giovedì 20 ottobre 2016

L'Ecuador ammette: "Abbiamo staccato Internet ad Assange, non interferisca su elezioni Usa"

repubblica.it
ENRICO FRANCESCHINI

Il fondatore di Wikileaks rifugiato da quattro anni nella sede dell'ambasciata del paese sudamericano a Londra. Un comunicato del ministero degli Esteri ecuadoregno spiega in una nota la sua azione e parla della pubblicazione delle email della Clinton che potrebbe avere "un impatto" sul voto americano

L'Ecuador ammette: "Abbiamo staccato Internet ad Assange, non interferisca su elezioni Usa"

E' stato effettivamente l'Ecuador a togliere o perlomeno limitare l'accesso a interner a Julian Assange, nell'ambasciata londinese del paese sudamericano dove il fondatore di Wikileaks è rifugiato da quattro anni. Un comunicato del ministero degli Esteri ecuadoregno ha messo fine stamane al mistero denunciato ieri dal sito delle soffiate. E la ragione, in sostanza, è quella che era stata sospettata da subito: l'intervento di Wikileaks nella corsa alla Casa Bianca, con la pubblicazione di migliaia di email di Hillary Clinton, un colpo alla candidata democratica alla presidenza nella sfida finale contro Donald Trump.

La decisione di Wikileaks di pubblicare le email, afferma il comunicato, potrebbe avere "un impatto" sulle elezioni presidenziali Usa. La pubblicazione delle email, sottolinea il ministero degli Esteri, è stata "interamente" responsabilità dell'organizzazione fondata da Assange: l'Ecuador, in altre parole, non vuole dare l'impressione di essere coinvolto in alcun modo con l'iniziativa, nonostante l'antiamericanismo (nel senso di anti-Stati Uniti) che spesso distingue la sua politica estera.

"Il nostro paese non vuole interferire con il processo elettorale americano", conclude il comunicato. "Per questo, l'Ecuador, esercitando il proprio sovrano diritto, ha temporaneamente ristretto l'accesso a parte dei suoi sistemi di comunicazione nell'ambasciata di Londra". Il messaggio aggiunge, affinché non vi siano dubbi che si tratta di una decisione autonoma: "L'Ecuador non cede alle pressioni di altri paesi".

Dunque non è stato il governo americano, tantomeno la stessa Clinton, a chiedere al governo latinoamericano di intervenire.
 
Del resto anche Washington nega di avere fatto una richiesta di questo genere all'Ecuador. Casomai si tratta di una sorta di "coda di paglia" diplomatica: pur dando asilo a un personaggio in fuga dalla giustizia (quella svedese, in primo luogo, che lo insegue con un mandato di comparizione per un controverso caso di stupro, ma in secondo piano potenzialmente anche quella americana, che lo ha accusato di violazione di segreti di Stato per la pubblicazione di ampi materiali sulla guerra in Iraq e in Afghanistan), l'Ecuador ci tiene a non apparire "complice" di Assange nelle iniziative prese da Wikileaks. Specie l'ultima, percepita come una specie di monito a Hillary Clinton.

In ogni modo è una punizione più che altro simbolica, perché non è certo dal computer di Assange a Londra che partono le rivelazioni di Wikileaks. Le email in questione fanno luce sui rapporti tra Hillary Clinton e la Goldmans Sachs, in relazione a discorsi a pagamento che la candidata ha fatto in passato per la grande banca di investimenti americana: un modo di ricordare i legami molto stretti fra l'ex-segretario di Stato e Wall Street. Altre comunicazioni mettono in rilievo le posizioni da "falco" di Hillary rispetto ad Obama, lasciando intendere che sarebbe favorevole a un intervento militare di qualche tipo in Siria.

Assange si rifiuta di andare a rispondere alle domande dei magistrati in Svezia sulla controversa accusa di stupro, presentata da due ex-volontarie di Wikileaks, sostenendo che teme di essere a quel punto estradato negli Stati Uniti per rispondere di accuse di spionaggio e tradimento che lo espongono secondo Wikileaks al rischio di una condanna all'ergastolo o addirittura alla pena di morte. I magistrati svedesi, a loro volta, finora si sono rifiutati di andare a interrogarlo nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra.