lunedì 17 ottobre 2016

Filadelfia 1926-2016, I novant’anni dello stadio del mito

La Stampa
gian paolo ormezzano

Riti e ricordi del Grande Torino che conquistò l’Italia



Lo stato attuale dei lavori del glorioso stadio del Grande Torino in via Filadelfia
È molto difficile scrivere del Filadelfia, che ri-ri-ri-rinasce domani con una cerimonia particolare, molto «parlata», senza provare commozione ed emozione, nel caso (come di chi scrive) felice e comunque prezioso di tanti ricordi e di sentimenti vissuti alla grande su quegli spalti. È persino facile sorridere (per qualcuno, arido, addirittura ridacchiare) pensando alle acrobazie eseguite da persone giuste e no intorno al contorto e cangiante progetto di ricostruzione, diluito per anni e anni fra ipotesi di dismissione, rifacimenti provvisori e parziali, abbandoni lunghi e ricorrenti di idee e di speranze, sino alla demolizione dell’impianto. Una gran folla di tifosi dolenti, appassionati roventi, presidenti granata sinceri, presidenti calcolatori, giornalisti sapienti, architetti rampanti e gnomi parlanti si è accalcata intorno al Fila, e poi alle sue macerie, sino a che finalmente si è fatto sul serio, et voilà, ci siamo quasi.

Le date principali calcioedilizie sono queste: 17 ottobre 1926 inaugurazione, Torino-Fortitudo Roma amichevole 4 a 0, 15.000 spettatori; 15 maggio 1963 ultima partita, Torino-Napoli 1 a 1; 19 luglio 1997 demolizione definitiva. Lo stadio, che era arrivato ad ospitare 30.000 persone ottimamente insardinate fra gradinate e tribuna in legno e ghisa, che aveva patito i bombardamenti, che aveva vissuto una partita con sparatoria fra partigiani e repubblichini, si era ammalato di fisiologico degrado progressivo, complicato anche da occupazioni abusive, uomini e gatti e cani, e intanto rallentato da sacrifici di persone speciali: guardiane simpatiche e devote, e poi grandi teneri pulitori volontari di erbacce eccetera (gli «angeli del Fila», vennero giustamente chiamati), e anche tifosi che compravano mattoni per finanziare i lavori, e televisioni che visitavano, ricordavano, proponevano. Ad un certo punto l’impianto fu scoperto anche come posto pericoloso di amianto, ne sa qualcosa l’allora sindaco Diego Novelli, granata vero. Puntuali anche i riferimenti alla nemesi cosmica, che ora si dice sfiga: quando il Toro lasciò il Fila per il Comunale andò, prima volta, in serie B.

Sono stati mantenuti in piedi precari pezzi/testimoni del Fila, parenti stretti dei ruderi. Sono state organizzate assisi di popolo granata sull’erba calpestata da Valentino Mazzola. Sono stati annunciati ed anche stilati e poi disfatti infiniti progetti dall’ascetico al faraonico. Intanto quelli che avevano visto giocare al Fila il Grande Torino imbattuto per cento partite diventavano pochi, la falce del tempo li toglieva di mezzo. Chi scrive ha visto tutte quelle partite in cambio, con il padre, di nessunissima assenza a scuola, cose da poveri matti di una volta, e si rammenta anche di esodi di informatori da una porta all’altra, magari per far sapere, da dietro la rete, al portiere ospite cosa stava intanto facendo sua moglie. Il Fila non sarà mai più quello di prima, ma sta per essere consegnato al culto dei tempi nuovi qualcosa di degno. A chi tiene uno di quei mattoni, da sottoscrizione o da demolizione, come reliquia, offriamo Brecht esule, che diceva: «Io sono quello che con sé porta sempre un mattone per mostrare al mondo come era stata un giorno la sua casa».