venerdì 28 ottobre 2016

Dopo Goro, anche a Bitonto scoppia una rivolta anti-migranti

Luca Romano - Ven, 28/10/2016 - 11:14

A San Giuliano di Puglia proteste per l'arrivo degli immigrati nelle casette in legno costruite dopo il terremoto del 2002: "Così non va bene"



La protesta contro i profughi divampa da Nord a Sud, infiammando lo Stivale.

Dopo Gorino, la frazione nel paese ferrarese di Goro dove gli abitanti hanno respinto i richiedenti asilo con barricate per le strade, anche in Puglia scoppia un nuovo caso di rivolta contro i migranti in arrivo nei centri medi e piccoli. Questa volta è Palombaio, frazione di Bitonto, a finire nell'occhio del ciclone. In questo paese di tremila anime in provincia di Bari sarebbero dovuti arrivare ventisette migranti: ma come spiega il Fatto Quotidiano, la coop responsabile dell'accoglienza ha rinunciato ad ospitare i migranti dopo le proteste di sindaco e cittadini.

"Non vogliamo essere chiamati razzisti, non è questo il punto – spiega una signora del luogo– è una questione di sicurezza, lei le ha mai viste le istituzioni qui? Siamo pochi noi, loro diventeranno tanti – racconta una donna -, non c’è una guardia medica, non c’è una farmacia, qui a Palombaio non c’è nulla per noi, figuriamoci per loro”.

Anche il sindaco di Bitonto Michele Abbaticchio ha bloccato il progetto di accoglienza in una villetta a due piani per presunte irregolarità procedurali - che però vengono smentite dalla coop interessata. Che dal canto suo spiega di "non sentirsela di continuare in questo clima", preferendo trovare una sistemazione alternativa in un altro paese. Nella vicina San Giuliano di Puglia ha fatto scalpore anche il trasferimento di cinquecento migranti nelle casette in legno costruite dopo il terremoto del 2002. I moduli costruiti quattordici anni fa dalla Protezione Civile sono attualmente abbandonati, ma la ditta che ha vinto il bando per ospitare i migranti dovrebbe rimetterle a nuovo.


Il sindaco di Vigevano: "Protestate contro l'arrivo degli immigrati"

Ivan Francese - Ven, 28/10/2016 - 09:40

Il primo cittadino di Vigevano si scaglia contro la prefettura e invoca proteste clamorose: "Manifestate il dissenso all'arrivo dei migranti"



Dopo Goro, Vigevano. Potrebbe essere la città viscontea in provincia di Pavia il prossimo epicentro della protesta contro i trasferimenti di richiedenti asilo da parte delle prefetture.

Questa volta a guidare la rivolta sarebbe addirittura l'amministrazione municipale, furibonda per l'arrivo, martedì scorso, di sedici africani fra i diciotto e i vent'anni, sistemati in una palazzina privata. A scatenare le ire della giunta guidata dal sindaco Andrea Sala, però, sarebbe la mancata comunicazione da parte delle autorità competenti.

Il sindaco ha così convocato una seduta consigliare d'urgenza per protestare contro il silenzio della prefettura. Secondo l'edizione milanese del Corriere della Sera, però, il Comune sarebbe stato informato ma avrebbe espresso la propria contrarietà.

Questo non ha però impedito al sindaco di lanciare un appello a tutta la popolazione di Vigevano a "manifestare il proprio dissenso all'arrivo dei migranti". Dissenso che per ora si è limitato a qualche protesta su Facebook e a un (poco frequentato) presidio organizzato sotto un gazebo piazzato davanti al centro d'accoglienza. Ma per il futuro non si escludono manifestazioni anche clamorose.


Da Goro riparta la voglia di essere italiani, contro le élite che violentano i popoli 

Emanuele Ricucci


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I fatti di Goro sono sintomo di un’Italia morente ma non ancora putrescente. Da non sottovalutare. Da non ridurre a capriccio di qualche italiano viziato che gioca a fare i moti del ’48, la ribellione, come il totalitarismo del bel pensiero vorrebbe far credere. Quella stessa che Renzi disconosce: “L’Italia che conosco li accoglie”. Presidente, sarebbe un onore non conoscerla, non averla mai conosciuta; lei e la sua banda governativa. Ci creda.

