martedì 31 maggio 2016

L’imboscata

La Stampa
massimo gramellini

C’era una volta un piccolo teppista che tirava sassi contro le auto in sosta. I suoi genitori lo portarono in macchina nel cuore del bosco e, dopo averlo fatto scendere, andarono via. Ma quando tornarono a prenderlo, il figlio di sette anni non c’era più. 

È successo in Giappone, più difficile immaginarlo in un Paese mediterraneo, dove un genitore moderno avrebbe difeso la creatura dalle vittime della sassaiola («quante storie, è solo un bambino») e spiegato al sangue del suo sangue che i sassi vanno tirati senza farsi beccare. Eppure fra i due estremi è ancora preferibile il nostro. Persino nella favola più crudele di tutti i tempi, Hänsel e Gretel vengono abbandonati nel bosco a causa della carestia che impedisce al padre di sfamarli. Mentre Yamato Tanooka è scomparso da tre giorni in una foresta frequentata dagli orsi per effetto di una punizione sproporzionata.

Ogni punizione inferta a qualcuno, e in particolare a un bambino, comporta una perdita di umanità. La si sacrifica in nome di qualche valore che si ritiene preminente in quella circostanza: l’educazione alla disciplina, la formazione del carattere, il rispetto delle regole. Ma esiste un limite insuperabile: la punizione non può mettere in pericolo il punito. Il senso profondo dell’essere genitori è la protezione dei figli. Se li metti in pericolo, non sei un genitore. Sei un fanatico. E magari questo spiega anche perché tuo figlio tira sassi alle auto. In una favola Yamato verrebbe adottato da una famiglia di orsi. Nella realtà ci auguriamo che ritrovi la strada di casa. E genitori più umani.

Quelli

La Stampa
jena@lastampa.it

Per chi voteranno tutti quelli che non si fermano se una ragazza chiede aiuto?

lunedì 30 maggio 2016

Gramsci in cella e in clinica I paradossi di una prigionia

Corriere della sera

di FRANCO LO PIPARO

Il leader comunista dopo la condanna e l’ipotesi di una rete protettiva a suo favore

Mussolini con i membri del tribunale speciale che processava gli oppositori
Mussolini con i membri del tribunale speciale che processava gli oppositori

«Per venti anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». È la frase che avrebbe pronunciato il pubblico ministero nel processo contro Antonio Gramsci. In tanti c’è capitato almeno una volta di citarla. La notizia la dà Togliatti nell’articolo scritto nel 1937 per commemorare la recente morte del compagno.

Quella frase non è stata mai detta da nessun giudice. Chi volesse controllare non ha che da leggere gli atti del processo, pubblicati da Domenico Zucaro nel 1961.Il falso storico del 1937 è il punto di partenza di altre falsificazioni su Gramsci e il fascismo. Molte sono note, anche se non sono mai state adeguatamente valorizzate. Ne ricordo alcune tra le più eclatanti.

Ancora Togliatti, nel 1944 appena arrivato in Italia, scriverà che la cognata Tania i Quaderni era riuscita «a trafugarli dalla cella la sera stessa della sua morte, grazie al trambusto creatosi». Gramsci non è morto in una «cella», ma in una delle cliniche più costose di Roma, la Quisisana.

Era accusato di avere attentato alla sicurezza dello Stato. In presenza di un tale capo di imputazione anche i regimi liberal-democratici adottano misure di rigido controllo di ciò che il detenuto scrive. Mussolini, se avesse voluto sequestrare i Quaderni, non aveva che da applicare leggi e regolamenti. Nessuna astuzia di compagni e cognata sarebbe stata efficace. I Quaderni uscirono dalla clinica col consenso o nel disinteresse totale del fascismo. Perché? Escluderei il ricorso all’inefficienza dell’apparato repressivo.

La documentazione disponibile mette sotto gli occhi un paradosso che attende una spiegazione. Gramsci al momento dell’arresto era coperto da immunità parlamentare. Il suo arresto fu illegale, la sentenza o infondata o eccessiva. Una volta condannato (ecco il paradosso) si ha la sensazione che si sia formata una specie di rete protettiva governata direttamente da Mussolini. I fatti che orientano verso questa supposizione sono tanti.

Gramsci dispone di una cella tutta sua che, stando alla descrizione che il detenuto fa alla madre il 31 settembre 1931, è «una cella molto grande, forse più grande di ognuna delle stanze di casa». La lettera non trascura alcuni particolari: «Ho un letto di ferro, con una rete metallica, un materasso e un cuscino di crine e un materasso e un cuscino di lana e ho anche un comodino».

A partire da febbraio 1929 può usare carta, penna e libri diversi da quelli della biblioteca del carcere. Privilegio non concesso agli altri detenuti politici.

A volte il direttore gli proibisce la lettura di determinati libri. Gramsci scrive direttamente a «S.(ua) E.(ccellenza) il Capo del Governo» e l’autorizzazione alla lettura arriva. Nella lettera dell’ottobre 1931 indirizzata a Mussolini, ad esempio, scrive: «Ricordando come ella mi abbia fatto concedere l’anno scorso una serie di libri dello stesso genere, La prego di volersi compiacere di farmi concedere in lettura queste pubblicazioni». Tra esse ci sono: La révolution défigurée di Trotsky, Le opere complete di Marx e Engels, le Lettres à Kugelmanm di Marx con prefazione di Lenin.

Non pare proprio che Mussolini abbia voluto impedire al cervello di Gramsci di funzionare.

A partire dal dicembre 1933 fino alla morte (aprile 1937) Gramsci non è più in carcere ma nella clinica Cusumano, a Formia, prima, nella costosa clinica romana Quisisana dopo. Dodici dei trentatré quaderni a noi pervenuti non hanno timbro carcerario e sono stati interamente redatti nelle cliniche. Correttezza filologica vorrebbe che venissero chiamati Quaderni del carcere e delle cliniche.

La conoscenza del periodo delle cliniche è molto lacunosa. Il cordone protettivo si rafforza. Ruoli importanti vi svolgono l’economista Piero Sraffa e lo zio Mariano D’Amelio, senatore e primo presidente della Corte di Cassazione. È un periodo che presenta molti buchi neri e che potrebbe riservare sorprese.

Prendiamo gli ultimi venti mesi prima della morte, dal 24 agosto 1935 al 27 aprile 1937. Li trascorre nella clinica Quisisana frequentata dalla buona borghesia romana. Al mantenimento delle spese contribuisce la Banca commerciale italiana tramite il banchiere Raffaele Mattioli. Il Ministero dell’Interno dispone la vigilanza solo esterna. La Questura più volte scrive al Ministero per lamentarsi che, date i numerosi ingressi della clinica e il poco personale disponibile, non è nelle condizioni di garantire un vero controllo.

Cito un passaggio della Nota riservata della Questura datata 14 novembre 1935: «La vigilanza esterna non offre neppure la possibilità di alcun controllo sulle persone che si recano a visitare il Gramsci, in quanto trattasi di una clinica vasta, di lusso, in cui sono ricoverati numerosi malati di agiate condizioni e che quindi vengono visitati da persone che vi si recano quasi sempre in automobile».
Non risulta che il Ministero abbia risposto o preso provvedimenti. Segno che così era stato deciso nelle alte sfere del governo.

Il fascismo è crollato da più di settanta anni. Dalla morte di Gramsci sono passati settantanove anni. Il muro di Berlino è stato abbattuto ventisette anni fa. I tempi sono più che maturi per esplorare senza pregiudizi ideologici un capitolo fondamentale della storia d’Italia. Se non ora quando?

29 maggio 2016 (modifica il 29 maggio 2016 | 21:56)

Barbe, sigarette e alcolici: ecco le tasse del Califfato

Corriere della sera

di Viviana Mazza

L’Isis ha perso il 22% del territorio che controllava e con esso le entrate fiscali
I miliziani sono stati costretti a inventarsi modi nuovi per riempire le casse



Se le donne non si coprono per bene gli occhi dietro tripli veli: 10 dollari di multa. Se portano un’abaya troppo «aderente»: 25 dollari. Se tralasciano di indossare i calzini o i guanti: 30 dollari. Per gli uomini che si radono: 100 dollari di multa. Per quelli che si accorciano la barba: 50 dollari. E per chiunque non sappia rispondere ai quesiti sul Corano o la legge islamica posti a sorpresa dalla Hisba, i «vigili» del Califfato: 20 dollari.

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Grazie alle offensive anti-Isis e ai bombardamenti in Siria e in Iraq, tra dicembre e marzo il Califfato ha perso il 22% del territorio che controllava. Questo non significa che non possa sferrare nuove offensive come dimostra la recente avanzata a nord di Aleppo. Ma meno territorio significa anche meno abitanti da tassare (sono passati da 9 a circa 6 milioni), mentre i bombardamenti hanno danneggiato la principale fonte di introito: il petrolio.

Così negli ultimi sei mesi i miliziani sono stati costretti a inventarsi modi nuovi per riempire le casse, come aumentare le imposte e le multe, ma anche introdurne di nuove — per esempio per chi si spunta la barba, lascia la porta di casa aperta, installa/ripara antenne satellitari. Le tasse costituiscono oggi la metà circa del budget di 56 milioni di dollari al mese dell’Isis (l’estate scorsa erano 80 milioni), secondo un rapporto della società di consulenza e analisi di Difesa IHS Inc. I loro dati sono raccolti attraverso interviste, social media, documenti dell’Isis e del governo iracheno.

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Le tasse riguardano ormai ogni aspetto della vita della popolazione e vengono stabilite dall’alto, anche se i governatori locali hanno una certa discrezionalità. Sono suddivise in cinque categorie: comportamenti sociali, istruzione, agricoltura, controllo dell’ordine pubblico, servizi. Oggi i camion devono pagare tra i 600 e i 700 dollari ai posti di blocco dell’Isis, il doppio rispetto alla scorsa estate. Oltre alle tasse sui non musulmani, lo Stato Islamico richiede anche che i musulmani non sunniti, gli ex membri delle forze di polizia e gli ex funzionari dei governi siriano e iracheno comprino un certificato di «pentimento»: prima si pagava una volta l’anno, adesso ogni mese.

«Le imposte sociali sono quelle riscosse con più forza», spiega Ludovico Carlino, ricercatore di IHS. Le donne sono particolarmente colpite dai vincoli sull’abbigliamento, ma gli uomini sono multati il doppio se trovati in possesso di un pacchetto di sigarette (46 dollari) mentre tutti devono sborsare 50 dollari e subire 50 frustate se sorpresi a bere alcolici. «A febbraio e marzo abbiamo visto la polizia della moralità diventare più dura e più rigida con la popolazione — osserva Carlino — ma abbiamo anche notato un fenomeno interessante: lo Stato Islamico ora accetta versamenti in denaro al posto delle punizioni fisiche, un altro segnale delle loro difficoltà economiche».

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Le casse meno piene significano però anche maggiori rischi per i civili. Negli ultimi giorni, alcuni miliziani hanno diffuso per la prima volta sui social network foto di schiave yazide in vendita per 8.000 dollari: acquistate online da miliziani sempre più squattrinati, con meno cibo e medicine, e il pericolo delle bombe. Anche la tassa per poter lasciare città come Raqqa e Fallujah — verso le quali marcia in questi giorni l’offensiva anti-Isis — sono sempre più alte: 800 e 1.000 dollari rispettivamente.

