lunedì 10 ottobre 2016

Se non erano sani non li volevano

La Stampa
ariela piattelli

Vanno online due secoli di storia dei manicomi italiani, con cartelle cliniche e diagnosi sorprendenti


L’ospedale psichiatrico di Venezia, dove nel 1944 furono deportati diversi ebrei

Se la Monaca di Monza fosse nata due secoli dopo, probabilmente sarebbe finita in un ospedale psichiatrico con una diagnosi di «mal d’amore». È stato presentato nel complesso di Santo Spirito in Sassia di Roma «Carte da legare. Archivi della psichiatria in Italia», il progetto del Mibact che per la prima volta archivia, organizza e rende disponibile a tutti attraverso un sito la storia dei manicomi d’Italia dai primi dell’800 agli anni 60 del secolo scorso, con tanto di cartelle cliniche, statistiche e diagnosi. «Tutta la grande storia si conserva nelle cartelle cliniche dei manicomi - spiega Micaela Procaccia, responsabile del progetto per la direzione generale degli archivi - e sono uno strumento per interpretare la società». 

Le «malattie» religiose 
Il progetto documenta due secoli di emarginazione sociale, economica e culturale, di donne rinchiuse perché troppo chiacchierone o «affette» da sensualità, bambini poveri, segregati perché vivaci e irrequieti, uomini con diagnosi politiche, etichettati come «mazziniani» o «repubblicani». Dalle carte emerge lo sguardo di come «i sani» e i dottori guardavano ai «matti» (spesso presunti). Donne segregate perché «troppo erotiche», petulanti, impertinenti e ribelli, o alle quali è stata diagnosticata la «malattia» della depressione post partum.

«Ciò che emerge è che la ribellione viene punita con una diagnosi di malattia mentale - continua Procaccia -, dove, ad esempio, il “mal d’amore” coincide con la depressione per essere state lasciate. I manicomi sono stati anche strumento di contenimento, di controllo sociale, e ci finiscono spesso le categorie di persone che danno fastidio». Una cartella clinica racconta di una fanciulla di buona società campana che fu rinchiusa per comportamenti devianti non consoni a una brava ragazza della sua epoca.

C’è pure la storia di Violet Gibson, la donna che attentò alla vita di Benito Mussolini e che fu internata in un manicomio in Gran Bretagna: era considerata matta anche perché non aveva il desiderio di tirar su famiglia. I bambini rinchiusi, perché ribelli o scatenati, sono poveri, ai margini della società, e la segregazione nei manicomi li ha progressivamente allontanati dalla realtà. «Socialisti», «mazziniani», «anarchici» e «repubblicani» sono alcune tra le diagnosi con motivazioni politiche che giustificavano il ricovero di personaggi scomodi.

Uomini vagabondi, o reputati improduttivi, finivano nei manicomi e negli ospedali psichiatrici. C’è anche la storia del commissario di pubblica sicurezza Giuseppe Dosi, noto alle cronache per aver smontato le prove che incastravano ingiustamente Gino Girolimoni, accusato di stupri e omicidi: venne internato nel manicomio criminale di Regina Coeli e poi fu riabilitato. Tra le diagnosi «religiose» spunta una donna, «la pazza vestita da frate», mentre la storia delle strutture narra deportazioni di ebrei dal manicomio di Venezia, e di altri che vi si nascondevano per sfuggire le razzie. 

I traumi da trincea 
«Tra il ’18 e il ’19 negli ospedali psichiatrici, in particolare nel Veneto, c’è un innalzamento di ricoveri di soldati che hanno avuto il trauma da trincea - spiega Procaccia -. E lo stress post traumatico viene scambiato per malattia mentale». Il picco dei ricoveri che si registra a partire dalla fine della Prima guerra mondiale per traumi da trincea è dato dalle reazioni scomposte dei «matti» a forti rumori, sintomo, stando alle cartelle cliniche, di malattia mentale. 

Basta registrarsi al sito per consultare le cartelle cliniche, da cui sono stati rimossi i nomi. Un software all’avanguardia, studiato da «Memoria Archivi», permette di avere accesso a tutte le informazioni, contenuti multimediali, immagini, manoscritti, statistiche e alla mappatura dei manicomi in Italia. «Abbiamo iniziato questo cammino nel ’99, e oggi è possibile condividere uno straordinario patrimonio - conclude Procaccia -. Abbiamo slegato i “matti” e legato le carte».