martedì 11 ottobre 2016

In Egitto arriva l’app che protegge attivisti e dissidenti dalle sparizioni nel nulla

La Stampa
rolla scolari

Si chiama “I Protect” e allerta i contatti inviando la posizione al momento dell’arresto



Un click sulla tastiera di un finto calcolatore, nascosto sul telefono, per non scomparire nel nulla: desaparecido, come si dice utilizzando parole prese in prestito dal passato dell’America Latina. In Egitto, dove invece le sparizioni politiche sono diventate un inquietante presente, è stata lanciata u n’applicazione per Android contro le scomparse forzate di attivisti, dissidenti, giornalisti, manifestanti che, secondo le associazioni per i diritti umani locali, avvengono quotidianamente nel Paese per mano degli apparati di sicurezza. Le autorità locali negano l’esistenza di detenzioni segrete.

Oltre 500 persone in Egitto avrebbero già scaricato I Protect nelle prime ore dopo il suo lancio. L’applicazione si “nasconde” nelle sembianze di un calcolatore sullo schermo dello Smartphone. All’occorrenza, schiacciando un numero pre-impostato, partono sia la localizzazione dell’individuo sia tre sms o email a contatti inseriti nel momento del download. Un ulteriore messaggio va direttamente alla Egyptian Commission for Rights and Freedoms (ECRF), la Ong all’origine dell’idea e che da mesi lavora ai casi di scomparse forzate.

Secondo i dati raccolti dall’associazione, nel 2015 sarebbero state oltre 1.500 le sparizioni di individui in Egitto, in qualche modo legati al dissenso contro il regime del presidente AbdelFattah al-Sisi, e nei primi cinque mesi del 2016 oltre 600. Benché si tratti, secondo gli attivisti per i diritti umani, di casi quasi quotidiani, la situazione è emersa ed arrivata all’attenzione internazionale soltanto con la scomparsa a gennaio al Cairo di Giulio Regeni e il ritrovamento a febbraio del corpo martoriato del ricercatore italiano lungo l’autostrada Cairo-Alessandria.

Mohammed Lofty, direttore esecutivo di ECRF, ha spiegato al Guardian l’importanza dell’app: sapere nelle prime 24 ore la localizzazione dell’individuo garantisce una possibilità d’entrare in contatto con l’arrestato prima che questo sia trasferito da una stazione di polizia a centri di detenzione dove spesso si perdono le tracce e i contatti per settimane o mesi e dove, secondo le associazioni che seguono molti casi di desaparecidos, avvengono torture e abusi.

In un report sull’Egitto pubblicato a luglio, Amnesty International ha parlato di apparati di sicurezza che «rapiscono, torturano, e forzano la scomparsa di persone nel tentativo di intimidire le opposizioni e cancellare il dissenso pacifico”, e ha scritto che “le sparizioni forzate sono diventate uno strumento chiave della politica dello Stato in Egitto: chiunque parli è a rischio». Da qui, secondo la Egyptian Commission for Rights and Freedoms, la necessità di cercare l’aiuto della tecnologia con la creazione dell’applicazione.

Qualcosa di simile era già stato fatto quando la rivoluzione pacifica di piazza Tahrir del 2011 aveva lasciato spazio, nei mesi del potere di una giunta militare, agli scontri di piazza. All’inizio, in molti utilizzavano Twitter: «La polizia mi sta portando via, mi trovo nella tale via davanti al tale negozio» per esempio. Poi, nel 2013, era nata una app, Byt2ebed 3alia, «mi arrestano», per l’invio da Android e Balckberry di un segnale a contatti prescelti.