domenica 23 ottobre 2016

Memoria Zero

La Stampa
massimo gramellini

Nel guardare l’innovativo programma «Nemo» su Raidue, l’altra sera sono rimasto stregato dall’energia di un ragazzo di Ragusa, Andrea Caschetto. Andando ad approfondirla, mi sono imbattuto in una storia da film. A quindici anni Andrea sopravvisse a un tumore alla testa che gli ha tolto la possibilità di trattenere qualsiasi informazione. Memoria Zero divenne il suo soprannome e la sua condanna. Non riusciva più a ricordare un fatto, un volto, un colore. Finché, per una serie di circostanze che qualcuno giudicherà frutto del caso e qualcun altro di un disegno preordinato, lo smemorato si ritrovò a visitare un orfanotrofio in Sudafrica. Al ritorno si accorse che rammentava ancora benissimo le facce e le parole dei bambini.

Poteva ricordare. Non tutto, perché la stanza della sua memoria aveva le dimensioni di una monocamera. Ma qualcosa sì, a patto che fosse legato alla sfera emotiva. Soltanto un’emozione associata a un’immagine possedeva la forza di imprimersi nella sua mente. E quelle che ci riuscivano meglio erano le emozioni trasmesse dai cuori puri. Andrea si mise a girare per gli orfanotrofi di mezzo mondo, dispensando sorrisi in cambio di ricordi.

E in questo modo è riuscito a costruirsi un sistema cognitivo basato sui disegni che gli ha consentito di laurearsi e imparare quattro lingue. Ma si può domare il proprio cervello e spingerlo a ricordare soltanto le cose belle? Andrea sostiene che basta ritornare a sentire la vita con l’essenzialità dei bambini. E dai ripostigli della memoria, anche per chi come me ne ha ormai meno di lui, riemerge l’immagine del Piccolo Principe.