martedì 18 ottobre 2016

Addio macchina per scrivere, nel 1983 la rivoluzione dei computer

La Stampa
vittorio sabadin

“La Stampa” pioniera in Italia, arrivano i “cubi bianchi”. I giornalisti: e se sparisce l’articolo?



Quando nel 1978 i poligrafici de «La Stampa» cominciarono a lavorare su videoterminali elettronici, i giornalisti della redazione scrivevano ancora articoli e titoli come si era sempre fatto: si infilava un foglio nel rullo della macchina per scrivere, ci si accendeva una sigaretta e si cominciava. Ma chiunque andasse la sera in tipografia a «chiudere» le pagine, capiva che quell’organizzazione del lavoro non sarebbe durata a lungo. Se i giornalisti scrivevano su carta titoli e articoli che i poligrafici poi copiavano su di un videoterminale, sarebbe arrivato presto il tempo in cui i giornalisti avrebbero direttamente scritto loro su un computer, saltando un’inutile duplicazione di lavoro.

A «La Stampa» quel tempo arrivò nel dicembre del 1983, quando decine di cubi bianchi dotati di uno schermo verde e collegati da un filo a una silenziosa tastiera colorata, sostituirono sulle scrivanie l’operoso ticchettio delle macchine per scrivere. È impossibile immaginare oggi da quanta ignoranza fosse accompagnato all’epoca l’arrivo di un computer in un ufficio. Si trattava di macchine del tutto stupide, ma piene di incognite per chi aveva in casa al massimo un primitivo Commodore 64 con il quale giocava a ping-pong, non riuscendo a capire a che cosa altro potesse servire.

Proprio per gestire al meglio il delicato passaggio alle «nuove tecnologie», come venivano chiamate allora, «La Stampa» aveva istituito una commissione di studio, guidata dal caporedattore centrale Pierangelo Coscia, che aveva lavorato per cinque anni al progetto. Poiché nessun giornale in Italia aveva ancora affrontato la questione, la commissione era andata spesso all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, a visitare giornali come il «New York Times», il «Boston Globe», il «Philadelphia Inquirer», nei quali si era già cominciato a lavorare sui terminali Atex che «La Stampa» avrebbe adottato. Al ritorno, i colleghi interrogavano questi esploratori come se fossero appena arrivati da un mondo misterioso, pieno di insidie e pericoli. Quando si diceva loro che nessun giornalista americano avrebbe scelto di tornare alle vecchie macchine per scrivere, nessuno ci credeva.

Oggi a raccontarlo viene da sorridere, ma uno dei problemi principali fu quello di vincere le preoccupazioni dei redattori che, dopo avere scritto il loro articolo, lo vedevano sparire premendo il tasto «memorizza», e temevano di non ritrovarlo mai più. Ma c’erano altri aspetti più importanti da analizzare, come l’ambiente di lavoro, l’illuminazione della redazione, i potenziali rischi per la salute di molte ore passate davanti a un videoterminale. Un lavoro pionieristico che diede i suoi frutti, visto che «La Stampa» ospitò per mesi delegazioni di altri giornali italiani ed europei impegnati nello stesso processo, e che le garanzie poste a tutela dei giornalisti furono adottate dal sindacato nella prima stesura dell’articolo 42 del contratto nazionale di lavoro, quello dedicato alle innovazioni tecnologiche.

Il rovescio della medaglia fu la progressiva riduzione del numero dei poligrafici, avvenuta però evitando le soluzioni sbrigative e brutali che Rupert Murdoch avrebbe adottato a metà degli Anni 80 per i suoi giornali di Londra. Con l’adozione dei videoterminali in redazione arrivava anche la fine di una nobile e antica professione, la prima a pagare duramente il transito verso il mondo digitale nel quale oggi viviamo.