domenica 31 luglio 2016

I due milioni in nero in Svizzera: reato prescritto a Gino Paoli

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Il pm chiede l’archiviazione del reato perché non si può datare l’inizio dell’evasione . Soldi, da portare all’estero, ricevuti per le esibizioni alle Feste dell’Unità. Vicenda nata da una costola dello scandalo sulla truffa a banca Carige. Il cantautore «intercettato»

Gino Paoli (Ansa)

Era preoccupato «per l’immagine se si dovesse sapere» dei soldi da portare Svizzera. Due milioni di euro mai dichiarati, frutto delle esibizioni alle Feste dell’Unità, nè tantomeno «scudati». Tutto al nero. Ma il reato di evasione fiscale è prescritto e dunque l’ inchiesta sulla presunta maxi evasione del cantante Gino Paoli va archiviata. La richiesta, come anticipato da La Stampa e da Il Secolo XIX, è stata presentata nei giorni scorsi dal pm genovese Silvio Franz che ha coordinato l’inchiesta condotta lo scorso anno dalla guardia di finanza.
Concordata rateizzazione
Il cantautore, difeso dall’avvocato Andrea Vernazza, aveva concordato con l’Agenzia delle Entrate una rateizzazione per estinguere il debito con l’Erario. Nel frattempo è arrivata la richiesta del pm: poiché non è possibile determinare con certezza la data di inizio dell’evasione, che dovrebbe comunque essere datata prima del 2008, va prescritta.
La richiesta: soldi in nero all’estero
La vicenda era emersa lo scorso anno ed era nata da una costola dello scandalo sulla truffa a banca Carige che portò in carcere, tra gli altri, l’ex presidente dell’istituto di credito Giovanni Berneschi e anche il commercialista Andrea Vallebuona, al quale lo stesso cantautore si rivolse per far rientrare 2 milioni «in nero» trasferiti su un conto aperto in una banca svizzera. Durante le intercettazioni ambientali, utilizzate dalla procura durante l’indagine su Carige, lo stesso Paoli viene sentito mentre discute del «rimpatrio» del denaro «senza doverlo scudare». Secondo le Fiamme gialle e il pm, Paoli non avrebbe pagato all’erario 800mila euro derivanti dalla mancata dichiarazione dei redditi su quei 2 milioni di euro, secondo l’accusa frutto di pagamenti in nero per le esibizioni alle feste dell’Unità.

31 luglio 2016 (modifica il 31 luglio 2016 | 17:26)

Papà prendiamo un cane? E il genitore fa firmare ai figli un contratto con 13 regole

Corriere della sera

di Michela Rovelli
L’originale trovata di un padre che ha poi pubblicato il foglio su Reddit. I bambini, per poter adottare un cucciolo, hanno dovuto accettare obblighi e responsabilità

Prima del cane, la firma sul contratto

Prendere un cane è un grande impegno. E prima o poi qualunque genitore si trova a dover rispondere ai suoi figli che chiedono con insistenza di adottare un cucciolo. Consapevoli delle conseguenze: i bambini ci giocheranno per un po’, poi si stuferanno e agli adulti resta l’incombenza di dover badare al nuovo componente della famiglia. Tra passeggiate notturne e divani distrutti.


Un padre inglese ha giocato d’anticipo e, prima di cedere, ha scritto un «Family Dog Contract», un contratto composto da tredici regole che le figlie hanno dovuto firmare prima di dirigersi nel più vicino canile. Pubblicata la foto sul sito di social news Reddit, l’utente «rjohnstone13» ha ricevuto centinaia di commenti di altri che si sono ritrovati nella stessa situazione.

Regola n.1, raccogliere i bisogni

La prima regola che pone il padre è per liberarsi da una delle incombenze più fastidiose di quando si ha in casa un animale a quattro zampe: «Papà non deve mai raccogliere la pupù. Mai. I bambini provvederanno a pulire almeno tre volte a settimana per soddisfazione di papà».



Regola n.2, addestramento

Non solo, «il cane sarà ben addestrato a fare i suoi bisogni in giardino». Precisa anche il luogo: tra i sassi contro lo steccato della vicina, Barbara. Poi precisa: «Tutti i membri della famiglia concordano che non saranno tollerate sorpresine sul prato né davanti alla casa né sul retro».



Regola n.3, la taglia del cucciolo

Non importa la razza, ma la taglia. «Il cane è molto piccolo» precisa il padre. Peso massimo consentito: 10 libbre, pari a circa 4,5 chili. Sul foglio è stata poi fatta una correzione a penna. Si possono raggiungere le 15 libbre, ovvero 7 chili.



Regola n.4, niente peli in giro

Per non ritrovarsi a lavare il copridivano ogni settimana, il padre scrive: Il cane non perde pelo. Per niente», con tanto di sottolineatura delle ultime due parole.



Regola n.5, non si sbava

Un altro fastidioso inconveniente che al genitore proprio non va giù: «Il cane non sbava né ha un naso gocciolante. Tutte le parti concordano che i cani di questo genere sono disgustosi».



Regola n.6, graffi

Dopo peli e umidi ricordi, arrivano i piccoli danni. «Il cane non graffia il pavimento. A papà non interessa come prevenirlo - taglio attento delle unghie, stivali, rimozione chirurgica delle zampe. Tutte le parti concordano che il cane non graffierà il pavimento».



Regola n.7, lavaggio

Il padre avvisa i figli che la cura passa anche da spazzola e sapone. «Papà non dovrà mai lavare il cane. In più, se papà decide che il cane puzza, un figlio deve fare il bagno al cane entro 24 ore».



Regola n.8, disastri

L’odore dei cani è piuttosto intenso e i danni sono dietro l’angolo. Quindi il padre ci tiene a precisare (più che altro alla moglie): «Se il cane facesse una qualche sorta di disastro in casa i trattamenti di pulizia si dimostrassero inefficaci, è autorizzato l’utilizzo di prodotti chimici dannosi per eliminare macchie e odori



Regola n.9, veto sul nome

Non ci sono solo responsabilità concesse, ma anche dimostrazioni di autorità: «Papà ha diritto di veto assoluto sul nome del cane».




Regola n.10, l’alimentazione

«Il cane non riceve cibo organico, gourmet o dietetico. Tutte le parti concordano che il mangime tradizionale va bene».


Regola n.11, mantenere le distanze

Niente esagerazioni nelle dimostrazioni d’affetto: «Non ci si riferisce mai al cane come se fosse un figlio o un fratello. Tutte le parti concordano che un cane è un cane».



Regola n.12, cartoline d’auguri

Attenzione speciale negli auguri agli amici: «Il nome del cane non viene scritto nelle cartoline di Natale. In più, se c’è una foto del cane sulla cartolina di famiglia, dovrà essere un caso. Insomma, il cane non sarà soggetto primario della foto».



Regola n.13, il riassunto

L’ultima regola riassume tutte le altre: «I bambini promettono di non innamorarsi mai del cane o, al contrario, di annoiarsi. Tutte le parti concordano che il cane è una responsabilità primaria dei figli per tutta la sua vita».

Commentare le notizie senza leggerle, quando Facebook è lo specchio dell’Italia di oggi

La Stampa
emanuele capone



Ripubblichiamo l’articolo comparso su Il Secolo XIX che ricostruisce la vicenda dei commenti all’articolo pubblicato il 28 luglio sull’edizione online.

Ieri mattina abbiamo pubblicato sulla pagina Facebook del Secolo XIX la notizia dell’uomo di 38 anni che ha cercato di darsi fuoco a Sarzana (foto) dopo avere perso casa e lavoro, ma senza specificare che si tratta di un cittadino marocchino. Abbiamo scritto semplicemente che «un uomo di 38 anni, sfrattato e senza lavoro, tenta di darsi fuoco davanti alla moglie e ai figli».

Il primo commento è arrivato 4 minuti dopo la pubblicazione del post: «Diamo lavoro agli altri...», con tanto di “mi piace” di un’altra persona che evidentemente ha la medesima opinione; poi, un diluvio: «(con gli, ndr) immigrati non lo fanno», «aiutiamo gli italiani come il signore», o anche, in rapida sequenza, «per lui non esistono sussidi, alberghi e pranzi pagati, vero?» e «aiutiamo gli altri, noi carne da macello», «come mai non gli hanno dato un albergo a tre stelle come ai (suoi, ndr) fratelli migratori?», e i vari «ma noi... pensiamo a ‘sti maledetti immagrati (così nel testo, ndr)» e «invece agli immigrati... » o il più articolato «ma perché, perché... basta andare a Brindisi, imbarcarsi per l’Albania e fare ritorno a Brindisi il giorno dopo... vestito male... e il gioco è fatto!».

È solo quasi 4 ore dopo la condivisione del post che qualcuno legge la notizia e si accorge che il 38enne è in effetti un cittadino straniero, e lo fa notare agli altri: «24 commenti e nessuno ha letto l’articolo, viste le risposte!». Proprio così: sino a quel punto, evidentemente, moltissimi avevano commentato basandosi solo sul titolo, senza nemmeno sapere su che cosa stavano esprimendo la loro opinione. Da quel momento, il tenore degli interventi cambia, c’è chi fa notare a molti dei primi commentatori che «guardate che è marocchino» e comunque il post perde rapidamente d’interesse: il 38enne non è italiano e quindi, come fa notare qualche irriducibile, «non avremo perso nulla...».

Quel che è accaduto ieri dimostra innanzi tutto qual è il rapporto degli italiani (di una parte, almeno) con i cittadini stranieri: nessuna sorpresa qui, purtroppo. E nemmeno sorprende quel che è diventato il rapporto degli (stessi?) italiani con l’informazione: se prima si sfogliava velocemente il giornale al bar, si spiavano i titoli dalla spalla del vicino in autobus, adesso il bancone del bar è diventato il News Feed di Facebook e i titoli si scorrono ancora più velocemente, perché tempo da perdere per leggere non ce n’è. Per commentare quello che non si è letto, invece, sembra essercene in abbondanza.

Ed è anche per questo, per la mancanza di attenzione di chi legge, che da tempo il rapporto dei siti d’informazione con commenti e commentatori è parecchio travagliato. E nell’ultimo anno non è migliorato: «Spegniamo i commenti per un po’», aveva annunciato The Verge a luglio 2015 , più o meno nello stesso periodo in cui la Bbc si chiedeva se «è iniziata la fine dei commenti online» . In realtà, almeno per il momento, i commenti sopravvivono, ma sempre più siti decidono di passare la “patata bollente” (di chi insulta, offende, minaccia di morte, si esprime in modo razzista e così via) a Facebook: sotto gli articoli non si può più commentare e si è “costretti” a farlo sui social network, dove chi scrive è identificabile con un nome e un cognome e soprattutto dove la responsabilità legale diventa personale (perché anche i giornali devono tutelarsi): se offendi, vieni chiamato tu a rispondere , non chi gestisce il sito.

