mercoledì 19 ottobre 2016

Lo smartphone del futuro? Si costruisce da solo

La Stampa
federico guerrini

Ispirandosi alla natura, al MIT di Boston hanno inventato un terminale che si assembla inserendo i vari componenti in una specie di centrifuga



E se i nostri gadget si assemblassero da soli, senza bisogno di manodopera o di ricorrere a robot altamente sofisticati? Al Massachusetts Institute of Technology di Boston ci stanno lavorando seriamente.

I ricercatori del Self Assembly Lab hanno preso spunto dal modo in cui le proteine si uniscono fra loro per dar vita forme proteiche più complesse, per creare una specie di centrifuga (il “tumbler”) in cui inserire i singoli componenti di un telefonino. Adeguatamente “shakerati”, i pezzi del cellulare vanno a combaciare e a unirsi fra loro. Per far sì, poi, che le varie parti restino incollate fra loro, vengono usati dei magneti.

È come un puzzle: ognuno dei sei elementi principali in cui è stato scomposto un apparecchio base (non uno smartphone, quindi, ma qualcosa di simile a un vecchio Nokia) è progettato per aderire soltanto con un altro tassello. A guardare il video di presentazione, sembra tutto molto facile e in effetti il maggior pregio di questo sistema produttivo sarebbe quello di semplificare e rendere più economico un processo solitamente invece lento e costoso.

«Se si guarda a come le cose vengono prodotte su qualsiasi scala che non sia quella umana – guardate il Dna, le celle e le proteine oppure i pianeti – tutto si costruisce per auto-assemblaggio – ha spiegato il responsabile del progetto, il professor Skylar Tibbits alla rivista Fast Company». In parte Tibbits, che al Mit ricopre il ruolo di ricercatore nel dipartimento di Architettura, è partito dal lavoro di un collega dell’istituto, David Mellis che un paio di anni fa aveva realizzato un kit per costruire da soli un telefonino spendendo 200 dollari.

Anche in quel caso la modularità era al centro dell’esperimento, ma per arrivare al risultato finale, fra saldatura e montaggio, serviva anche tanto lavoro manuale. L’équipe del Self Assembly Lab ha preso il lavoro del predecessore e si è spinta un passo oltre, eliminando la fase di intervento umano. Certo, il progetto è ancora allo stadio iniziale e presenta ancora diverse incognite.

Il team di Tibbits, ad esempio, ha lavorato per un anno per tarare il tumbler e trovare la velocità di rotazione giusta: troppo lento e i pezzi non vanno a sbattere e non si uniscono; troppo veloce e rischierebbero di rompersi. Per evitare quest’ultima eventualità e attutire gli urti i ricercatori hanno ricoperto la centrifuga di uno strato di schiuma.

Il telefonino così prodotto è un modello base, piuttosto grezzo, che può assemblarsi in un’unica forma, predeterminata. Una volta messo a punto il sistema però, e giocando un po’ con una scheda di programmazione e con le varie combinazioni disponibili, si potrebbe progettare un impianto in grado di creare oggetti differenti al variare della velocità del tumbler e di altri parametri preimpostati.

E la manodopera umana? Un congegno come quello escogitato dal Mit potrebbe ridurre ulteriormente la richiesta di lavoratori manuali? Probabile, ma la corsa all’automazione è già in corso da tempo e non sarà certo la super centrifuga a dare il colpo decisivo agli operai delle fabbriche. Basti pensare ai 60.000 turnisti rimpiazzati con dei robot dal gigante taiwanese Foxconn , solo qualche mese fa.