29 maggio 2016 (modifica il 30 maggio 2016 | 07:40)

I magistrati al lavoro e l’infermiera di Piombino

Corriere della sera

Quanto spreco di tempo, spreco di denaro, spreco di lavoro, per arrivare in Italia a costruire inchieste che poi verranno regolarmente scucite dalle sentenze definitive

Il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo (Ansa)
Il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo (Ansa)

Il neopresidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Piercamillo Davigo sostiene che la magistratura italiana, malgrado le apparenze e le interminabili ferie che ne allietano le estati, lavori più dei colleghi sparsi in tutti gli angoli del mondo. Chissà se nel conteggio finale, a corroborare questa ardita tesi, debbano essere anche incluse le ore, i giorni, le settimane (poche) che i giudici del Riesame di Livorno hanno dovuto adoperare per smontare le ore, i giorni, le settimane (moltissime) con cui la Procura aveva motivato un’accusa terribile nei confronti di un’infermiera di Piombino, indicata, con il concorso del sistema corrivo dei media, come una sterminatrice di 13 anziani (anzi 14).

Avessero lavorato qualche ora di più, magari avrebbero tenuto conto di tutte le valutazioni con cui il Riesame ha considerato inconsistenti gli indizi a carico dell’infermiera. Magari l’infermiera non sarebbe stata additata al pubblico ludibrio come un’acclarata assassina seriale prima che un processo regolare ne confermasse l’innocenza, costituzionalmente tutelata fino a sentenza definitiva ma irrisa come una favoletta da tutti i forcaioli d’Italia che in questi anni hanno demolito le fondamenta stesse dello Stato di diritto. Magari le analisi scientifiche avrebbero potuto scagionare chi in pochi giorni ha dovuto subire il processo con condanna incorporata di un’opinione pubblica affamata di mostri. Ed ha subito l’onta e l’angoscia di una carcerazione preventiva usata in Italia con una frequenza da record (questo sì), magari impegnando con un lavoro inutile e supplementare l’attività della polizia penitenziaria.

Sono conteggiate, nel calcolo suggerito dal dottor Davigo, anche tutte le pratiche giudiziarie che finiscono regolarmente nel nulla, che vengono indicate all’opinione pubblica con grande dispendio di strumenti comunicativi e che poi si perdono, tutte le megainchieste, le superinchieste che non riescono a cavare un ragno dal buco. Quanto lavoro, quante ore da aggiungere alla diuturna attività dei magistrati italiani presi da Davigo come un modello mondiale di produttività e di abnegazione. E quanto spreco di tempo, spreco di denaro, spreco di lavoro, per arrivare a costruire inchieste che poi verranno regolarmente scucite dalle sentenze definitive. Errori fisiologici? O non piuttosto, la smania di apparire, di avere un ruolo da protagonisti, di giocare di concerto con i media? Anche a costo di costruire mostri che mostri non erano.

29 maggio 2016 (modifica il 29 maggio 2016 | 14:59)

Quando l’arma si trasforma in un attrezzo contadino

La Stampa
andrea cionci

Elmetti che diventano imbuti, mitragliatrici adattate a seghetti, paracadute trasformati in gonne. A Faenza una collezione raccoglie anche i residui della guerra riutilizzati dai nostri avi per scopi pacifici


Sega da ferro con impugnatura ricavata da mitragliatrice tedesca MG42. Seconda guerra mondiale.

Il collezionismo di cimeli militari è piuttosto diffuso, ma quello del faentino Bruno Zama è concentrato su un genere molto particolare. Ognuno dei 3000 pezzi della sua collezione, spesso esposta in mostre itineranti, racconta non solo i drammi dei soldati coinvolti nelle due Guerre mondiali, ma anche il ritorno alla vita delle popolazioni civili.

Lo sforzo bellico creava una spaventosa penuria di ogni materiale e manufatto. Dopo il passaggio degli eserciti, tuttavia, rimanevano nelle campagne una quantità di residuati costituiti da materiali (ottone, acciaio, alluminio, tessuto) spesso di eccellente qualità, che venivano raccolti, trasformati e riutilizzati dai contadini con fantasia, buon senso ed arte di arrangiarsi. 

Così troviamo, fra gli scaffali del collezionista, un bossolo di cannone inglese, di solido ottone, saldato da uno stagnaro e trasformato in una borsa d’acqua calda. Questo tipo di residuati d’artiglieria spesso venivano sbalzati artisticamente: vi si colava della pece, all’interno e, da fuori, li si martellava per produrre decoratissimi bicchieri e vasi da fiori. Un bossolo più piccolo, di mitragliera da 22 mm, si prestò, invece, a fungere da manico per un pennello da barba. 

Gli elmetti erano prede ambite: bastava chiudere i fori delle prese d’aria con una goccia di metallo, saldarvi manici, tubi o piedini e potevano essere impiegati come imbuti, secchi, mangiatoie, coprifari per trattori, mestoli per il letame, pitali, scudi per lampade a carburo, scaldini, padelle, scolapasta, persino lavandini e lavabi. 

“A tal proposito, mi piace ricordare una storia - commenta Bruno Zama - quella di un parà tedesco, un temibile “diavolo verde”, scampato a Cassino. Nell’aprile ’45, ritirandosi, la sua compagnia venne catturata a Codevigo dai partigiani: molti suoi camerati non tornarono a casa vivi, ma lui ed altri, spogliati di tutto, tornarono in Germania sani e salvi. Il suo elmetto servì ad una “azdora” (massaia, in romagnolo) come pentola per cucinare ed è poi finito nella mia raccolta”. 

Spesso usati dagli agricoltori erano i porta-maschera antigas tedeschi, contenitori di ferro che ben si prestavano ad essere mutati in fornellini per caldarroste o per scaldare il catrame per gli innesti arborei. Le baionette venivano ridotte in coltelli per macellare il maiale, le granate da mortaio adibite a lumi a petrolio. Fra i pezzi più curiosi, spicca una grossa bomba d’aereo americana che fu dotata di sportelletti e trasformata in stufa. 

La canna di un moschetto italiano Mod. ’91 servì da attizzatoio e l’impugnatura di una mitragliatrice tedesca MG42 divenne, per mano di un estroso fabbro, una sega ad arco. Se le canne smontate dalle mitragliatrici di grosso calibro venivano trasformate in timoni per carri agricoli, a volte, le armi venivano riusate integre, per la caccia che, all’epoca, era per molti un’effettiva fonte di cibo.

Così avvenne per una pistola lanciarazzi tedesca, alla quale fu montata la canna di un fucile a pallini.
Mentre le massaie rurali cucivano gonne e camicie con la seta dei paracadute, i bambini si divertivano con giocattoli ricavati da residuati bellici: è il caso di un fucile a elastici ricavato dalla calciatura di una carabina M1 americana e di un aeroplanino realizzato con inneschi di mina antiuomo. 

Tuttavia, in questo riciclo continuo di materiali si avverte non solo un intento meramente utilitaristico, ma anche qualcosa di più: il risentimento verso la guerra, un bisogno inconscio di risarcimento per le tante privazioni subite, e anche l’intento di trattenere i souvenir di quegli eventi storici che erano stati vissuti così da vicino. 

Venezuela, l'utopia socialista ridotta a un inferno

Livio Caputo - Lun, 30/05/2016 - 08:51

Inflazione al 700%, oppositori in carcere e Maduro ridotto a "meschino dittatore"



Dopo Somalia, Libia e Siria, stiamo per avere un altro «Stato fallito»: il Venezuela. La novità è che non si tratta di un tormentato Stato africano o mediorientale, ma di un Paese che una volta fino all'avvento e al successivo crollo del cosiddetto «socialismo bolivariano» - era uno dei più prosperi dell'America latina, con una forte colonia italiana che aveva contribuito al suo sviluppo.

Come ha scritto l'Economist, siamo non solo al collasso di una nazione, ma anche del cosiddetto «chavismo» che, a un certo punto, stava contagiando mezzo continente. Ormai per sopravvivere Nicolas Maduro, l'ex conducente d'autobus succeduto nel 2013 al vecchio caudillo, deve fare strame della stessa Costituzione contenuta nel famoso «libretto blu» del suo mentore: fa bocciare da una Corte suprema formata solo di suoi accoliti leggi e decreti votati da un Parlamento in cui, dalle elezioni dello scorso dicembre, non ha più la maggioranza, incarcera con vari pretesti gli avversari politici, boicotta la richiesta

dell'opposizione di applicare l'articolo che prevede un referendum su una richiesta di «richiamo» del presidente (una specie di impeachment). Inutilmente il segretario dell'Organizzazione degli Stati americani, Luis Almagro, lo ha avvertito che se respingerà questa richiesta si trasformerà in un «meschino dittatore» e il Venezuela potrebbe essere «sospeso» dal consesso. Maduro gli ha risposto accusandolo di essere un agente della Cia, parte del complotto internazionale che a suo dire è responsabile di tutti i mali del Paese.

Più ancora della crisi politica, a rendere drammatica la situazione del Venezuela è quella economica e sociale, dovuta ad anni di insensato statalismo e di cattiva amministrazione, oltre che al crollo del prezzo del petrolio che forniva a Chavez i mezzi per fare quella politica sociale che gli assicurava il sostegno delle masse. Oggi che le casse dello Stato sono vuote, la vita quotidiana della popolazione classe media compresa - è diventata un inferno: code chilometriche si formano davanti ai supermercati prima dell'alba nella speranza di trovare un po' di pane o un quarto di pollo, ma spesso gli empori, disperatamente vuoti, non aprono

neppure; i saccheggi dei pochi negozi che hanno ancora della merce sono sempre più frequenti, e la polizia è costretta ad affrontare manifestanti che protestano semplicemente perché hanno fame; la Coca Cola e numerosi stabilimenti alimentari hanno chiuso per mancanza di materia prima; in molti quartieri di Caracas e in buona parte delle province l'elettricità viene erogata per poche ore e l'acqua ormai una brodaglia bruna impossibile da bere e che infiamma la pelle una volta la settimana; negli ospedali mancano le medicine, buona parte delle apparecchiature sono fuori servizio e muore gente che in ogni altro Paese

civile potrebbe essere facilmente curata; l'inflazione è al 700%; per risparmiare corrente, tribunali e uffici pubblici sono aperti solo il lunedì e il martedì, spesso solo per mezza giornata; da una settimana, hanno cominciato a chiudere anche scuole ed asili; in molte ore della giornata Carcacas, una volta una delle metropoli più caotiche del continente, sembra una città fantasma; e, come è ovvio, la criminalità è rampante, con i sequestri di persona, le rapine e gli omicidi che aumentano di giorno in giorno.

Come andrà a finire? L'impressione è che, se continuerà a violare la Costituzione, Maduro sopravvivrà soltanto fino a quando i militari, dai tempi di Chavez parte integrante del regime, ma ora «infiltrati» anche dall'opposizione, non decideranno di farla finita. Intanto vecchi alleati, come Argentina e Brasile, gli stanno voltando le spalle e perfino Cuba sembra prendere le distanze. Gli Usa hanno ufficialmente definito il regime venezuelano una «minaccia per il continente». Se non vuol finire male, a Maduro converrebbe accettare il referendum e se come i sondaggi lasciano prevedere l'elettorato gli darà il benservito, accettarne il verdetto. Sarebbe la fine di un'epoca, ma almeno senza spargimento di sangue.