Pensateci, se siete fra le oltre 60mila persone che ieri si sono viste passare davanti su Facebook la notizia dell’uomo (sì, un marocchino) che ha cercato di darsi fuoco a Sarzana e avete lasciato un commento basandovi solo sul titolo. Se a scuola vi hanno insegnato a leggere, prima che a scrivere, un motivo ci sarà. abbiamo scelto di non pubblicare qui i nomi dei commentatori, ma il post è pubblico: se siete curiosi, potete trovare gli autori sulla nostra pagina su Facebook

Il traforo fantasma tra l’Italia e la Svizzera rinasce come teatro

La Stampa
enrico martinet


Il tunnel dimenticato diventa un luogo di turismo: gli appuntamenti sono per questa domenica e per il 7 agosto

Aveva il vento del futuro a sospingerlo, l’entusiasmo di una visione. Come un vascello varato a dispetto di ogni ottimismo. E finì senza ammutinamenti, ma con minatori infreddoliti, scarpe consumate, vestiti logori e con nemmeno più una promessa di salario. Soldi finiti. Vennero fuori dal traforo, il primo delle Alpi, sconfitti. Ora non è che un arco in pietra semi sepolto a oltre 2.300 metri di quota in uno splendido vallone di pascoli valdostani, il Menouve. Qualcuno lo chiama «fantasma» perché l’oblio rischia di farlo diventare leggenda come un vascello che solca i mari in eterno. Di certo è un grande progetto dimenticato di metà dell’Ottocento. A Sud l’allora Regno di Sardegna con uno scavo di 62 metri, dall’altro versante la Confederazione elvetica, 39 metri di buco. C’è chi l’ha ripescato dalla storia e ne ha fatto un motivo di turismo e di teatro.

Questa domenica alle 9 (replica il 7 agosto) quella cocciuta volontà di unire con una carrozzabile l’Italia alla Svizzera accanto al valico del Gran San Bernardo, rivive con una gita a Menouve, nel territorio di Etroubles, e una recita dell’Associazione culturale Utopie Concrete e la compagnia Sogna Volando, di Ronni Bessi. Dice: «E’ turismo di scoperta, fare cultura con luoghi di grande fascino che custodiscono storie spazzate via dal tempo». Ci crede anche la Regione Valle d’Aosta che sostiene l’idea.

La vicenda rientra nel rovello di fine Settecento su come riuscire a rendere più agevole il passaggio del Gran San Bernardo, precluso per neve molti mesi l’anno. Nel 1940 l’ingegnere Ignace Venetz progettò una strada che passava accanto all’Ospizio, il tracciato di oggi. Ma gli ingegneri italici nove anni dopo s’incontrano con i colleghi elvetici e srotolarono carte stupefacenti: una strada che risaliva il vallone Menouve, a Est del San Bernardo e s’infilava nella montagna a quota 2.350 metri. Le cifre del tunnel: lunghezza, 2331 metri; larghezza, 6; altezza, 5,20. L’idea era del canonico e scienziato valdostano Georges Carrel. La convenzione con i dubbiosi svizzeri fu siglata ad Aosta il 14 agosto 1851: spazzò via l’indifferenza della Camera di Torino che due anni prima non aveva quasi ascoltato la proposta del traforo presentata dai deputati valdostani Martinet, Berbier e Defey.

L’opera ha un costo preventivato di 800 mila franchi, di cui 430 mila a carico del Regno sardo. Nel 1852 sempre Venetz sottolinea le difficoltà di manutenzione in un vallone con versanti che scaricano valanghe. Era l’epoca della piccola glaciazione. Proprio per questioni climatiche gli svizzeri pensano a grandiosi collegamenti ferroviari. Ne parlano durante la riunione del 3 e 4 marzo 1852 a Friburgo. Ci sono i rappresentanti dei cantoni di Vaud, Valais, Neuchâtel e Fribourg e all’ordine del giorno c’è il traforo del Menouve. Il solito ingegnere Venetz ha abbozzato un progetto per far passare il treno al San Bernardo. Progetto poi accantonato. A Torino nel 1856 va all’asta il tunnel del Menouve che viene aggiudicato con un ribasso del 5 per cento all’impresa Sogno e Serra di Aosta. 

Ma fin da subito ci si accorge che la quota è troppo alta e soprattutto che i soldi sono pochi. Il segno di inverni esagerati è nell’intervento del deputato Rion al Gran Consiglio di Sion, capitale del Valais che perora il collegamento ferroviario Martigny-Aosta: «Bisogna impegnarsi per dare lavoro a popolazioni che le gelate della primavera e le inondazioni autunnali, più la malattia delle patate, quella del bestiame e la scarsa raccolta dei cereali getteranno nella più disperata penuria». 
Nulla si realizzerà in quel 1857. Soldi finiti. Il traforo stradale del Gran San Bernardo è stato inaugurato sotto l’omonimo valico nel 1964. Il sogno del Menouve torna come teatro. Perché le rovine non coinvolgano la memoria.

Perché Facebook ha oscurato la pagina del regista di Diaz

La Stanpa
dario marchetti

Dopo Zerocalcare, il social network di Zuckerberg ha rimosso anche un post del cineasta Daniele Vicari. Dimostrando che la piattaforma ha un serio problema di gestione dei contenuti



Nota di rettifica: una prima versione di questo articolo descriveva erroneamente il regista Michele Diomà come autore delle accuse, nei confronti di Vicari, di aver «taciuto i nomi dei poliziotti all’interno del film Diaz». L’articolo è stato corretto per riflettere la realtà dei fatti: ci scusiamo per l’errore con i lettori e il diretto interessato.

Due volte in dieci giorni, sempre per contenuti relativi ai fatti del G8 di Genova: dopo l’oscuramento di un post di Zerocalcare, la seconda vittima della censura di Facebook è Daniele Vicari, regista, tra gli altri, del film Diaz - Don’t clean up this blood. 

Il cineasta romano aveva pubblicato un lungo post per rispondere alle critiche del regista Michele Diomà, nate in seguito a un’intervista rilasciata da Vicari al sito Left.it. Un post che oltre a parlare dei fatti del G8 includeva anche un dibattito acceso tra colleghi su etica ed estetica cinematografica. «A causa di un mio commento a un suo articolo, nonostante io non lo abbia mai insultato in alcun modo - chiarisce Diomà -, sono stato trascinato in una polemica.

Ma io mi sono riferito unicamente al senso della sua intervista, chiedendogli a quale partito facesse riferimento quando parlava di “una politica ormai totalmente incapace di fronteggiare il minimo conflitto sociale”. Io non ho mai detto, scritto, né pensato, che il produttore Domenico Procacci e Daniele Vicari siano “servi della polizia”, né ho mai nominato il film Diaz». «E non ho mai scritto che in Le Mani sulla Città Francesco Rosi faceva i nomi dei politici autori della speculazione edilizia. Ho parlato invece di “responsabili” - conclude Diomà -, che è cosa ben diversa. Per intenderci il boss Savastano della serie di Gomorra, è un “responsabile”, mentre il boss Di Lauro, a cui è in parte ispirato il personaggio, è un “nome”».

Ma al di là del confronto tra registi, l’alto numero di commenti, in gran parte civili e ragionati, insieme alla grande quantità di segnalazioni da parte di alcuni utenti, ha fatto scattare l’allarme di Facebook, portando, come successo in passato (anche per Zerocalcare) al blocco del contenuto. «La cosa fa ridere, se Facebook non mi vuole me ne farò una ragione - ha dichiarato il regista al sito Giornalettismo -. Ma non è che per caso episodi del genere finiscono per compromettere la libertà d’espressione sulla quale prosperano i miliardari che hanno creato i social?».

In molti hanno interpretato questa seconda “censura” come una volontà, da parte del social, di nascondere sotto al tappeto le ferite, ancora aperte, di quei terribili giorni del 2001. In realtà si tratta solo di grandi numeri: se un’ampia massa di utenti utilizza il sistema di segnalazione integrato in Facebook, l’algoritmo finisce inevitabilmente per individuare e bloccare questo o quel post, anche se solo come misura preventiva. Sulla rimozione del post di Vicari, Facebook ha poi spiegato che “si è trattato di un errore e che il post è stato ripristinato”, chiedendo scusa al regista per l’incidente.

Non si tratta, ovviamente, di una giustificazione: episodi del genere dimostrano in maniera lampante come Facebook abbia un serio problema di gestione dei contenuti. Anche perché in diversi casi, di fronte a pagine di evidente stampo fascista, omofobo e razzista, gli utenti che hanno segnalato il problema si sono visti rispondere che «non contiene infrazioni del codice etico di Facebook». Forse sarebbe il caso di affidarsi un po’ meno agli algoritmi e un po di più al semplice, vecchio buon senso.

Brame

La Stampa

Boldrini e Boschi alla Convention: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più democratica del reame?”

Cos’è la dieta Lemme e perché è criticata

La Stampa
lorenza castagneri

Secondo Google è uno dei temi più cercati online dagli italiani, ma oltre alla curiosità sul tema non mancano confusione e polemiche: vi spieghiamo perché



Uno studio di Google l’ha inserita tra i temi più cercati online dagli italiani dell’estate 2016: è la dieta Lemme, un argomento su cui, oltre a esserci parecchia curiosità, non mancano confusione e aspre polemiche. Secondo i medici tradizionali, il regime alimentare messo a punto dal dottor - come lui si definisce sul suo sito - Alberico Lemme, da Desio, Monza e Brianza, non si basa su nessuna evidenza scientifica. Anzi. «Sono tutte fandonie», attacca Giorgio Calabrese, nutrizionista e docente di dietologia umana e dietoterapia alle università di Napoli e Torino. 

Cos’è la dieta Lemme
Di che cosa parliamo nel dettaglio? «La mia dieta è basata sulla biochimica del cibo. Sull’effetto che ciò che mangiamo ha sul nostro metabolismo e, in particolare, sugli ormoni. In questo metodo non contano le calorie ingerite», spiega l’ideatore al telefono. Racconta di aver intrapreso le sue ricerche sull’’argomento nel 1990. Nel 2000 ha fondato l’Accademia di Filosofia alimentare, che propugna questo regime alimentare che promette di far perdere fino a 10 chili al mese. 