I fatti di Goro non rappresentano un vizietto da borghesucci europei tanto ricchi quanto stupidi. Non sono l’alba dei morti viventi. Diventano una necessità, una reazione di popolo. Popolo, quell’ex amante delle sinistre governative nostrane che non vogliono più vedere, con cui hanno chiuso i rapporti. Goro è Italia, consapevolmente Italia, non casualmente. Goro è fronte e frontiera non contro l’immigrato bensì avversa a chi ha legittimato questo disastro politico, civile, umanitario. È barricata contro la politica dell’estrema accoglienza e della sostituzione – della “grande sostituzione accennando a Renaud Camus -, della mescolanza a scopo di marketing.

È logica e naturale reazione. Reazione che, però, non innesca un cambiamento. Mostra i denti degli italiani stanchi ma si ferma lì. Una reazione inattesa da un popolo che si pensava assopito e rincoglionito dalla avances delle élite, tornate viscidamente alla carica peggio che nell’Europa della Belle Epoque. Avances che trasformano i più basilari principi d’amor patrio in disgrazia universale, i confini in limiti fisici, l’identità in limite mentale. Italiano è fuori moda,

coinquilino – di un mondo senza barriere -, no borders come gli piace definirlo, è l’avanguardia della civiltà. Élite che “perdono il contatto con i popoli”, per dirla con Alessandro Meluzzi, che “stanno violentando la volontà dei popoli”. Elite che confondo volutamente, diritti, doveri e ideologia. I doveri dello Stato, i diritti degli italiani e l’ideologia alla base dell’egemonia culturale dominante che regola i rapporti e condanna streghe a seconda di come il premier e la sua banda del progresso si alza la mattina, a seconda, ad esempio, della chiamata di Bruxelles. Élite che aberrano il razzismo e secondo il principio descritto poche parole fa, lo mischiano con una missione di Stato, lo praticano nella forma più subdola e meschina.

Per il prefetto Morcone “a Goro devono vergognarsi”, per Alfano “quella non è Italia”, per il sindaco di Firenze Nardella andrebbero sanzionati i Comuni che si rifiutano di accogliere. Eccola, la nuova aristocrazia imperialista, la nuova “classe”, dotata di un titolo comprato su ebay, mai passato per le matite della gente. Élite che genera questi figli; figli di quei padri che rovesciarono sui binari il latte per confortare la breve esistenza dei piccoli di quegli italianissimi profughi che fuggivano dai proiettili, dagli stupri e dalle torture di Tito, che scappavano dalla morte nelle foibe.

Le barricate di Goro dovrebbero avere un significato mitopoietico, in questa Italia piatta, plastica, prevedibile e arrendevole. Qui dovrebbe nascere l’archetipo. Ben più di una riduzione a fatto di cronaca. Il villaggio si difende. Il villaggio non si fa schiacciare dalla morsa dell’informazione di massa, né dalle minacce dell’oligarchia. Le barricate di Goro dovrebbero generare comunità di rinforzo, dovrebbero risollevare l’orgoglio. Le barricate di Goro andavano sostenute.

Non commentate. Errore di questa misera epoca che tutti commettiamo, io in primis scrivendo queste righe. Andavano sostenute fuori dalla virtualità, di persona, per tornare a nutrire la società di simboli, dovevano divenire emblema di un’Italia che non si arrende, non stupida come i feudatari del progresso vorrebbero far credere, capace di sputare bava e rabbia, di spaccarsi i denti digrignandoli, di mettere un legno sopra l’altro non contro i migranti ma contro chi disprezza l’Italia e gli italiani.

