sabato 30 aprile 2016

Bechis inchioda la Boldrini: zero controlli sui deputati in missione con paga extra

Libero

Bechis inchioda la Boldrini: zero controlli sui deputati in missione con paga extra

Valeria Valente, la candidata sindaco del Pd a Napoli, da tre mesi esatti sta facendo la sua legittima campagna elettorale a spese dei contribuenti italiani, facendosi mettere in missione alla Camera dei deputati e salvando così ogni mese 3.500 euro di diaria che non le sarebbero dovuti, essendo lei di fatto quotidianamente assente dal 28 gennaio scorso.

Questa notizia, che proprio su Libero avevamo scritto alla fine della settimana scorsa, è incompleta. Perché solo ora ne spunta un'altra parte: la Valente in tutto questo periodo si è messa in missione una seconda volta, come membro dell'ufficio di presidenza della Camera, dove svolge la funzione di segretario in quota Pd. Anche lì si è messa in missione, salvando in questo modo l'indennità mensile aggiuntiva di circa 1.200 euro.

In tutto quindi è pagata 4.700 euro al mese dalla Camera (e quindi dai contribuenti) per fare la sua campagna elettorale invece del lavoro istituzionale. Questa seconda parte- di cui non eravamo a conoscenza- è stata svelata ieri involontariamente dallo stesso presidente della Camera, Laura Boldrini, in una lettera inviata a Libero dal suo bravo portavoce, Roberto Natale. Una lettera in cui la Boldrini voleva difendersi da questo episodio di malcostume istituzionale, spiegando di non avere responsabilità dirette né di avere poteri per verificare quel che fa la Valente.

Ecco il testo della lettera: "In riferimento all'articolo pubblicato a proposito delle missioni della deputata Valeria Valente durante la campagna elettorale per le prossime amministrative, si precisa che per prassi consolidata i membri dell'Ufficio di Presidenza della Camera - Vicepresidenti, Questori, o Segretari di Presidenza come è appunto l'onorevole Valente - sono posti in missione automaticamente, a loro richiesta, senza che la Presidente eserciti alcun vaglio al riguardo".

Libero in realtà aveva utilizzato i dati di Open Polis sulle assenze- giustificate tutte con missioni istituzionali- in aula della Valente alle centinaia e centinaia di votazioni fra il 28 gennaio ed oggi, con la sola eccezione di due casi in cui voleva fare bella figura con Matteo Renzi (un voto di fiducia al governo sulle banche e il voto finale sulle riforme costituzionali).

Ora sappiamo dalla Boldrini che la Valente si è messa in missione anche in quanto membro dell'ufficio di presidenza, a cui lavori nel periodo non ha mai partecipato. E il presidente della Camera spiega di non potere sindacare i motivi di quella missione, perché per prassi così fanno tutti da sempre, e nessuno ha mai ficcato il becco. Verrebbe da dire: "Bell'usanza, complimenti. Segno di grande rispetto per i soldi dei contribuenti che pagano quelle missioni che tali non sono".

Perché dopo mille proclami sui costi della politica, sul buon costume delle istituzioni, sentire dalla Boldrini che così fan tutti e lei non può eccepire, è davvero risposta che non ci saremmo attesi. Formalmente le missioni istituzionali della Valente che tali non sono hanno copertura per le votazioni da deputato da parte del suo capogruppo, Ettore Rosato. E per le assenze in ufficio di presidenza da parte del presidente di quell'ufficio, che è appunto la Boldrini.

Dall'alto della suo incarico istituzionale però ci si aspetterebbe attenzione e vigilanza al decoro delle istituzioni, qualsiasi sia stata la prassi fin qui. Tanto più che il caso Valente è parallelo a un altro, quello di Roberto Giachetti. Entrambi candidati sindaco. Entrambi del Pd. Entrambi membri dell'ufficio di presidenza Entrambi con l'agenda densa di appuntamenti della campagna elettorale.

Ma con una differenza abissale, che se la Boldrini non chiudesse gli occhi apparirebbe anche come una ingiustizia. La Valente è in perenne missione istituzionale, e di fatto si fa pagare la campagna elettorale da tutti i contribuenti italiani. Giachetti invece quando ha impegni elettorali risulta assente, e si paga la campagna elettorale di tasca sua (o con l'aiuto del suo partito). Una ci guadagna, l'altro ci rimette. Non può essere vicenda declinata secondo le sensibilità e le coscienze personali. Deve esserci una regola che metta tutti sullo stesso piano. E se non c'è, apra gli occhi il presidente della Camera. E scriva quella regola.

di Franco Bechis

La vergogna del guardiano del Lager «A 94 anni mi pento per l’Olocausto»

Corriere della sera

di Alessandra Coppola

Accusato di complicità per 170 mila prigionieri uccisi ad Auschwitz, Reinhold Hanning rompe il silenzio e chiede scusa «con tutto il cuore»: «Ho permesso quel massacro»



