lunedì 31 ottobre 2016

Roma, l’ultima riunione nella sezione rossa: “Che dolore lo sfratto, finita la nostra storia”

repubblica.it
di CONCETTO VECCHIO

Aperta dal Pci nel 1946 in via dei Giubbonari, ora chiude per debiti Sconforto tra gli iscritti: "Colpe di tutti". "Vedrai, ci apriranno una jeanseria". "Ma no, ora partecipiamo al bando e torniamo noi". Dibattito sulla targa dedicata al partigiano Rattoppatore: "Almeno questa portiamola via"

Roma, l’ultima riunione nella sezione rossa: “Che dolore lo sfratto, finita la nostra storia”

«E ora di questa targa che ne sarà?» domanda un vecchio militante con gli occhi lucidi. “Pci sezione Regola Campitelli Guido Rattoppatore” c’è scritto sul muro della sede Pd di via dei Giubbonari. «Deve restare qui, è un reperto archeologico di un popolo che non esiste più», sentenzia Angel Marasca, «compagno del No». «Come non esiste più? Noi siamo i loro eredi», lo rintuzza Giulia Urso, la segretaria del circolo. Brusio in sala. «Io sarei per portarla con noi invece». Dolore e rimpianti, amarcord e rancori affiorano nell’ultima assemblea nel luogo simbolo della sinistra romana e italiana, che chiude i battenti dopo 70 anni.

Ex Casa del fascio concessa dal Comune ai comunisti, ora il Campidoglio grillino se la riprende. Gravata da un debito di 170 mila euro, alla fine muore per uno scherzo della burocrazia: il Consiglio di Stato ha imposto lo sfratto, dopo aver sancito che il titolo di locazione risultava scaduto dal 1947. L’anno scorso, dopo Affittopoli, il sindaco Marino aveva deciso di fare pulizia, assegnando un nuovo bando per i 260 circoli o associazioni culturali fuorilegge. «Gli ex dirigenti del partito che hanno provocato questo disastro dovranno pagare», punta il dito il presidente Matteo Orfini. «Né Marino, né Tronca, né la Raggi ci hanno mai voluto ricevere per affrontare la questione».

Cento persone sono stipate in questo piccolo tempio che fu di Pajetta ed è di Napolitano. Qui Occhetto prese la prima tessera Pds nel 1991. La fama del luogo è tale che un giorno volle passare persino Berlusconi. Gentiloni, Barca, Cirinnà sono tra i 430 iscritti, il 10 per cento della federazione romana (che ha due milioni di debiti). Alle pareti gigantografie di Moro e Berlinguer. A un certo punto la segretaria non trattiene le lacrime («ho fatto tutto il possibile, è un grande dolore»), ricordando anche la recente morte di Paola Martini, vicedirettrice di Rai Ragazzi, democratica, che qualche giorno prima le aveva scritto un messaggio d’incoraggiamento.

«Non vogliamo che qui si apra una jeanseria», dicono dalla sala. «Restiamo qua: disubbidiamo ». «Non si può, c’è lo sfratto esecutivo, siamo il partito della legalità», ammonisce Orfini. «È una legalità ottusa», ribatte la presidente del municipio, Sabrina Alfonsi. «Hanno sfrattato tutte le associazioni. Un impoverimento incalcolabile ». Luigi Zanda porta la notizia che al Senato è passata la legge che istituisce l’abitazione di Gramsci monumento nazionale. Applausi.

L’ultima riunione nella sezione rossa:  "Sfratto, che dolore. Finita nostra storia"

Percepisci nei volti che un mondo si congeda per sempre. Le sedi cementavano l’identità di una comunità politica, selezionavano, nel duro confronto quotidiano, la classe dirigente. «Un partito liquido, di solo Twitter e Facebook, è il sogno dei poteri forti. Si rischia una deriva fascista», dice l’avvocato Luca Giordano. «Come ti permetti?» gli urla un tizio dal fondo. Giordano: «Trovate giusto dare a Bersani del bevitore di birra?» Gli animi si accendono. Urso dice che ha trovato una nuova casa, non troppo lontano da qui, «un anno al massimo, poi rientreremo ». Gaspare Borsellino, che si è iscritto al partito a 80 anni, dice quello che pensano in tanti: «No, è un addio definitivo. La Raggi ci odia». «Muore un altro luogo di romanità» fa notare il responsabile dei giovani Giovanni Biagi.

«Compagni, non ho sentito nemmeno un filo di autocritica», è il rimprovero di Nicola Manni. «È colpa nostra se non abbiamo pagato il canone». Nel 1986 l’affitto della sede era di 240mila lire, poi la giunta del dc Signorello lo decuplicò. Il Pci non ottemperò mai, reputandolo uno sgarbo. Pds, Ds e Pd si sono accodati. A un certo punto c’era una montagna di debiti di 170mila euro, «ma da quando ci sono io abbiamo scalato 35 mila euro», precisa Orfini. Un militante legge una pasquinata, Veto Verdini: “ Cià li sordi per comprasse quasi nuovo l’arioprano eppoi gioca con le tasse... Accusì, me pare strano che sparisce, nun è bello, la sezzion falce- martello. Partito nazzione? No Grazie ». Ridono. Non Giulia Urso, che con più forza stringe nel pugno il suo fazzoletto bianco.