domenica 23 ottobre 2016

Ottobre 1866: il Veneto diventa italiano

Corriere della sera
Silvia Morosi e Paolo Rastelli

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Chissà chi erano i 69 irriducibili che il 21 e 22 ottobre del 1866, esattamente 150 anni fa, decisero di dire no (i “sì” furono 647.315, il 99,94% dei votanti) all’unione del Veneto al Regno d’Italia? Oggi, dopo vent’anni di presenza leghista, sarebbero probabilmente molti di più, almeno alla luce del disinteresse dimostrato da molte amministrazioni pubbliche locali (qui l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera) per quella che, per quanto sfortunata e controversa, resta una delle pagine principali del processo di unificazione italiana.

Sfortunata perché il conflitto che fece da necessario prologo all’annessione, passato alla storia come Terza Guerra di Indipendenza e combattuto a fianco della Prussia e contro l’Austria Ungheria, fu così mal condotta da generali e ammiragli da comportare due sonore sconfitte, a Custoza il 24 giugno e nelle acque di Lissa il 20 luglio. Controversa perché, proprio a causa delle mancate vittorie, il Veneto non fu conquistato sul campo dall’Italia ma fu ceduto da Vienna alla Francia (l’imperatore Napoleone

III aveva assunto il ruolo di mediatore) e da questa “girato” al Regno d’Italia, procedura non poco umiliante che fu accettata dal governo di Firenze, presieduto da Bettino Ricasoli, dopo non pochi tentennamenti e polemiche. Non che all’Italia restassero molte alternative: la Prussia, una volta battuta l’Austria a Sadowa (3 luglio) che ne aveva sancito la preminenza all’interno della Confederazione tedesca, aveva raggiunto il suo obiettivo e non aveva alcun interesse a continuare la guerra.

Il governo italiano e il re Vittorio Emanuele II avrebbero certo potuto scegliere di continuare a combattere da soli. Ma era difficile pensare di sostenere senza aiuto lo scontro con un impero che, per quanto in decadenza, era comunque molto più grande del neonato stato italiano. Senza contare che il conflitto, iniziato con tanto entusiasmo (“Gran giorni sono questi per l’Italia! Gran guerra! È una crociata!” aveva scritto Edmondo De Amicis, l’autore del libro Cuore), era stato molto più che deludente.

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Quindi fu plebiscito (voluto da austriaci e francesi per dare legittimità alla cessione), con seggi in tutte le principali città del Veneto: a Venezia gli uffici elettorali rimasero aperti dalle 10 alle 17. Il voto fu a suffragio elettorale maschile. Nel bando di convocazione alle urne si specificava che “saranno ammessi a dare il loro voto tutti i Cittadini che hanno compiuti gli anni 21, che sono domiciliati da sei mesi nel Comune e, meno le donne, non è escluso che chi subì condanna per crimine, furto o truffa” (fonte Wikipedia). Insomma donne e criminali pari erano.

Era lo spirito del tempo. Ma un piccolo numero di donne di Padova e Venezia decisero di protestare. Le prime si organizzarono un plebiscito per conto loro, mandando poi il risultato al governo. Quanto alle veneziane, scrissero al Re proclamando “in faccia al mondo che mai il sesso loro sentì l’amarezza e l’umiliazione più profondamente che in questa circostanza, in cui le popolazioni sono appellate a dichiarare se vogliono unirsi alla comune patria sotto il glorioso scettro della Maestà Vostra e de’ suoi augusti successori”.

Il 7 novembre Vittorio Emanuele II entrò a Venezia accolto da una folla festante. Due dei tre luoghi topici dell’indipendenza, quelli per cui erano morti gli uomini del 1848, erano diventati italiani: Milano e Venezia. Restava Roma, che avrebbe dovuto aspettare altri quattro anni e la sconfitta francese di Sedan, sempre per mano dei prussiani. Come avrebbe detto il cancelliere di ferro Otto von Bismarck al principe ereditario Umberto, “Voi italiani siete il popolo delle tre S: con Solferino avete preso la Lombardia, con Sadowa avete preso il Veneto, con Sedan avete preso Roma. E nessuna delle tre S è stata opera vostra”. Aveva ragione, soprattutto nell’ottica guerriera dell’Ottocento. Ma non è un mistero che gli Stati si costruiscono in tanti modi, non solo con le guerre vinte.