La vergogna del male, settant’anni dopo, le gambe che non reggono più e la voce che a stento raggiunge il microfono dell’aula di giustizia tedesca: «Mi pento profondamente di aver fatto parte di un’organizzazione criminale responsabile della morte di così tanti innocenti e della distruzione di innumerevoli famiglie». L’ex guardiano di Auschwitz, Reinhold Hanning, 94 anni, in silenzio per mesi davanti alle deposizioni degli anziani sopravvissuti, alla fine ha parlato per chiedere «scusa, con tutto il cuore»: «Ho vergogna di aver permesso che questa ingiustizia si realizzasse e di non aver fatto nulla per impedirla...».
«La mia famiglia non sapeva»
Non lo sapeva la moglie, non l’aveva mai raccontato ai figli e ai nipoti. «Nessuno nella mia famiglia sapeva che ho avuto un ruolo ad Auschwitz». Giovane SS che assisteva, così ha raccontato, agli stermini di massa: «La gente veniva gasata e bruciata — al principio non aveva colto la portata della strage, ma poi era stato impossibile non assistere all’Olocausto in corso — . Ho potuto vedere cadaveri trasportati in giro e fuori dal sito. Sentivo la puzza di bruciato. Sapevo che i cadaveri venivano bruciati». E vedeva anche i vagoni piombati arrivare ad Auschwitz «pieni di persone che sapevamo sarebbero state uccise». Non è una completa ammissione di colpa, Hanning sostiene di aver visto e non partecipato, di aver reso possibile, ma di non aver premuto un grilletto o azionato una leva.

Hanning in uniforme da SS
«Non ci sono scuse possibili»
E’ comunque una dichiarazione che ha pochi precedenti nei processi ai boia nazisti. Benché fuori tempo massimo. Hanning ha raggiunto in queste settimane l’aula di Detmold, in Germania, su una sedia a rotelle. Ai banchi dell’accusa si sono alternati rari sopravvissuti novantenni. E questo rischia di essere uno degli ultimi tentativi di dare giustizia alle vittime dell’Olocausto. «Si vergogna? - è stata la replica di Leon Schwarzbaum, 95 anni, ex prigioniero ad Auschwitz - Potrebbe anche darsi il caso che sia una persona diversa adesso, ma non ci sono scuse per quello che è successo». Se anche non ha partecipato in prima persona, «è la gente che è rimasta a guardare senza fare domande, — gli ha detto Angela Orosz Richt-Bein, 71 anni, nata nel campo da una donna che ha subito gli esperimenti di Mengele -, è la gente come te, Hanning, ad aver reso l’inferno possibile».

30 aprile 2016 (modifica il 30 aprile 2016 | 11:17)

Io non ho paura

La Stampa
massimo gramellini

A dispetto del nome ecologico, il Parco Verde di Caivano è un conglomerato orrendo di case attaccate l’una all’altra per farsi coraggio. A un certo punto da uno di questi palazzacci sono cominciati a cadere i bambini. Prima Antonio da una finestra. Poi Fortuna dal terrazzo, perdendo una scarpetta nel volo. La signora dell’ultimo piano ha negato di avere visto la bimba sul suo pianerottolo: in seguito si è scoperto che la scarpetta l’aveva nascosta lei. Ma tutta l’indagine è stata un rosario di reticenze e connivenze, di adulti che coprivano i colpevoli nel timore di ritorsioni, perché la paura è il veleno che hanno respirato per tutta la vita e il silenzio omertoso la migliore garanzia di sopravvivenza. Persino quando il reato da nascondere è il più abietto che si riesca a immaginare.

Anche i bambini del condominio, debitamente ammaestrati, hanno negato l’evidenza. Finché tre di loro, tre fratellini, sono stati strappati al Parco e presi in custodia dai servizi sociali. All’inizio non riuscivano nemmeno a giocare. Ma dopo qualche tempo si sono lasciati sedurre dall’ambiente amico e hanno iniziato a vivere, quindi a parlare. Rivelando gli orrori a cui avevano assistito e da cui si erano dovuti difendere, non sempre con successo. Se due coppie di orchi sono state messe nelle condizioni di non nuocere, lo si deve a quei bimbi che, a differenza dei grandi, hanno imparato a non avere paura. Il riscatto delle zone marce di questo Paese passa dal coraggio dei più piccoli. E da quello dello Stato di strapparli a famiglie perdute che hanno perso il diritto di allevarli.

Quasi

La Stampa
 jena

Verdini non è in maggioranza ma quasi, Carrai non è al governo ma quasi, Renzi era quasi di sinistra.

Forse siamo anche un po’ stupidi

La Stampa
mattia feltri

A proposito di casta e di referendum costituzionale, vale la pena ricordare che se nel 2006 il 62 per cento degli italiani non avesse bocciato la riforma del centrodestra, dal 2008 avremmo 770 parlamentari anziché 945. 

Bonus musicisti, nessuna imposta di bollo per il certificato

La Stampa



Nessuna imposta di bollo per i certificati di frequenza, necessari al fine dell’ottenimento del bonus strumenti musicali. È il principale chiarimento contenuto nella Circolare 15/E, pubblicata ieri dall’Agenzia delle Entrate, con la quale si ricordano gli scopi e le modalità di fruizione del cosiddetto “bonus Stradivari”.

