giovedì 20 ottobre 2016

Foodora e il valore del lavoro

Massimo Restelli



Negli ultimi dieci giorni ha tenuto banco la protesta dei fattorini di Foodora. A Torino e a Milano i rider del servizio di consegna pasti sono scesi in piazza lamentandosi della paga ridotta. Come ha sottolineato oggi in audizione al Senato il direttore generale dell’Ispettorato del Lavoro, Paolo Pennesi, «in precedenza Foodora pagava i collaboratori 6,5 euro l’ora, mentre adesso dà 3 euro per ogni servizio prestato».

Foodora

Tolti i contributi, i ragazzi che approfittano di questo lavoretto per guadagnare qualche euro vengono remunerati 2,7 euro a recapito con cui devono ripagare anche la manutenzione di bici e scooter che utilizzano per le consegne e i costi dello smartphone (un’App li avvisa di rendersi immediatamente disponibili alla consegna). Foodora è una multinazionale tedesca e funziona in maniera semplice: un esercizio di ristorazione che vuole ampliare la propria attività al take away si iscrive alla piattaforma Internet che mette in collegamento clienti e ristorante. Una volta inviato l’ordine viene contattato il fattorino di zona che dovrà consegnare entro 30 minuti: il rischio di non consegna o di ritardo è tutto a carico di Foodora che, per l’appunto, si rivolge ai rider.

Si tratta di una prestazione in regime libero professionale che assomiglia, però, a quella dei vecchi co.co.co., ha sottolineato Pennesi nel corso dell’audizione. Così come va sottolineato che la stessa Foodora avverte i propri collaboratori che questo tipo di lavoro non è da considerarsi come un’occupazione a tempo pieno e, dunque, gli stessi rider devono moderare le proprie pretese. L’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, presidente dell’«Associazione Amici di Marco Biagi» incolpa il Jobs Act che «ha cancellato i contratti a progetto per soddisfare le pance ideologizzate facendo così riemergere le ben più sregolate collaborazioni» ricordando che «nei vecchi contratti a progetto si applicava il riferimento ai contratti collettivi dei lavoratori subordinati più prossimi per stabilire il corretto compenso».

Il comico Maurizio Crozza nella sua trasmissione se l’è presa con il premier Matteo Renzi incolpandolo di aver incoraggiato lo sfruttamento dei lavoratori con il Jobs Act. Ma possiamo liquidare la questione con la satira? No!. Allora partiamo dagli assunti dell’azienda: questo non è un lavoro vero e proprio ma un lavoretto, cioè un gig. È un tipo di economia che vi abbiamo descritto con le parole dell’antropologa Tatiana Mardare. Anche a Londra quando Foodora ha cambiato il metodo di remunerazione si sono registrate le stesse proteste e si sono avute le medesime risposte: se durante un’ora di lavoro si eseguono tre o più consegne si guadagna più di prima (cioè 9 euro anziché 6,5).

Pasquarella

Alcuni «contestatori» si sono lamentati del fatto che l’accesso all’App sarebbe stato bloccati a chi ha espresso in maniera più forte degli altri il proprio disappunto. Se vi fosse un rapporto di subordinazione, sarebbe un ingiusto licenziamento. Ma in questo caso stiamo parlando di una prestazione d’opera: dunque il committente è libero di rivolgersi a chi ritiene più economico e affidabile. Come faremmo noi con un «imbianchino della domenica» (cioè chi lo fa come secondo lavoro e non professionalmente).

Sono circostanze che vanno ben spiegate perché molti critici (e forse lo stesso sacconi) hanno confuso la gig economy con la sharing economy, cioè l’economia della condivisione. Quest’ultima valorizza gli asset mettendoli in comune: è il caso di chi affitta una stanza o un appartamento della propria casa tramite Airbnb o altre piattaforme (salvo accertamenti dell’Agenzia delle Entrate per esercizio abusivo dell’attività alberghiera o di affittacamere e conseguente evasione fiscale). Quella di Foodora è old economy, il fattorino infatti è un mestiere antico.

Solo che oggi la tecnologia consente di ottimizzare il costo del fattorino, permettendo a un’impresa di pagarlo solo quando ve ne sia effettivo bisogno. Questo, però, rende il fattorino non più un fattore della produzione (scusate il gioco di parole) ma un compartecipe del rischio stesso dell’impresa. Se nessuno ordina, il fattorino non viene pagato. Ve ne avevamo già parlato quando abbiamo messo in relazione la produttività e il costo del lavoro. E anche quando vi avevamo spiegato che se non è qualificato (e il fattorino non è un lavoratore qualificato (ance se qualche laureato disoccupato sicuramente arrotonda così), il lavoro si svaluta.

Ecco perché abbiamo deciso di approfondire la questione con gli esperti che con Wall & Street hanno affrontato più volte queste tematiche: il digital champion Alessandro Curioni per i risvolti tecnologici della vicenda, l’esperto di politiche del lavoro Angelo Pasquarella per le sue implicazioni organizzative e il consulente Ict Francesco Varanini per osservare il fenomeno nel suo complesso.
Nel mondo flessibile della nuova economia l’elettronica detta i ritmi, l’accesso al lavoro e la disponibilità al lavoro.

«Questo significa che il contratto tra il lavoratore e l’impresa si perfeziona di volta in volta sulla base dell’incontro in termini di tempo del lavoratore e dello sviluppo rispetto al mercato che l’azienda riesce ad avere. Tutto governato da un’App», spiega Angelo Pasquarella, amministratore delegato di Projectland ed esperto di sociologia del lavoro. Nel caso di specie siamo di fronte a lavori ad «alta fungibilità», lavori che cioè possono essere svolti da tutti senza un particolare addestramento o professionalità.

