lunedì 17 ottobre 2016

Foodora e gli altri: i mille volti della “gig-economy”

La Stampa
federico guerrini

Come Uber, non si tratta di sharing economy ma di economia on demand. È un settore in divenire, dove convivono regole e modelli diversi, e non è sempre facile distinguere buoni e cattivi



È la notizia che tiene banco in questi giorni: lo sciopero dei fattorini della startup Foodora, pagati 2 euro e 70 centesimi a consegna. È come se si fosse rotta una corda tesa da tempo: proporre a dei lavoratori di smazzarsi chilometri in bicicletta per una paga così miserevole, ha fatto saltare il tappo sulle contraddizioni della “sharing economy”.

Chiariamo subito: parlare di sharing economy per Foodora (come per Uber) è improprio. Più corretto sarebbe parlare di gig-economy o economia on-demand. Però, un po’ come accaduto per il termine hacker (usato spesso in senso malevolo al posto del più corretto cracker) l’espressione è entrata nell’uso comune per indicare tutti quei lavori proposti da piattaforme di intermediazione digitale, caratterizzati retribuzioni spesso assai basse e assenza di garanzie, ma anche dalla possibilità di potersi organizzare autonomamente e scegliere quanto e quando lavorare.

L’autista di Uber o il fattorino di Foodora sono solo i casi più noti, ma ce ne sono molti. Alcuni anche paradossali. Giovanni Prati ad esempio, nei giorni di Expo Milano faceva l’autista di risciò. Pedalava scarrozzando turisti in giro per la città su un mezzo che esibiva uno striscione pubblicitario. «In pratica un privato pagava per mettere la pubblicità sui risciò e il driver andava in giro per Milano e in teoria non poteva trasportare nessuno.

In realtà noi lo facevamo, perché la legge non lo proibiva, c’era semplicemente un buco – racconta». Il paradosso è che finché era tutto in nero, il sistema in qualche modo funzionava. «Portavo a casa anche 100 euro al giorno se trovavo il turista giusto – spiega Giovanni - E mi tenevo tutto io, senza scontrino, senza fattura, senza nulla. L’imprenditore che possedeva i risciò guadagnava con la pubblicità e prendendo 10 euro ad affitto mezzi da noi driver tutti i giorni».

Questo accadeva prima dell’Expo. Poi il servizio viene segnalato e temporaneamente sospeso, in attesa di chiarirne gli aspetti normativi. Quando riapre, regolarizzato, le condizioni sono diverse. Ora i driver vengono pagati a voucher, un compenso fisso di 39 euro lordi al giorno, indipendentemente dal numero di trasporti effettuati. «Io ne facevo molti, sempre più di 5 al giorno, perché odio stare fermo. E arrotondavo con le mance – dice Giovanni». Quindi attorno agli 8 euro a trasporto, non moltissimo, ma nemmeno a livello infimo. «Ma c’era gente che stava seduta a fumare tutto il giorno che i 39 lordi gli andavano benissimo. L’obiettivo dell’imprenditore, da quello che ci diceva, era in futuro di passare a un pagamento a cottimo, a trasporto».

Quella di Giovanni e dell’azienda per cui lavorava, quindi, è una vicenda molto diversa da Foodora, pur appartenendo allo stesso filone della gig-economy; una vicenda in cui è molto più difficile distinguere buoni e cattivi. I riflettori del resto si sono accesi sulla startup di consegna cibo a domicilio tedesca ma in quasi tutte le aziende di quel settore la condizione è molto simile sotto il profilo dell’assenza di inquadramento previdenziale e assicurativo (da malattie e simili) dato che i fattorini non sono considerati dipendenti e, sottolineano le società, «possono scegliere liberamente se effettuare una consegna o meno».

Quello che cambia, un po’, sono i compensi e il tipo di rapporto che si stabilisce con il collaboratore. Foodracers, una startup di Treviso molto attiva in Triveneto, ad esempio, afferma di fare semplicemente da tramite fra i clienti che vogliono ordinare e i fattorini. I fattorini infatti vengono pagati direttamente dal cliente, e il compenso può variare da un minimo di 2,5 euro a 6 euro, a seconda della distanza. Deliveroo (come del resto altre startup) sul sito istituzionale, non fornisce i compensi dei fattorini, che dovrebbero comunque aggirarsi attorno a 7 euro orari. Nel Regno Unito però, dove la startup è nata, sta gradualmente cambiando politica, avvicinandosi al modello Foodora, passando da un pagamento orario di 7 sterline (più una per la consegna) a un pagamento a cottimo di 3,75 pound a spedizione.

Fatte le debite proporzioni e considerando il costo della vita di Londra, dove è in corso un test col nuovo sistema, un ammontare non molto diverso da quanto proposto da Foodora in Italia. Che, per cercare di calmare gli animi e sedare la protesta, ha aumentato i compensi a cottimo da 3 a 4 euro lordi.