lunedì 31 ottobre 2016

Torino, compromesso storico nella città che non amava il Duce

La Stampa
alessandro barbero

Lo squadrismo non attecchì mai nel capoluogo operaio. Mussolini preferì puntare sulla Fiat e disconoscere i violenti


Mussolini visita gli stabilimenti Fiat nel 1932, alla sua sinistra il senatore Giovanni Agnelli

Come per tante battute fulminanti, non si sa chi sia l’inventore. Il primo, cioè, che in una piola di Borgo San Paolo o di Barriera di Milano, per alludere sottovoce al Duce disse, con una strizzata d’occhio: Monsù Cerutti. Pronunciato, s’intende, in piemontese, per poi spiegare, in rima: cul ch’a lu fica ’n cül a tüti. Quel che è certo è che il modo di dire fece presa, e continuò a essere usato dagli operai piemontesi, i più anziani dei quali si ricordavano benissimo di quando Mussolini era il più rivoluzionario dei socialisti, e pensavano giustamente di avere un conto aperto con lui.

In bocca ai vecchi della Fiat, la definizione era più che giustificata: ai sistemi di Monsù Cerutti la classe operaia piemontese aveva pagato il conto più alto. Subito dopo la fine della guerra squadracce di tutti i generi scioglievano a manganellate le manifestazioni operaie, col plauso degli industriali «che a colpi di biglietti da mille tentavano di barattare la loro difesa con il nostro intervento», come ricordò sarcastico Cesare Maria De Vecchi, presidente degli ex combattenti torinesi e quadrumviro della marcia su Roma.

Prima ancora che nascesse lo squadrismo fascista, gli arditi in camicia nera occupavano la Camera del Lavoro di corso Siccardi, guidati dal falso capitano e sedicente medaglia d’oro Gino Covre, personaggio emblematico di un certo sottobosco che si ritrova spesso mescolato con la storia dello squadrismo (in realtà era un ragioniere della Cassa di Risparmio di Torino licenziato per sottrazione di fondi).

Contro i sindacati 
Poi, appunto, arrivò lo squadrismo vero: nel settembre 1919 Piero Brandimarte, capitano, lui sì, dei bersaglieri, medaglia d’argento, e dopo la smobilitazione ridotto a lavorare come commesso di merceria, fonda la prima squadra d’azione piemontese, La Disperata. Il 25 aprile 1921 gli squadristi, reclutati soprattutto fra la piccola borghesia, gli impiegati e gli studenti, danno l’assalto per la seconda volta alla Camera del Lavoro, distruggendola definitivamente e dandola alle fiamme. Neppure la Marcia su Roma mette fine alle violenze: nemmeno due mesi dopo, fra il 18 e il 22 dicembre 1922, gli uomini di Brandimarte fanno il giro dei quartieri operai, portando via dalle loro case 24 comunisti e socialisti; si ritroverà solo una quindicina di cadaveri, degli altri non si saprà mai più nulla.

Ma queste erano cose che andavano bene all’inizio: poi bisognò tornare alla normalità, e Monsù Cerutti vigilava. Le squadre più violente vennero sciolte; qualche testa calda continuò a riunirsi attorno a un leader squadrista di nobili origini, il conte Gaschi di Bourget, e aggirò i decreti di scioglimento fondando beffardamente una «Mutua Squadristi», organizzazione che si permise di telegrafare anche al Duce, suscitandogli un comprensibile malumore. Alla fine, però, il conte Gaschi fu espulso dal partito e la sua organizzazione sciolta a forza.

Anche Brandimarte rischiò di finir male, quando la matura poetessa Amalia Guglielminetti, già amante di Guido Gozzano, orchestrò un intrigo contro un altro ex amante, lo scrittore Pitigrilli, denunciandolo falsamente per attività antifascista; Brandimarte, coinvolto, venne condannato a dieci mesi di prigione. La scampò allineandosi al regime e ripudiando i violenti di cui s’era circondato fino a quel momento; chi non ebbe la saggezza di seguirlo sperimentò fino in fondo cosa voleva dire mettersi contro Monsù Cerutti. Nel 1934 il federale di Torino, Gastaldi, dichiarava tranquillamente: «I vecchi squadristi sono tutti delinquenti».

La bestia nera 
Riportare la pace nelle strade di Torino era indispensabile per guadagnare il consenso dell’unico cittadino a cui il Duce non riuscì mai ad applicare la cura Cerutti: il senatore Agnelli, fondatore e proprietario della Fiat. Agnelli era la bestia nera dei sindacati fascisti e dell’ala più rivoluzionaria del partito, che credeva davvero alla retorica antiborghese: Farinacci pensava a lui quando esortò Mussolini a farla finita con «le note carogne industriali». Ma Il Duce sapeva quando era il caso di fermarsi. Certo, Agnelli faceva perdere la pazienza a chiunque: era capace di opporsi allo scioglimento dei sindacati di sinistra perché preferiva negoziare con Bruno Buozzi piuttosto che con i sindacati fascisti, e di licenziare migliaia di operai per ricattare il governo, quando la politica economica del regime andava contro ai suoi interessi.

Mussolini quella volta la pazienza la perse e scrisse al prefetto di Torino rilevando «il grave ed assurdo pericolo che la Fiat finisca per considerarsi un’istituzione intangibile e sacra dello Stato». Alla fine, però, la pace conveniva a tutti e fu fatta, in nome dei colossali investimenti che il regime decretò a Torino e in Piemonte per combattere la crisi del ’29: i profitti vennero equamente spartiti tra la Fiat e il quadrumviro De Vecchi con la sua famelica famiglia (il podestà Sartirana aveva sposato una nipote). «Il Conte De Vecchi è in questo momento, lo dice lui stesso, il padrone di Torino, ed è in stretto connubio con il Senatore Agnelli», rilevava nel 1934 un’informativa di polizia. 

Alla fine, gli operai avevano ragione, chi era rimasto a bagno erano soltanto loro; ma in una città operaia la loro opinione finiva per influenzare il clima generale. «Udendo discorsi che qui si fanno ovunque, si ha la sensazione di trovarsi in una città che non è fascista», segnalava un altro informatore nel gennaio 1940: mancavano cinque mesi allo scoppio della guerra che avrebbe travolto il regime.