lunedì 10 ottobre 2016

I primi 170 anni della birra più antica (e celebrata) d’Italia

La Stampa
paola guabello

A Biella un museo per il marchio Menabrea


Jean Joseph fondò la società con Antonio Zimmermann (di cui poi rilevò le quote) nel 1864

Nel cuore della città, «in fermento» da 170 anni. Se in Scozia gli appassionati di whisky passano da una distilleria all’altra per scoprire i segreti di malto e torba, a Biella chi vuole capire cosa accade oltre a un biondo e schiumoso boccale di birra può fare altrettanto nella fabbrica più antica d’Italia. Nel quartiere di Riva tutto è nato e «cresciuto» attorno a una grande ghiacciaia esagonale (perché il segreto della buona birra sono le basse temperature), dove continua indisturbato a produrre il decano dei birrifici nato nel 1846.

Com’era una volta
Tre piani di cantine che scendevano in profondità per la stagionatura, la giostra dove i trasportatori facevano riposare i cavalli prima di ripartire con il carico. In quelle stalle, oggi è stato allestito un ristorante con vista sulle grandi e luccicanti cisterne d’acciaio per la stagionatura, a fianco gli uffici rinnovati con l’eleganza discreta dei primi del ’900 e i capannoni di produzione che nel tempo si sono allargati. Casa Menabrea, come la chiama Franco Thedy (quinta generazione della famiglia i cui antenati sposarono le sorelle Menabrea) è sempre rimasta dove Jean Joseph loro padre (poi italianizzato in Giuseppe) «cucinava» Pilsner e Bavaresi che negli anni hanno ottenuto medaglie d’oro e premi a iosa.

Il museo
Sotto le volte a botte tempestate di mattoni, il riflesso del rame si sparge per le stanze del museo che s’inaugura a giorni. Rame per l’infilata di rubinetti dei vasi comunicanti di fermentazione, rame per le vecchie cisterne di cottura, e rame per macchinari, strumenti e la cisterna per la propagazione del lievito. I simboli dei mastri birrai accolgono i visitatori: la pala per schiumare e i mestoli di sala cottura e per l’assaggio. Le vignette di Forattini, quando nel 1979 Arbore diceva agli italiani «Birra, e sai cosa bevi» fanno da contraltare all’effigie della Madonna di Oropa: «Abbinamento curioso ma essenziale, spiega Thedy -

Perché l’acqua del torrente che scorre accanto al Santuario fino alla città, è quella che fa buona la nostra birra. Non mancano gli strumenti usati nell’Ottocento e i campioni delle materie prime: rami di luppolo con fiori e foglie essiccate, il riso che a causa dell’eccessivo prezzo deciso dal cartello dei produttori vercellesi, venne poi sostituito dal mais nel ’900. Le botti di legno segnate con la P di Pilsner e la B di Bavarese per distinguere le due etichette. «All’epoca - spiega Thedy - i bottai, una decina e più, avevano il compito ingrato di rivestire il legno con la pece a 80 gradi. Poi è stato il tempo dell’alluminio e oggi dell’acciaio».