giovedì 20 ottobre 2016

Di Maio: “Restituisco metà stipendio”. Ma i dati ufficiali lo smentiscono

La Stampa
jacopo iacoboni

Non si placa la rivolta, anche le spese di Di Battista sono alte . Il senatore Morra: “Tutti spendiamo, ma tutti dobbiamo farlo con sobrietà”



Nel «Comunicato politico numero quarantacinque» sul blog, quando ancora i cinque stelle vivevano di radiosi ideali, Beppe Grillo scrisse la regola sui soldi nel Movimento: «Ogni eletto percepirà un massimo di tremila euro di stipendio, il resto dovrà versarlo al Tesoro, e rinunciare a ogni benefit parlamentare, iniziando dal vitalizio». Fine. Da un’analisi delle spese dei leader del Movimento - Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista - resa possibile grazie al fatto che loro stessi pubblicano le loro note su tirendiconto.it, possiamo affermare che invece, tra indennità e rimborsi, le due star percepiscono una media superiore ai diecimila euro al mese. In alcuni casi, viaggiano sui 12mila, o 13mila.

Gli inviti alla sobrietà dall’interno
La rivolta sui comportamenti di Di Maio è del tutto in corso, se persino un moderato come Nicola Morra ieri scriveva: «Tutti abbiamo spese per sostenere sul territorio eventi che riteniamo necessari per veicolare i contenuti di cui ci facciamo alfieri, però tutti siamo chiamati a farlo con la dovuta sobrietà». Tutti. Così, all’aspirante leader, per rispondere alla contestazione - mossagli dall’interno del gruppo parlamentare sui 108mila euro extraindennità spesi per «eventi sul territorio» - è stato generosamente messo a disposizione il blog.

E lui vi ha scritto: «Ho restituito ai cittadini italiani in tre anni e mezzo 204.582,62 euro. (...) Da quando sono stato eletto deputato e poi vice presidente della Camera avrei avuto diritto a stipendio aggiuntivo da vice presidente, stipendio pieno da deputato (di cui restituisco la metà), spese di rappresentanza, auto blu, telepass gratuito, cellulare di servizio, spese gratuite in tipografia, tutti i rimborsi spese che non uso e non rendiconto. Ma ho rinunciato».

La bugia
Non è vero però che avrebbe avuto diritto, perché la regola del Movimento era chiara e l’abbiamo citata. Una bugia fattuale è poi che Di Maio «restituisca la metà» dello stipendio pieno da deputato. A maggio, ultimo mese disponibile, ha restituito 1686 euro di quota fissa di indennità, su 4945 (intascandone dunque 3259: assai più della metà, i due terzi). Ma è sui rimborsi il capitolo più incongruente con le promesse: Di Maio spende 6732 euro restituendone appena 460. Ha dunque incassato e speso un totale di 9991 euro. Ad aprile ha restituito (tra parte fissa di indennità e rimborsi) 1843 euro in tutto, percependo e spendendone invece 13196. Sorvoliamo sui giustificativi vaghi: è vero che sono loro stessi a offrirceli, tuttavia nessuna azienda privata accetterebbe in nota voci generiche e senza pezze d’appoggio come le sue.

Anche Di Battista nel mirino
Né si può dire che Di Battista o altri possano dargli grandi lezioni. Dibba aggiorna di più: a giugno tra indennità e rimborsi incassa e spende un totale di 9564 (3187 più 6377). E a maggio un totale di 10030 (3202 più 6825). I grafici del sito maquantospendi.it sono impietosi: nel gruppo parlamentare M5S, la media, per la parte fissa di indennità, è 2782 euro (senza rimborsi, attenzione: perché la maggioranza ne spende tra i 6mila e gli ottomila), ma Di Maio è sempre sopra media, con 3200 euro. Nei bonifici di restituzione, invece, in due anni è quasi sempre sotto la media del suo gruppo (grafico consultabile qui: www.maquantospendi.it/spese/9/47/).
 
In tanti furono espulsi per molto meno
È il costo della politica, bellezza; e questa polemica non avrebbe senso: per tutti tranne che per il Movimento. I parlamentari espulsi dal M5S sono sempre stati espulsi usando l’accusa di soldi spesi e non ben rendicontat i. E Di Maio, che giustifica gli «eventi sul territorio» dicendo che «è una dicitura fittizia»? Lo dice Serenella Fuksia, ex M5S: «Diversi parlamentari addirittura non rendicontano da 9 mesi! Ricordo che per 4 mesi di ritardo, tra l’altro annunciati, motivati e documentati, la sottoscritta è stata esposta a pubblica gogna e con quella scusa espulsa». Massimo Artini fu addirittura espulso pur avendo prodotto tutti i bonifici: il clan voleva espellerlo per altri motivi, e lo cacciò comunque. 
In questa ipocrisia, fatta di menzogne fattuali da svelare una ad una, sta il peccato mortale di questa storia: non certe in spese del tutto legittime, per un parlamentare.