venerdì 14 ottobre 2016

Tutte le giravolte degli ex Pci sulla legge elettorale

La Stampa
mattia feltri

Dal doppio turno di collegio al no preferenze, fino alla battaglia per le preferenze



Tenetevi forte: saliamo sulle montagne russe. Dicembre 2005, nasce il Porcellum. È in fasce e fa già schifo a tutti, per capirlo basta il nome. Negli anni sarà definito schifezza, indecenza, vergogna, verrà dichiarato incostituzionale, si invocheranno governi di scopo per cancellarlo. Ma dura tre elezioni: una vinta a destra, l’altra a sinistra, la terza finita in pareggio. Ma quando a fine 2011 era arrivato Mario Monti, i partiti non avevano altra incombenza che rifare la legge elettorale. Un un terzetto di prescelti - Maurizio Migliavacca per il Pd, Denis Verdini per il Pdl, Nando Adornato per i centristi - si incontra e tratta. Il Pd vuole il sistema francese con doppio turno di collegio, il Pdl risponde ok, perfetto, allora dateci il semipresidenzialismo.

Il semipresidenzialismo? Mai! Provocazione! Scandalo! Insomma, salta tutto (se non riuscite a stare dietro a doppi turni, collegi eccetera non importa, la trama non ne risentirà). Allora il Pdl dice: teniamo il Porcellum e aggiungiamo le preferenze, così l’elettore si sceglie il parlamentare. Le preferenze? Mai! Provocazione! Scandalo! Anna Finocchiaro: «Siamo contrari alle preferenze». Pierluigi Bersani: «Collegi, non preferenze, non possiamo metterci fra Tangentopoli e la Grecia». Vannino Chiti: «Niente ritorno alle preferenze». Salta tutto. Si torna al voto col Porcellum, febbraio 2013.

Bersani non riesce a fare il governo. Lo fa Enrico Letta col centrodestra. Si comincia a lavorare alla nuova legge elettorale. Si istituisce un apposito comitato di saggi. Nel frattempo, nel Pd, Roberto Giachetti, che è in sciopero della fame per sollecitare la cancellazione del Porcellum, propone - per sicurezza, casomai i saggi fallissero, o si dovesse tornare alle urne - di ripristinare il Mattarellum, la legge degli anni Novanta. Bastano quindici giorni, dice. Il Mattarellum, capito? Cioè: niente preferenze, ma collegi. Eppure nel Pd firmano soltanto in una cinquantina.

Ma a poco a poco arrivano altri, da Scelta civica, dal Pdl (Antonio Martino), da Sel, e quando si tratta di votare una mozione di indirizzo, una semplice dichiarazione d’intenti, il Pd con segretario Guglielmo Epifani riunisce il gruppo parlamentare e le firme vengono ritirate. Tutte. Di colpo, niente collegi. Fate attenzione: quando il Pdl voleva le preferenze, il Pd voleva i collegi. Quando Giachetti voleva i collegi, il Pd non li voleva più: stava passando alle preferenze. La mozione viene votata dai grillini: se il Pd ci fosse stato, oggi ci sarebbe il Mattarellum.

Se ne va Letta, tocca a Matteo Renzi e si incardina l’Italicum, che non prevede preferenze, ma brevi liste bloccate. E - magia! - la minoranza del Pd, che era maggioranza fino all’arrivo di Renzi, si invaghisce delle preferenze. Bersani: «I cittadini debbono poter scegliere i loro deputati. Su questo non intendo desistere: va bene la ditta e la fedeltà ma quando si arriva a temi di democrazia...». Gianni Cuperlo sarebbe ancora per i collegi ma «vanno bene anche le preferenze». Miguel Gotor raccoglie le firme attorno a una proposta: 25 per cento di nominati, 75 per cento con le preferenze.

Si rifà l’Italicum. Come chiede la minoranza Pd, si cambiano le soglie per entrare in Parlamento e per ottenere il premio di maggioranza, soprattutto si inseriscono le preferenze nelle percentuale del settantacinque. Tutto a posto? No. Adesso la minoranza Pd ci ha pensato bene, vuole il Mattarellum che non voleva quando a volerlo era Giachetti. La minoranza Pd riraccoglie le firme per «riequilibrare governabilità e rappresentanza e dare diritto di tribuna ai partiti più piccoli». Cuperlo: «Si riparte insieme dal Mattarellum!». Ripartiamo: che verbo preciso.