Come è strutturata
«La dieta è divisa in due fasi. La prima ha una durata variabile a seconda di quanti chili si vogliono perdere: uno nel caso di 10 chili, due per 20 chili e così via. Dopodiché c’è il mantenimento, che dura tre mesi: in questa fase non si ingrassa più e se si ingrassa la persona sa perfettamente come fare per dimagrire. Ha imparato a curarsi da solo in base alla sua risposta metabolica», spiega ancora Alberico Lemme. 


Alberico Lemme

Il primo passo è un colloquio conoscitivo. «Le analisi del sangue non servono. La gente deve venire da me soltanto con il cervello, con la voglia di seguire le mie teorie e le idee chiare su dove vuole dimagrire: fianchi, pancia, cosce, gambe», prosegue. In Rete circolano vari “menù ideali” della dieta Lemme. Quello che suggerisce il suo “papà” è: a colazione, tra le 7 e le 9, spaghetti aglio olio e peperoncino, a pranzo dalle 12 alle 14, cosce di pollo, a cena, tra le 19 e le 21 massimo, branzino.
L’accusa: un regime superproteico

La prima accusa mossa a Lemme è che si tratta di una dieta superproteica. «Niente affatto», risponde. «Ce n’è anche una versione vegetariana e una vegana: a colazione fragole con panna, a pranzo zucchine e a cena finocchi. Si mangia soltanto ciò che è indicato, ma nelle quantità che si vuole e i condimenti che si preferisce. L’olio? Non fa male. E’ solo bene limitare il sale». «Ma le proteine non ci sono soltanto nella carne o nel pesce», replica Calabrese. «Anche i sedani, per dire, ne contengono, pur essendo ortaggi. Questa dieta è e resta iperproteica e questo non va bene. E il rischio di colesterolo dove lo mettiamo? Per Lemme semplicemente questo problema non esiste». 


Giorgio Calabrese

Le visite
Ma per il nutrizionista «le assurdità» della dieta Lemme non si fermano qui. E’ lo stesso ideatore del metodo a raccontare che il menù da seguire viene dato ai pazienti ogni due giorni. «Hanno il mio numero - spiega Lemme -. Mi chiamano, mi raccontano come stanno, mi danno le misure della circonferenza di collo, torace, fianchi e gambe e il peso e io dico loro quello che devono consumare nei prossimi due giorni». «Indicazioni - dice Calabrese - completamente a caso: se la volta prima ti ha detto di mangiare carne, la volta dopo ti dice di mangiare pesce. Una volta se n’è uscito dicendo di mangiare dieci chili di pasta al giorno: ma che roba è?». 

«Lemme non è un medico»
Calabrese si è già scontrato più volte con Lemme in Tv, a Porta a Porta, ma il nutrizionista non vuole far passare il suo attacco come personale. «Lo ripeto: non c’è nessun appeal scientifico in tutto ciò che dice». Un concetto ribadito, per esempio, anche da Luca Piretta, gastroenterologo, docente di nutrizionismo e patologie digestive al Campus Biomedico di Roma, che in un articolo apparso sul sito de Il Fatto Quotidiano accusa Lemme di non essere adatto a proporre diete «essendo lui un farmacista, mentre la dieta la deve proporre un medico». 

venerdì 29 luglio 2016

Bresci, l’anarchico che uccise il “re buono”: l’attentato a Umberto I di Savoia 116 anni fa

La Stampa
andrea cionci

Colpì a rivoltellate il sovrano. E poi morì suicida in carcere


La famosa copertina della Domenica del Corriere, disegnata da Achille Beltrame, illustra l’attentato

La folla lo strattonava e gli atleti lo colpivano con i loro bastoni, mentre i Carabinieri cercavano di sottrarlo al linciaggio. Un popolano, furioso, gli urlò in faccia chiedendogli perché l’avesse fatto, perché avesse sparato al Sovrano. Lui, calmo, con sguardo gelido, rispose: «Io non ho ucciso Umberto. Ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio». Era il 29 luglio 1900: mentre, a Monza, assisteva a un saggio sportivo, Umberto I di Savoia veniva colpito da tre proiettili sparati dall’anarchico Gaetano Bresci.

«Maestà siete ferito?» aveva chiesto il generale Felice Avogadro di Quinto, suo aiutante di campo. «Non credo sia niente» aveva risposto il Re, prima di accasciarsi sulle sue ginocchia. Aveva 56 anni il «re buono», così soprannominato per essersi prodigato nei soccorsi alla popolazione civile, durante il colera di Napoli del 1884. Per quanto, parzialmente, incarnasse una figura benevola di monarca, si era attirato aspre critiche per il suo conservatorismo. 

Dopo due attentati con arma bianca - da lui schivati con prontezza di riflessi - aveva profetizzato: «Quando dal pugnale passeranno alla pistola…». Il revolver di Bresci è oggi conservato al Museo Criminologico di Roma, dietro Via Giulia: è una pistola Harrington & Richardson modello «Massachusetts» a cinque colpi, calibro .38 S&W.



Fu comprata dall’anarchico, il 27 febbraio 1900, a Paterson (U.S.A.), cittadina del New Jersey, meta preferita di quei sovversivi italiani costretti a lasciare l’Italia dopo l’emanazione delle «leggi crispine» in materia di ordine pubblico. Bresci, operaio tessile di Prato e intransigente anarchico (già amnistiato nel ‘95) vi era emigrato nel 1898, pare, anche, per sfuggire alle responsabilità verso una ragazza che aveva messo incinta.

Era di bell’aspetto e le donne non gli mancavano. Vestiva con ricercatezza, come testimoniano i suoi effetti personali: bretelle a fiori, scarpe damascate, vasetti di pomata per i baffi: oggetti di un altro secolo, delicati, che producono una certa impressione se confrontati con la sua vicenda. 



Appena giunto a Paterson, seppe della sollevazione popolare di Milano: il generale Fiorenzo Bava Beccaris, aveva dato ordine di sparare sulla folla: 80 morti e 450 feriti. Ne fu sconvolto. Umberto I insignì Bava Beccaris della Croce dell’Ordine Militare di Savoia «per i preziosi servigi resi alle istituzioni e alla civiltà». Un gesto che, due anni dopo, gli sarebbe costato la vita.

Nel giugno 1900, Bresci tornò a Prato, e quando seppe della visita del Re a Monza, si dedicò ancor più al tiro a segno. Praticò intagli a croce sull’ogiva dei proiettili, forse per farne micidiali pallottole “dum dum” che, frammentandosi nel corpo della vittima, provocano ferite devastanti. Al processo, dichiarò invece che «quel po’ di sudiciume che si sarebbe raccolto nelle incisioni del piombo, avrebbe potuto far infettare la ferita e condurre alla morte il Re, se fosse stato colpito superficialmente».

L’anarchico rivendicò orgogliosamente il suo gesto, compiuto per vendicare le repressioni di Milano e l’onorificenza concessa a Bava Beccaris. Questa fierezza lo circondò di un alone epico-romantico che sopravvive ancor oggi in alcuni ambienti estremisti.

Condannato all’ergastolo, finì nel carcere di Santo Stefano. Fiducioso nella Rivoluzione, Bresci si comportava come un detenuto modello. Eppure, appena quattro mesi dopo, fu trovato impiccato alle sbarre della cella, con un asciugamano. Non sopravvisse a lungo alla sua vittima, come tutti gli attentatori anarchici del periodo (Luccheni, Caserio, Czolgosz, Angiolillo), che cercarono il riscatto in una morte orgogliosa, o in un suicidio. 

Un Hitler mai visto”, l’intimità e la vita quotidiana del Fuhrer in un video inedito

La Stampa
alessandro alviani

Ritrovato da Die Zeit un filmino amatoriale girato dal nipote del compositore Wagner



Hitler che sorride nel giardino della villa che fu di Richard Wagner, cammina sotto braccio alla nipote più giovane del grande compositore, Verena, oppure traccia uno schizzo su un cartone che ha poggiato sulla schiena di Wieland Wagner, il quale un attimo prima s’è curvato in avanti a mo’ di cavalletto. Sono alcune delle scene immortalate in un filmato muto in bianco e nero di 10 minuti e 40 secondi che mostra il dittatore in diverse situazioni di vita privata ed è stato ritrovato nell’autunno dello scorso anno. A parlarne ora per la prima volta è il settimanale tedesco Die Zeit, che pubblica tre fotogrammi e scrive che le sequenze «mostrano Hitler in modo tanto ravvicinato e tanto intimo come mai prima d’ora». 

A differenza delle riprese effettuate da Eva Braun, che erano volutamente messe in scena, le sequenze non sembrano create in modo artificioso per mostrare il volto “cordiale” di Hitler in privato e lo presentano in un’atmosfera familiare protetta. Le riprese risalgono all’estate del 1936 e sono registrate su una pellicola da 16 mm. Dietro la cinepresa c’è il 16enne Wolfgang Wagner, nipote di Richard Wagner. Per quanto irregolari fossero le visite di Hitler nella Haus Wahnfried (la villa che fu di Richard Wagner), i nipoti di Wagner, rimasti presto orfani del padre, erano molto legati a quello che chiamavano “Onkel Wolf”, “zio Wolf”, ricorda la Zeit. Anche così si spiega l’intimità delle sequenze: Hitler era abituato ad essere fotografato da Wolfgang Wagner e da suo fratello Wieland e in alcuni casi sembra dimenticarsi della presenza della cinepresa.

Per anni si è pensato che il materiale fosse andato perduto. Negli anni Settanta il regista Hans-Jürgen Syberberg lo aveva scoperto e fotografato. In seguito se ne erano perse le tracce. È stato ritrovato lo scorso autunno grazie alle ricerche di una redattrice della Zeit, Christine Lemke-Matwey, e dell’esperta degli Archivi di Stato della Baviera Sylvia Krauss, che gestisce l’eredità di Wolfgang Wagner. Le bobine Agfa erano rimaste per anni al secondo piano del Festspielhaus, la sede del celeberrimo festival wagneriano di Bayreuth, senza che nessuno le scoprisse. Da inizio luglio il filmato, custodito ora presso gli Archivi di Stato della Baviera, è disponibile in formato digitale e verrà presto messo a disposizione su cd per scopi di ricerca. 

giovedì 28 luglio 2016

Bergoglio, go home!

Nino Spirlì

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Non basta indossare la talare bianca e farsi scarrozzare sulla papamobile, per diventare Servo dei servi di Dio, Pontefice della Chiesa Cristiana Cattolica Apostolica e Vescovo di Roma. Bisogna avere Dio nell’Anima e il Gregge del Signore nel Cuore. Esserne pastore e guida. Difensore e tutore. Lo si deve amare sopra ogni cosa. Dio e il Gregge. Anche oltre se stessi. Al di là di ogni posa buona per lo scatto dei fotografi, di ogni striscione paraculo da parrocchia di provincia, di un primo piano studiato col cameraman compiacente e il regista leccacandele.  

