domenica 9 ottobre 2016

“Scrivo da un paese che non esiste più”. Così il Vajont inghiottì migliaia di vite

La Stampa

Il 9 ottobre 1963 la tragedia: “Visione apocalittica, come ai tempi della peste”



Pubblichiamo il reportage da Longarone di Giampaolo Pansa, allora inviato de «La Stampa», pubblicato in prima pagina l’11 ottobre 1963 

Scrivo da un paese che non esiste più: spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont. Circa tremila persone vengono date per morte o per disperse senza speranza; sino a questa sera erano stati recuperati cinquecentotrenta cadaveri. I feriti ricoverati a Belluno, ad Auronzo ed a Pieve sono quasi duecento. 

Un tratto dell’alta valle del Piave lungo circa cinque chilometri ha cambiato volto e oggi ricorda allucinanti paesaggi lunari. Due strade statali e una ferrovia sono state distrutte; pascoli, campi e boschi sono stati ricoperti di pietre e fango. È una tragedia di proporzioni immani. Dal terremoto di Messina non si era più visto in Italia nulla di così orrendo. 

Tutto è accaduto in meno di dieci minuti. Longarone è un piccolo comune della vallata del Piave, a venti chilometri da Belluno. Sino a ieri contava oltre quattromilacinquecento abitanti. Lo sovrastava una diga della Società Adriatica di Elettricità (Sade), finita di costruire nel 1960, alta 261 metri, a doppia armatura, la più alta nel suo genere in Italia e una delle più alte del mondo. Il bacino raccoglieva (e raccoglie, perché è rimasto intatto) le acque del torrente Vajont, un affluente di sinistra del fiume Piave. 

«Una diga nata sfortunata - diceva oggi uno degli scampati alla sciagura -, perché si trova sotto un monte che si sfalda facilmente ». Secondo voci raccolte a Belluno, pare che si fosse progettato di costruirla già attorno al 1925; poi i lavori erano stati sospesi perché sembra che i tecnici avessero il timore che i monti Toc e Duranno, che dominano il torrente, polca aero crollare. Sempre secondo voci che circolano a Belluno, due anni fa, a Pasqua, si sarebbe registrato un lieve cedimento della roccia sopra la diga, senza conseguenze.

All’inizio di questo settembre, poi, un sordo boato avrebbe fatto tremare i vetri delle case di Longarone. In quella occasione la gente disse che era la montagna che si muoveva. Negli ultimi giorni il livello dell’acqua nel bacino era stato abbassato di 21 metri rispetto a quello normale, come misura di precauzione. Si vedevano frane sulla montagna e alcune famiglie del comune di Erto e Casso erano state invitate a sgomberare per prudenza. 

Quanto alcuni temevano è avvenuto ieri sera alle 22,35. Parte degli abitanti di Longarone già dormivano; altri s’erano raccolti nei bar, attorno ai televisori, per assistere alla partita di calcio fra il Glasgow e il Real Madrid; altri ancora si trovavano al cinema a Belluno. Ad un tratto, quelli che erano svegli udirono un sordo boato e avvertirono come un soffio fortissimo di vento che spazzava la vallata. Una enorme falda della montagna era precipitata nel bacino del Vajont. 

Un’onda gigantesca si sollevò sopra la diga e tracimò, riversandosi sul corso del Piave con una violenza spaventosa. A giudicare dai segni lasciati sui versanti, doveva essere alta più di cento metri. La diga era robusta e resistette. Dopo avere raso al suolo le frazioni di Rivolta e Villanova, l’enorme massa di acqua e roccia si schiacciò contro il concentrico di Longarone e la frazione di Pirago, portandosi via case, strade, ferrovia, argine, alberi. Un istante dopo l’ondata si lanciò a valle, investì la borgata di Faè e proseguì la sua corsa rovinosa verso Belluno e Ponte nelle Alpi. 