La nuova agevolazione, come noto, è stata introdotta dall’ultima Legge di Stabilità, e prevede un beneficio di 1000 euro per quegli studenti dei conservatori di musica e degli istituti musicali pareggiati che, iscritti correttamente ai corsi di strumento e in regola con il pagamento delle tasse, vogliano acquistare uno strumento musicale. Lo sconto verrà applicato dal rivenditore, al quale verrà riconosciuto un credito d’imposta di pari ammontare.

Necessario, per ottenere lo sconto, è presentare al rivenditore un certificato d’iscrizione che dovrà essere rilasciato dal conservatorio o dall’istituto musicale pareggiato. Specifica la Circolare dell’Agenzia delle Entrate che non è necessario sottoporre il certificato di frequenza all’imposta di bollo poiché tale documento rientra nell’ambito di quegli atti esenti in modo assoluto dall’imposta di bollo, “in quanto assolve alla funzione di documentare, anche nei confronti dell’amministrazione finanziaria, la sussistenza dei requisiti necessari affinché lo studente possa beneficiare del contributo per l’acquisto dello strumento musicale e il produttore o il rivenditore del relativo credito d’imposta”.
Anche l’istanza presentata dallo studente per la richiesta del certificato è esente dall’imposta di bollo.

Per saperne di più clicca qui
Fonte: www.fiscopiu.it – Giuffrè per il Commercialista

venerdì 29 aprile 2016

Straordinario ritrovamento archeologico in Spagna: 600 chili di monete d’epoca romana

La Stampa
marina palumbo

Diciannove anfore contenenti migliaia di monete di bronzo e d’argento mai usate del IV secolo. E’ questo lo straordinario tesoro ritrovato dagli operai che stavano lavorando alla posa di alcune condutture a Tomares, vicino a Siviglia



Molte delle migliori scoperte archeologiche avvengono per caso e questa non fa eccezione. Una squadra di operai al lavoro sulle tubature dell’acqua in un parco di Tomares, alla periferia di Siviglia, ha urtato con la ruspa qualcosa di insolito: ne è venuto fuori uno dei più grandi ritrovamenti finora conosciuti di monete romane. Si tratta di 19 anfore, con stipate all’interno monete in argento e in bronzo per un peso totale di 600 chili, probabilmente risalenti al periodo tra la fine del terzo e l’inizio del quarto secolo. 


AFP

Un simile ritrovamento massivo è senza precedenti e le monete sembrano essere non solo molto omogenee, ma anche poco usate, tanto da far pensare che fossero fresche di conio e tenute da parte per il pagamento delle tasse imperiali o delle paghe per l’esercito. Anche le anfore sembrano essere rimaste quasi del tutto intatte, sono di dimensioni più piccole di quelle usualmente utilizzate per trasportare vino e granaglie e sembrano fatte appositamente per contenere il denaro. Sulle monete appaiono inscrizioni degli imperatori Massimiano e Costantino.



Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio, noto più semplicemente come Massimiano, visse tra il 250 d.C. e il 310 d.C. Le prime legioni romane sbarcarono nella penisola iberica a partire dal 218 a.C, dando il via ad un periodo di conquista e dominio che durerà sino al quinto secolo, quando i Visigoti invaderanno la zona. 


AFP

«Abbiamo un team al lavoro sulla scoperta, crediamo che sia di enorme importanza e avremo maggiori informazioni molto presto» ha riferito un portavoce del Ministero della Cultura andaluso. 
«E’ un ritrovamento unico con pochissimi paralleli» ha commentato con i giornalisti Ana Navarro, la direttrice del Museo Archeologico di Siviglia, dove sono state portate le anfore. 


Il Museo Archeologico di Siviglia

È difficile per ora dare una valutazione precisa del valore economico del materiale rinvenuto, ma secondo la direttrice le monete possono valere «certamente diversi milioni di euro». « Non posso darvi un’idea del valore economico - ha detto rispondendo alle domande in conferenza stampa - perchè il valore che hanno davvero è storico e dunque incalcolabile».


AFP

Le autorità locali hanno intanto disposto la sospensione dei lavori sulle tubature dell’acqua e pianificato un più approfondito scavo archeologico sulla zona. La Spagna ha una ricca storia romana, il paese stesso prende il nome dalla denominazione romana «Hispania».I Romani hanno lasciato alcune delle più grandi ed importanti testimonianze architettoniche come la Torre di Ercole in Galizia, il più antico faro di costruzione romana ancora in uso, e l’Acquedotto di Segovia. 