Perché Cosa Nostra negli Usa ora parla calabrese

Felice Manti



Le parole del neo procuratore della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri confermano quanto Madundrina aveva già scritto a proposito dei nuovi rapporti tra mafia e ‘ndrangheta. Non più un ruolo paritario ma una supremazia delle ‘ndrine nei confronti di Cosa Nostra, soprattutto per quanto riguarda il traffico di sostanze stupefacenti, di cui la ‘ndrangheta è sostanzialmente e indiscutibilmente monopolista.«È la mafia piu forte e piu ricca in questo momento nel mondo occidentale anche perché importa l’80% della cocaina che arriva in Europa.

Ma è come se Cosa nostra americana avesse rotto il cordone ombelicale con quella siciliana, come se avesse perso il pedigree dell’origine siciliana mentre la ’ndrangheta negli Stati Uniti, a New York, a Brooklyn parla molto bene americano, italiano e calabrese», ha detto Gratteri, secondo cui la ’ndrangheta è diventata referente della famiglia Gambino, storico clan di Cosa nostra siciliana. Non è stato sempre così, anzi. Nei giorni scorsi sono uscite alcune conferme in merito a vicende di cui Madundrina si è già occupata come l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti.

La ‘ndrangheta lo uccide il 9 agosto 1991, alla vigilia dell’ultimo grado di giudizio del maxiprocesso a Cosa Nostra. Il magistrato viaggia sulla sua auto a Campo Calabro. Gli sparano con un fucile a pallettoni. Due colpi lo prendono in testa. La macchina finisce fuori strada. Stava tornando a casa, senza scorta, da una mattinata passata al mare nelle zona in cui risiedeva, appena fuori Villa San Giovanni. «Mio padre non era un eroe», dice Rosanna Scopelliti, parlamentare Ncd, e infatti la magistratura non è mai riuscita a inchiodare definitivamente i mandanti, almeno per via giudiziaria. Per la vulgata Scopelliti è stato ucciso dalla ‘ndrangheta su richiesta di Cosa Nostra perché avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa contro i mafiosi.

A sparare, lo sappiamo solo oggi con certezza, sono stati tre killer reggini, come ha detto durante il processo Meta (pietra miliare nella ricostruzione della storia della ‘ndrangheta e cristallizza la pax mafiosa dopo la guerra e la tripartizione della Calabria in tre mandamenti: Reggio, Jonica e Tirrenica) il collaboratore di giustizia Antonino Fiume, legato a Giuseppe e Carmine De Stefano, i figli del super boss vittima illustre della seconda guerra di ‘ndrangheta Paolo De Stefano. È Fiume a confermare che l’omicidio venne commesso per fare un favore alla mafia. I nomi Fiume li sa e li ha detti ai pm reggini: «Ci sono situazioni che, se non stiamo attenti, si corre il rischio che ci ammazzano», ha avvertito.

Lo ha confermato anche il pentito di ‘ndrangheta Consolato Villani, che ne ha parlato durante il processo a quel romanzo politico-giudiziario chiamato trattativa Stato-mafia in corso nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo: «C’era stato un accordo tra i boss calabresi e Cosa nostra per ucciderlo. I calabresi lo avrebbero ucciso per conto di Cosa nostra». La leggenda narra persino di un Totò Riina latitante sbarcato sullo Stretto in traghetto vestito da frate per chiudere l’accordo.

Non sarebbe la prima volta che la ‘ndrangheta lavora “conto terzi”, d’altronde è ormai acclarato che la ‘ndragheta ebbe un ruolo anche nel rapimento di Aldo Moro. Ma sulla presunta trattativa Stato-mafia c’è ancora qualcosa che non torna. Lo stesso Villani in aula, ricordando l’esistenza di una nave affondata nei mari calabresi che avrebbe trasportato dell’esplosivo, poi rubato dalle organizzazioni criminali della zona, dice:

«Mi fu riferito che il tritolo per le stragi siciliane è partito dalla ’ndrangheta, poi non so se è effettivamente così. Nino Lo Giudice (unn altro boss pentito che poi ha cambiato idea) mi parlò di un uomo e una donna dei servizi deviati, erano l’anello di congiunzione su traffici e interessi per l’approvvigionamento di esplosivo e armamenti tra le mafie».

Eppure, secondo la ricostruzione giudiziaria, non c’è traccia del ruolo della ‘ndrangheta nell’esplosivo che uccise il giudice Giovanni Falcone, la compagna e la scorta. Qualcuno sostiene anche che la ‘ndrangheta non fosse d’accordo con la strategia stragista di Totò Riina ma che venne ovviamente informata di tutto. Avevo già scritto che l’esplosivo usato per via d’Amelio potesse arrivare dalla Laura Couselich o Laura C, la nave carica di rifornimenti salpata dal porto di Venezia nel 1941 e affondata da un sommergibile inglese sul fondo sabbioso di Saline Joniche con almeno 1.500 tonnellate di tritolo.

Come scrive QuiCalabria nel 1995 i Ros di Reggio avviano un’inchiesta, alcuni pentiti (Vincenzino Calcara, Emanuele Di Natale e Carmine Alfieri) dicono che quello era un supermercato per mafia, camorra e Sacra Corona Unita. Ma le frasi del pentito Villani riaprono un capitolo giudiziario che sembrava chiuso.

E soprattutto la storia della trattativa Stato-mafia – ammesso che si sia mai stata – si complica. Che ruolo ha avuto la ‘ndrangheta? Perché ha dato soltanto appoggio logistico alla strategia stragista di Cosa Nostra, fornendo l’esplosivo? E perché finora le indagini non l’hanno mai scoperto finora? Qual è il vero rapporto con la mafia? E se avessero ragione le inchieste, come quella su Paolo Romeo, che indicano in mafia e ‘ndrangheta unite da un’unica cupola affaristico-massonica legata all’eversione nera?

domenica 29 maggio 2016

Compra all’asta per 10 sterline “super-Enigma”, la codificatrice personale di Adolf Hitler

La Stampa



Grazie ai romanzi e al film «An imitation game» del 2014 è quasi tutto noto dell’impresa che portò gli inglesi alla decodifica della macchina Enigma, con cui il comando della marina nazista inviava le istruzioni alle “squadre di lupi”, i sommergibili u-boot, che tante navi alleate affondarono nell’Atlantico. Ma poco invece si sapeva della cosiddetta super-Enigma, la macchina con cui Adolph Hitler inviava gli ordini direttamente ai suoi generali. Si chiama “Lorenz” ed è stata acquistata per sole 10 sterline (circa 12,5 euro) all’asta su eBay da un venditore che ignorava la preziosa rarità che aveva in mano. Ne esiste infatti solo un’altra conservata nel museo delle forze armate norvegesi, che alla fine della guerra (il Paese era occupato dalle truppe naziste) se ne impossessarono.



A confermarne l’autenticità i tecnici del “National Museum of Computing” di Bletchley Park, dove lavorava la squadra del matematico Alan Turing che decifrò Enigma e creò con Colossus quello che si ritiene sia il primo computer del mondo. 

«I miei colleghi stavano facendo un giretto su eBay quando hanno visto una foto di quella che a prima vista sembrava una semplice stampante antiquata», ha spiegato John Wetter uno dei volontari del museo. Ma incuriositi dalle foto sono andati fino dal venditore nella cittadina di Southend. Qui hanno trovato la Lorenz - quasi completa - celata sotto un mucchio di ciarpame e dissimulando il loro entusiasmo hanno chiesto al venditore quanto volesse. «9,5 sterline», ha risposto lo “sventurato”. «Ecco una banconota da 10 e tenga pure il resto», ha raccontato di avergli detto Wetter entusiasta.

A differenza di Enigma, che nella versione decrittata da Turing e compagni, usava un sistema prima a 3 e poi a 4 rotori per rendere impossibile decifrare i messaggi, Lorenz con cui Hitler “parlava” direttamente con i comandanti delle sue armate, montava ben 12 rotori. Si trattava di un sistema che moltiplicava esponenzialmente (non solo per 3) le difficoltà di decifrare i messaggi composti con l’infernale meccanismo. Ora il 3 giugno a Bletchey Park si tenterà di rimetterla in funzione (in teoria manca una sorta di motorino elettrico che la azionava ma non è determinante) ricevendo e tentando di decifrare un messaggio in tedesco con la Lorenz ritrovata. 

Brosio a Medjugorje, visioni di uno showman

Corriere della sera
di Aldo Grasso

Nel suo post su Facebook ragguaglia i seguaci e pubblica la foto del prodigio. In verità, tranne una macchia bianca su sfondo nero, nella foto non si vede granché. Restano le visioni dello showman, con il suo attivismo e le continue apparizioni in tv

La foto pubblicata da Brosio su Facebook
La foto pubblicata da Brosio su Facebook

A Paolo Brosio è apparsa la Madonna. Beato lui, dev’essere un’esperienza fuori del comune. Basti pensare ai racconti della mistica Teresa di Lisieux: «A un tratto la Vergine Santa mi parve bella, tanto bella che non avevo visto mai cosa bella a tal segno, il suo viso spirava bontà e tenerezza ineffabili, ma quello che mi penetrò tutta l’anima fu il sorriso stupendo della Madonna».

Per Brosio le cose non sono andate proprio così. Sulla bacheca di Facebook ha pubblicato un post in cui ragguagliava i seguaci sulla sua visione: «La Madonna è apparsa alle 22.00 sulla collina del Podbrdo a Medjugorje al veggente Ivan ed ha pregato incessantemente per la pace nel mondo! Vi mostro una foto scattata ieri sera durante questa apparizione!». In verità, tranne una macchia bianca su sfondo nero, nella foto non si vede granché. Brosio ha poi precisato altre modalità dell’incontro.

Sui social è iniziato un carosello di sfottimenti e per quanto la foto mostrata da Brosio susciti molte perplessità non è mai bello partecipare agli assalti del branco contro la vittima. Nondimeno, è bene ricordare che secondo gli orientamenti della Chiesa le apparizioni di Medjugorje non avrebbero nulla di soprannaturale.

Restano le visioni dello showman, questo sì. Il suo attivismo e le continue apparizioni in tv fanno pensare che voglia inconsciamente imitare Carmelo Bene. Forse è Brosio che è apparso alla Madonna.

29 maggio 2016 (modifica il 29 maggio 2016 | 09:02)

I musulmani nelle liste traditori per gli islamisti e discriminati dai razzisti

La Stampa
karima moual

Il difficile equilibrio tra fede religiosa e laicità



Nel sermone del venerdì l’imam della moschea torinese Taiba, oltre a curare lo spirito, ha trovato un buon quarto d’ora per invitare i fedeli (con cittadinanza italiana) ad informarsi e andare alle urne per votare il 5 giugno. E lo ha fatto con un riferimento non casuale: «Ci interroghiamo - ha detto l’imam - sul nostro ruolo come cittadini musulmani torinesi e sul ruolo dell’istituzione moschea in questo importante appuntamento». A buon intenditor poche parole

Destra, sinistra, Movimento 5 Stelle e liste varie. Nella cronaca di queste amministrative, tra programmi elettorali, scontri e liste uscite di scena all’ultimo, c’è un dato che è indicatore di un cambiamento sottotraccia tutto da analizzare: la presenza di nuovi volti, arrivati da lontano, che si fanno avanti nella politica.