Essere Capo della Chiesa e Successore di Pietro vuol dire camminare con la Croce sulle spalle e non sul petto, e onorarLa con il proprio esempio. Fosse la morte. Fosse anche la decisione di rinunciare al privilegio del Calvario. Dio ha illuminato, e quanto!, Papa Benedetto XVI, imponendoGli di restare, Papa del Papa, come faro sempre luminoso per tutti noi.

A Lui, infatti, continuiamo a guardare, fedeli a Dio e al giusto Pastore. Mentre Bergoglio, papa per buonisti e cattolici poltroni, affaristi dell’accoglienza e pretazzi da talkshow, non ha convinto prima. Non convince ora. Non potrà farlo in futuro.Non attira. Ma, soprattutto, non è Guida.

Da quando le mafie e i massoni, con l’ottima compagnia dei beduini dei deserti petrolmiliardari, hanno deciso che fosse venuta l’ora dell’invasione dell’Occidente Cristiano da parte delle masse islamiche sanguinarie, il vescovo argentino, folle di protagonismo buonista, obbediente alle necessità delle lobbyes senzadio, ha impacchettato il Crocifisso, Sua Madre e l’Onnipotente e li ha riposti in cantina. Creando una sorta di altare multicolore, alternativo al tabernacolo, dal sapore speziato alla saracena, che ospita, attorno a sé, carnefici e martiri. Scafisti e annegati. Europei sgozzati e mani insanguinate.

Gole e machete, al posto di falce e martello, per il cardinale Bergoglio, confessore stralaico delle favelas. No! Non questo papa, meritiamo noi Cristiani Cattolici, già peccatori di nostro e pellegrini penitenti, in doloroso cammino sul sentiero faticoso della redenzione dall’errore. Non questo insulso doncamillo da oratorio analfabeta, che continua a sproloquiare, da una finestra che non gli appartiene, sulla sua personale interpretazione del messaggio Cristiano. Ben altro Evangelizzatore, dovrebbe educarci!

Oltre che dare qualche scappellotto da scoop a questo o quel bambino sfuggito a comando dalle braccia della mamma armata di cellulare pronto a riprendere “l’incontro casuale” con Sua Santità, oltre che leggere qualche frase ad effetto ben studiata e messa lì, in qualcuna delle sue biascicate omelie, da un ufficio stampa da Hollywood anni d’oro, oltre che presentarsi alla folla  caracollando clownescamente come un gigione del peggior teatrino di provincia, cos’altro ci resterà di questo istrione, MUTO sul Martirio quotidiano della Nostra Fede? Il sospetto che c’entri anche lui, quantomeno coi suoi silenziosi silenzi…

E quando ha parlato, Dio salvaci! Ci ha chiesto, quasi imposto, di ospitare un clandestino in ogni casa, un nemico in camera da letto e a tavola, un carnefice nella camera a fianco a quella dei nostri figli. Pena, una sorta di scomunica per non aver saputo adempiere al comandamento di Gesù “Ama il tuo Prossimo”. Come se questa feccia che ci sgozza sia nostro Prossimo da amare.Certo che lo amo, il mio Prossimo, signor Bergoglio! Lo amo violentemente e lo vedo nella vita e nel martirio dei Cristiani che, ogni anno e in questi giorni di più, offrono la propria esistenza ai coltelli di questi tagliagole islamici sanguinari e assassini. Lo amo strenuamente e lo vedo resuscitare in tutti i Cristiani che Tu, giuda della pampa, stai lasciando da soli a combattere contro i demoni maomettani e contro il tuo stesso silenzio.

Quella tonaca che indossi, nonSanto nonPadre, è lorda, sappilo!, del sangue innocente di Tutti i Martiri Fratelli di Gesù Nazareno! Ecco perché non mi incanti con le belle parole sui froci e i divorziati. Né con i processi ai porci pedofili vestiti da prete, figli di una Chiesa senza rigore paterno e senza filiale timore di Dio.

A Dio e al Suo Popolo urge un Pastore. Un Santo Padre. Cattolico. Cristiano.
E non sei tu! Torna alla tua “fine del mondo”.

Fra me e il mio Calvario…

1
(In memoria di Tutti i Martiri Cristiani e Occidentali di Ieri e di Oggi. In memoria del Padre Jacques Hamel)

A Ventimiglia il killer di Nizza sfilava per aiutare i migranti

Claudio Cartaldo - Gio, 28/07/2016 - 10:19

Mohamed Lahaouiej Bouhlel ha schiacciato 84 persone con un tir. La scorsa estate era a Ventimiglia per un corteo in difesa dei profughi



È stato in Puglia, come forse uno dei suoi complici. Ma soprattutto il 4 ottobre scorso era a Ventimiglia per manifestare al fianco di anarchici e antagonisti vari sotto l'insegna "No Borders" in favore dei migranti. Esatto: il terrorista ha passato il confine tra l'Italia e la Francia per partecipare ad un corteo in difesa del diritto all'invasione degli immigrati (guarda il video).

Il corteo "No borders" e il terrorista

Il sit-in in questione era stato organizzato per solidarizzare con i profughi accampati a Ventimiglia sugli scogli, dopo il blocco delle frontiere da parte della Francia e i continui respingimenti. Dietro uno striscione scritto in arabo, rivela Libero, la polizia ha identificato proprio Mohamed Lahaouiej Bouhlel. Il quale aveva dichiarato alle autorità che si trovava nel Belpaese grazie al contatto con una associazione umanitaria francese.

Nei video pubblicato da Fabrizio Tenerelli sul suo canale Youtube, infatti, si vede un ragazzo dai tratti somatici che ricalcano alla perfezione quelli del jihadista di Nizza. Stessa altezza, fa notare sempre Libero, stessa fronte alta, occhi corrispondenti e barbetta sul mento. È lui, con ogni probabilità. Ed ora la polizia italiana sta ricostruendo i tasselli di una vicenda che potrebbe dimostrare, se ce ne fosse ancora il bisogno, che i terroristi usano l'Italia come rampa di lancio per organizzare le loro stragi.

Per questo ora i video della maniefestazione di ottobre sono sotto la lente di ingrandimento per capire se i due complici dell'attacco di Nizza, quelli ritratti nei selfie scattati da Bouhlel, siano stati anch'essi tra i "pacifici" manifestanti di Ventimiglia. In particolare, le autorità francesi stanno cercando di identificare l'uomo con la maglia "Fly Emirates", che forse si chiama Mohamed Walid G., e quello con la maglia a righe, che si pensa possa essere Choukry Chafroud.

Forse c'erano anche loro, o forse no. militanti della sinistra sempre pronta a difendere i diritti dei migranti. Mohamed Lahaouiej Bouhlel era con ogni probabilità al fianco dei militanti di quella sinistra sempre pronta a difendere i diritti dei profughi. Anche a costo di sfilare con un terrorista.

Dialogo, amore e no ai militari". La Chiesa porge l'altra guancia

Riccardo Pelliccetti - Gio, 28/07/2016 - 08:09

Gli estremisti combattono una guerra santa a cui i vescovi rispondono con la tolleranza a oltranza. Ma pagherà?

Il dado è tratto. Che siamo in guerra non c'è neppure più bisogno di dirlo, basta guardare i fatti, e lo ammettono tutti, dai leader mondiali alle gerarchie ecclesiastiche.

Ma con l'attacco alla chiesa di Saint Etienne du Rouvray e lo sgozzamento del parroco, i terroristi islamici hanno voluto lanciare un chiaro messaggio che nessuno oggi gradisce: questa è una guerra di religione. Piaccia o non piaccia, è inutile girarci intorno. Certo, dargli questa definizione nel ventunesimo secolo appare anacronistico, sembra di ripiombare nel Medio Evo. Ma qual è il grado di civiltà e il livello sociale nello Stato Islamico? Medievale, lo sappiamo tutti, e non solo per la brutalità che lo contraddistingue. Il Vaticano, però, non ne vuol sentir parlare. Anche ieri Papa Francesco, nell'affrontare per la prima volta con i giornalisti l'attacco alla chiesa nel cuore della Normandia, ha voluto ribadire che non è una guerra di religione.

«Questa è guerra. Abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra perché ha perso la pace - ha detto Bergoglio - Quando parlo di guerra parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione. C'è guerra di interessi, c'è guerra per i soldi, c'è guerra per le risorse della natura, c'è guerra per il dominio dei popoli, questa è la guerra. Qualcuno può pensare sta parlando di guerra di religione: no, tutte le religioni vogliono la pace, la guerra la vogliono gli altri, capito?». Apprezziamo e stimiamo il Pontefice, il cristianesimo è diventata una religione di pace e il messaggio non potrebbe essere diverso. Ma non possiamo far finta di niente, lo Stato Islamico ha dichiarato il jihad, cioè la guerra santa, quindi per quei musulmani e per i loro seguaci, è una guerra di religione.

E non da oggi. Si possono sicuramente fare delle distinzioni, perché non tutto l'islam ha dichiarato la guerra santa, ma solo il suo braccio integralista, come wahabiti e salafiti. Ebbene, rimane sempre una guerra santa, qualunque faccia si voglia guardare. E non solo per l'attacco alla chiesa di Saint Etienne du Rouvray, che ci ha maggiormente impressionato perché è avvenuto nel cuore dell'Europa, ma per tutti gli attacchi sanguinosi ai luoghi di culto cristiani e ai massacri di religiosi e fedeli, dalla Nigeria alla Siria, dall'Iraq fino al Pakistan. Quindi, forse è ora di non porgere più l'altra guancia perché colpirebbero anche quella, una, cento, mille volte. Ma il mondo cattolico nostrano non ci sta.

Il vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, invita i cattolici a non farsi strumentalizzare per «evitare logiche di chiusura e di vendetta» e ha ribadito il suo invito «all'accoglienza». Stessa linea anche per il presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco che ha insistito come il Papa nel dire che non bisogna credere che «sia in atto una guerra di religione». Più spinta addirittura la posizione dell'associazione Migrantes, che per bocca di monsignor Gian Carlo Perego ha esortato a non indebolire la cultura dell'incontro. Anche Paola Binetti, deputata cattolica di Ap, riprende le parole del Pontefice e rilancia dal canto suo «il messaggio di pace, di perdono e di reciproca fraternità».