Anche in Francia “lo sgombero della Giungla di Calais ha generato tante piccole Goro”, come scrive Giovanni Masini sul Giornale: “sotto le insegne del “Liberté, Egalité, Fraternité”, migliaia di francesi sono scesi in piazza per protestare contro l’arrivo dei migranti nei loro Comuni. A Saint-Brevin-Les-Pins, alle foci della Loira, seicento persone hanno già sottoscritto una petizione per impedire l’arrivo di cinquanta migranti inviati dal governo di Parigi. Al villaggio borgognone di Chardonnay, da cui prende il nome il celebre vitigno e dove abitano appena duecento persone, sono stati assegnati cinquanta richiedenti asilo: in questo caso i cittadini hanno appreso dal trasferimento dai giornali. 

Proteste assai più violente si sono registrate a Loubeyrat, in Alvernia, dove un centro per rifugiati è stato dato alle fiamme nella notte di domenica. Ad Arès, nella Gironda, e aForges-Les-Bains, nei pressi di Parigi, le strutture di accoglienza sono state prese di mira dai vandali. Non più tardi di settimane fa una struttura destinata ad ospitare dei profughi è stata presa a fucilate durante la notte a Saint-Hilaire-du-Rosier, nel dipartimento dell’Isère. A Pierrefeu, nelle Alpi Marittime, e ad Allex, nella Valle del Rodano, i cittadini sono scesi in piazza per scongiurare l’arrivo dei migranti della Giungla

Allora, da questa esemplificativa suggestione, volutamente scelta e posta, nasce una domanda che incarna una speranza: si può pensare che l’Europa potrà ripartire dalle necessità che accomunano i popoli delle sue terre anziché dai grandi principi che, evidentemente, non li legano più, ormai ridotti a carne da macello elettorale? Necessità di democrazia e libertà, di alzare la testa? Potrà ripartire, l’Europa, non da una moneta, non da un inno o da una bandiera, non da una legge sulla pesca ma da piccole, inestirpabili cellule d’identità territoriale?

“L’Italia che conosco li accoglie”. Presidente Renzi, sarebbe un onore non conoscerla, non averla mai conosciuta. Se amare questa terra benedetta è fuori legge, sono fiero di essere un bandito.


Montegrotto, sindaco minaccia di denunciare mamme anti-profughi
Giovanni Masini - Ven, 28/10/2016 - 12:10

Il primo cittadino di Montegrotto Terme si scaglia contro un gruppo di donne che protestano per l'arrivo di 15 migranti



Il caso di Goro fa discutere. In tanti piccoli borghi d'Italia la popolazione si divide sull'accoglienza ai profughi, fra chi è disposto ad aprire le porte e chi non vuole i migranti nel proprio Comune. L'ultimo caso arriva da Montegrotto Terme, nella provincia di Padova. Nella cittadina euganea un gruppo di donne ha iniziato a protestare contro il (presunto) arrivo di un centinaio di profughi in città. Chiacchiere scambiate all'uscita da scuola dei figli, timori per eventuali malattie, voci incontrollate.

Voci che hanno scatenato l'ira del sindaco Riccardo Mortandello, 35 anni, "socialista libertario" secondo la definizione che si è dato da solo, in carica da giugno. Al primo cittadino proprio non è andata giù quell'alzata di scudi contro i quindici (queste sono le cifre ufficiali, ndr) profughi in arrivo.
Tanto da andare allo scontro con le madri più "arrabbiate", minacciando azioni legali contro chi spargesse la voce su presunte epidemie portate dai profughi. "Io ho preferito aderire al programma Sprar accogliendo quindici migranti - spiega il primo cittadino al Giornale.it - Piuttosto che adottare una linea dura e poi ritrovarmi con i richiedenti asilo inviati dalla prefettura che arrivano di notte all'insaputa mia e dei cittadini."

Ma per chi "semina odio" c'è tolleranza zero: una mamma che si era rivolta al sindaco per mail paventando epidemie di tubercolosi e malattie sessuali è stata diffidata ufficiosamente, ma il primo cittadino chiarisce che "il procurato allarme resta pure sempre un reato e io come pubblico ufficiale ho il dovere di avvertire queste persone che se dovessero insistere potrebbe scattare la denuncia".
A Montegrotto i profughi arriveranno. Questa è una certezza.