sabato 15 ottobre 2016

In altre parole

La Stampa
massimo gramellini

In una sorta di staffetta tra irregolari, nel giorno in cui il teatrante Dario Fo esce di scena, sul palco del Nobel per la letteratura sale il padre dei cantautori Bob Zimmerman, che cambiò il suo cognome in Dylan per rendere omaggio a Dylan Thomas, un poeta talmente formidabile che il Nobel non lo vinse mai. Dopo la parola parlata di Fo, i parrucconi pop di Stoccolma consacrano la parola cantata di Dylan. E i cultori di quella scritta - scritta per essere letta e non detta o messa in musica - insorgono.

Baricco obietta legittimamente che nessuno si sognerebbe di assegnare un riconoscimento rock allo scrittore Javier Marias solo perché la sua prosa è musicale. Ma la domanda è se il Nobel debba premiare la scrittura più pura o non invece quella che più ha influenzato la società del suo tempo. Se il criterio è questo, il Nobel a Dylan ha una sua dignità, come la presenza di De André nelle antologie scolastiche con Montale.

«Quante volte un uomo deve guardare in alto prima che possa vedere il cielo?» (da Blowin’ in the Wind). Molti versi di Dylan sono poesia, indipendentemente dalla carica emotiva della musica. Anche i versi di Omero erano accompagnati con la lira. Se nelle corti achee ci fossero stati i registratori, oggi ascolteremmo l’Odissea come un musical. Il vero limite di questo Nobel è di arrivare fuori tempo massimo: da troppi anni il talento di Dylan risulta esaurito. E allora forse si sarebbero potuti premiare scrittori non musicisti come Roth o Murakami, senza aspettare il giorno in cui saranno completamente suonati.