Ora sono in molti a chiedere «più sicurezza nei luoghi di culto», come i leader religiosi di tutte le fedi che sono stati ricevuti ieri all'Eliseo da Francois Hollande. Ma a Roma la questione non si pone, anzi. Anche se lo Stato Islamico colpisce luoghi di culto e religiosi, il Vaticano, seppure spaventato, non ha intenzione di vedere le chiese militarizzate, almeno in Italia. Quindi, porte aperte come sempre nelle chiese e niente uomini armati a proteggere chi va a messa. Ma in Vaticano non dovrebbero scordare che i fedeli sono anche cittadini e che lo Stato ha il dovere di difenderli.

Hanno sgozzato Dio

Alessandro Sallusti - Mer, 27/07/2016 - 16:03

Due baby terroristi (uno minorenne) uccidono un parroco in chiesa durante la messa. L'Isis rivendica: è guerra di religione

Il limite che si pensava invalicabile è stato superato ieri in un paesino nel nord della Francia, dove due islamici sono entrati in una chiesa durante la messa e inneggiando ad Allah hanno sgozzato il sacerdote e una fedele dopo averli fatti inginocchiare e aver recitato passi del Corano.

Anche il terrore non è solo questione di numeri, ha un peso. E il sacrilegio compiuto ieri pesa in modo inconcepibile e insopportabile su tutti noi, cattolici o laici non cambia. Neppure le SS naziste, nei loro feroci rastrellamenti a caccia di ebrei e partigiani, avevano mai osato oltrepassare il portone delle chiese che infatti erano tra i rifugi più sicuri per le loro prede. Violare la casa di Dio, tagliare la gola al suo ministro sull'altare è il compiersi, per la prima volta nell'Europa moderna, di un folle invito di Maometto, profeta sanguinario, a tutti i musulmani.

Spaventa l'idea di una guerra di religione, dichiarata unilateralmente, ma di questo si tratta. Quanta ipocrisia in quel «je suis prêtre», io sono prete, che rimbalzava ieri sulle reti di internet. Molta parte della gerarchia ecclesiale a partire dall'attuale Papa - che tace sui mandanti e spalanca le porte ai carnefici, della classe politica che ha smantellato il sistema valoriale occidentale, persino dei fedeli distratti oggi non può dire in coscienza «je suis prêtre».

Il cristianesimo lo abbiamo archiviato, e l'Europa non ha bisogno di nuovi martiri, abbiamo già dato nei secoli. Abbiamo bisogno di preti, politici e uomini soldati schierati a difesa di ciò che siamo, di ciò che vogliamo essere. Si inizia smantellando «per rispetto» i presepi in scuole e oratori, ovvio che si arrivi ai terroristi in chiesa. Ciò che non concediamo se lo prendono con le bombe, con i mitra, con i camion, con i coltelli. Sanno che siamo deboli, che la democrazia ci impedisce di rispondere colpo su colpo con la stessa efficacia. Siamo prigionieri delle nostre libertà che gentilmente gli abbiamo concesso gratis.

Ha voglia Hollande a dire: «Faremo tutto il possibile per contrastarli». E come? Presidiando tutte le chiese, le piazze, tutti i supermarket e tutte le discoteche? Tempo perso, è impresa tecnicamente impossibile. Se continuiamo a tenerci i nemici in casa, a non chiamarli con il loro nome, rassegniamoci a contare i morti.

mercoledì 27 luglio 2016

Le Maps di Google sono più facili da leggere

La Stampa
lorenzo longhitano

L’ultimo aggiornamento dell’app ha una grafica più chiara e segnala le zone urbane ricche di punti di interesse




Google Maps si rifà il trucco. La casa di Mountain View ha annunciato che nel prossimo aggiornamento della sua popolare app di cartografia digitale le mappe saranno più facili e utili da consultare grazie a diverse migliorie, estetiche ma non solo. La novità più interessante è riservata a turisti e visitatori poco avvezzi alla città nella quale si trovano: si tratta di un algoritmo che colora automaticamente in arancio le aree urbane di particolare interesse storico, commerciale o sociale. Quartieri particolarmente vitali e attrazioni da non perdere risalteranno sulla mappa fin dagli zoom più ridotti, così da dare fin da subito un’idea su dove ci si può dirigere per occupare il tempo; ingrandendo la zona diventerà invece possibile, come di consueto, toccare i singoli punti di interesse per ottenerne tutte le informazioni.

Regolamento edilizio, una Babele Più facile scrivere la Costituzione

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Un cantiere edile (Ansa)

Dice tutto, a proposito della deriva imboccata dalla burocrazia made in Italy, un paragone. In 18 mesi, settant’anni fa, abbiamo fatto la Costituzione; in 21, oggi, non siamo in grado di scrivere nemmeno un regolamento edilizio uguale per tutti i Comuni italiani. Altri tempi, certo. Ma anche altra classe dirigente. La Carta costituzionale fu scritta dall’Assemblea costituente, che con tempi contingentati e una volontà di ferro riuscì a superare barriere ideologiche apparentemente insormontabili.

La redazione del regolamento edilizio unico, previsto dalla legge Sblocca Italia, è invece affidata a un pool di burocrati tanto eterogenei quanto litigiosi, e siamo adesso appena all’elenco delle cosiddette «definizioni uniformi». Per capirci: si sono messi finalmente d’accordo sulle parole, convenendo che il «sottotetto» è «lo spazio compreso tra l’intradosso della copertura dell’edificio e l’estradosso del solaio del piano sottostante». Oppure che un «locale o spazio coperto avente le caratteristiche di loggiato, balcone, terrazza o portico, chiuso sui lati da superfici vetrate o con elementi trasparenti e impermeabili, parzialmente o totalmente apribili» si identifica con il termine «veranda».

Le porcilaie di Lamezia e i cortili a Fiumicino
E non è stata una passeggiata. Sul concetto di superficie, per esempio, la Regione Lombardia ha piantato una grana tale che alla fine di definizioni ne sono venute fuori ben sei: superficie lorda, totale, complessiva, utile, calpestabile e accessoria. Dove, per avere un’idea dell’imbuto in cui i burocrati incaricati di semplificare si sono infilati, la differenza fra «totale» e «complessiva», parole che a prima vista sembrerebbero indicare la stessa cosa, è che la seconda è la somma della superficie «utile» (differente da quella «calpestabile», ovvio) più il 60 per cento di quella «accessoria». Il regolamento edilizio unico comunale, previsto dalla cosiddetta legge Sblocca Italia approvata dal Parlamento l’11 novembre 2014, potrebbe rappresentare un’autentica rivoluzione mettendo fine una volta per tutte al dedalo incredibile di norme locali

in un Paese dove ognuno degli oltre ottomila Comuni ha proprie regole per stabilire come si tirano su i muri, quanto può essere grande una stanza da letto o un cortile, come si deve calcolare la grandezza di un ambiente. Con prescrizioni surreali. A Lamezia le porcilaie non possono essere costruite a meno di 30 metri dalle abitazioni. A Catanzaro è obbligatorio depositare le tinte in cantiere prima della verniciatura per consentire la verifica della rispondenza al progetto. A Bologna tollerano un’eccedenza costruttiva del 2 per cento rispetto al progetto; a Pescara del 3 per cento: a Lucca quattro centimetri per lunghezze da otto centimetri a due metri; a Firenze 10 centimetri rispetto alla scala 1:100. A Fiumicino è possibile fare i cortili solo nei condomini non popolari. Mentre a Piacenza è tassativo prevedere uno spazio di 30 metri quadrati per i giochi dei bambini ogni nove alloggi...
«Italia Semplice»
Ventuno mesi, dicevamo, ci sono voluti solo per stabilire come chiamare le cose. Ora si è arrivati all’intesa sulle definizioni, che fa «auspicare» alla ministra della Semplificazione e della Pubblica amministrazione Marianna Madia «che lo schema tipo» del regolamento edilizio «si concluda rapidamente». Auguri. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, come dimostra il caso surreale delle sei definizioni di superficie, è d’obbligo incrociare le dita. Non sfugge affatto la complessità della questione. Né che non si può evitare, in casi come questi, di ascoltare tutte le campane. Il problema però è di fondo: ogni volta che si vuole fare una riforma si commette sempre il medesimo errore. Quello di farla fare ai burocrati. Perché affidare a loro il compito di riformare se stessi è come chiedere al tacchino di organizzare il pranzo di Natale.

Ogni semplificazione vera toglie inevitabilmente a una burocrazia congegnata come la nostra (malissimo) un pezzetto di potere: il rischio è dunque che le semplificazioni non procedano o che dietro una semplificazione si nasconda in realtà una nuova complicazione. Tanto più vero, questo, se la riforma riguarda temi sui quali si intrecciano competenze di più burocrazie. In questo caso specifico le burocrazie statali, regionali e comunali. Un delirio di interessi contrapposti ben rappresentati nel pool incaricato di sciogliere i nodi del regolamento edilizio unico. Il bello è che tutto questo meccanismo infernale rientra nell’agenda governativa battezzata, pensate un po’, «Italia Semplice». Gli ottimisti che l’hanno congegnato hanno scritto nel sito ufficiale che doveva essere tutto finito «entro novembre 2015».

26 luglio 2016 (modifica il 26 luglio 2016 | 23:04)

Porteremo la passione per i libri dove fa più fatica ad affermarsi

La Stampa
massimo gramellini



La lettura è la migliore ginnastica per l’immaginazione e oggi ci serve soprattutto questo: immaginare. Immaginate cosa potrebbe diventare il Salone del Libro di Torino se gli editori italiani riuniti a conclave non decidessero di gettargli tra le gambe una contromanifestazione milanese.

Lo scopo del Salone non è mai consistito nel mettere in mostra libri e scrittori soltanto per il pubblico degli appassionati e per quello ancora più esile degli addetti ai lavori. La finalità più ambiziosa, ai limiti della follia e quindi sommamente auspicabile, è sempre stata quella di utilizzare la kermesse primaverile per fare incontrare i libri con i non lettori. Per esempio con i tanti anziani che hanno abbondanza di tempo libero, ma per mancanza di abitudine non associano la lettura al divertimento, e con i tanti ragazzi che non comprendono le parole della cultura perché le considerano legate a mezzi di comunicazione desueti.

Queste persone non sono mai andate volentieri al Lingotto e c’è da scommettere che domani non passeggerebbero nemmeno sotto gli ex padiglioni dell’Expo (come si chiamerebbe, «LeggeRho»?). La partita con i non lettori si gioca nei luoghi della periferia e del centro storico dove molti di loro vivono durante la settimana e passeggiano nel weekend.

