lunedì 17 ottobre 2016

Quei ragazzi del '56 salvati dai preti di Bologna

Eleonora Barbieri - Lun, 17/10/2016 - 08:32

Dall'archivio della diocesi riemergono documenti che narrano l'odissea dei profughi scappati da Budapest



«Di fronte al martirio dell'Ungheria, possiamo noi essere assenti?». Il 4 novembre del 1956 il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, durante la Messa invita i fedeli a pregare per la Chiesa e il popolo ungherese.

Ricorda le parole che arrivano dal Paese, dove la rivoluzione scoppiata il 23 ottobre si è trovata di fronte i carri armati sovietici: «Moriremo per la libertà dell'Ungheria. Moriremo per la libertà dell'Europa». Dice il cardinale: «Noi non possiamo essere indifferenti di fronte a questo dramma. Non sarebbe umano, non sarebbe cristiano». Quel giorno la Chiesa bolognese osserva il lutto. Ma già nella celebrazione del 28 ottobre e nella «Notificazione» all'Arcidiocesi, intitolata Soccorsi per l'Ungheria, il cardinale Lercaro aveva sollecitato i concittadini a pregare, certo, ma anche ad aiutare «generosamente» l'Opera diocesana di assistenza nella «meravigliosa opera di carità» verso gli ungheresi.

L'impegno della Chiesa bolognese emerge in alcuni documenti dell'archivio della Diocesi, riportati alla luce in occasione del 60° anniversario della rivoluzione ungherese, celebrato sabato con una serata d'onore e un concerto a Palazzo Magnani a Bologna. Patrocinata dall'Ambasciata d'Ungheria in Italia, l'iniziativa è nata «dagli ultimi profughi e dai loro figli» spiega Filippo Farkas. In Italia furono ospitati 3.480 rifugiati. Ne rimasero «circa trecento» dice Farkas, dei quali «venticinque studenti e due giovani docenti, grazie alle borse di studio e a due contratti» dell'università di Bologna. Fra essi suo padre János Farkas e László Molnár, che l'altra sera ha raccontato la sua esperienza, così come il suo amico Iván Plivelic, che ha presentato il filmato La mia rivoluzione.

Molnár e Farkas sono alcuni dei «ragazzi di Lercaro»; all'inizio, quando non parlano italiano, comunicano grazie al latino, che il ventunenne Farkas aveva studiato in seminario a Szeged. È da lì che è fuggito. Con altri sei compagni, Farkas attraversa il confine jugoslavo a bordo di un vagone merci; ma la polizia di Tito li scopre e finiscono tutti in un campo di concentramento. János Farkas trascorre lì quaranta giorni, quasi senza mangiare, fumando e basta (morirà a 68 anni di cancro ai polmoni), senza potersi lavare, tanto che le solette delle scarpe si attaccano ai piedi e perdendo quasi tutti i denti, fino a che la Croce rossa può entrare nel campo, e Farkas viene portato a Milano Marittima.

È la prima volta che vede il mare. Le solette delle scarpe si scollano dai suoi piedi mentre cammina lungo il bagnasciuga, finalmente libero. A Bologna comincia una nuova vita: si laurea in veterinaria, si sposa, e torna nel suo paese solo nel '93. Anche il suo amico László Molnár rimane in Italia: laurea in ingegneria elettronica, lavoro a Bologna, tre figli, tre nipoti. Nel '56 ha 25 anni. Espulso dall'università, lavora in fabbrica e canta a Szeged: è lì che vengono stilati i «dodici punti» da portare alla radio, a Budapest.

Molnár è in piazza nei giorni della rivoluzione, fa la spola fra Szeged e Budapest, e quando viene a sapere che stanno arrivando le divisioni corazzate sovietiche scappa con tre amici: attraversano il confine jugoslavo e finiscono in un primo centro profughi; poi, caricati di notte su un treno e su dei camion militari, arrivano in una specie di «campo». Sono spogliati e cosparsi di Ddt, dormono in quaranta in una stanza, ma dopo un mese possono chiedere di venire in Italia. «Così ci caricano su un altro camion, verso l'Occidente» ricorda Molnár. «Al confine con l'Italia abbiamo cominciato a correre... I soldati jugoslavi ci gridavano che era tutto a posto, ma noi correvamo. Di là ci aspettavano dei soldati italiani con due bottiglie di Chianti pessimo: fu il primo brindisi».

A Bologna, dice Molnár, i «ragazzi del '56» trovarono «una città divisa a metà», tra la roccaforte del Pci (Padre Toschi li portava in giro nei paesini della provincia e li «indicava» come «quelli che voi cari compagni chiamate reazionari, lacché dei capitalisti e nemici del proletariato»...) e «l'altra parte della popolazione, cristiana, dal centro alla destra, che ci ha dato tanto aiuto e ai quali ancora siamo grati». Anche lui ha aspettato gli anni Novanta per tornare in patria. «Sia chiaro: pensavo che non sarei mai più potuto tornare».