lunedì 24 ottobre 2016

A Budapest morì il comunismo Ma i comunisti sono ancora vivi

Francesco Perfetti - Dom, 23/10/2016 - 09:16

La repressione della rivolta ungherese fu l'inizio della fine dell'impero sovietico



La rivolta di Budapest del 1956 fu la prima grande crepa nel muro eretto a difesa dell'impero costruito, passo dopo passo attraverso l'instaurazione delle democrazie popolari, dal comunismo. Quei dodici giorni che sconvolsero le sorti dell'Ungheria e che commossero il mondo occidentale furono l'evento che, come avrebbe poi detto Richard Nixon, segnò «l'inizio della fine dell'impero sovietico».

La sanguinosa repressione sovietica dell'eroica sollevazione ungherese ebbe effetti disastrosi per l'immagine dell'Urss. Il filosofo marxista Jean-Paul Sartre dovette ammettere che, dopo i massacri di Budapest, «mai in Occidente i comunisti si erano trovati così isolati» dopo un periodo che aveva visto i russi «in vantaggio quasi in ogni campo» al punto che «sembrava che sarebbero usciti vincitori dalla Guerra fredda».

Le giornate di Budapest non erano piovute dall'alto. All'inizio di giugno di quello stesso anno, il 1956, il New York Times aveva reso noto il discorso pronunciato da Kruscev pochi mesi prima al XX congresso del Pcus: il cosiddetto «rapporto segreto» che denunciava i crimini dello stalinismo e condannava il culto della personalità. Poi, qualche tempo dopo, c'erano state, prima, la rivolta di Poznan che aveva assunto presto il carattere di una manifestazione anti russa e, poi, le giornate dell'ottobre polacco che si erano concluse con il ritorno al potere di Wladislaw Gomulka, a suo tempo destituito da Stalin con l'accusa di deviazionismo ideologico, e che avevano finito per avallarne l'immagine non tanto di un dirigente comunista riformista, quanto piuttosto di un leader nazionale il cui avvento significava la fine dello stalinismo.

La cosiddetta «destalinizzazione», insomma, era già divenuta una realtà. Su che cosa sia stata davvero la «destalinizzazione» ha scritto pagine illuminanti François Furet nel suo capolavoro storiografico intitolato Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo (1995) che rimane tuttora un testo imprescindibile per comprendere la dinamica e l'esito fallimentare dell'utopia rivoluzionaria in tutte le sue manifestazioni. Ha scritto, dunque, Furet: «La destalinizzazione non è né una filosofia, né una strategia, né un'idea, né un programma. Il termine non ha avuto e non ha che un potere di dissoluzione, un potenziale di disordine. Come riesame del passato ha messo in causa l'ideologia e il terrore, le due risorse del regime sovietico».

E ha concluso affermando che «il bilancio di quell'anno capitale nella storia del comunismo è duplice: inizio della disgregazione del blocco e fine del mito unitario di cui esso era portatore». In effetti, l'insurrezione di Budapest mostrò appieno il fallimento del progetto politico di Kruscev che, attraverso la «destalinizzazione», puntava, come ha osservato ancora Furet, a «rafforzare l'autorità morale dell'Unione Sovietica» e, attraverso la «coesistenza pacifica», a fare dell'Urss il «centro della dinamica di progresso destinata a ridurre come una pelle di zigrino la parte del mondo rimasta sotto il giogo dell'imperialismo». La denuncia dei crimini di Stalin, infatti, estese «il sospetto dall'accusato all'accusatore» mentre l'affievolirsi della minaccia bellica privò la centralizzazione di una delle sue principali motivazioni.

La storia delle eroiche giornate di Budapest è una storia epica scritta con il sangue da operai e studenti i quali, insieme a donne e intellettuali, imbracciarono i fucili per riconquistare la libertà e il cui sogno fu brutalmente interrotto dai carri armati sovietici, di un regime cioè che, nonostante la «destalinizzazione», conservava intatta la sua essenza criminale. Essa, tuttavia, è anche una storia che rivela le ambiguità degli Stati Uniti (e, più in generale, dell'Occidente), che solo a parole furono solidali con i rivoltosi e che, in nome della ragion di Stato e del realismo politico, si preoccuparono di non alterare il fragile equilibrio dei rapporti con Mosca.

Negli stessi giorni nei quali gli eroici insorti ungheresi si sacrificavano sulle barricate in nome di una libertà da conquistare, in un'altra calda area geopolitica era scoppiata la crisi di Suez: Nasser aveva nazionalizzato la Compagnia del canale, le truppe israeliane intervennero insieme a quelle inglesi e francesi, ma gli americani ne imposero il ritiro di fronte alla minaccia di un intervento sovietico nella zona. L'ombra della guerra del canale - che sanzionò la fine dell'eurocentrismo, la consacrazione del bipolarismo Usa-Urss e la riduzione delle potenze europee al rango di potenze regionali - si proiettò, così, in un cinico e opportunistico do ut des, sulla rivolta di Budapest lasciando soli, al loro destino, gli ungheresi. Tuttavia il sacrificio degli insorti non fu vano.

Non solo aprirono gli occhi molti intellettuali comunisti europei ma cominciò a rafforzarsi, nelle coscienze di milioni di individui oppressi dalle democrazie popolari, quell'anelito di libertà che avrebbe portato, passando per la Primavera di Praga e per Solidarnosc, alla caduta del muro di Berlino e alla fine dei regimi basati sul cosiddetto socialismo reale. Sotto questo profilo, le eroiche giornate di Budapest costituiscono ancora oggi un monito: se è vero, infatti, che il comunismo storico è finito è anche vero che l'utopia rivoluzionaria, come l'araba fenice, può sempre risorgere, sotto altre spoglie, dalle sue ceneri.