mercoledì 26 ottobre 2016

È giusto pagare bene i parlamentari

La Stampa
francesco bei

È passato poco più di un secolo da quando in Italia si è affermato il principio che un parlamentare deve essere pagato per quello che fa. Un’idea rivoluzionaria ai tempi in cui venne concepita, anni in cui - la coincidenza non è casuale - si allargava il suffragio a tutti i cittadini maschi indipendentemente dal loro censo. Normale e anche giusto dunque che, a un secolo di distanza dalla sua introduzione e a cinquant’anni dalla legge che ne disciplina le modalità operative, la Camera rimetta mano e modernizzi il sistema di pagamento delle indennità ai suoi appartenenti. È quello che impegnerà l’aula di Montecitorio in questa settimana. 

Ma se ce ne stiamo occupando è anche perché la questione dei costi della politica e dell’indennità parlamentare è diventato oggetto di scontro contundente tra Movimento cinque stelle e Pd. Anzi, di tutta la riforma costituzionale su cui saremo chiamati a votare il 4 dicembre, nonostante tonnellate di articoli e migliaia di ore di confronti tv, alla fine l’unica cosa che scalda il confronto è proprio quella dei costi della politica. L’ha capito benissimo Matteo Renzi. E l’ha compreso ancor meglio Beppe Grillo, al punto da annunciare la sua calata a Roma oggi quando inizierà la discussione delle proposte di modifica della diaria. Intendiamoci, nulla di male a voler razionalizzare. La proposta dei cinque stelle, al pari delle altre quattro di altri partiti, non è da demonizzare.

Come forse non tutti sanno, la retribuzione dei deputati è legata a quella di presidente di sezione della Corte di Cassazione. E il tratto comune dei progetti su cui discuterà la Camera è proprio quello di sganciare la paga dei parlamentari da quella degli alti magistrati e legarla ad altri riferimenti: i deputati europei, i sindaci delle grandi città oppure la retribuzione dei professori universitari. Benissimo, si accomodino. Come pure nessuno avrebbe da obiettare ad altre novità di buon senso, come l’introduzione di una carta di credito «aziendale» su cui obbligatoriamente far transitare tutti i pagamenti del deputato, in modo da poterli controllare con precisione; oppure l’intervento di un agente esterno come la Corte dei conti per vigilare contro possibili malversazioni. 

Tuttavia è bene chiarirsi. Se non vogliamo tornare ai tempi del deputato-contadino Pietro Abbo, che ai primi del ’900, non avendo appunto la diaria, era costretto a dormire sul treno Roma-Firenze perché non poteva permettersi di dormire nella Capitale, dobbiamo accettare l’idea che il parlamentare venga pagato per il suo lavoro. E va pagato anche bene, perché è un lavoro difficile, delicato, non alla portata di tutti, una vera missione se inteso correttamente. Non è un dopo-lavoro, è - o dovrebbe tornare a essere - una riserva per persone appassionate che non stanno lì dentro, come confessò pochi anni fa un celebre sottoprodotto della cattiva politica, solo per farsi «li c...i suoi». 

Quindi alla domanda se devono essere pagati di meno o persino di più, la risposta non può che essere un’altra domanda: dipende, per fare cosa? I grillini arrivarono in massa in Parlamento nel 2013 con l’intento di aprirlo come una scatoletta di tonno. In breve si accorsero di una verità lampante a chi frequenta da qualche anno quei corridoi: il tonno non c’era più, altri gatti se l’erano mangiato da tempo. Il Parlamento sembra diventato un attrezzo inutile per i tempi veloci che viviamo. Il potere vero risiede altrove, nei centri finanziari mondiali, nelle multinazionali, a Pechino magari o a Mosca, quel poco che resta di sovranità nazionale se la tiene stretta l’esecutivo.

Ma anche chi siede a palazzo Chigi capisce subito che la stanza dei bottoni non esiste. Dunque proprio chi dice di avere a cuore la sovranità popolare, che non ha altri luoghi di espressione se non il Parlamento, dovrebbe tutelare per primo la dignità della funzione di rappresentanza e avere interesse a non esporla ulteriormente al pubblico ludibrio. Giusto essere sobri, giusta la rendicontazione. Ma se vogliamo i migliori in Parlamento è indispensabile pagarli bene. Nessuno si farebbe operare al cuore da un chirurgo low-cost: se vogliamo evitare infarti alla Repubblica, dovremmo evitare anche il deputato con lo sconto.