Twitter:@latenightmary

North Carolina, la foto della bimba transgender diventa il simbolo della lotta alla discriminazione

La Stampa
andrea cominetti

Postata su Facebook dalla fotografa Meg Bitton, l’immagine è stata condivisa quasi 30 mila volte


Corey Mason

È bastato uno scatto per scuotere l’opinione pubblica. E rendere, di fatto, la bimba transgender Corey Mason il volto della protesta contro la legge omofoba del North Carolina. Che, tra le tante restrizioni, vieta ai transesessuali anche di scegliere quale toilette pubblica – se la femminile o la maschile – utilizzare: «Se fosse vostra figlia, vi sentireste a vostro agio a mandarla in un bagno per uomini?». Postata su Facebook con questa didascalia dalla fotografa Meg Bitton, l’immagine è stata condivisa quasi trentamila volte e, nel giro di un paio d’ore, è diventata virale.

La foto, in verità, è stata scattata l’anno scorso, ma è stata ripubblicata per volere della mamma del ragazzo, per continuare la lotta contro le discriminazioni. Così ha spiegato Bitton via mail al Daily Dot, aggiungendo: «Mi imbarazza vivere nello stesso universo di persone che creano leggi così discriminatorie e insensate. Tuttavia sono felice che il supporto superi di gran lunga la negatività. Gli hater possono gridare quanto vogliono».

Sono in molti, in effetti, a essersi schierati pubblicamente contro l’ormai famigerata Hb2, firmata qualche settimana fa dal Governatore del North Carolina, Pat McCrory, in nome di una libertà religiosa. Il primo ad aver cancellato il proprio concerto nello stato americano è stato «The Boss» Bruce Springsteen. Un esempio seguito poi anche da Bryan Adams, Ringo Starr, Pearl Jam. E persino dal Cirque du Soleil che, su Twitter, ha sottolineato di opporsi alla discriminazione «in qualsiasi forma». Ultimi, in ordine di tempo, gli idoli teen Demi Lovato e Nick Jonas, che hanno precisato come uno degli obiettivi del loro tour sia sempre stato quello di «creare un ambiente in cui ogni singolo partecipante si sente uguale, compreso e accettato per quello che è».

Contro la legge si è espresso anche il controverso candidato repubblicano Donald Trump, soffermandosi sul prezzo che – tra boicottaggi e fughe di attività produttive – il Nord Carolina sta pagando: «Perché non lasciare tutto com’era? Ci sono stati pochissimi problemi: la gente va, usa il bagno che sente più appropriato e la cosa finisce lì».


Lo yogurt della cuccagna

La Stampa
massimo gramellini

Hamdi Ulukaya è un pastore curdo che vent’anni fa, stufo di mangiare solo yogurt, scese dalle montagne e partì per New York in cerca di fortuna. Per dieci anni assaggiò la vita dura del migrante e arrivò a rimpiangere i suoi yogurt: quelli americani non avevano sapore. La fortuna arrivò nel 2005, sotto forma di una mail che Hamdi si ritrovò per sbaglio sulla casella postale. Era di un’agenzia immobiliare che metteva in vendita un impianto per la produzione di yogurt.

Hamdi si convinse che il destino stesse bussando alla sua porta e avesse una consistenza cremosa. Accumulò debiti pur di comprare l’impianto e impiegò due anni per riprodurre il gusto della sua infanzia. Ma alla fine nacque lo yogurt Chobani, che in turco significa gregge. In poco tempo conquistò uno spazio fisso nei frigoriferi della Costa Orientale, rendendo miliardario il suo inventore e consentendogli di assumere duemila persone, scelte per lo più tra i migranti senza lavoro come lui. 

L’altro giorno il pastore del gregge ha comunicato due notizie. La prima: presto Chobani sarà quotato in Borsa. La seconda: era sua intenzione assegnare ai dipendenti il dieci per cento delle azioni.

Qualcuno ha barcollato, qualcun altro è svenuto, tutti si sono ritrovati di colpo nelle tasche duecentomila dollari. Quelli che hanno tentato di ringraziare Hamdi per l’inatteso regalo si sono sentiti rispondere che non si trattava di un regalo, ma di una mutua promessa: d’ora in poi avrebbero lavorato con uno scopo e una responsabilità comuni. Ci voleva un pastore curdo per ridare un senso al capitalismo. E ci voleva New York per ridare un senso al pastore curdo.

Trent’anni di Internet e anche on line contano i diritti

La Stampa
anna masera

Uguaglianza e democrazia devono valere nella dimensione digitale



Accesso, cultura, uguaglianza, privacy, identità, anonimato, cittadinanza, oblio, sicurezza, democrazia: sono le dieci parole chiave che rappresentano i nostri diritti fondamentali se vogliamo dirci cittadini della Rete. Perché, come dice Stefano Rodotà, Internet non è un luogo vuoto di regole: al contrario, è sempre più regolata da Stati invadenti e imprese prepotenti, che con il pretesto della sicurezza e agevolati dagli strumenti digitali controllano le persone in modi sempre più diffusi e penetranti. E’ necessario che i cittadini acquisiscano consapevolezza dei loro diritti online: dopotutto l’aspirazione alla libertà è stata una ragion d’essere per gli inventori del cyberspazio.