Mentre la valanga d’acqua scendeva dalla diga, a Belluno mancò la luce. Dopo dieci, quindici minuti in città e a Ponte nelle Alpi gli abitanti che si trovavano ancora per le strade si accorsero con terrore che il livello del Piave era salito all’improvviso, in modo pauroso, tanto da sfiorare le arcate dei ponti. Al chiarore incerto della luna i passanti scorsero che l’acqua ribollente trascinava tronchi di abeti, tralicci dell’alta tensione, rottami, travi, automobili, e corpi, molti corpi, straziati e privi di vita. 

«Si capì subito che doveva essere accaduto qualcosa di terribile dalle parti di Longarone», racconta un giovane bellunese che accorse con i primi verso i paesi distrutti. «L’acqua copriva quasi per intero la strada; nel buio si sentivano grida, lamenti, invocazioni di aiuto Avevamo delle pile tascabili, ma la loro luce era troppo fioca. Infatti ogni tanto qualcuno di noi inciampava in qualcosa di molle: era un ferito, più spesso un morto. Lo trasportavamo sul ciglio interno della statale e andavamo avanti alla cieca.

Scorsi per primo il cadavere di una bambina, poi un paesano di Faè che era ancora vivo ed urlava, poi altri morti, ed altri morti ancora. Il paesaggio era stato cambiato in pochi istanti dalla violenza dell’ondata. Avevo percorso quella strada tante volte, ma non la riconoscevo più. Quando arrivammo in vista di Pirago e riuscimmo ad orientarci, la visione fu terribile: Pirago e Longarone erano scomparsi. Dove prima sorgevano i due paesi ora c’era soltanto una distesa piatta coperta di fango, di tronchi, di arbusti». 

Passò la notte, mentre da Belluno e dai centri vicini e poi da tutto il Veneto, dalla Lombardia e dalle altre regioni giungevano i vigili del fuoco, i carabinieri, gli alpini del battaglione «Cadore», gli agenti di polizia, le guardie di Finanza, e molti civili volontari, con i prefetti ed i questori delle province di Belluno e Udine. Affondavano nel fango, fino alle ginocchia, procedevano a tentoni fra le macerie. C’erano anche molte ambulanze, ma nella maggior parte rimasero inoperose poiché restava ben poca gente da portare in salvo. Quando sorse l’alba, nella vallata, da Faè a Codissago, regnavano soltanto il silenzio, la desolazione e la morte. 

Stamane abbiamo percorso i cinque chilometri di valle sconvolti dall’acqua della diga. I segni del disastro s’incontravano, ancor prima di Belluno: sul ponte nei pressi di Sussegana, dove centinaia di persone, guardavano sgomente l’improvvisa piena del Piave, reso quasi nero dalla terra, dagli alberi, dai rottami; a Cadola, con la riva sconvolta, coperta di arbusti e legname fradicio, i campi coltivati invasi dal fango, una cascina sventrata; a Ponte nelle Alpi, dove fra le boscaglie si scorgevano i militari arrancare lungo la scarpata con tre, quattro, cinque barelle su cui stavano corpi straziati.

Ma soltanto dopo Belluno, giungendo a Faè, ci siamo resi conto delle immani proporzioni della sciagura. Faè, l’ultima frazione di Longarone investita dalla gigantesca ondata, è quasi tutta distrutta. Aveva ottanta abitanti forse soltanto una decina di essi si sono salvati. Le colture sono sepolte sotto una coltre di melma; i pochi alberi ancora in piedi non hanno più foglie. Della chiesa sono rimasti soltanto i quattro gradini dell’ingresso. Dove sorgeva la villa di un industriale ora c’è una vasta pozza d’acqua fangosa. Di fianco c’è una montagnola di terriccio che ieri non esisteva.

È come se il paese fosse stato appiattito da una gigantesca manata. A Faè sorgeva una fabbrica di condensatori per apparecchi radio, anch’essa scomparsa sotto la piena. Nel cortile erano accatastati alcuni barili di cianuro di potassio, che il Piave ha trascinati con sé. C’è il pericolo che l’acqua del fiume sia rimasta inquinata. Le autorità hanno avvertito tutti i comuni rivieraschi. Proseguiamo verso Pirago e Longarone. La visione si fa apocalittica.