Nuovi italiani
Sono i nuovi italiani, figli dell’immigrazione nel nostro Paese che, in particolare durante queste amministrative, sono emersi nelle liste dei vari partiti. E più di tutti è la presenza musulmana a farla da padrona. Sintomo di una consapevolezza che si fa strada, un cambiamento dal basso e un coraggio non indifferente, in un momento in cui islam e immigrazione non godono certamente di fiducia o simpatia.

Eppure, se a Londra hanno incoronato il loro primo sindaco figlio di una famiglia di migranti pachistani e primo musulmano, da noi la strada, pur se ancora agli inizi, è tutta in salita. La presenza di candidati di fede musulmana è trasversale. A Milano, per esempio, troviamo come candidate nel Pd Sumaya Abdel Qader e Marian Ismail. Ma a destra, per Stefano Parisi, ci sono Nabih Dalal (Milano popolare) e Faltas Magdi (Fratelli d’Italia). Il M5S ha Seefel Eslam.

A Roma per Giachetti ci sono Ahmed Dolal Zeinab e Aziz Darif, mentre la Meloni ospita nella sua lista Ashraf Saber e Adel Khatab. A Torino – con un record di liste – troviamo ad esempio per Fassino la giovane Sara Hayari, ma anche Omar Sheikh Esahaq Suad. Nell’Idv, sempre nel capoluogo piemontese, si candidano Mohammed Sammouni, Hamid Mnouni e Harzafi Abdellatif.

La doppia identità
Nomi complicati non solo nella pronuncia e nella scrittura, ma anche nel racconto, perché dietro ci sono i volti e la storia del nostro cambiamento in questi ultimi due decenni tra difficoltà e successi. Ognuno di loro ha aspirazioni ma, soprattutto, un messaggio da portare avanti per una parte della propria comunità sia di adozione italiana, sia di origine. Come comunità musulmana, poi, le aspettative sono altissime, perché c’è ancora un rapporto irrisolto con la propria presenza e l’inquadramento sul piano giuridico e sociale in Italia.

Lo hanno capito molto bene le associazioni islamiche attive e ben organizzate sul territorio, quando hanno iniziato a mischiare spiritualità e politica senza nascondersi troppo. Anzi, lo hanno fatto con una comunicazione studiata nei dettagli per bucare lo schermo ed essere appetibili ai nostri media.

L’arena politica, dunque, almeno in queste amministrative, ci ha riservato sorprese, forse inaspettate dagli stessi musulmani. La candidatura in un partito politico italiano ha, per la prima volta, strappato il velo su un tema scivoloso: cosa significhi essere musulmano in un Paese laico e qual è il prezzo da pagare. Il caso più eclatante riguarda certamente due candidature Pd, entrambe musulmane ma con due diverse interpretazioni del proprio credo. Un po’ la fotografia più veritiera del mondo islamico, più frammentato e plurale di quel che si racconta, ma che nel nostro contesto italiano e occidentale insieme, fatica a farsi spazio. Perché fa più notizia l’islam con il velo piuttosto di quello senza.

“Apostata”
Però la novità dell’islam italiano che prova ad entrare in politica, con queste amministrative, è stata quella di averlo messo in discussione. Sumaya Abdel Qader, la candidata più musulmana, mediaticamente parlando, perché porta il velo e arriva dall’associazionismo islamico e organizzato milanese, da una parte è stata etichettata come appartenente alla Fratellanza, dall’altra denunciata come apostata sui social network, perché - l’accusano quelli che si credono ancora più puri e duri di lei - «una vera musulmana non deve candidarsi in un Paese dove non vige la Sharia».

Stesso destino e stesso percorso riguarda un altro musulmano che, invece, siede in Parlamento: Khalid Chaouki. Il deputato del Pd, paradossalmente, mette d’accordo contro di lui gli ultrà razzisti che vogliono torni a casa sua, e gli ultrà musulmani, perché secondo loro si è allontanato dall’islam vero e puro per le sue uscite in tema di radicalizzazione e, da ultimo, il suo voto favorevole alla legge sulle unioni civili.

Così come, all’indomani dell’euforia per Sadik Khan, primo musulmano sindaco a Londra, è partita la campagna denigratoria sui social, «del sindaco tutt’altro che musulmano», perché a favore dei diritti dei gay e molto preoccupato sul moltiplicarsi dei veli e Niqab portati dalle donne musulmane a Londra.

Dunque, se l’Islam a Sud delle nostre coste vive un complesso conflitto interno, non dobbiamo perdere d’occhio quello che abbiamo anche noi in casa. Perché seppure in miniatura, l’islam italiano la sua battaglia, con l’arma più efficace che è quella della politica, la sta già combattendo. E i risultati sono tutt’altro che prevedibili.

Mogol contro D’Alessio: «Gigi via dalla Siae? Sbaglia»

Corriere della sera

di Elvira Serra

Il paroliere: non conosco la società che ha scelto, ma offre tanti soldi



Lui non l’ha letto sui giornali online di ieri. L’ha saputo dal diretto interessato. «Gigi D’Alessio è mio amico. Mi ha chiamato per dirmi che aveva avuto questa opportunità. Credo volesse solo raccontarmelo». L’opportunità, remunerata con un sontuoso assegno, era quella di affidare la raccolta dei suoi diritti d’autore a Soundreef, la società intermediatrice di royalties con la quale poche settimane fa ha firmato anche Fedez, gettando un po’ di scompiglio nel mondo discografico e aprendo un acceso dibattito sul tema del monopolio esercitato dalla Società italiana degli autori ed editori che segue già ottantamila cantanti, scrittori, compositori, autori di film, di teatro).

Giulio Rapetti Mogol, paroliere di canzoni indimenticabili come Una lacrima sul viso— per non menzionare i capolavori nati dal sodalizio con Lucio Battisti —, con il suo «amico Gigi» è stato categorico.

Maestro, che cosa gli ha detto quando vi siete sentiti?
«Gli ho detto che la pensavo in modo assolutamente opposto. La notizia del suo passaggio mi è un po’ dispiaciuta, temo fortemente che alla fine sia un danno per gli autori».

Perché dice così? «Questa società non la conosco, so soltanto che sta offrendo dei soldi ad alcuni autori per fare lei gli incassi. E qualcuno gli ha detto di sì. Ma francamente non so nemmeno se avrà vita lunga: perché gli anticipi che offre sono spese importanti, mentre la possibilità di incasso è relativa. Come fa a garantire il controllo di tutte le esecuzioni?».

C’è chi accusa la Siae di monopolio.
«Penso invece che proprio la capillarità della Siae sia la garanzia della buona riuscita nella riscossione dei diritti d’autore. Basti pensare questo: nonostante lo sfruttamento del diritto d’autore sia aumentato di oltre cento volte negli ultimi trent’anni, mi riferisco per esempio ai telefonini, gli incassi non sono cresciuti in proporzione. Questo è un problema che non riguarda soltanto la Siae, è un problema internazionale. Nessuno sa come fare».

Non pensa che potrebbe non essere un male la discesa in campo di un altro attore, a occuparsi della raccolta dei compensi per conto degli artisti?
«No, anzi. A me sembra un indebolimento della nostra categoria di autori: se saremo divisi, avremo ancora meno possibilità di riuscire a difendere i nostri diritti».

Qual è, secondo la sua esperienza, il vantaggio di essere seguiti dalla Siae?
«Ho sperimentato che si batte davvero per difendere il diritto d’autore e per proteggerci. L’ho verificato non solo su di me, ma anche con l’esperienza della scuola internazionale che ho fondato ventiquattro anni fa: il Cet, Centro europeo di Toscolano, che è un Centro di eccellenza universitario della musica Popolare, dove si sono diplomati 2.500 allievi».

La cultura popolare è un tema che le sta molto a cuore. «Certo, perché dal livello della cultura popolare dipende il livello della gente e dei popoli. La difesa del diritto d’autore è fondamentale, altrimenti sarà un altro colpo terribile alla nostra cultura che è in evidente stato di crisi».

Dunque difenderà a oltranza la Siae?
«Sì, perché secondo me è una garanzia. Morti i diritti d’autore è morto tutto».

@elvira_serra
28 maggio 2016 (modifica il 28 maggio 2016 | 22:28)

C’erano un bengalese, un cinese e un algerino...

La Stampa
mattia feltri

Ieri il mio fruttivendolo bengalese concordava con un cliente algerino sull’inaffidabilità dei commercianti cinesi. 

Un sacco di risate

La Stampa
mattia feltri

Ne ho letta una notevole, di Napoleone: “Bisogna sempre riservarsi il diritto di ridere delle proprie idee espresse il giorno precedente”. Ecco, qui in Italia un sacco di risate il giorno dopo.

Siccome

La Stampa
jena@lastampa.it

Se votassi a Milano, non voterei. Se votassi a Napoli non voterei. Ma siccome voto a Roma, non voto.

Al voto a Roma tra i rifiuti: nessuno raccoglie più l’immondizia

La Stampa
mattia feltri

Tra scioperi, permessi mensili ed “epidemie” influenzali il presidente dell’Ama suggerisce: tenete i sacchetti a casa



Fra una settimana, a Roma, si andrà a votare in gloria dentro panorami di spazzatura. Il calendario della nettezza urbana dice per oggi raccolta rallentata, per domani niente raccolta causa sciopero, per martedì e mercoledì vago tentativo di rimonta, per giovedì altro rallentamento festivo, per venerdì e sabato quel che si può e, per domenica, giorno d’elezioni, il giusto risultato. «Tenete i rifiuti in casa», ha detto Daniele Fortini, il presidente dell’Ama, la municipalizzata.

E cioè, va accudita oggi e domani, di modo che i marciapiede non si colmino di cartoni, stracci, ferraglia, legname e ogni altro ben di Dio produca la città; compresi naturalmente i sacchi neri squarciati dai gabbiani e fra cui guizza la più ampia comunità residente nella capitale, quella dei ratti. Nessuno seguirà l’indicazione: meglio lordare e impuzzolentire le strade da cui, col caldo, già cominciano ad alzarsi zaffate d’urina di senza tetto caricati a birra.

Lo sciopero di domani è stato indetto dai sindacati degli addetti all’igiene ambientale, bell’eufemismo in stile Nicole Minetti, la cui igiene di pertinenza era dentale. Coi medesimi risultati, visto il suolo di Roma: se si cammina guardando a terra si ricostruisce l’intera filiera - dai mozziconi ai resti di pizza ai liquami - della vita quotidiana. Gli addetti all’igiene chiedono cento euro l’anno in più, e avranno le loro buonissime ragioni, che forse sapranno dettagliare in compensazione alle assenze registrate ogni giorno all’Ama: oltre il 18 per cento. Come se lì dentro avessero istituito in autonomia la settimana corta.