In occasione dell’Internet Day, il ministero dell’Istruzione ha previsto su questo tema, fondamentale per l’educazione al digitale, un laboratorio con gli studenti delle superiori. Farà da bussola la Dichiarazione dei diritti in Internet approvata dalla Camera il 3 novembre, spiegata nella guida Internet, i nostri diritti (Laterza). Gli insegnanti sul sito del Miur troveranno le informazioni e gli esercizi proposti per uso didattico con l’illustrazione attraverso immagini e video evocativi delle parole chiave.

Che significa non poter accedere a Internet oggi? Come si possono far valere l’uguaglianza e la democrazia nella dimensione digitale? Come preservare il proprio diritto alla privacy? Siamo prima persone o prima utenti da profilare? Come esercitare la libertà online? Siamo cittadini anche sulle piattaforme digitali? Quando è giusto chiedere a Internet di dimenticare? Come garantire la sicurezza online? E infine in rete chi comanda, chi decide le regole e chi le fa rispettare? Siamo davanti a una delle sfide più complesse del nostro tempo. E’ bene che se ne parli a scuola.

Il 30 aprile 1986 l’Italia si collegava a Internet per la prima volta: ecco com’è andata
La Stampa
bruno ruffilli

Stefano Trumpy, direttore del Cnuce, era tra i responsabili del progetto: “Eravamo un Paese all’avanguardia della ricerca”. E ora?



Cominciamo con una videochiamata: le immagini sono confuse, la voce incomprensibile. Passiamo all’audio, ma le parole vanno e vengono. Ragionare sulla banda larga con Stefano Trumpy utilizzando un’Adsl a 20 Mega è impossibile, così optiamo per una telefonata sulla linea fissa. Come trent’anni fa: era il 30 aprile 1986, quando Trumpy, col Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico del Cnr di cui era direttore, portò per la prima volta internet in Italia.

Era solo un segnale (“ok”) che confermava la connessione Tra Pisa e un computer in America; col tempo sarebbero arrivate mail, pagine web, forum, chat, blog, social network, poi l’e-commerce, il cloud, Netflix. E Skype, che adesso non funziona. “Tutti vogliono usare servizi che consumano sempre più dati”, spiega Trumpy, oggi presidente di Internet Society Italia. “Ma è anche vero che l’efficienza reale è molto inferiore rispetto a quella promessa nei contratti”.

L’Italia è al 49esimo posto nel mondo per le connessioni a banda larga, trent’anni fa è stata la quarta nazione d’Europa a connettersi a Internet.

Come andò?
“Quel primo segnale giungeva dopo oltre cinque anni di lavoro del Cniuce. Sperimentavamo diversi standard di collegamento tra computer, non potevamo sapere che Arpanet avrebbe dato vita a Internet”.

Anche perché nasceva per volontà del ministero della difesa americano…
“Allora però connetteva già diverse università e centri di ricerca in tutto il mondo. I costi di ricerca e costruzione erano stati assorbiti, e anche il protocollo TCP /IP era più conveniente di altri che potevano essere più interessanti tecnicamente. Eravamo all’avanguardia, e gli americani lo sapevano: se il primo collegamento non fosse stato con Pisa, sarebbe stato poco dopo con qualche altra università”.

Ma in sala, ad aspettare il segnale, quel giorno c’era Antonio Blasco Bonito: non lei, né Luciano Lenzini, e nemmeno Marco Sommani, che partecipavano al progetto. Come mai?
“Il collegamento fu deciso all’ultimo minuto e bisognava controllare che tutto funzionasse al Fucino, da cui partiva il segnale, ma anche che in Pennsylvania ci fosse l’operatore giusto: ci siamo divisi i compiti, e io ero responsabile di un’altra rete, ecco perché non c’ero”.

Immaginavate quello che sarebbe successo dopo?
“Con 64 KB al secondo potevamo trasmettere al massimo del testo. Che andava bene, perché ci interessava l’uso delle reti per le collaborazioni internazionali e nazionali tra centri di ricerca. Il resto no, non potevamo prevederlo. Adesso la circolazione dei dati riveste un’importanza sociale, economica, politica, più ancora della rete stessa”. 

Non le pare che oggi come allora la politica e i governi rimangano indietro?
“Non sempre, pensi alla Corte Europea e al diritto all’oblio. O alla posizione di Obama sulla neutralità della rete, per cui tutti i dati sono uguali, arrivata dopo che quattro milioni di persone hanno espresso il loro parere: mica come da noi, dove le consultazioni pubbliche dell’Agcom sono fatte apposta per essere capite da pochissimi”.

E in Italia?
“C’è molto da fare, ascoltando tutti e senza escludere nessuno. Io sono digital champion per Livorno, mia moglie Laura Abba per Massa Carrara. Ma preferiamo essere chiamati campioni digitali. Il nostro compito è comprendere e diffondere la cultura di Internet, ma anche , raccogliere pareri di utenti, comunità, aziende per poi trasmetterle nelle sedi opportune. E soprattutto al nostro governo. E in questo senso il trentennale è una grande occasione per pensare a progetti futuri”.