Francesco Varanini

«La fungibilità determina il compenso e quindi la concorrenza tra lavoratori è spietata e il compenso basso», aggiunge ricordando che «questo modello è però presente anche in attività ad altissimo valore aggiunto». Un esempio per tutti è il mercato dei Project Manager professionisti. Si tratta di coloro che vengono chiamati da imprese allo scopo di seguire un progetto ad esempio di ristrutturazione aziendale o di M&A. L’azienda non assume stabilmente persone per gestire un progetto poiché non serviranno più quando sarà finita la ristrutturazione oppure la fusione tra due imprese.

In questi casi siamo di fronte a compensi ricchi nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, ma il meccanismo è lo stesso. Questo è il futuro che ci aspetta? Per una parte del mondo del lavoro sicuramente sì. «Il modello industriale, basato sulla ripetizione, il lavoro dipendente e di conseguenza sulla stabilità, è attaccato sia dalla robotica che dalla burotica e dalla delocalizzazione in Paesi a basso costo di manodopera», conclude. Difficile tornare indietro. È giunto il momento di trovare un nuovo equilibrio, nuove regole e nuovi sistemi per gestire la complessità emergente del mondo del lavoro? Forse è il caso di pensarci…

Secondo Francesco Varanini, consulente in ambito Information & Communications Technology, già docente dell’Università di Pisa e autore del libro Macchine per pensare, «le tecnologie in questo caso sono innocenti» perché «ogni rapporto di lavoro si fonda su un patto e quello che i lavoratori di Foodora hanno firmato scambia bassa retribuzione con la libertà di lavorare quando si sceglie di farlo, e di non veder la propria vita invasa dal lavoro; nell’accettare l’impiego, i lavoratori sapevano a cosa andavano incontro».

In un altro libro (Contro il management) Varanini ha inoltre spiegato che «oggi il manager non lavora per la qualità del prodotto o per la soddisfazione dei clienti, altrimenti sarebbe interessato alla qualità del lavoro e alla buona remunerazione del lavoratore; il manager lavora, in realtà, per un solo portatore di interessi: per un investitore che si aspetta un profitto almeno pari al risultato di una qualsiasi altra speculazione finanziaria». All’investitore finanziario non interessa se l’azienda consegna pizze o costruisce automobili.

Né interessa se quell’azienda sarà viva o no tra due o tre anni. All’investitore interessa solo l’immediato rendimento dell’investimento. «E dobbiamo ricordare anche che la prevalenza della finanza sull’economia produttiva è una regola globale. Vale a livello planetario, senza scappatoie». Ci sono imprese che, pur in questo contesto, puntano sulla qualità del prodotto e del servizio e si impegnano a mantenere viva l’azienda nel tempo. Così operando, offrono garanzie anche ai lavoratori. Altre imprese nascono disposte a comprimere le retribuzioni o a tagliare costi di lavoro o a chiudere l’attività al primo vento della finanza, o al primo accenno di difficoltà. «Ogni lavoratore accorto sa bene in che tipo azienda stia lavorando», conclude.

Alessandro Curioni

Sostanzialmente è bastato un click per tagliare fuori dalla pianificazione delle attività due operatori. «Nella mia veste di esperto di sicurezza posso rilevare come quel click poteva, teoricamente essere fatto da chiunque», commenta Alessandro Curioni, Alessandro Curioni, consulente in materia di sicurezza e presidente di DI.GI. Academy. Se un oggetto o un sistema è raggiungibile attraverso la Rete, potenzialmente chiunque può arrivarci. Molti operatori economici sono soggetti ai rischi di malfunzionamenti o violazioni dei sistemi informatici.

Nell’immaginario collettivo tutti pensiamo a banche, assicurazioni e comunque attività economiche in cui l’oggetto dell’attività può essere dematerializzato. Scopriamo oggi, che il fattorino che ci consegna la pizza potrebbe essere dirottato se qualcuno riuscisse a prendere un controllo di ben precisa app. Lo stesso pirata potrebbe inibire ai collaboratori la possibilità di inserire a sistema le proprie disponibilità. Peggio ancora potrebbe deliberatamente modificarle con il risultato che nessuno sarà al posto giusto nel momento giusto.

«Potenzialmente basta pochissimo per mettere in ginocchio una azienda moderna. Come potrebbe reagire il management di un operatore di questo genere se qualcuno inventasse un ransomware, virus informatico che crittografa i dati dei sistemi e chiede un riscatto per riportare le informazioni in chiaro, fatto apposta per la sua app? Non siamo qui per discutere se le politiche del lavoro degli imprenditori siano eque. C’è un governo e migliaia di giuslavoristi pronti a commentare.

La nostra domanda è diversa: tutte le aziende che hanno modello di business che utilizza le nuove tecnologie come vantaggio competitivo hanno pensato a quanto è fragile il sistema? Se quella App risulta inutilizzabile non per due “allontanate”, ma per tutti i collaboratori, quale è il piano B? Sono certo che hanno ben chiaro il problema e hanno già in essere delle contromisure. Almeno lo spero, altrimenti i posti di lavoro 2.0 che andrebbero persi sarebbero molto più di due e un certo tipo di iniziative imprenditoriali dimostrerebbe una considerevole miopia», conclude.