Le assenze per malattia sono superiori alla media nazionale e i picchi influenzali si registrano curiosamente in coincidenza di ponti o a ridosso del week end; così, dopo il prossimo giovedì festivo, è facile pronosticare nuove epidemie. Sopra la media nazionale è anche la percentuale (il 19 per cento) di chi usufruisce di tre permessi mensili per assistere parenti disabili. Siccome nel privato si scende all’1,5 per cento, se non si vuole pensar male, e si considera una deplorevole eccezione quella del dipendente trovato poche settimane fa in groppa al cavallo nel giorno di permesso, tocca giungere alla conclusione che sull’Ama si accanisce la sfortuna.

Proprio ieri, fra l’altro, un rapporto della Confartigianato ha avvertito che la raccolta costa a ogni abitante 249.9 euro, doppio secco della media nazionale. Il numero ha suggerito al Codacons - l’incontenibile associazione consumatori - di chiedere la restituzione ai cittadini del suddetto 50 per cento, trascurando che i romani si fanno giustizia da sé: negli ultimi sei anni è stato evaso un miliardo di euro di tassa sui rifiuti; fra gli evasori ci sono ministeri, caserme dei carabinieri, ospedali e naturalmente un numero infinito di normali residenti, a dimostrazione che nello sfascio c’è ampia collaborazione.

Verificabile, tra l’altro, a occhio nudo: i cassonetti destinati alla raccolta differenziata vengono usati a capriccio del passante, plastica nella carta, confezioni alimentari nel vetro, con entusiastica partecipazione di turisti che si adeguano in poche ore all’anarchia locale. A un etnologo sarebbe utile, nei prossimi giorni di astensione dal lavoro e attività ridotta, passeggiare per Roma e catalogare i rifiuti abbandonati nei dintorni dei cassonetti: martedì mattina si troveranno materassi, televisori, mobiletti, antenne paraboliche, carrelli dei supermercati che i netturbini scanseranno sconsolati.
Sulla statistica possiamo di nuovo aiutare noi: di solito circola il 60 per cento dei camion, gli altri restano guasti in garage, ed è difficile supporre che questa settimana l’affidabilità dei mezzi conosca un’epifania.

Di conseguenza ieri è stata l’occasione giusta perché i candidati a sindaco esponessero le loro eccellenti idee, accomunati dalla certezza che la spazzatura possa diventare una ricchezza. Giorgia Meloni conta di portare la differenziata al 75 per cento, il che sarà facilissimo visto che già oggi la si stima al 60, e sulle stesse basi per cui si potrebbe dire che è all’80 o al 20. Roberto Giachetti punta sulle nuove tecnologie. Alfio Marchini su una non meglio precisata inversione del ciclo dei rifiuti. Virginia Raggi - come si sa - è deliziosamente minimalista e pensa a pannolini lavabili per bebè e ai mercatini dell’usato. Per cui, fra una settimana, se riusciremo a scalare le montagne di pattume, andremo a scegliere il salvatore. 

sabato 28 maggio 2016

Tra integralisti e Imam vietati, tutte le foto che inguaiano il Pd

Alberto Giannoni - Sab, 28/05/2016 - 10:42

Ecco simpatia e rapporti degli islamici milanesi fra leader fondamentalisti e predicatori di odio



Due soli passi separano idealmente il Pd milanese da un islam politico controverso. Al centro il coordinamento delle associazioni islamiche, cuore della vicenda e protagonista di quello che sembra un patto elettorale coi dem, che hanno candidato uno dei volti più noti del Caim, Sumaya Abdel Qader.

Il Caim da un lustro gestisce la partita delle moschee e da allora è al centro di critiche anche di musulmani (la moderata «Casa» di via Padova, non ha mai aderito). La comunità ebraica da anni ha interrotto i rapporti col Caim (aveva invitato all'Arena un imam che aveva inneggiato al «martirio» dei kamikaze).

Tutto il centrodestra considera il Caim un interlocutore poco affidabile, non credibile. In più occasioni gli ebrei milanesi hanno auspicato un passo indietro del coordinatore Davide Piccardo, incappato in diverse occasioni in posizioni discutibili: parole di fuoco contro Israele, attacchi alla Comunità ebraica, difesa di personaggi discutibili, come l'imam Al Suwaidan, cui il Viminale ha negato l'ingresso in Italia.

1 Un giovane iscritto al Pd, Sam Aly, aspirante candidato, aveva postato un «selfie» con l'imam. Altri, aderenti al Caim o vicini in qualche modo, hanno mostrato posizioni simili. Legami, o simpatie per personaggi che appartengono all'area di un islam controverso (guarda la foto).

2 Il consigliere Max Bastoni ha diffuso una foto che ritrae il marito della candidata, Abdallah Kabakebbji, in compagnia del padre Maher Kebakebbji (che risulta presidente del Caim) e di quello che viene indicato come «il leader dei Fratelli musulmani tunisini Rachid Ghannouchi» (guarda la foto).

3 In un'altra immagine, per il consigliere, si vede Ahmed Abdel Aziz, responsabile relazioni interne del Caim, insieme al fratello Omar Abdel Aziz, nella sede dell'Alleanza Islamica d'Italia (inserita nella lista nera degli Emirati Arabi) «con Salah Sultan, elemento legato all'ex governo islamista di Mohamed Morsy». Il capolista di Milano Popolare, Maurizio Lupi, ha detto: «È una vergogna che ci sia chi rappresenta i Fratelli musulmani», tirando in ballo il movimento diventato punto di riferimento per molti integralisti. Piccardo, parlando della «Fratellanza», ha scritto che chi la «criminalizza» «o non sa di cosa parla o è in assoluta malafede» (guarda la foto).

4 Una foto pubblicata (e non smentita) immortala l'incontro fra il padre della Abdel Qader e il premier egiziano Morsi (guarda la foto).

5 Alle manifestazioni per il leader deposto hanno partecipato in molti (anche Abu Sumaya l'avrebbe fatto). La Abdel Qader ha smentito la sua adesione al movimento, ma non ha escluso che nel suo «bagaglio» ci sia anche il fondatore. E non ha escluso di essere stata dirigente del dipartimento giovani e studenti della Fioe, considerata da molti vicina ai Fm (guarda la foto).

6 Il consigliere Matteo Forte ha pubblicato una foto in cui vede la candidata che esibisce un premio assegnato a Colonia nella sede di Milli Gorus, associazione turca citata in una «black list» governativa tedesca e a Milano aderente al Caim e parte di un progetto per la costruzione della moschea al Palasharp (guarda la foto).

Diritti d'autore, strappo di D'Alessio lascia la Siae e passa a Soundreef

Il Mattino



Dopo Fedez anche Gigi D'Alessio lascia la Siae e si affida a Soundreef per la raccolta dei suoi diritti

d'autore. L'accordo è stato firmato oggi tra il cantautore e l'amministratore delegato di Soundreef, Davide D'Atri. D'Alessio, forte di 20 milioni di dischi venduti in tutto il mondo e con un repertorio di circa 750 brani (uno dei più grandi della discografia italiana) ha incaricato Soundreef, una delle prime società in Europ a ad essere riconosciuta dal governo inglese ai sensi della nuova direttiva, di riscuotere dall'1 gennaio 2017 i suoi proventi musicali.

«Siamo felicissimi - commenta D'Atri - per l'arrivo di Gigi e questo ci testimonia che siamo sulla strada giusta dell'innovazione, e della necessità di cambiare garantendo meglio tutti, soprattutto i più deboli. Con la direttiva Barnier l'Unione Europea ha preso atto della rivoluzione digitale in corso e della conseguente fine dell'era dei pochi monopoli che ancora resistono come quello italiano della Siae. Credo che presto assisteremo a un effetto domino. Abbiamo tanti contatti in fase avanzata di artisti che hanno espresso la loro volontà di cambiare, esercitando la libertà che la Direttiva riconosce loro».

Sabato 28 Maggio 2016, 11:01 - Ultimo aggiornamento: 28-05-2016 11:02

Henry Heimlich, l'inventore della manovra anti-soffocamento a 96 anni salva una donna

Il Mattino

Henry Heimlich, l'inventore della mossa anti soffocamento (Ap)

Non ha perso il tocco Henry Heimlich, il chirurgo che ha dato il suo nome alla manovra di primo soccorso che può salvare la vita in caso di soffocamento per ostruzione delle vie aeree. Alla tenera età di 96 anni ha salvato la vita di una donna di 87 anni che si stava strozzando con un pezzo di hamburger.

Il chirurgo ha raccontato la storia al 'Cincinnati Enquirer', sottolineando che questa era la prima volta che lui stesso provava il famoso 'abbraccio' su una persona che stava soffocando. Mentre in precedenza l'aveva sempre effettuata in dimostrazioni pubbliche non in una vera emergenza.

Venerdì 27 Maggio 2016, 22:45 - Ultimo aggiornamento: 28 Maggio, 09:31

Corte distratta, in fuga 15 di Al Qaida

Simone Di Meo - Sab, 28/05/2016 - 08:13

A Napoli, dal 2012 a oggi non si è trovato il tempo di fissare il processo di appello. E gli jihadisti sono rimpatriati



Hanno finanziato il terrorismo. Hanno allestito, tra Napoli e Milano, centrali di contraffazione di documenti da smerciare sul mercato clandestino delle identità fantasma. Hanno promosso collette e raccolto soldi da inviare ai fratelli del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento». Hanno dato ospitalità a combattenti ricercati in patria e ne hanno reclutati di nuovi da inviare nelle terre del jihad, nel Nordafrica e in Cecenia e in Afghanistan per portare avanti la Guerra Santa.

Sono stati condannati in primo grado per aver costituito una «associazione con finalità di terrorismo internazionale» operante in Algeria. Ma, i tempi biblici della giustizia italiana, ha permesso loro di fuggire. Di tornare a casa dove hanno trovato un'inaspettata amnistia che, di fatto, chiude qualsiasi capitolo con la magistratura tricolore. Perché la Corte d'appello di Napoli non ha ancora fissato l'udienza del dibattimento-bis. È la storia dei 19 reclutatori della cellula islamista che, nel 2009, venne sgominata da due inchieste condotte dalle Procura di Milano e di Napoli, poi riunificate in sede processuale.

I giudici di primo grado hanno impiegato undici mesi per scrivere le motivazioni della condanna a fronte dei tre prescritti. Nel frattempo, alla spicciolata, i terroristi hanno potuto organizzare l'esodo anche perché hanno affrontato l'iter giudiziario a piede libero. Il ping pong tra Cassazione e Riesame, dopo che già il gip aveva negato gli arresti, ha prodotto solo diverse interpretazioni di giurisprudenza sulla valutazione delle prove e sulla definizione di organizzazione terroristica. Per la Suprema Corte, gli indizi relativi al loro legame con Al Qaeda erano più che sufficienti a far scattare le manette. Per i giudici dell'impugnazione, no: bisognava valutare in senso positivo il contesto.