A volte sono le aziende a porre in evidenza le contraddizioni del sistema, come nel caso di Apple che si oppone alla richiesta di Fbi di accedere ai dati del killer di San Bernardino in nome della privacy, ora per lo stesso motivo Microsoft ha fatto causa al Governo americano...

“È un’iniziativa che ha una natura quasi politica: non mi sorprende ed è una cosa che forse si può giustificare solo con l’esistenza di internet: da un lato evidenzia la potenza delle aziende, dall’altro la loro debolezza, perché in Usa ed Europa hanno atteggiamenti diversi rispetto a Paesi come Cina, Russia, Iran e altri”.

Ma Facebook e Google vogliono portare Internet anche nei Paesi in via di sviluppo. Che ne pensa?
“Al Cnuce abbiamo gestito un progetto per portare internet in 15 paesi africani fra il 92 e il 97 con fondi donati dal governo italiano all’Unesco, io ero il responsabile tecnico. Capisco chi teme le ingerenze delle grandi aziende, ma l’importante mi pare sia dare una forma di accesso a Internet anche a chi avrebbe difficoltà ad arrivarci con le proprie forze. Il problema non è lì”.

E dove?
“Pensi al cloud: in pratica, i dati personali degli utenti diventano proprietà di chi fornisce i servizi, che li tiene in ostaggio su server ubicati chissà dove. Almeno per le pubbliche amministrazioni quelle informazioni dovrebbero invece essere rigidamente confinate nel territorio nazionale e controllate dai governi locali”.

Come sarà Internet nel 2046?
“Avrò 101 anni, quindi non credo mi riguarderà da vicino. Ma certamente prenderà sempre più piede l’Internet delle cose, immagino anche chip sottopelle per monitorare i parametri vitali. Una cosa è certa: Internet non permetterà mai un controllo unico delle informazioni, non potrà essere usata da un governo totalitario per spiare la popolazione, ci sarà sempre qualche smanettone che riuscirà a fregarli”. 

Internet ci ha liberato o incatenato?
“Entrambe le cose”.

Mitologia

La Stampa
jena

Giachetti, Marchini, Meloni, Raggi, Fassina: uno scontro tra totani.

Minzolini, Calamandrei e la poca fiducia nella giustizia

La Stampa
mattia feltri

In giunta per le autorizzazioni a procedere si è cominciato a discutere della decadenza del senatore di Forza Italia, Augusto Minzolini, condannato per peculato a due anni e sei mesi. È la storia delle carte di credito della Rai. Sono convinto dell’innocenza di Minzolini, ma sono anche suo amico. Mi limito a ricordare che nel collegio di Corte d’appello che ha pronunciato la condanna c’era anche Giannicola Sinisi, due volte sottosegretario e poi senatore del centrosinistra. E a Sinisi ricordo una frase di Piero Calamandrei: «Il magistrato che è salito sulla tribuna a sostenere le idee di un partito, non potrà sperare mai più, come giudice, di aver la fiducia degli appartenenti a un partito inverso».

Se non ti piacciono i rifugiati...

La Stampa
Niccolò Zancan


Foto AFP / TOBIAS SCHWARZ

«Se non ti piacciono i rifugiati che vengono nel tuo Paese, smetti di votare per quei politici che amano le bombe che spaventano a morte altri Paesi». Scritto su una tenda di Idomeni, in Grecia. Dove 54 mila profughi, molti dei quali siriani, sono bloccati dopo la chiusura della rotta balcanica. 

Le sei sentenze che hanno cambiato l’Italia

Corriere della sera

di Virginia Piccolillo
La Corte costituzionale giudica sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi: dallo sciopero politico alla fecondazione eterologa, dai crimini contro l’umanità al ruolo del volontariato

La «numero 1» fu sullo sciopero politico

La «numero 1» fu sullo sciopero politico. Due operai tessili di Prato, Enzo Catania e Sergio Masi, si prestarono a distribuire volantini a pioggia pur sapendo che sarebbero stati arrestati, e Antonino Caponnetto, pretore alle prime armi, scrisse l’istanza di remissione alla Corte della legge fascista che proibiva la protesta per motivi politici. A difendere i due Vezio Crisafulli, Giuliano Vassalli e Massimo Severo Giannini. Il 23 aprile del 1956 la Corte sancì l’illegittimità di quel divieto. Da allora la Consulta ha accompagnato la vita degli italiani. E giovedì, in linea con la «maggiore attenzione rivolta all’esterno» voluta dal presidente Paolo Grossi, ha festeggiato i suoi 60 anni di sentenze in un confronto con la presidente Rai, Monica Maggioni, i direttori Luciano Fontana (Corriere), Mario Calabresi (Repubblica) e Alessandro Barbano (Mattino). Concluso da un excursus appassionante del costituzionalista Maurizio Fioravanti, sulle pronunce che più hanno segnato il nostro tempo. A costo di correggersi, come fu per l’adulterio. Nel 1961 la corte ritenne legittima la differenziazione tra uomo e donna (punita con la reclusione).

