martedì 18 ottobre 2016

Lo scalino

La Stampa
massimo gramellini

Molti lettori brizzolati hanno commentato con toni paternalisti il Buongiorno sui fattorini a cottimo di Foodora. Da ragazzi anche loro si rompevano la schiena dentro lavoretti provvisori pur di guadagnare due spiccioli. Ma non la facevano tanto lunga e nessun adulto si preoccupava di compiangerli. Secondo questi lettori, ciò che avevo bollato come sfruttamento era un rito di passaggio con cui sono chiamate a misurarsi tutte le generazioni.

Vorrei avessero ragione, ma il rapporto Caritas si è incaricato di smentirli, strillando che per la prima volta ci sono più italiani poveri sotto i 34 anni che sopra i 65, dove pure l’indigenza non manca. La massa dei giovani con le tasche vuote come la pancia è aumentata di dieci volte in meno di dieci anni. E non sono tutti nullafacenti, come vorrebbe farci credere un frusto luogo comune. Parecchi di loro un’occupazione ce l’hanno, ma talmente precaria e occasionale da esporli a ogni folata di vento. Basta una malattia improvvisa o l’assenza di un genitore solvibile per ritrovarsi scaraventati nel girone dei miserabili.

È vero, cari brizzolati, i lavoretti sono sempre esistiti e in tanti li abbiamo frequentati. Però un tempo rappresentavano il primo gradino di una scala che avevamo la fondata speranza di percorrere, anche quando non eravamo i più bravi o i più raccomandati. Adesso per molti, per troppi, oltre il primo gradino si spalanca soltanto il vuoto. E chi marcisce sopra quel gradino e si sente pure dare del fannullone o del pessimista da chi sta in cima alla scala ha tutto il diritto di essere nervoso.