venerdì 14 ottobre 2016

“Mio padre che scrisse Oci Ciornie e fece ballare lo zar”

La Stampa
marco zatterin

La Belle Epoque dell’autore novarese Adalgiso Ferraris


Adalgiso Ferraris a Londra nel 1923 la Novarese Band

Nella memoria quasi novantenne di Luigi Ferraris c’è ancora una voce gracchiante ascoltata da bambino, lo speaker della Bbc che annunciava «Once Again, Black Eyes!». Lanciava «ancora una volta» Occhi neri, ovvero Oci Ciornie, una delle più celebri melodie russe che russa era solo in parte perché a darle una forma definitiva era stato suo padre, Adalgiso, pianista che nella natia Novara fece danzare Francesco Baracca, a Pietroburgo intrattenne gli Zar e a Londra si esibì sui palchi reali. «Once Again!», diceva la voce, segno evidente che un ascolto non saziava gli inglesi che vivevano i turbolenti Anni Trenta imbevuti di jazz, di classica e degli intermezzi che stavano a metà strada con le armonie tzigane. Gli stessi che il maestro Adalgiso Ferraris, l’uomo che scrisse Oci Ciornie, maneggiava come fosse nato sulle rive della Neva.

Il ricordo del figlio
«Mio padre era uno del popolo, certo non uno snob», assicura oggi Luigi, classe 1927, anestesista in pensione che abita una villetta affacciata sul Lago d’Orta. Fuori piove mentre ricostruisce l’epopea musicale di Adalgiso, un bell’uomo dai capelli neri e la faccia spiritosa che una foto del 1923 ritrae con l’indice puntato mentre dirige la Novarese Band, orchestrina da ballo con cui infiamma col ritmo i londinesi. «Suonava tutti gli strumenti - rivela il figlio -, una prerogativa scontata per un arrangiatore abile come lui».

Si concede con pazienza e amore per il dettaglio, il dottor Luigi. Finge di impennarsi soltanto quando torna la storia di Oci Ciornie che si ripete da sempre come un disco rigato, puntuale come i diritti d’autore che arrivano ancora ogni anno a Pettenasco. I russi hanno fatto del brano una sorta di altro inno nazionale, ma la storia della musica lo ha spinto oltre. L’ha cantato Luciano Pavarotti, l’ha soffiato Louis Armstrong, l’ha intonato il coro dell’Armata Rossa. «Era una tema popolare che ha sentito a Pietroburgo - continua il figlio dell’artista -. Un’impressione tzigana». Occhi neri, di una donna bellissima. «Sì, ho sentito parlare di una russa...», è la confessione che segue, forse inevitabile.

L’accusa di spionaggio
Adalgiso, figlio di un ferroviere originario della Bassa, nacque nel 1890 e cominciò a studiare il piano da ragazzo. A sedici anni suonava già alla fine della messa, «prima la Marcia reale e poi l’Inno di Garibaldi perché bisognava accontentare tutti». Quattro anni più tardi era a San Pietroburgo. Di giorno studiava con un maestro locale, di notte suonava nei club. «Ne fecero di tutti i colori», concede Luigi. Fra le avventure, un concerto al trecentesimo dei Romanov al termine del quale si intrattenne con Rasputin «senza rimanerne impressionato» e un arresto con l’accusa di spionaggio. «Fu chiuso in una cella bassa da non consentirgli di stare in piedi, stretta per non farlo sdraiare, con la musica costante e le luci accese».

Oci Ciornie e le sue sorelle lo salvarono. «Un ufficiale lo riconobbe e gli disse “maestro, dove crede di essere?». Il maestro capì che era ora di salutare la Grande Madre Russia dove soffiava vento di rivoluzione e rientrò in Italia, a Roma. Fu arruolato come interprete, perché sapeva il russo e il tedesco. Lontano dal fronte trovò una bella moglie, Adele, e a guerra finita si stabilì a Londra. Era l’inizio di una nuova vita, del resto bisogna chiudere col passato. «Un esule russo incontrato in città - ammette il figlio - gli ricordò d’una donna che lo aspettava a Pietroburgo per essere portata via». Ma lui era già sposato e fece orecchie da mercante.

Si stabilì a Chelsea e mise insieme abbastanza soldi per comprare una casa a Brixton. Tempi frenetici e felici, «mio padre era davvero soddisfatto». Il secondo conflitto mondiale li colse appena rientrati a Novara con l’Opel Kadett di famiglia. Cinque anni di stasi, chiusi con un impegno nella resistenza. Poi di nuovo a Londra, fra mille difficoltà. Suonò nei locali e in mare, sulla Caronia che faceva la traversata atlantica. Quello che capitava. «Quando apparvero i Beatles era già fuori dal giro». Morì a Woolwich il 31 dicembre 1966. La casa, dove abita la figlia Gisella, conserva ancora il suo piano Pleyel.

Gli spartiti
Fra le carte custodite da Luigi, insieme con un basco nero del padre, decine di spartiti. Musiche tzigane, melodie antiche per ogni umore incise ripetutamente: Two Guitars, Idylle Tzigane, il tango A Balalaika. «Brutta vita quella degli artisti - sospira l’uomo agitando una pipa -, rivedo la volta che mi portò sul palco, le ballerine truccatissime; sento la puzza di sudore fortissima». 
Adalgiso, padre severo, se la cavò con classe sulla ribalta. Ebbe un successo discreto e visse bene. «Odiava le patate, doveva averne mangiate in abbondanza». Amava gli Occhi neri ma non troppo. Pensava fosse solo una delle sue tante canzoni. E poi c’era una ragazza russa che forse era meglio dimenticare.