La Stampa è la comunità intellettuale più numerosa della città del Salone, perciò ritiene giusto gettarsi in questa avventura, proponendosi come partner attivo per le iniziative che con il marchio della più grande fiera libraria italiana verranno organizzate fuori del Lingotto. L’obiettivo è portare la passione per i libri laddove fa più fatica ad affermarsi, utilizzando modalità inedite e speriamo sorprendenti. Il nostro giornale mette a disposizione il proprio impegno economico e organizzativo. A condizione, naturalmente, che gli editori non sottraggano al Salone quella dimensione ecumenica e internazionale che da anni garantisce a Torino il ruolo di capitale della lettura.

martedì 26 luglio 2016

Indecisi su Windows 10? Ecco perché fare l’upgrade

la Stampa
enrico forzinetti

Scade il 29 luglio la possibilità di aggiornare il proprio apparecchio gratuitamente. Molte le novità del sistema operativo



A un anno dal suo lancio, venerdì 29 luglio è l’ultimo giorno disponibile per ottenere gratuitamente Windows 10 sui dispositivi con sistema operativo Windows 7, 8 o 8.1. Microsoft ha già rivisto al ribasso la previsione di un miliardo di device con il nuovo sistema montato sopra entro il 2018. In ogni caso ci sono almeno sette buone motivazioni per passare a Windows 10 prima del fatidico 29 luglio.

AGGIORNAMENTO GRATUITO
Il primo motivo è anche probabilmente il più scontato. Fino a quel giorno gli utenti non dovranno pagare nulla per effettuare l’upgrade e non dovranno sborsare neanche un euro per i futuri aggiornamenti. Al contrario i ritardatari pagheranno una somma che si aggira intorno ai 150 euro per la versione Home o circa 280 per la Pro.

SUBITO UN NUOVO AGGIORNAMENTO
Chi passa a Windows 10 godrà anche di un altro beneficio: dal 2 agosto potrà nuovamente aggiornare il proprio device grazie al Windows 10 Anniversary Update. L’utente avrà a disposizione nuove funzionalità tra cui Windows Ink, per prendere appunti come su un foglio di carta, e Xbox Play Anywhere, con cui è possibile acquistare un titolo una sola volta e giocarci sia su pc Windows 10 che su Xbox One. Infine il software Cortana sarà ancora più integrato.

L’ASSISTENTE VOCALE
Proprio Cortana rappresenta una della novità di Windows 10 rispetto ai sistemi operativi precedenti. Sulla falsariga di Siri di Apple, Cortana è un vero e proprio assistente virtuale che aiuta l’utente a compiere diverse attività, imparando le preferenze individuali e offrendo suggerimenti su misura, anche attraverso comandi vocali. Recentemente è anche stato riprogrammato per rispondere a tono a domande sessiste o offensive.

DA SMARTPHONE A DESKTOP
La modalità Continuum di Windows 10 permette di passare da una visione dello schermo di smartphone a quella di un pc, collegando il proprio device con uno monitor, un tastiera e un mouse. Una funzionalità prevista anche per i tablet che potranno configurare così lo schermo come un desktop di un pc.

UN NUOVO PC INSPIRON (SOLO IN USA E CANADA)
Un punto che vale solamente per gli statunitensi e i canadesi: le persone che si presenteranno ai Microsoft Store potranno sempre farsi aggiornare gratuitamente il pc, ma nel caso il lavoro non fosse completato entro la sera riceveranno un notebook Dell Inspiron da 15 pollici nuovo di zecca. Ovviamente con Windows 10 montato sopra.

MAGGIORE SICUREZZA
Windows 10 rappresenta un passo in avanti in termini di sicurezza rispetto alle versioni precedenti del sistema operativo. Questo grazie a nuove funzioni come Windows Hello e Windows Passport che permetteranno il login al dispositivo e il blocco o l’accesso ai contenuti tramite parametri biometrici, come la scansione dell’iride, il riconoscimento facciale o l’impronta digitale. Infine è presente anche la protezione gratuita anti-malware Windows Defender.

UN NUOVO BROWSER
Addio a Internet Explorer sostituito da Microsoft Edge, un browser più veloce e più facile da aggiornare. Un cambiamento che finora non è stato premiato visto che gli utenti dei software di navigazione di Microsoft continuano a diminuire.

Terrorismo, la rete criptata: così la cyber-jihad comunica con i lupi solitari in Europa

repubblica.it
FABIO TONACCI

Le indagini. Darknet, Tor, Vpn e mail con doppia password: istruzioni e indottrinamento passano da strumenti difficili da intercettare per l'intelligence

ANSBACH (Germania) - E se i lupi solitari fossero meno solitari di quanto si pensi? Se quell'idea diffusa dell'uomo a disagio che si radicalizza autonomamente sul web, seguendo solo il sentiero della sua solitudine senza legami reali con il Califfato, fosse un racconto pigro, approssimativo, da riscrivere? Il killer di Nizza Mohamed Bouhlel, l'aggressore con l'ascia di Wurzburg Muhammad Riyad, il bombarolo di Ansbach Mohamed Daleel, pur nella loro documentata psicopatia, sono entrati in contatto con lo Stato Islamico. Direttamente, o indirettamente. Hanno comunicato nel segreto con chi ha fornito istruzioni, consigli, una ragione per farlo. Hanno sfruttato la cyberjihad nel suo potenziale massimo: la rete di comunicazioni criptate invisibili all'intelligence.

Le darknet, Tor, le Virtual private network (Vpn), Telegram, le mail cifrate con doppia password, i software che ingannano il gps del telefonino e ti posizionano in un posto dove non sei, la app per bambini ("Alphabet") che insegna ad associare ogni lettera dell'alfabeto a un oggetto, un fucile d'assalto o un tipo di bomba in questo caso. I jihadisti non sono muti. Parlano, ma dietro scudi digitali. Hanno inzeppato la loro cassetta degli attrezzi di tecnologia di ultima generazione e a basso costo. La media house "As-Sahab" con cui Al Qaeda fabbricava e diffondeva nel 2001 rudimentali messaggi in Pakistan e Afganistan è archeologia. Adesso è un altro mondo, molto più complesso. Adesso c'è Opera.

Opera è uno dei browser per navigare in anonimato su Internet. È compatibile con il sistema android per telefonini, che a quanto pare è il più usato dagli islamisti. Con Opera gli aspiranti jihadisti scaricano i manuali per fabbricare ordigni con fertilizzante, chiodi, bulloni e poco altro. Nell'aprile di quest'anno gli analisti di "Flashpoint", società che fornisce strumenti di intelligence per frugare nelle profondità del Deep web (cui non si accede con i comuni motori di ricerca), scoprono un forum di fanatici religiosi dove vengono condivise informazioni sull'uso di Opera e di Tor.

Con accortezze che dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, il grado di expertise di cui si sono dotati i cyberjihadisti di Al Bagdhadi: "Scaricate il software di Tor su una pennetta usb, utilizzatelo solo negli internet café: mai due volte nello stesso posto, mai due volte sullo stesso computer". E sulle Vpn, le reti di telecomunicazione private, segnalano: "Non sono del tutto sicure, lasciano una traccia del numero seriale dell'hard disk da cui si può risalire a noi".

Intercettando i telefoni alla maniera tradizionale si rischia di perdere tempo, dunque. Raramente si ascoltano commenti sullo Stato Islamico o su obiettivi sensibili da far saltare in aria. Per quello ci sono le chat criptate, Telegram e Whatsapp. L'ordine di colpire l'Italia giunto dalla Siria ad Abderrahim Moutaharrik, kickboxer marocchino di Lecco, era contenuto in un messaggio audio trasmesso su Whatsapp. I poliziotti della Digos e i carabinieri del Ros, che arrestano Moutaharrik ad aprile scorso con l'accusa di terrorismo, lo captano solo grazie a una cimice piazzata nella sua auto.

Osserva una fonte qualificata dei nostri servizi segreti interni: "L'utilizzo massiccio di tecnologia per cifrare le conversazioni è un ostacolo serio. Dobbiamo scoprire un potenziale kamikaze dal comportamento che assume. Una volta individuato, allora, solo allora, lo monitoriamo con microspie e virus digitali". In Siria, nei ranghi dello Stato Islamico, esiste una piattaforma che ha un compito speciale: rendere trasparenti le direttive che Abu Muhammad Al Adnani, la mente della campagna del terrore in Occidente, invia alle cellule in Europa.

Si chiama "United CyberCaliphate", il CyberCaliffato Unito. Si occupa pure di tenere aggiornata la grande rete di comunicazioni occulte dell'Is. Sono canali che qualche falla, tuttavia, ce l'hanno. Sulle darknet sono da sempre infilitrati centinaia di agenti di polizia. Un segreto di Pulcinella svelato da Edward Snoden nel 2012: con documenti top secret ha dimostrato che la Nsa, la maggiore agenzia di spionaggio degli Stati Uniti, è in grado di "rastrellare" il traffico su Tor. "Tiene sotto controllo nove server", si legge nel dossier di Flashpoint. È il motivo per cui il governo americano non vuole "accecare" questi canali e i social network su cui girano i contenuti di propaganda jihadista.

Contano sulla capacità dei loro 007 di "sniffare" qualsiasi brandello di informazione. Però, dopo la strage di Dacca (29 morti, tra cui 9 italiani), l'Europa spinge per isolare il più possibile le reti del'Is, per evitare di renderle cassa di risonanza dei video delle esecuzioni. Nessuno ha ancora trovato il modo di farlo. Ma intanto il lupo solitario è diventato meno solo.

lunedì 25 luglio 2016

La polizia vuole ricostruire il dito di un morto per sbloccare il suo telefono

La Stampa
andrea signorelli

L’uomo è vittima di omicidio negli Stati Uniti. Si proverà a usare una stampante 3D a partire dalle sue impronte digitali, ma non mancano le difficoltà




Il mese scorso, un uomo è stato ucciso negli Stati Uniti. Secondo la polizia, ci sono buone probabilità di trovare qualche indizio sul suo assassino all’interno del telefono della vittima, ma lo smartphone è protetto da password e per sbloccarlo è necessario conoscere il codice oppure utilizzare le impronte digitali.

Le indagini sono in corso, ed è per questo che non si conoscono tutti i dettagli della vicenda, ma sul sito Fusion è stato reso noto che la polizia si è recata nel laboratorio di Anil Jain, professore di Scienze informatiche all’Università del Michigan specializzato nei programmi di riconoscimento facciale e scannerizzazione di impronte digitali.

La polizia ha bisogno del suo aiuto per riprodurre con una stampante 3D le dita della vittima, in modo da utilizzare le impronte digitali per sbloccare il telefono. La polizia infatti possiede le impronte dell’uomo, che è stato arrestato in passato: «Non sappiamo quale dito l’uomo utilizzasse, probabilmente il pollice o l’indice destro. Ma abbiamo le impronte digitali di tutte le dita», ha spiegato uno degli scienziati coinvolti.