I 19 imputati, secondo la ricostruzione dei carabinieri del Ros, avevano addirittura impiantato attività commerciali in Lombardia e in Campania per fare business e racimolare migliaia di euro da spedire ai gruppi sunniti impegnati in un colpo di Stato in Algeria, come nel caso del leader della formazione Djamel Lounici. I giudici partenopei hanno riconosciuto che i miliziani, oltre a offrire «sostegno finanziario» e «assistenza legale» ai complici coinvolti in altre inchieste in Italia, si preoccupavano pure di «indottrinare ideologicamente» i nuovi arrivati.

Compito, quest'ultimo, assolto dall'ex vice imam della moschea di corso Arnaldo Lucci, a Napoli. Nella primissima fase delle indagini, i servizi di intelligence ipotizzarono una collaborazione diretta con la camorra del centro storico, capeggiata dal boss Edoardo Contini, per la fabbricazione di patenti e carte d'identità false. Le settimane di attesa, intanto, son diventati mesi. E mesi gli anni. Se tutto andrà bene, l'Appello malgrado le insistenze della Procura che ha premura di chiudere il fascicolo e di arrivare a sentenza potrà iniziare tra non meno di sei mesi.

Sicuramente dopo l'estate, forse tra ottobre e novembre. Ma è un provvedimento che arriva in ritardo, comunque. Già dal 2013, gli algerini hanno abbandonato definitivamente l'Italia. Hanno riallacciato i rapporti con la madrepatria, e hanno deciso di rifarsi una vita nel paese che avevano contribuito a insanguinare agli inizi del Duemila. Hanno ottenuto la cancellazione delle condanne riportate in Algeria, e si sono sistemati. Qualcuno ha addirittura aperto un ristorante.

Lo scandalo delle pensioni gratis

Alessandro Sallusti - Gio, 26/05/2016 - 15:48

Gli enti pubblici non pagano i contributi per 50 miliardi. Per questo non ci sono i soldi

Uno dei motivi per cui il sistema pensioni è in tilt è che lo Stato e gli Enti pubblici non pagano i contributi dei loro dipendenti.

Il buco che comuni, regioni, province ed enti pubblici hanno provocato all'Inps ammonta oggi a 54 miliardi e cresce al ritmo di 7 ogni anno. Non pagare i contributi è un reato grave, punito duramente in sede civile e con una condanna fino a due anni di carcere in sede penale. Questo almeno è quello che succede a un imprenditore o datore di lavoro moroso. Governatori, sindaci e presidenti vari invece la fanno franca. Anche perché l'Inps, contrariamente a come si comporta con noi comuni mortali, nei loro confronti non agisce per vie legali. Questione di opportunità politica, dicono che se lo facesse salterebbe il sistema dell'amministrazione pubblica.

Siamo alla solita Italia a due legalità. Una che vale per noi, severa, inflessibile e spesso strozzina, l'altra che vale solo per lo Stato. Al quale è data ampia facoltà di non pagare i debiti, di non onorare i patti, di operare un regime di illegalità impunita. Che siano contributi Inps o uffici pubblici non a norma di legge, tra i quali molte scuole (con gravi rischi per chi li frequenta), nessuno pare eccepire. Tanto a pagare ci pensiamo noi. Gli enti pubblici sono morosi con i contributi pensionistici? Il rimedio è semplice: tagliano le nostre pensioni imponendo contributi di solidarietà, bloccano gli adeguamenti, lasciano le minime a livello da fame, costringendo la gente a lavorare fino a settant'anni.

So di dire una banalità, ma una azienda assume un numero di persone in base alla capacità di pagare stipendi e oneri. Se sbaglia i conti, fallisce. Perché a un ente pubblico è invece concesso di vivere al di sopra delle proprie possibilità? Non c'è risposta logica e si deve ripiegare in un'altra banalità: perché siamo in Italia. Paese che avendo la coda di paglia si è convinto che l'onestà del politico consista unicamente nel non rubare (cosa ovvia) e non lo sosteneva Benedetto Croce, come ricordiamo oggi nelle pagine culturali nella capacità di fare politica, così come l'onestà del medico è quella di salvare il paziente. È che siamo governati da disonesti, cioè da incapaci. E in questo, purtroppo, Renzi non fa alcuna eccezione.

Sgarbi: "Il Papa abbraccia il suo carnefice"

Francesco Curridori - Sab, 28/05/2016 - 10:56



"Cosa avremmo detto se Pio XII avesse abbracciato Hitler?" Se lo chiede Vittorio Sgarbi sul suo profilo Facebook, commentando la foto che ritrae Papa Francesco insieme all'imam di Al Azhar, Ahmed al Tayeb.

"Ovvero, il Papa che abbraccia il suo carnefice", scrive il critico d'arte che si domanda anche:"Perché il Pontefice non ha chiesto ragione delle tanti stragi di cristiani avvenute in questi mesi in Iraq, Siria o Pakistan? Perchè non ha chiesto all'Imam in nome di quale Dio sono stati uccisi ?". E ripete: "Cosa avremmo detto se Pio XII avesse abbracciato Hitler? " per poi concludere:"Se avesse sentito una parola di pietà nei confronti di quei poveri morti, forse il Papa avrebbe dato un significato di perdono al suo abbraccio".

Sollima, regista di Gomorra: “Racconto la camorra senza paura di sporcarmi le mani”

La Stampa
angelica d’errico

Al Wired Next Fest di Milano, il regista della popolare serie tv Sky ha parlato dei suoi prossimi progetti, ispirati a Roberto Saviano e Sergio Leone



Dieci anni fa ha cominciato con un esperimento: quello di raccontare la banda della Magliana attraverso gli standard delle serie internazionali. E forse all’epoca non si aspettava che il pubblico italiano – e non solo quello più giovane - avrebbe apprezzato così tanto da non poter fare più a meno di quei canoni. Stefano Sollima, cinquant’anni da pochi giorni, è tornato sul piccolo schermo con la seconda stagione di Gomorra , la serie sulla camorra che dall’Italia ha conquistato il pubblico internazionale . Ma, annuncia al Wired Next Fest dove è stato ospite in questi giorni, non sarà lui a girarne il già confermato terzo appuntamento. Lo abbiamo incontrato su una panchina dei giardini Indro Montanelli, a Milano, e qui ci ha parlato dei suoi prossimi progetti: Zerozerozero, serie ispirata al libro di Roberto Saviano, e Colt, un western nato da un’idea di Sergio Leone. 

Stefano Sollima, come si racconta la mafia in televisione?
«Noi non abbiamo raccontato «la» mafia. Noi abbiamo raccontato «una» mafia, ossia la camorra. Lo abbiamo fatto mettendoci in gioco con un enorme lavoro di documentazione, ma soprattutto con una profonda onestà intellettuale. E senza paura di sporcarci le mani».

Quando si racconta la criminalità in tv si dice che si finisce per “tifare per il cattivo”. È un rischio che si corre?
«Il male in Gomorra non viene idealizzato. Anzi, viene raccontato per quello che è. È uno degli aspetti della nostra società e come tale va riportato in forma di racconto cinematografico e televisivo. La questione del «tifare per il cattivo» ha origini lontane, diciamo dai tempi del neorealismo, quando ci si cominciava a chiedere: «È giusto rappresentare il nostro lato oscuro oppure è meglio lavare i panni sporchi in famiglia?». Onestamente sono gli estremi di una polemica che non mi appassiona».

Quali sono i modelli a cui si ispira il tuo racconto?
«Io sono un grande consumatore di cinema e di tv internazionale. È uno standard che esiste nel mondo e io, come regista, non me la sentivo di ignorarlo. Così ho scelto di girare secondo i canoni estetici delle grandi serialità estere. Era un esperimento considerando che, sia con la malavita romana di Romanzo criminale ma soprattutto con Gomorra, si tratta di due realtà influenti ma nostrane».

C’era grande aspettativa per questa seconda stagione di Gomorra. Come l’avete vissuta durante le riprese?
«Non ci abbiamo mai pensato. Credo che sia giusto, per rispettare il pubblico, ”ignorarne” le attese: è l’unico modo per fare un buon lavoro. Difatti non abbiamo avuto fretta, ci siamo presi un tempo congruo per riuscire a garantire la stessa qualità e la stessa profondità di racconto».

Cosa cambia tra una serie televisiva e un lungometraggio?
«Mettiamola così: al cinema decidi di chiuderti in una sala buia per due ore. La serie tv prevede una sorta di investimento emotivo, perché lo spettatore si lega a storie e personaggi. Magari anche consumandola per ore, tutta d’un fiato». 

E tu come preferisci vedere una serie? Con calma o tutta d’un fiato?
«Direi che l’appuntamento settimanale continua a conservare un suo fascino. Ma la libertà di fruizione è un’innovazione impagabile. Una rivoluzione». 

Al Wired Next Fest hai detto che non parteciperai alla regia di Gomorra 3. Cosa c’è nel tuo futuro lavorativo?
«Sto lavorando su due progetti diversi. Uno è Zerozerozero, tratto dall’ultimo libro di Roberto Saviano, una serie in otto episodi prodotta da Studio Canal e Sky. Poi un’idea a cui tengo molto: una miniserie western tratta dall’ultimo soggetto di Sergio Leone. Si chiama Colt: protagonista è una pistola che, passando di mano in mano, funge da testimone nella storia del west. Ma non aggiungo altro, la stiamo ancora scrivendo». 

Sardegna, riemerge un sommergibile inglese della II Guerra Mondiale

La Stampa
nicola pinna

All’interno ci sono ancora i corpi di tutti i componenti dell’equipaggio



Era arrivato al largo della Sardegna per attaccare: per affondare due incrociatori italiani e, forse, per devastare La Maddalena. Il sommergibile P311 era sparito nel nulla a gennaio del 1943, nel corso della sua prima missione: era partito da Malta a dicembre, poi era misteriosamente affondato. Ma in che punto nessuno l’ha mai saputo con precisione. Si sospettava che non fosse lontano dalla Sardegna perché in quei giorni alcuni pescatori di La Maddalena avevano sentito un’esplosione fortissima, ma dalla Seconda guerra mondiale a oggi nessuno aveva trovato una sola traccia del siluro della Royal Navy. Il sub genovese Massimo Domenico Bondone lo ha cercato ovunque: ha studiato tutti i documenti disponibili e ha compiuto più di una missione per trovarlo. Ore e ore passate negli abissi alla ricerca questo gigante di ferro che sembrava svanito nel nulla. 

Il tentativo fortunato, quello che doveva essere l’ultimo, è stato compiuto domenica scorsa: un’immersione organizzata con i tecnici dell’Orso diving di Poltu Quatu e durata circa tre ore. La scoperta è stata clamorosa e in Gran Bretagna in questi giorni sta suscitando grande interesse. Il sommergibile (lungo 84 metri e largo 8) è adagiato a novanta metri di profondità, quasi intatto, non lontano dall’isola di Tavolara, nel Nord-est della Sardegna. Le coordinate per il momento devono rimanere segrete, in attesa che le autorità inglesi decidano cosa fare. Anche perché all’interno del P311 (un sommergibile sul quale si erano costruite tante storie) ci sono ancora i corpi di tutti i componenti dell’equipaggio: 71 giovani incaricati di svolgere una missione che in breve tempo si è rivelata suicida. 

