martedì 18 ottobre 2016

Addio al vampiro dell’Erario, il mostro burocratico più odiato

La Stampa
mattia feltri

Esultano gli onesti vessati, ma anche i disonesti



Buonanotte a tutti: da oggi si ricomincia a dormire fra i due guanciali, ricominciano gli onesti e forse anche i disonesti.

Equitalia non c’è più, e nemmeno una luce perpetua a risplendere in memoria. La Transilvania della nostra burocrazia perde il suo vampiro più assetato, come da racconti serali e anche un pochino mitologici di amici vessati. Circolavano storie surreali, raccontate sul divano del dopocena, di cartelle da due centesimi, di debiti inaspriti con tassi usurari del 45 per cento (caso di un tizio che doveva duemila euro spalmati su un rateo la cui somma, alla fine, faceva quasi tremila), di pendenze da estinguere in 3 mila e 84 comode rate, per un totale di duecentocinquantasette anni. Gli amici dettagliavano e dettagliano sugli agi e altre diavolerie, strumento di Equitalia per spillare ogni quattrino, goccia a goccia.

E poi le cartelle pazze, il lugubre jingle delle nostre esistenze di contribuenti, su cui alla fine l’agenzia ha dovuto ammettere: una su cinque è tale, e cioè una cartella senza significato, fondamento, logica. Gente cui toccava pagare il bollo di un’auto venduta lustri prima, tasse sui rifiuti di un’abitazione mai posseduta, solleciti per il canone Rai proprio a chi – i pochissimi – versavano il dovuto anno dopo anno.

Altro che referendum, Irpef, Irpeg, Iva, Matteo Renzi, Romano Prodi, Silvio Berlusconi: il mostro di quest’Italia moderna è stato Equitalia, con quel bel nome edulcorante anzi ossimorico. E che, diciamocela tutta, ha offerto l’alibi anche ai mascalzoni per i quali il 740 era una scocciatura da lasciare ai babbei, molto meglio filarsela in Bmw verso la Costa Azzurra. E però la cronaca di questi tempi è una cronaca di disperazione, di imprenditori morti suicidi con le mani statali al collo, di reazioni nei dintorni della follia fatte di bombe molotov all’uscio della riscossione, colpi di fucile, bombe a mano, buste esplosive, pacchi con polveri letali. Di messi aggrediti con la spranga.

Di manifestazioni come quella milanese di due anni fa, per attribuire a Equitalia la responsabilità dei centoquarantanove italiani che nel 2013 si sono ammazzati per motivi economici. Di inchieste giornalistiche, come una celeberrima di Report, per dimostrare che l’inflessibile e disumana macchina della cartella esattoriale era un po’ più flessibile con i partiti, le grandi aziende e gli imprenditori da rotocalco; e le inchieste giudiziarie che hanno spinto un gip a dichiarare «favoritismi e discriminazioni a tutti i livelli» nella gestione degli accertamenti e delle esecuzioni.

Equitalia non era solo un problema, ma un passaggio a porta vuota per ogni opposizione, che prometteva fiamme e spargimento di sale, non appena vinte le elezioni. Stavolta è successo davvero, evviva evviva. Perché non è servita a niente una sconclusionata operazione simpatia, attraverso surreali comunicati di discolpa, quando c’erano un pignoramento o una cartella decuplicata per una cacca di cane multata dieci anni prima, né computer omaggio alle scuole delle zone terremotate, né mirabolanti (e magari vere) storie di funzionari di Equitalia che impietositi pagavano il carrello della spesa all’operaio da 1200 euro mensili che aveva appena ottenuto una nuova rata sul debito. Il mostro è morto, abbasso il mostro.