Il lettore di impronte digitali dei telefoni, però, funziona solo a contatto con la pelle umana, che è un conduttore elettrico sufficiente ad attivare i piccoli circuiti che gli servono per funzionare. Per questa ragione, il materiale plastico verrà avvolto in uno strato di particelle metalliche che dovrebbe trarre in inganno lo scanner delle impronte digitali.

C’è però un altro ostacolo: spesso, se il telefono non viene sbloccato per più giorni con le impronte digitali, viene comunque richiesto il codice numerico. Gli sforzi della polizia, quindi, potrebbero rivelarsi vani.

Il business dei cambi di casacca. Per ogni deputato 50 mila euro

La Stampa
antonio pitoni

Chi abbandona il proprio gruppo si porta in dote un tesoretto



Era nata come una prerogativa concepita per garantire la libertà di espressione dei parlamentari. Ma negli anni si è trasformata in un vero e proprio malcostume. Per carità, tutto nel rispetto della Costituzione che, all’articolo 67, esclude il «vincolo di mandato». I numeri, però, impressionano. Dall’inizio della legislatura l’associazione Openpolis ha contabilizzato 358 cambi di casacca: 185 a Montecitorio e 173 a Palazzo Madama.

Nel 2015, i gruppi hanno messo all’incasso circa 53 milioni di euro di contributi: 31,9 alla Camera e altri 21,3 al Senato. L’equivalente annuo di 49.200 euro a deputato e 59.200 per ogni senatore.Somme che, ad ogni passaggio da una componente all’altra, i rappresentanti del popolo portano in dote, pro rata mensile e giornaliera, al gruppo di approdo. 

A Montecitorio, dal 2013, il Pd vanta un saldo attivo tra addii e new entry di 10 unità. Oggi conta 301 deputati e l’anno scorso ha incamerato quasi la metà dell’intero «contributo unico e onnicomprensivo»: 14,6 milioni di euro, 395 mila in più rispetto al 2014. Il M5S, che dall’ingresso in Parlamento ha perso 18 unità, ha visto ridursi il contributo dai 4,3 milioni di euro del 2014 ai 3,8 del 2015.

Ma la compagine più colpita dalla transumanza è quella di Forza Italia con un saldo negativo di 48 deputati. L’anno scorso ha percepito 3,2 milioni di euro, circa 100 mila in meno del 2014. A beneficiare delle «diserzioni» tra le file della compagine azzurra è stato soprattutto Ncd: il movimento guidato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano ha dato vita, insieme all’Udc, al gruppo di Area popolare che conta oggi 31 deputati.

Nel 2015 ha incamerato quasi 1,5 milioni, 200 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Sono rimaste, invece, a dieta le casse di Sinistra italiana: l’ultimo rendiconto certifica un contributo di 1,3 milioni di euro, oltre 200 mila in meno del 2014. Stessa sorte per il gruppo della Lega (oggi 18 deputati): il contributo di 906 mila euro per il 2015 ha subito una sforbiciata di circa 90 mila. Con i suoi 10 deputati, Fratelli d’Italia è passata da 448 mila a 422 mila euro. Poi c’è il gruppo Misto: 68 iscritti, con un saldo attivo di 38 tra deputati persi e guadagnati dal 2013. Ma con un «handicap» rispetto alle altre componenti parlamentari.

«Tutto il personale cosiddetto Allegato A e B, non di ruolo e soggetto a rinnovo contrattuale ad ogni legislatura, ci è costato nel 2015 circa 1,8 milioni – chiarisce il tesoriere del gruppo Misto, Oreste Pastorelli –. I restanti 1,2, del contributo complessivo di circa 3 milioni, sono stati ripartiti tra le diverse componenti del gruppo. In pratica, dei 4.166 euro spettanti per ogni singolo deputato, ne sono rimasti in media 2.400 per ogni parlamentare delle diverse componenti».

Al Senato, i 21,3 milioni del 2015, comprendono 2,4 milioni di quota fissa suddivisa tra gli 8 gruppi (300 mila euro ciascuno). Il resto, la parte variabile, è stata assegnata in base alla rispettiva consistenza numerica. A farla da padrone, con 6,4 milioni (6,1 nel 2014), è sempre il Pd che oggi conta 113 iscritti con un saldo attivo tra nuovi ingressi e divorzi di 8 unità. Il M5S, ridotto dall’inizio della legislatura a 35 senatori (-18 il saldo), nel 2015 ha incassato 2,4 milioni (2,6 l’anno precedente). Letteralmente falcidiato, il gruppo di FI: ridimensionato a 40 iscritti (-50 il saldo) è sceso dai 3,2 milioni del 2014 ai 2,9 dell’anno scorso.

Anche a Palazzo Madama, a beneficiare dell’esodo azzurro è stata soprattutto Area Popolare: l’anno scorso il contributo è salito da 2 a 2,3 milioni. Con 12 senatori attualmente iscritti, la Lega Nord si è dovuta accontentare di 938 mila euro (-100 mila). Poi c’è il gruppo Gal: 978 mila euro (+130 mila). E, infine, il Misto (oggi 28 senatori, +12 il saldo dall’inizio della legislatura): nelle casse del gruppo, in ragione degli iscritti, sono entrati 2,3 milioni, circa 250 mila in più del 2014).

Battisti, arriva la sentenza sulla gestione dei diritti E Mogol canta vittoria

La Stampa
marinella venegoni


Un’immagine del viaggio a cavallo da Milano a Roma che Lucio Battisti e Mogol fecero nel 1970 poco prima di scrivere «Emozioni»

A lungo sodali nella vita artistica e umana, Giulio Mogol e Lucio Battisti - la coppia più popolare della musica italiana - hanno finito per trovarsi in tribunale. 

Non Lucio naturalmente, che se n’è andato il 9 settembre 1998 dopo lunghe sofferenze: la causa è stata intentata da Giulio Mogol nel 2012 alla società Acqua Azzurra Srl di cui è amministratore unico la vedova Battisti, Grazia Letizia Veronese, per ostacolare lo sfruttamento commerciale del repertorio di Mogol-Battisti, che è poi il core business del celebre autore dei testi più citati e cantati nella musica popolare italiana. 

Se nelle piazze italiane ci sono state meno Acque Azzurre e Acque Chiare, se i Giardini di Marzo sono sfioriti nelle kermesse popolari, è soprattutto perché la Signora ha tenacemente lottato per inibirne la diffusione ulteriore. Festival nati in nome del marito (per esempio a Molteno, in provincia di Lecco, dove la coppia risiedeva) hanno finito per scomparire perché la vedova è ricorsa sistematicamente ai giudici. 

Co-titolare del 9 per cento della società Acqua Azzurra contro la quale ha fatto causa, e coautore del repertorio più amato di Battisti, Giulio Rapetti Mogol ha deciso che aveva aspettato e sofferto abbastanza, e si è rivolto al Tribunale Civile di Milano. Dopo quattro anni la sentenza è arrivata, e la sua avvocata Maria Grazia Mixia ha reso ora noto che la causa si è risolta a favore del celebre autore di testi, che di Battisti fu scopritore e felice amico finché, già per una questione di ripartizione dei diritti, le loro strade si separarono.

Spiega dunque l’avvocata Mixia che il Tribunale ha condannato la società Acqua Azzurra a corrispondere a Mogol i danni subiti in questi ultimi dieci anni: 2 milioni 651.495 euro, più gli interessi e le spese legali, perseguendo così l’«ostracismo» opposto «dalla vedova Battisti a qualsiasi utilizzo, promozione e celebrazione di brani del marito, e in particolare ha ritenuto illegittimo il rifiuto delle proposte di sincronizzazione in spot pubblicitari e colonne sonore di film delle note canzoni del repertorio Mogol-Battisti». 

Mogol al telefono dal suo Cet, in Umbria, appare felice e sollevato: «È la prima volta che un autore vince contro un editore. In un momento in cui il livello della canzone popolare è sceso moltissimo, riaccendiamo una candela a favore della qualità e dello spessore di un repertorio che è patrimonio della nostra nazione. È stata una battaglia dura, abbiamo portato fior di testimonianze, è stato sancito il diritto alla pubblicizzazione che fa rivivere queste canzoni. Rischiavano di scomparire».

Potranno adesso tornare a fiorire i festival, e sarà possibile iniziare lo sfruttamento commerciale del repertorio Mogol/Battisti. Ma sarà anche possibile utilizzare La Canzone del sole o Non è Francesca per fini pubblicitari, e all’interno di film, e altri interpreti potranno usufruire dell’intero repertorio senza sottoporsi a martorianti attese e con poca speranza di un permesso. Naturalmente ci si aspetta dalla Acqua Azzurra Srl un ricorso in appello, al quale l’avvocata Mixia potrà opporre un contro-appello. Ma le canzoni di Mogol/Battisti cominceranno da ora a rivivere, dopo esser state prima consumate dall’uso e poi quasi ridotte al silenzio. 