La Marina italiana aveva previsto un attacco subacqueo e aveva piazzato una barriera di mine in fondo al mare, una specie di muraglia esplosiva e sommerca per difendere l’Arcipelago di La Maddalena. Il sommergibile di sua maestà è finito proprio in una di queste mine e i danni ancora ben visibili sulla prua lo dimostrano con chiarezza. Gli inglesi, commossi da questo ritrovamento, hanno già annunciato una cerimonia di commemorazione nelle acque della Sardegna e l’intenzione di istituire a novanta metri di profondità un cimitero di guerra. 

Voglia di tenerezza

La Stampa
massimo gramellini

Vorrei esprimere solidarietà umana alla signora Luana Velliscig, l’addetta al casting lapidata di insulti e costretta alle dimissioni per avere richiesto un figurante «nano o con altra disabilità che trasmetta tenerezza». La frase era e resta infelice, anche se per assurdo la sua gretta brutalità suona a garanzia della buona fede di chi l’ha scritta.

Una cinica manipolatrice di sentimenti avrebbe usato espressioni più edulcorate. Ma senza volere minimizzare una gaffe provocata probabilmente dalla stanchezza, ciò che ho trovato davvero sconvolgente è stata la reazione violenta della Rete. Non alludo al video con cui Gianluca Nicoletti e il figlio (disabile) hanno ironizzato da par loro sulla vicenda. Semmai al flusso di commenti spietati che hanno alzato un’onda immensa di indignazione, trasformando l’errore di quella donna in un peccato mortale.

In Rete succede ogni giorno e per le questioni più disparate. Aizzata dalle urla dei giustizieri, una folla di persone largamente imperfette si erge a giudice dell’imputato esposto al pubblico ludibrio, accusandolo di non essere perfetto. Difendersi è impossibile e le voci sottili della riflessione sono ridotte al silenzio dall’arroganza di chi cavalca l’opinione tranciante. La sentenza è immediatamente esecutiva: il plotone di esecuzione formato da milioni di tastiere reclama un capro espiatorio, il cui sacrificio placherà la furia popolare fino all’indignazione successiva.

Come ogni altra massa anonima, anche la Rete non conosce pietà. E non trasmette tenerezza.

Manco

La Stampa
jena@lastampa.it

Scoperto un super batterio che resiste a tutti gli antibiotici, manco fosse Renzi.

I sistemi nucleari del Pentagono? Dipendono da un floppy disk

La Stampa
dario marchetti

L’unità di comando dell’arsenale nucleare Usa è gestita da un vecchio computer risalente al 1976. La portavoce del Pentagono: «Il sistema rimane attivo perché funziona bene»



Squadra che vince, non si cambia. E lo stesso vale per la tecnologia: se un sistema funziona a dovere, perché sostituirlo con qualcosa di nuovo? In un epoca in cui smartphone e pc rischiano di diventare obsoleti pochi giorni dopo l’acquisto, a dare l’esempio è il Pentagono, il quartier generale della Difesa statunitense, che per controllare buona parte dei sistemi di lancio delle testate nucleari utilizza una tecnologia davvero avanzata: i floppy disk.

A prima vista potrebbe sembrare una bufala, ma a diffondere l’informazione è stata proprio un’agenzia governativa: secondo il rapporto del Government Accountability Office, l’unità di comando e controllo con il compito di coordinare «le funzioni operative dell’arsenale nucleare nazionale» utilizzano vecchi floppy disk da 8 pollici e computer IBM / Series 1, un modello prodotto nel lontano 1976.

Ma perché continuare a utilizzare sistemi così sorpassati, con costi di mantenimento che arrivano anche a 75 milioni di dollari ogni anno? «Il sistema rimane attivo perchè, sostanzialmente, funziona ancora bene» ha spiegato la portavoce del Pentagono Valerie Henderson. Un’altra possibile spiegazione potrebbe però essere legata alla sicurezza: in un mondo iperconesso e digitalizzato, dove le informazioni viaggiano alla velocità da uno smartphone all’altro e la privacy rischia di diventare un bene prezioso, una tecnologia così arretrata e ormai obsoleta può rivelarsi più difficile da tracciare, intercettare o hackerare.

E anche se il governo Usa ha promesso che entro il 2017 i floppy andranno in pensione, quello del Pentagono non è però l’unico caso di tecnologie «antiche» ancora in uso. Sempre negli Stati Uniti, nello stato del Michigan, i sistemi di riscaldamento e condizionamento dell’aria di 19 scuole pubbliche continuano a essere gestiti da un vecchio Commodore Amiga risalente agli anni ’80, in grado ancora di inviare comandi sulle frequenze radio a onde corte. La speranza è che non decida di smettere di funzionare proprio mentre l’estate è in arrivo.

venerdì 27 maggio 2016

Un iPhone nel quadro del 1670: la 'scoperta' di Tim Cook

repubblica.it
Pier Luigi Pisa



Il CEO di Apple è rimasto folgorato da un quadro dell'artista olandese Pieter de Hooch - erroneamente scambiato per Rembrandt - esposto al Rijksmuseum di Amsterdam. Nel dipinto, realizzato nel 1670, un uomo sembra tenere in mano un moderno device. "Ecco dove e quando è stato inventato l'iPhone" ha detto ironicamente Cook, intervistato da Neelie Kroes - ex Commissario europeo per l'agenda digitale - nel corso della Start Up Fest Europe. Il titolo dell'opera ammirata da Cook è "Uomo con una lettera a una donna nell'ingresso di una casa". L'oggetto 'misterioso' che ha attirato l'attenzione di Cook, dunque, è una semplice lettera

Tutankhamon, il pugnale venuto dallo spazio

La Stampa
fabrizio assandri

Il ferro della lama è di origine meteoritica: lo ha accertato una ricerca italo-egiziana con la fluorescenza a raggi X


E’ di origine meteoritica - di uno degli innumerevoli meteoriti caduti sul deserto egiziano, che ancor oggi è facile raccogliere - il ferro della lama di uno dei due pugnali trovati con la mummia di Tutankhamon. Dodicesimo sovrano della XVIII dinastia, regnò tra il 1333 e il 1323 a.C., quando morì a 18 anni. La sua tomba venne scoperta nel 1922 da Howard Carter e Lord Carnarvon

Gli antichi egiziani lo sapevano e, in fondo, ce lo avevano detto. Un papiro racconta di un «ferro piovuto dal cielo». Ma il mistero dell’origine di uno dei due pugnali trovati insieme alla mummia del faraone bambino, Tutankhamon, ha diviso gli studiosi fin da quando, nel 1925, fu aperto il sarcofago custodito nella Valle dei Re.

A mettere la parola fine alla disputa è una ricerca italo-egiziana, nata anche dopo il ritrovamento di un cratere. Tra i tanti misteri e le superstizioni legati al faraone, a partire dalla maledizione che avrebbe colpito chi avesse profanato la sua tomba, almeno un’incognita è stata risolta. Con la fluorescenza a raggi X, gli scienziati hanno tolto ogni dubbio: il ferro della lama di quel pugnale arriva dallo spazio.

«Gli oggetti egizi di ferro sono pochissimi, non avevano sviluppato la metallurgia del ferro e non c’erano cave. Così, era considerato più prezioso dell’oro», spiega Francesco Porcelli, professore di Fisica al Politecnico di Torino. «Per questo il ritrovamento del pugnale di Tutankhamon aprì un dibattito». A stupire era anche la grande qualità della manifattura, segno della capacità nella lavorazione del ferro raggiunta già allora. Il pugnale, di circa 35 centimetri e per nulla arrugginito, era infilato tra le bende della mummia, per prepararsi all’incontro con l’aldilà: basti a dire quanto era ritenuto prezioso.

C’erano studiosi che già sostenevano si trattasse di un meteorite, mentre altri pensavano che fosse stato importato: in Anatolia nel XIV secolo a. C., quando visse Tutankhamon, il ferro c’era già. «Incredibilmente, però, finora nessuno aveva fatto analisi». Porcelli è stato, per otto anni fino al 2014, addetto scientifico all’ambasciata italiana al Cairo e ha messo insieme il progetto di studio, portato avanti dagli esperti sui meteoriti dell’Università di Pisa, il Politecnico di Milano e un suo spin-off, la ditta XGLab, insieme con il Politecnico di Torino, il Cnr e per parte egiziana il Museo del Cairo e l’Università di Fayyum. L’iniziativa è stata finanziata dal ministero degli Esteri italiano e da quello della Ricerca scientifica egiziano.

L’antefatto di questa storia è la scoperta nel 2010, che finì sulla rivista Science, del Kamil Crater nel mezzo del deserto egiziano. Si tratta di un piccolo «cratere lunare», rarissimo sul nostro pianeta, perché di norma l’erosione cancella i segni degli impatti dei meteoriti. A quella spedizione parteciparono tra gli altri gli studiosi di Pisa e dell’osservatorio astronomico di Pino Torinese.«Quando fu scoperto il cratere, parlammo del mai risolto interrogativo sul pugnale sulla mummia del giovane faraone della diciottesima dinastia, e decidemmo di fare le analisi, superando un po’ di riluttanza delle autorità egiziane, che giustamente custodiscono gelosamente i reperti», spiega Porcelli.

Ma come si è arrivati a stabilire che si tratta di un metallo alieno? Dalla composizione: il ferro infatti contiene nichel al 10% e cobalto allo 0,6: «Sono le concentrazioni tipiche dei meteoriti. Pensare che possa essere il frutto di una lega, in queste concentrazioni, è impossibile». La strumentazione utilizzata sul reperto in Egitto non è stata invasiva, la fluorescenza a raggi X, poi i dati e i risultati sono stati analizzati in Italia. Il progetto bilaterale, iniziato nel 2014 e terminato con la pubblicazione in questi giorni, forse non sarebbe più possibile nell’Egitto di oggi.

«Dopo il caso Regeni e il caos di questi mesi», racconta Porcelli, che sulla sua pagina Facebook ha l’appello perché si faccia chiarezza sul ricercatore ucciso, «molti studiosi non vogliono più partire per l’Egitto. Si è rotto un rapporto di fiducia. Spero che il seme delle primavere arabe torni a fiorire, intanto questo pugnale può essere un piccolo segno di quella collaborazione che dobbiamo tornare a intessere».

Montatura d’arte

La Stampa
massimo gramellini

A molti sarà capitato di perdersi nella contemplazione di un capolavoro contemporaneo senza riuscire a comprenderlo appieno. Le targhette posizionate accanto all’opera forniscono spiegazioni che aiutano poco, perché scritte in una lingua da riforme costituzionali: immaginifica e oscura. Solo pochi eletti hanno la lucidità di evadere da questo stato di prostrazione con uno scatto di sana follia. È il caso dell’adolescente californiano TJ Khayatan, che al museo d’arte moderna di San Francisco stava rischiando di andare in trance da appisolamento (inteso sia come siesta, sia come isolamento per guardare le app del telefonino) quando ha avuto l’illuminazione. Si è tolto gli occhiali e li ha appoggiati per terra. Poi, benché privo di lenti, è stato a vedere. 

