martedì 11 ottobre 2016

Il ritorno a casa della super pepita

La Stampa
antonella mariotti

“Rubata” dalla miniera Chamousira di Brusson, oggi al museo



È un simbolo, pesa quasi sei chili, e intrappolato porta un chilo d’oro. Sei chili di quarzo e uno di oro: è la pepita del filone Speranza della miniera d’oro Chamousira Fenilliaz, chiusa per decenni dopo la fine della «coltivazione» e riaperta come museo a Brusson. Rubata nella miniera un quarto di secolo fa, è tornata a casa da qualche giorno, nella sala che le ha dedicato il museo del Forte di Bard, dove si racconta la storia delle miniere della Valle d’Aosta. «Molte pepite sono state portata via dalla Chamousira quando è stata chiusa l’attività estrattiva - spiega Giulio Grosjaques, sindaco di Brusson - molte sono finite al museo Civico di Milano». Ora una è tornata a Bard, ma l’idea «è fare una mostra l’anno prossimo con tutti i campioni milanesi».

L’anteprima del ritorno a casa dell’oro di Brusson è inserita nella Settimana del Pianeta Terra (16/23 ottobre), il festival nazionale scientifico patrocinato da Ispra. «La pepita del filone Speranza - dice Ilaria Rossetti, geologa e direttrice della Chamousira - è oro “nativo” ma il suo aspetto è diverso da come lo si vedrebbe in natura. Il quarzo è stato trattato con l’acido per far esaltare l’oro. Caratteristica del campione è che contiene oro puro non mescolato con altri materiali, come la pirite, una particolarità geologica che rende le miniere di Brusson uniche al mondo».

La visita in sotterraneo della miniera permette di capire la giornata dei minatori di Brusson: in Valle d’Aosta c’erano miniere di ferro, argento, oro e rame, utilizzate per far fronte all’arsenale sabaudo. Alcune erano situate in quota fino a 1600 metri e i minatori dovevano essere alpinisti. Acido e mercurio, vapori velenosi respirati per ore di lavoro nei cunicoli bui della miniera per creare i buchi dove inserire l’esplosivo: «Si doveva perforare la roccia per tre metri, altrimenti niente paga - dice Renato Stevanon, ideatore del parco minerario -. Stiamo raccogliendo le storie degli ultimi in vita, sono una trentina, il più vecchio ha 101 anni, il materiale e le testimonianze sul Parco minerario della Valle diventeranno un archivio unico».

Franco Filippa ha 75 anni, era un ragazzino quando lavorava nella miniera col padre: «Una vita dura - racconta - tutto era fatto solo con la forza delle braccia, anche il materiale che si portava fin qui, il gasolio, gli attrezzi… quanta fatica».