Nel 1969 richiamò il principio di eguaglianza. Una presenza, quella della Consulta, che ha contribuito alla crescita della nostra democrazia senza valicarne i limiti. «Ogni volta che una questione arriva alla nostra attenzione, ci chiediamo dove possiamo arrivare noi e dove possa arrivare il Parlamento», ha evidenziato il giudice Giuliano Amato. Un limite ben chiaro nei rapporti con la politica: «Noi possiamo scegliere se la soluzione è a rime obbligate — ha aggiunto Amato —. Se invece ci possono essere più soluzioni, allora deve trovarla il Parlamento». Non serve maggiore trasparenza? Magari — hanno chiesto i direttori — anche sulle opinioni dissenzienti? «In passato ero a favore — ha concluso Amato —. Poi mi sono reso conto che la dissenting opinion può indurre un giudice a fare la “prima donna”»

Prima riunione Corte Costituzionale nel Palazzo della Consulta a Roma il 23 gennaio 1956 (archivio corriere)
Prima riunione Corte Costituzionale nel Palazzo della Consulta a Roma il 23 gennaio 1956 (archivio corriere)

I crimini contro l’umanità

«Una sentenza coraggiosa che sta cambiando la sensibilità internazionale su un punto: la tutela delle persone vince contro il formalismo del diritto internazionale». Marco De Paolis (nella foto), ora procuratore militare di Roma, nel 2006 condannò la Germania a risarcire i danni di guerra ai deportati di Auschwitz. La Cassazione confermò. E la Corte Costituzionale con la sentenza n. 238 del 2014 ha avallato quel principio, malgrado il parere opposto della Corte dell’Aja.

Marco De Paolis
Marco De Paolis

Ma cosa è cambiato? «Molto — spiega De Paolis — anche se sul piano pratico siamo in una fase di stallo, c’è l’affermazione che i crimini contro l’umanità sono talmente gravi che superano il principio dell’immunità degli Stati di fronte alla giurisdizione degli altri Stati. Ciò sta modificando i principi del diritto internazionale».

Le scelte politiche

«La prima volta che esercitai il diritto di sciopero politico era il 14 luglio del 1948: il giorno in cui spararono a Togliatti. Finii in prigione, seppure solo per otto giorni». Luciana Castellina (nella foto) ha sperimentato in cella l’assenza di quel diritto che la Consulta affermò con la sentenza n. 290 del 1974. Che dichiarava illegittima la norma del codice penale che puniva le proteste non per fini economici.

Luciana Castellina
Luciana Castellina

«La democrazia non è soltanto garanzia dei diritti individuali, ma anche, e soprattutto, il diritto a partecipare alle determinazioni delle scelte politiche. Un diritto che si sta via via esaurendo». «Anzi — conclude — penso che l’Europa sia così antidemocratica proprio perché non è ancora passato questo principio. Non è riconosciuto lo sciopero politico europeo».

Le coppie formate all’estero

«Certo, noi chiedevamo di estendere il matrimonio ai gay, e non l’abbiamo ottenuto. Ma la sentenza 138 del 2010 ha davvero fatto da spartiacque, perché incorpora un cambiamento giuridico e sociale che non è solo italiano, ma internazionale». Antonio Rotelli (nella foto), 41 anni, avvocato, è tra i fondatori dell’Arcigay. E cita molte cose, «anche pratiche», cambiate dopo quella pronuncia.

Antonio Rotelli
Antonio Rotelli

«Fatico molto meno a difendere i nostri assistiti. Uno ha potuto avere le ceneri del compagno con cui aveva vissuto trent’anni ma che gli erano state negate. Molti, sposati all’estero, hanno ottenuto la carta di soggiorno. È stato stabilito in maniera chiara che le coppie dello stesso sesso hanno una rilevanza sociale e sono garantite ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione».

Il ruolo del volontariato

«Senza i nostri 1.800 volontari non saremmo in grado di essere una Fondazione a livello nazionale che tutela l’identità e il patrimonio artistico-culturale del nostro Paese» dice Paola Giuliani (nella foto), 50 anni, di Cassano d’Adda, provincia di Milano. Ne è talmente convinta, che coordina la rete volontari del Fai (Fondo ambiente italiano) da sette anni.

Paola Giuliani
Paola Giuliani

«Il ruolo riconosciuto ai volontari anche dalla Consulta con sentenza 65 del 1992, è stato importantissimo: i volontari rappresentano l’impegno civile della società e hanno un ruolo spesso sussidiario delle istituzioni. Vedere come nel Fai i giovani si integrano e collaborano con quelli che invece hanno trent’anni di esperienza mi dimostra ogni giorno che è attraverso il volontariato che cresce la società civile. Gli italiani attivi nascono così» (di Valentina Santarpia)

I bisogni primari

Un mal di testa cronico, terribile, che le impediva persino di alzarsi dal letto. Così un giorno Martha Banegas (nella foto) si è decisa ad andare al Policlinico Umberto I di Roma, la città dove vive come un fantasma da sei anni. «Sono dell’Honduras, ho sempre lavorato ma non sono mai riuscita ad avere un permesso di soggiorno. In ospedale non mi hanno cacciato: avevo un tesserino provvisorio e mi hanno curato. Ora ci torno ogni tre mesi per fare delle punture e sto guarendo».