Mai attesa fu più breve: nugoli di visitatori si sono precipitati a fotografare l’installazione, degna erede della Buzzicona, la moglie monumentale di Alberto Sordi che si addormentava su una seggiola della Biennale e veniva scambiata per opera d’avanguardia. L’occhialuto TJ avrà pensato che nulla come l’esposizione di certa arte moderna racconta il conformismo degli esseri umani. Quel loro fingere di avere capito tutto anche quando non hanno capito niente. Nemmeno che non c’è niente da capire.

Operazione Gatto

La Stampa
massimo gramellini

Le vicissitudini di Palmerston aprono uno squarcio sullo stato d’animo degli inglesi alla vigilia del referendum con cui decideranno se restare o meno in Europa. Palmerston è un micio bicolore in servizio presso il ministero degli Esteri. Prende il nome dal grande Lord Palmerston, che illustrò la scena politica britannica nell’Ottocento, quando quell’isola contava ancora parecchio. Un mese fa è stato assunto dal Foreign Office con la missione di catturare i topi. Il suo ingaggio fu salutato da servizi fotografici e siti dedicati che lo immortalavano accanto alla foto della Regina o sopra la tastiera di un computer, tanto per confondergli le idee sul tipo di «mouse» che avrebbe dovuto cacciare. 

Un Paese che tratta i gatti come statisti ha un’alta reputazione dei gatti o, più probabilmente, deve averne una pessima degli statisti. Fatto sta che ieri alla Camera un deputato del partito conservatore ha chiesto al ministro degli Esteri Hammond se Palmerston fosse una spia al servizio della Commissione Europea. E, nonostante le rassicurazioni del ministro, ha affermato con assoluta serietà che si sarebbe sentito più tranquillo se il felino fosse stato controllato dal controspionaggio.

Pensare che la Commissione Europea sia capace di mettere un microchip nel collare di un gatto per spiare il governo britannico significa illudersi che a Bruxelles ci sia gente creativa e che il governo britannico faccia ancora qualcosa che valga la pena di essere spiato. Forse la conclamata ostilità di molti inglesi per l’Unione Europea è frutto di un doppio eccesso di valutazione: sulla forza dell’Unione e sulla propria.

Altrimenti

La Stampa
jena

Contro Renzi la minoranza del Pd schiera Letta e Speranza, altrimenti detti i gemelli dell’autogol.

Il nano tenero per la Rai? Ci rido Prima recitavo solo negli horror»

Corriere della sera

di Renato Franco

Davide Marotta è alto 115 centimetri, diventò famoso con lo spot Kodak (1987-1997) in cui compariva come l’alieno Ciribiribì: «Oggi c’è più sensibilità, io la butto sull’ironia»



«Cercasi nano tenero». Lo avessero detto a lei? «Le cattiverie sono infinite. Adesso rispetto a un tempo c’è maggiore sensibilità. Vent’anni fa la gente era ancora più ignorante, ma un imbecille si trova sempre». Davide Marotta è alto 115 centimetri, la sua fama fu nazionale ai tempi dello spot Kodak, un decennio (1987-1997) in cui compariva come l’alieno — «tenero» per rimanere in argomento — Ciribiribì. La responsabile casting per la fiction Rai diretta da Francesca Archibugi è stata licenziata per aver scritto quell’annuncio («cercasi nano tenero») su Facebook: «Ma non voglio gettare ulteriore benzina sul fuoco. L’unica è prenderla con filosofia. Da buon napoletano ci faccio una risata e tiro avanti.

Come quando mi scrivono certi commenti su Facebook — “questo coso di un metro e dieci” — per la mia partecipazione a Made in Sud».Davide Marotta è nato a Napoli nel 1962 e sul suo metro poco abbondante — parole sue — ha costruito la carriera d’attore: «Con questo fisico al cinema, a teatro e in tv ci devo giocare. Grazie a mio papà mi sono appassionato presto al cinema — mi portava a vedere i film di De Sica — e al teatro, con Totò e Eduardo e poi Troisi. Ma ho amato molto anche Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi. E così ho deciso di provare a entrare nel mondo dello spettacolo». L’occasione per lui arriva nel 1985, con un doppio ruolo: Phenomena di Dario Argento e Ginger e Fred di Fellini:

«In tutti i set dove sono stato ho sempre incontrato persone squisite, mi hanno sempre trattato con il massimo rispetto. Fellini era sempre curioso e interessato alle vicende di tutti. Era umile e geniale». Un piccolo ruolo lo ha avuto anche nella Passione di Cristo(2004): «Mel Gibson è stato molto generoso, anche umanamente. Mi chiedeva sempre un parere sul girato. Quando il film uscì in America, mi mandò dei soldi in regalo accompagnati da una lettera. Non era dovuto e quindi l’ho ancora più apprezzato».

Eroi, pentiti o «imboscati» I politici americani e la guerra del Vietnam

Corriere della sera
di Giuseppe Sarcina

Per i giovani di Hanoi e di Ho Chi-Minh, la vecchia Saigon, la guerra con gli americani è una storia chiusa. Negli Usa, invece, «il Vietnam» è ancora una vicenda viva, fonte di polemiche che fanno male. Nella corsa alla Casa Bianca, tutti vogliono i veterani al proprio fianco. Ma, fra i big della politica, c’è chi quella guerra l’ha combattuta (McCain e Kerry) e chi ha fatto di tutto per evitare la chiamata alle armi (compresi Bill Clinton e Donald Trump)
 


DAL NOSTRO INVIATO A HANOI – Barack Obama è nato nel 1961: lo stesso anno in cui l’allora vice presidente Lyndon Johnson volò per la prima volta a Saigon, per assicurare «pieno appoggio» al leader del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem. «Nel 1975, quando i soldati americani cominciarono a ritirarsi da questo Paese non avevo ancora compiuto 14 anni», ha ricordato lo stesso presidente degli Stati Uniti, parlando agli studenti di Hanoi, il 24 maggio scorso (sotto, nella foto), il giorno dopo aver annunciato la fine dell’embargo sulle armi.


Tirati per la divisa
Per i giovani di Hanoi e di Ho Chi-Minh, la vecchia Saigon, la guerra con gli americani è una storia chiusa. Negli Usa, invece, «il Vietnam» è ancora una vicenda viva, fonte di polemiche che fanno male. È l’anno delle elezioni e tutti i candidati alla presidenza, quelli eliminati e quelli ancora in corsa, corteggiano in modo anche imbarazzante i «veterani». Donald Trump, 69 anni, li chiama i «nostri cari veterani», per esempio. E anche Hillary Clinton, 69 anni, promette che «farà di più per loro».

Molti veterani, è evidente, hanno combattuto in Vietnam. Sono morti in 58.272: i nomi sono incisi sul muro di granito nel Vietnam Veterans Memorial di Washington, un luogo visitato ogni anno da circa 3 milioni di persone. (Sotto, il primo carro armato nordvietnamita che entrò a Saigon, oggi in mostra davanti al Museo delle armi di Hanoi. Toccando l’icona blu, l’articolo sulla caduta di Saigon che Tiziano Terzani pubblicò sul Corriere il 14 marzo 1976).


L’identikit del veterano
Nel 1968, dopo la sanguinosa offensiva del Tet condotta dai vietcong, l’amministrazione di Washington impose la leva obbligatoria. Nella Seconda guerra mondiale l’impegno degli americani fu corale e trasversale: operai e insegnanti, poveri e benestanti si misero in divisa. Con il Paese indocinese non andò così. I numeri li ha ricordati Dario Fabbri in un interessante articolo scritto per Limes qualche mese fa: su 2,5 milioni di soldati americani mandati al fronte in Vietnam, il 25% si dichiarava nullatenente; il 55% proveniva dal ceto operaio e solo il 20% della middle class. Gli universitari erano il 20% del totale, gli altri si erano fermati sui gradini scolastici più bassi. È il popolo minuto, sconfitto, evocato con malinconica rabbia da Bruce Springsteen in Born in the Usa.
Arrivederci alle armi
C’erano due formule magiche per scansare la chiamata alle armi: gli studenti potevano rimandare fino a che non avessero completato il ciclo universitario o post-universitario, senza alcun limite; oppure bastava presentare un certificato medico di «inidoneità». Si serviranno di questi canali un buon numero di personalità che negli anni successivi avrebbero formato l’élite politica del Paese. Un breve elenco: George W. Bush, 69 anni, repubblicano, presidente degli Stati Uniti per due mandati (2001-2008); Dick Cheney, 75 anni, vice presidente con lo stesso Bush; Mitt Romney, 69 anni, candidato repubblicano sconfitto alle presidenziali del 2012 da Obama; Rudy Giuliani, 72 anni, sindaco di ferro a New York dal 1994 al 2001, gli anni della «tolleranza zero» verso il crimine.
Il «pentimento» di Kerry
Anche i protagonisti rimasti in gara nella volata alla Casa Bianca hanno dribblato il Vietnam: sia Trump che l’ex presidente democratico Bill Clinton, (1993-2000), ora pronto per tornare al governo a occuparsi di economia, se la moglie Hillary vincerà a novembre. Clinton, 69 anni, evitò la leva, arruolandosi nei corpi di addestramento universitari: la giungla, il napalm e tutto il resto li vide in tv. Ci furono delle scelte diverse, naturalmente. L’attuale segretario di Stato John Kerry, 72 anni, si arruolò volontario in Marina nel 1966, fu dislocato nel Golfo del Tonchino e poi sul delta del fiume Mekong. Ferito diverse volte, pluridecorato al valor militare, Kerry lasciò la zona di guerra nel 1969. Dopo quell’esperienza maturò una posizione pacifista: si schierò per la fine della guerra a fianco dell’attrice Jane Fonda. (Sotto, nella foto Ap, John Kerry, a destra, a una manifestazione pacifista nell’aprile 1971).


McCain l’eroe (tranne per Trump)
Anche il senatore repubblicano John McCain, 80 anni, era un militare di carriera, dal 1960 un pilota della Marina. Agli inizi del conflitto è in prima linea con il suo squadrone di caccia-bombardieri. Il 26 ottobre del 1967 il suo aereo viene abbattuto durante una missione e cade in acqua. McCain si salva fortunosamente (sotto, nella foto Ap, il salvataggio), ma viene quasi linciato dai vietnamiti. Passò sei anni nella prigione di Hoa Lo ad Hanoi, fu liberato solo il 14 marzo del 1973, dopo gli accordi di Parigi. Il senatore ha raccontato di aver subito abusi e torture.



Oggi il luogo della sua prigionia, soprannominato «l’Hanoi Hilton» è diventato un museo. Impressionante. In una teca è esposta la tuta da pilota di McCain (sotto) e le foto ripercorrono la vicenda dei nemici catturati.



Il 20 luglio 2015, in uno dei suoi primi comizi, Donald Trump ha dichiarato: «John McCain non è un eroe di guerra. Si può chiamare eroe qualcuno che è stato catturato? A me piacciono gli altri, quelli che non furono catturati». Trump fu attaccato da tutti e sembrava che la sua corsa dovesse fermarsi lì. È accaduto il contrario e ora i «cari veterani» sono sempre in prima fila nei raduni di The Donald. Per inciso, nel 1971, mentre McCain era all’«Hanoi Hilton», Trump si trasferiva a Manhattan e cominciava a costruire i suoi alberghi, quelli veri. (Sotto, John McCain in visita all’ex «Hanoi Hilton» nel 2000).



26 maggio 2016