venerdì 14 ottobre 2016

Occupazioni, fabbriche e Cina Una comicità votata alla "causa"

Mario Cervi - Ven, 14/10/2016 - 08:16

Attore e mimo di grande talento scelse però l'apostolato politico. Oscillando sempre tra il popolaresco e l'erudito



Pubblichiamo l'articolo di Mario Cervi (1921-2015), fondatore e direttore de il Giornale scritto quando fu assegnato il Nobel a Dario Fo. Il pezzo era entrato a far parte di un progetto editoriale che l'indimenticabile Cervi non poté condurre a termine a causa della malattia. 

Ignoro in quale preciso momento Dario Fo, attore e mimo di straordinario talento, abbia sentito nascere e crescere in sé un'irresistibile voglia d'apostolato politico.

Certo è che negli anni della contestazione Fo è stato, per il movimento studentesco e per i gruppuscoli della sinistra movimentista, un punto di riferimento essenziale. Bisogna ricordare, per capire il ruolo e l'importanza di Fo, cosa fosse la Milano di quegli anni. Era una metropoli che aveva abdicato alle sue tradizioni; che aveva consegnato le sue strade e le sue piazze ai cortei violenti del sabato; che aveva rinunciato a difendere la sua università dalla presa di possesso dei katanghesi di Mario Capanna. Era una Milano intimorita e avvilita: e anche, in molti salotti, affascinata dalla violenza fisica e dalla violenza verbale.

A questo quadro che per i più, anche se venivano definiti «maggioranza silenziosa», era desolante, e che per una minoranza elitaria e snobistica era ricco di fermenti intellettuali, Dario Fo aveva dato l'apporto della sua capacità d'invenzione e di satira. La sua creatività allucinata e favolistica veniva utilizzata per la «causa». Il «poer nano» delle sue prime recite si trasfigurava in personaggi ambiziosi. Fo affermava e ripeteva di voler recitare per il popolo, anche se riesce difficile credere che il popolo - quello che s'appassionava e s'appassiona alle trasmissioni nazional-popolari della Rai e che evita il teatro come la peste - spasimasse per i testi di Fo.

A volte ingegnosi a volte pretenziosi, oscillanti tra il popolaresco e l'erudito. Testi nei quali ancor più dei contenuti aveva valore il «messaggio», inequivocabile. Ha scritto Capanna nei suo Formidabili quegli anni: «Tra i benpensanti (1969, ndr) si leva lo scandalo degli artisti del living theatre che a un certo punto recitano completamente nudi sulla scena. Dario Fo, Franca Rame e la loro comune teatrale vanno di città in città in un crescendo di geniali sberleffi ai padroni e al loro potere. Sono i più applauditi interpreti delle lotte e delle speranze».

Fo, l'uomo che aveva vestito in gioventù l'uniforme della Repubblica di Salò, anelava oltretutto al riscatto, probabilmente, con i suoi slanci populisti. La strage di piazza Fontana, che fu per più di una ragione una svolta nella vita italiana, lo fu anche per il corso artistico-politico di Fo. Piuttosto che alla strage bisogna anzi riferirsi alla morte dell'anarchico Pinelli. Fo abbracciò subito, con irruenza - e ben sapendo quanto le sue prese di posizione pesassero - le tesi che Pinelli fosse finito nel cortile della questura di Milano perché afferrato e scagliato nel vuoto dal bieco commissario Calabresi.

L'attore aveva sottoscritto - in buona compagnia, le firme erano 800 - un documento in cui Calabresi veniva qualificato come commissario «torturatore» e come «responsabile della fine di Pinelli». Ma non si limitò a questo. Imbastì uno spettacolo (Morte accidentale di un anarchico) in cui Calabresi era «il dottor Cavalcioni» che costringeva appunto gli interrogati a mettersi in bilico su una finestra. I critici, incluso quello dell'Avvenire, andarono in estasi. E molti anni dopo Giovanni Raboni sentenziò sul Corriere della sera:

«Uno spettacolo mirante soprattutto a mettere in evidenza, e in ridicolo, le molte contraddizioni e inverosimiglianze della versione prodotta dalla polizia e accreditata dalla magistratura». Qualcuno fu così convinto delle contraddizioni e delle inverosimiglianze (nonché della loro intollerabilità) che, lo sapete, ammazzo Calabresi. Divenuto guru acclamato della sinistra, Fo occupò nel 1974 una palazzina Liberty pressoché abbandonata e ne fece il suo quartier generale milanese, e il luogo deputato delle sue recite, oltre che dei riti contestativi.

Franca Rame, che insieme con il marito si prodigava per aiutare i carcerati (in particolare quelli accusati di reati politici) impegnandosi a fondo nel «Soccorso rosso» svolgeva anche un'azione femminista di tutto rispetto. Sulla quale Indro Montanelli ebbe a pronunciarsi il 14 marzo 1975 (Festa della donna) in maniera decisa. «Leggo la sua lettera - scrisse a una lettrice dalle colonne del Giornale - proprio nel momento in cui la cronaca della città in cui vivo e lavoro registra le scalmanate e poco edificanti esibizioni delle suffragette rosse, incolonnate per le vie del centro di Milano nel giorno cosiddetto della Festa della donna.

La manifestazione, con il solito corredo di violenze e di abusi, si e conclusa dentro e fuori la palazzina Liberty con una specie di rito pop ispirato alla libertà sessuale, officiante quel grande sacerdote del progressismo d'avanspettacolo che si chiama Dario Fo. Queste feste popolari la dicono lunga sulla situazione morale del Paese. La civilissima Milano è diventata, mi consenta l'espressione, una città di tolleranza».

Ma ci voleva altro che la rampogna montanelliana - allora, intendiamoci - per spegnere le fiammate d'entusiasmo barricadero di Fo, il quale per un certo tempo si pose sotto la protezione ufficiale del Pci e andò girovagando, con le sue opere tra camere del lavoro e fabbriche. Ma poi la sintonia s'interruppe e Fo, che aveva esaltato in una commedia gli «espropri proletari», compì un lungo viaggio nella Cina della «rivoluzione culturale»: ossia delle repressioni, delle vessazioni, dei crimini orrendi. Ne tornò entusiasta. Non è il caso di infierire: tanti altri Maestri incapparono in analoghi infortuni. Di quella Cina insanguinata e sanguinaria Fo diede una descrizione giulebbosa e deamicisianamente ammirata.

Fosse andato invece in Svezia, chissà quanti sberleffi avrebbe dedicato al perbenismo nordico e grigio di quella società. In compenso gli svedesi - che soffrono di noia, non di isterismi estremistici, e dunque ammirano gli eccessi - l'hanno solennemente premiato. Milano può tranquillamente applaudire, a sua volta: i cortei degli autonomi e del movimento studentesco sono acqua passata, e se qualcuno ne tenta una replica, si tratta piuttosto di una parodia. La dinamite politica è stata disinnescata. Ben venuto fu dunque per Fo il Nobel, che con la dinamite ha qualcosa a che fare.