edifici, al posto di chiavi, badge e password. Basta dare inizialmente una propria foto al sistema e poi, al momento dell’accesso, farsi inquadrare dalla videocamera. Tra le aziende in Italia c’è Eurotech a lavorare proprio su questo genere di applicazioni, promettendo un tasso medio di identificazione del 95 per cento.

Può monitorare il transito di un visitatore in un edificio o abbinare il suo volto a un documento precedentemente registrato per identificarlo.