Che cos’è il deep web, la rete nascosta usata per acquistare armi e droghe

Corriere della sera

di Marta Serafini

Più grande cinque mila volte della rete in chiaro, nella dark net esistono veri e propri mercati dove è possibile trovare pistole, droghe e materiale pedopornografico. Gli esperti: «Per comprare una Glock bastano 10 giorni e 500 dollari»



Dark web, dark net, deep web. Uno spazio pressoché infinito e una rete parallela, dove si trova di tutto dalle armi, passando per la droga, fino a servizi e beni leciti. Sarebbe qui, secondo la polizia tedesca, che il killer di Monaco avrebbe acquistato la Glock 9 mm utilizzata per la strage.
La punta dell’iceberg
Ma che cos’è in sostanza il deep web? Detta in parole comprensibili a tutti, per deep web o dark net si intende tutta la rete non indicizzata da Google e dai motori di ricerca. Si tratta, secondo alcuni, di uno spazio enorme, che per molti rappresenta addirittura solo la punta dell’iceberg di uno spazio a sua volta ancora più nascosto. Al di là delle teorie, la rete che tutti conosciamo e su cui navighiamo (il web comune o surface web) rappresenta solo il 4 per cento della rete. Sotto questa superficie, si trova il deep web, e poi andando più a fondo la dark net, dove si entra solo attraverso software speciali e più grande di cinquemila volte. All’interno del deep web esistono spazi che ricadono sotto il nome di charter web, una sorta di mercato nero dove si trovano armi, droga, passaporti, filmati pornografici e pedopornografici, ecc.
Come si entra
Per accedere al deep web sono necessari browser ad hoc in grado di leggere i protocolli di rete diversi da Http (quelli con cui sono creati i siti che conosciamo), ossia in grado di navigare su I2P, non-exit-relay, Freenet. Il programma più utilizzato è Tor (The Onion Router), utilizzato anche per aggirare censure e blocchi nei paesi come Cina o Iran dove internet non è accessibile. Tor garantisce l’anonimato assoluto perché trasforma ogni Pc a lui connesso in un nodo su cui rimbalza la connessione. Tracciare la provenienza del collegamento dunque è praticamente impossibile. Ecco perché in alcuni casi è stato usato per acquistare armi o materiale illegale. Anche i terroristi di Isis lo usano per caricare i loro materiali di propaganda che poi vengono diffusi attraverso chat e social network.
Acquistare una Glock
Nel deep web si trovano veri e propri mercati definiti anche ebay «illegali». Uno dei più famosi era Silk Road, il cui fondatore Dread Pirate Roberts venne arrestato e condannato all’ergastolo. Silk Road è poi rinato come Silk Road 2.0, specializzato in droghe. Acquistare una Glock con il numero di serie limato come ha fatto il killer di Monaco sulla darknet è dunque facile anche se non altrettanto come acquistare droga. «Per averla bastano 10 giorni e sono sufficienti 450-500 dollari». Riccardo Meggiato, autore di Cyberwar (Hoepli) conosce molto bene il dark web, la rete nascosta e racconta: «I prezzi sono davvero bassi, si va dai 2.000 dollari per un fucile d’assalto fino ai 500 dollari per una rivoltella».

O di un pezzo di uranio impoverito. Un manuale per costruire un ordigno esplosivo è disponibile anche per 150 dollari. Si compra in bitcoin, dopo aver convertito il denaro nella criptomoneta in modo da non rendere tracciabili le transizioni. «Gli annunci mostrano l’arma appoggiata su un quotidiano e con indicato il nome del rivenditore per dimostrare che non si tratta di foto prese chissà dove», continua Meggiato. Gli accordi per la spedizione vengono presi o via mail criptata o sulle chat stesse della dark net. Poi il materiale viene spedito via posta «Oppure consegnato in pick point temporanei che una volta consegnata tutta la merce vengono chiusi.

E di questi ce ne sono anche in Italia e sono gestiti per lo più da indiani». Attenzione però a pensare che il dark web sia solo un posto di commerci illeciti. «Qui riescono a comunicare e scambiarsi informazioni gli attivisti perseguitati dai regimi. Qui e solo qui è possibile rimanere anonimi». Tor di per sé infatti non è certo illegale, come spiega un documentario di Motherboard realizzato proprio in Germania. Illegale è l’uso, come sempre succede per la tecnologia o per qualsiasi altro mezzo, che se ne fa.

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martaserafini
24 luglio 2016 (modifica il 24 luglio 2016 | 20:46)

Una cover per iPhone contro le ''spie'' firmata Snowden

repubblica.it

Il prototipo presentato al MIT è un case con schermo che segnala in caso di condivisione dati. L'ex talpa Nsa: ''Possiamo essere tratti in inganno dagli smartphone''. Grazie al segnale radio è possibile essere intercettati ovunque

Una cover per iPhone contro le ''spie'' firmata Snowden

SE qualcuno ti controlla, vorresti saperlo? Edward Snowden lo dà per scontato ed è per questo che ha studiato una cover per iPhone in grado di avvisare quando lo smartphone è intercettato. L'ex talpa NSA, che ha spifferato al mondo intero alcuni dei segreti più inconfessabili dell'intelligence americana, ha presentato il progetto al MIT Media Lab: si tratta di un prototipo ideato insieme all'hacker Andrew ''Bunnie'' Huang che consiste in una semplice custodia in grado di segnalare se il telefono è "dormiente" oppure se sta trasmettendo anche in fase di spegnimento.

Il dispositivo battezzato "motore di introspezione" (introspective engine) si presenta come un case batteria con display e permette di accertare se un cellulare sta condividendo dei dati o trasmettendo informazioni che potrebbero essere intercettate. "Per come funziona la rete di celle telefoniche, - spiega Snowden nel report di presentazione - il cellulare lancia costantemente un segnale radio che lo identifica in modo unico preso la compagnia telefonica: questa identità non è salvata solo da quella compagnia, ma può essere intercettata anche da terze parti indipendenti e più pericolose".

La maggior parte dei cellulari disabilita le trasmissioni se viene impostata la modalità aereo, ma secondo Snowden non è possibile fidarsi. "Esistono delle app malware - si legge nel documento - in grado di attivare dei segnali radio senza che vi sia alcuna indicazione da parte dell'interfaccia utente".
L'utente può impostare il dispositivo perché venga forzato lo spegnimento del telefonino, oppure attivare l'allarme. Un possibile sviluppo futuro prevede la capacità di poter tagliare l'alimentazione del cellulare in caso di trasmissione indesiderata, ma al momento l'apparecchio rimane un progetto - incentrato sugli smartphone Apple - senza alcuna previsione di messa sul mercato. Per realizzare il progetto, che sarà open scource, Snowden ha lavorato su un iPhone 6.

Recuperato un aereo abbattuto nel 1945: seppellito nelle campagne di Bologna

repubblica.it
di TIZIANO FUSELLA

Recuperato un aereo abbattuto nel 1945: seppellito nelle campagne di Bologna

Giaceva sotto uno strato di terra spesso oltre cinque metri, da oltre 71 anni, nelle campagne di Bologna. Quattro anni di indagini per riportare alla luce i resti di un aereo, abbattuto il 21 aprile del 1945, pilotato dall'americano Loren Hintz. Un lavoro di ricerca lungo, condotto dai discendenti del pilota e dagli Archeologi dell’Aria, associazione italiana che recupera velivoli abbattuti. L'aereo è stato ritrovato a Budrio, in provincia di Bologna: dopo i primi scavi, sono stati recuperati una mitragliatrice, la piastrina del tenente Hintz ancora leggibile e parti dell’aereo abbattuto
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Ecco quanto spendono i deputati per viaggiare

Francesco Curridori - Lun, 25/07/2016 - 09:39

I deputati spendono quasi 11 milioni di euro tra treni, aerei, ncc e pedaggi autostradali. A spese nostre, ovviamente

Ben 11 milioni di euro all'anno per viaggiare. Poco importa se si tratti di aerei, navi, treni o taxi, i deputati se si devono spostare non badano a spese, tanto paga Montecitorio (cioè noi).

Consultando le varie spese della Camera, Il Tempo ha scoperto che la Camera destina a ognuno un contributo trimestrale di 3.323,70 euro se deve percorrere fino a 100 chilometri per raggiungere l'aeroporto più vicino a dove si risiede e di 3.995,10 euro se questa distanza è superiore ai 100 chilometri. Ma per gli spostamenti dei deputati la Camera nel 2017 spenderà 7.400.000 euro per biglietti aerei (nel 2015 si arrivò a 8.650.000 euro), mentre altri 660 mila euro vanno ai dodici deputati eletti nella circoscrizione Estero. Per i biglietti dei treni destinerà invece 2.300.000 euro, ma ‘solo’ 10 mila euro per le tratte marittime.

Per i pedaggi autostradali Montecitorio prevede di spendere 450 mila euro, come un anno fa. Per i trasporti, sebbene ci sia stata una diminuzione di spesa del 9,5% rispetto allo scorso anno, costano ancora 10.820.000 euro ai contribuenti.

Cairo, scoperti i più antichi papiri d'Egitto

La Stampa
salvo cagnazzo

Il Museo Egizio è una delle attrattive più importanti in assoluto. Ma, se volete immergervi nella storia, deve essere la Valle dei Re la vostra meta...

Egitto

PERCHE' SE NE PARLA Sono stati esposti per la prima volta al Museo Egizio del Cairo, i più antichi papiri d'Egitto. La mostra, inaugurata dal ministro delle Antichità egiziano Khaled el Anany, presenta manoscritti estremamente preziosi per gli studiosi in quanto costituiscono, come ha annunciato el Anany, "il più antico esempio di scrittura egiziana mai rinvenuto". Risalenti al 2500 a.C. circa, sono stati rinvenuti nel 2013 nell'antico porto di Wadi el-Jarf, a 119 km da Suez, grazie ad una missione franco-egiziana guidata da Pierre Tallet e Sayed Mahfouz. Questi papiri sono molto importanti in quanto descrivono alcuni aspetti interessanti e affascinanti relativi alla vita quotidiana degli antichi egizi, oltre a rivelare anche alcuni particolari sui lavori preparatori per l'edificazione della Piramide di Cheope. Ci sono diversi dettagli anche della vita quotidiana dei costruttori e dei funzionari della IV dinastia (2620 a.C. al 2500 a.C.).

PERCHE’ ANDARCI Il Museo Egizio è una delle attrattive più importanti d'Egitto: visitarlo tutto è davvero difficile, data la sua grandezza e ricchezza archeologica. Tra quelle che meritano più tempo segnaliamo l'Antico Regno, le Gallerie di Tutankhamen e la Sala delle Mummie Reali. Le piramidi più belle si trovano nella piana di Giza, a breve distanza da Il Cairo, tanto da vederle scorgere mentre camminate tranquillamente per la città (il che potrebbe rovinarvi la sorpresa). Sono tre le piramidi: Cheope, Chefren e Micerino. E poi c'è la Grande Sfinge che si trova nella parte orientale del complesso insieme ad altre piccole strutture, le cosiddette piramidi regine.

DA NON PERDERE La Valle dei Re, invece, si trova dove un tempo sorgeva l'antica Tebe, sulla sponda occidentale di Luxor: qui sono stati sepolti molti faraoni. Da non dimenticare la tomba di Tutankamon e quella di Ramsete IV. Ma degne di una visita sono anche quelle di Horemheb, Merenptah, Sethi, Thutmose III e Ramesse VI.

PERCHE' NON ANDARCI Il Cairo è una città affascinante, ma l’italiano viene subito riconosciuto. E, purtroppo, spennato. Attenzione allo shopping, cercate di non pagare in euro. E, prima di salire su qualsiasi taxi, informatevi su distanze e prezzi.

COSA NON COMPRARE Non è consigliabile l’acquisto di cammelli di peluche o di piramidi con polvere dorata, ma neanche di calendari con 12 papiri, di arazzi e di cuscini o di lampade e collanine di plastica e di ciondoli chiave della vita e testa di Nefertiti in argento. Scegliere poi l’acquisto del narghilè sarà un vero rischio per il viaggio, se non volete rimanere con dei cocci in mano.