martedì 25 ottobre 2016

Ada che resiste tra i grattacieli con il suo negozio d’altri tempi

Corriere della sera
di Giangiacomo Schiavi

Fra palazzi di archistar e moda c’è un negozio di Tecnoelettrica del ‘43 Un'insegna che resiste. «Segreti? Ai clienti bisogna parlare» dice la signora Ada, classe 1927

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A lla Bocconi, dovrebbero chiamarla alla Bocconi. Per una lezione su come resistere alla crisi e innovare in un settore condannato dagli ipermercati, dall’e-commerce e dalle tasse; per spiegare come fa a stare in piedi a Milano, nell’isola modaiola di corso Como, tra l’Hollywood, i grattacieli e la galleria Sozzani, un negozio d’altri tempi che vende spinotti, prese e cavi elettrici; per dire che si può entrare nel futuro anche con il cuore antico e il grembiule da sciura Maria.

Ai futuri manager, ai professionisti del marketing, a chi studia consumi e location, sarà utile sapere che dietro l’insegna gialla da «Milan veggia» che campeggia dal 1943 nella strada che pullula di giovani e turisti c’è un benchmark, una scuola, uno stile che fa la differenza. Dice che la qualità e la competenza possono diventare imbattibili se si abbinano al rapporto umano, alla cortesia, al grembiule azzurro indossato come una divisa da Ada Comoretto, classe 1927, la signora che da settant’anni difende un modo di essere e di fare il commerciante. Non chiede al cliente cosa vuole: gli domanda come sta.



Tecnoelettrica Comoretto. In questa Milano da copertina, molto digital, smart e glamour, sembra l’insegna di una specie protetta. Invece è un avviso ai naviganti, contro ogni affrettata rottamazione: si può integrare il nuovo mantenendo il vecchio. «Noi abbiamo la scuola dei primi tempi, spiega Ada Comoretto. A chi entra in negozio io dico ciao, buongiorno. Sorrido. Come va signora Gina? Ha risolto il suo problema? Viviamo nei disagi, sempre di corsa. Io cerco di levare qualche affanno mentre lavoro per esaudire una richiesta.

Mio padre diceva che con il cliente si deve parlare, bisogna conquistarlo, senza distinzioni di trattamento». Il principio di equità vale per chi compra una lampadina, per chi cerca il fusibile e per chi ordina una montagna di materiale elettrico. «Chi viene qui si sente considerato. Non guarda come sei vestito ma come lo tratti. Io e mio figlio facciamo chilometri ogni giorno per accontentare clienti, artigiani, imprese, architetti». Naturalmente ci vuole la sostanza. La qualità. Nel negozio di corso Como non manca. A Milano si dice: se non c’è dalla Comoretto non c’è da nessuna parte.

Dieci anni fa sembrava al capolinea. La zona era un cantiere infinito. Da una parte il parcheggio e la risistemazione della piazza, dove poi è arrivato Eataly. Dall’altra le torri di Cesar Pelli e il Bosco verticale di Boeri. Hanno chiuso per sempre un bar, la tabaccheria e una meravigliosa giocheria. Mancanza di clienti per la sosta impossibile. «Abbiamo stretto i denti. Noi vendiamo a gente che viene con il furgone. Se per cinque o sei anni non puoi parcheggiare, addio. Il bilancio è in perdita. Mio figlio Roberto ha avuto coraggio, ha tenuto duro». Le lusinghe della moda erano insistenti.

Le offerte per cedere il negozio, interessanti. Ma la Comoretto è come la Maginot: il negozio è la sua vita, la moda e l’happy hour non passano. Così, la resistenza ha vinto. Con la rinascita di corso Como è rinata anche la Tecnoelettrica. E lei ha avuto una rivincita che vale un Ambrogino: «Ci hanno chiamato alla Fondazione Prada, mio figlio ed io, per raccontare la nostra storia». Ospiti di un performer americano, Theaster Gates, un artista che insegna come creare piccole cose per cambiare quelle grandi. «Alla Fondazione - racconta Gates - ho potuto realizzare un progetto per restituire vita a dei microcosmi che stanno scomparendo».

E lei, la Comoretto, davanti a un’icona dello stile come Miuccia Prada, ha parlato degli inizi, di quando è arrivata a Milano da Riva d’Arcano, provincia di Udine, perché il padre voleva girare le spalle alla povertà, e della sua scuola, l’Umanitaria, dove ha imparato tutto, dal ricamo alla cucina. «Era un ambiente unico, lì dentro si imparava a vivere con responsabilità e senso del dovere». Le hanno chiesto se il negozio era il suo sogno. «Non mi piace questo mestiere, ho detto a mio padre». E lui che cosa ha risposto? « Tel fee istess , lo fai lo stesso. Ed eccomi qui». Appassionata e convinta. Quasi innamorata di una bottega dove oggi si incrocia il mondo. Sono le piccole realtà e le storie di resistenza, ha commentato Theaster Gates, che fanno grande una comunità.