Come ai tempi della peste, sui bordi della strada sono allineati decine di cadaveri e le carogne rigonfie delle mucche. Pirago aveva seicento abitanti; altre millecinquecento persone vivevano nel concentrico di Longarone. È probabile che i sopravvissuti siano poche decine. I due paesi sono scomparsi quasi per intero. Vediamo auto sfasciate e schiacciate sotto le case. Subito dopo Pirago la strada scompare. È la statale 51, che collegava Conegliano Veneto con Cortina d’Ampezzo e Dobbiaco. 

La sede stradale è stata «mangiata» dall’onda gigantesca di ieri notte. Così è avvenuto anche per un tratto della statale 251, la «direttissima» Trieste-Bolzano, situata più in alto. Per avanzare è necessario inerpicarsi sulla massicciata della ferrovia Padova Calalzo-Cortina. Sul ponte che attraversa il torrente Maè i binari hanno retto, ma pochi metri dopo troviamo le rotaie attorcigliate in alto e come strappate. Poco più avanti terrapieno, linee e traversine non esistono più. 

Siamo su un piccolo poggio. Di fronte a noi è come un vasto anfiteatro, brullo e piatto. Qui sorgeva Longarone. Uno degli abitanti ci mostra sgomento quello che ormai non c’è più: «Laggiù in quella conca, dove ora siedono gli alpini, stava la stazione ferroviaria. Al posto di quell’acquitrino c’era il parco Malcom, con i giochi per i bambini.

Più in su sorgeva l’edificio delle scuole di avviamento, là dove c’è quel vuoto con grosse pietre». La stessa fine hanno fatto decine di case, diversi bar, l’ufficio postale, le sedi della Banca Cattolica del Veneto e della Cassa di Risparmio, la scuola elementare e la scuola media, il canapificio, la fabbrica di occhiali, la cartiera, la segheria e la fabbrica di marmi, il campo sportivo, la caserma dei carabinieri. Pare sia morto anche il sindaco, Giuseppe Guglielmo Celso.

Uguale sorte hanno subito le frazioni di Rivalta (200 persone), di Villanova (160) e di Vajont. Sono state le prime ad essere travolte dall’enorme massa d’acqua e nessuno, oggi, può dire quanti dei loro abitanti si sono salvati. Molti corpi il fiume può averli trasportati a valle; altri si sono arenati e i tronchi, gli arbusti, le sterpaglie, la mota li hanno ricoperti. «Vede laggiù, verso Faè», ci diceva un valligiano; «laggiù volano i corvi, chissà quanti cadaveri stanno gli abeti strappati dal fiume in pieno».

E più in su, ci sono ancora la frazione di Cadissago, distrutta per metà, e i due paesini di Erto e Casso, che sono ridotti ad una squallida palude. Il pilota americano, che con il suo elicottero ha riportato a valle sette superstiti, ha detto di aver visto una quindicina di cadaveri. Oggi pomeriggio un gruppo di elicotteri ha portato in salvo da questa zona un centinaio di persone rimaste bloccate dalla frana. C’era anche una donna in attesa di un bimbo: il piccolo è venuto alla luce pochi minuti dopo l’atterraggio sul campo di Belluno. 

La diga ha resistito all’urto della enorme frana di terriccio, ma qui a Longarone la poca gente che è rimasta vive con il cuore in gola. Sulla vallata ronzano gli elicotteri dell’Aeronautica italiana e della Setaf, questi ultimi pilotati da ufficiali americani. Verso le 13 è sfrecciato a bassa quota un aviogetto, e al suo rombo improvviso qualcuno ha sussultato di terrore. 

I parenti delle vittime, giunti dai paesi limitrofi o da altre località del Veneto, si aggirano impietriti di fronte a tanta rovina. C’è chi piange in silenzio, e chi grida, come una giovane signora che si è gettata di corsa nel fango verso la casa scomparsa del fratello, urlando il suo nome fra le lacrime.