Martha Banegas
Martha Banegas

Questo grazie alla sentenza 230 del 2015 che stabilisce che i bisogni primari vadano garantiti a tutti, anche in assenza di una «carta di soggiorno». Martha ha 36 anni, non ha figli, vive con una cugina in un appartamento in affitto, e lavora come colf in tante case: «Nessuno mi ha mai chiesto documenti per curarmi. Qui sto bene» (di Valentina Santarpia)

Le fecondazione eterologa

Maria Cristina Paoloni (nella foto) ha 37 anni e sta insieme ad Armando da 22 anni. Ma forse solo quest’anno potrà finalmente realizzare il sogno di avere un figlio con lui. «E grazie a ben due sentenze della Corte costituzionale». Maria Cristina è infatti portatrice sana di una malattia genetica, la distrofia muscolare di Becker, e con la legge 40 rischiava di dover portare in grembo più embrioni, anche malati, senza poter intervenire. «Ho il 50% di possibilità di generare un figlio malato. La prima volta ho provato naturalmente, e infatti il bimbo era malato e ho dovuto abortire. È stato dolorosissimo, ho capito che l’unica strada era l’eterologa». Ma dopo la sentenza del 2009 c’era ancora il divieto di diagnosi preimpianto. «C’è voluta la sentenza del 2015 per intraprendere un nuovo primo passo».

Maria Cristina Paoloni
Maria Cristina Paoloni

«Ho il 50% di possibilità di generare un figlio malato. La prima volta ho provato naturalmente, e infatti il bimbo era malato e ho dovuto abortire. È stato dolorosissimo, ho capito che l’unica strada era l’eterologa». Ma dopo la sentenza del 2009 c’era ancora il divieto di diagnosi preimpianto. «C’è voluta la sentenza del 2015 per intraprendere un nuovo primo passo». (di Valentina Santarpia)

Chi difende i suoi confini e chi resta a guardare

Piero Ostellino - Gio, 28/04/2016 - 16:18

L'immigrazione dai Paesi del Mediterraneo meridionale sta distruggendo quel po' di Europa unita che gli europei erano riusciti a costruire

Sta succedendo quello che i pessimisti avevano previsto. L'immigrazione dai Paesi del Mediterraneo meridionale sta distruggendo quel po' di Europa unita che gli europei erano riusciti a costruire. Prevalgono gli egoismi nazionali e ciascuno affronta il problema a modo suo.

L'Austria minaccia la costruzione di una sorta di muro di polizia di frontiera che respinga gli immigrati di passaggio in Italia verso i Paesi dell'Europa del Nord, col risultato che il nostro Paese si ritrova con una patata bollente nelle mani e non sa come cavarsela. Se, poi, si aggiunge che l'Austria vorrebbe istituire suoi controlli polizieschi sul nostro territorio, si vede come senza una politica dell'immigrazione l'Italia non possa cavarsela.

La verità è che senza una razionale politica dell'immigrazione, l'Europa appare indifesa e totalmente condizionata dai Paesi del Mediterraneo dai quali gli immigrati partono alla volta della Grecia e dell'Italia per dirigersi, poi, verso Nord, dove sperano di trovare lavoro. Una politica dell'immigrazione l'Italia l'aveva trovata, salvo poi abbandonarla quando l'accoglienza era diventata un colossale affare per politici e cooperative disoneste.

Tutto era basato su accordi con i Paesi di provenienza dell'immigrazione: aiuti in cambio della garanzia di trattenere i disperati dall'imbarcarsi. Il nostro Paese che è quello che rischia di fare le spese della mancanza di coordinamento europeo dovrebbe farsi di nuovo portavoce di questa istanza, incominciando con l'investirci un po' di quattrini allo scopo di incoraggiare anche gli altri a seguire l'esempio. Siamo in grado di farlo?

Personalmente ne dubito, per almeno due ragioni. La prima è che non abbiamo le risorse finanziarie. La seconda è che non c'è un governo tanto forte e autorevole da farsi portavoce di una siffatta iniziativa. Così, dopo la Grecia, rischiamo di diventare l'anello debole della costruzione europea. Il governo Renzi invece di sommergerci di chiacchiere perché non si dà da fare e non si fa promotore dell'iniziativa?

Se c'è una speranza di salvare l'Europa dall'invasione, questa è di trattenere chi ci vuole arrivare: impedire loro di partire, fornendo l'occasione per restare nei Paesi del Sud del Mediterraneo. Sarebbe l'occasione, per il governo del rottamatore, di distinguersi dai governi che lo hanno preceduto e non hanno saputo risolvere il problema. L'incognita è che lo sappia fare questo governo.

giovedì 28 aprile 2016

Filo

La Stampa
jena@lastampa.it

Ti ricordi quando gli austriaci erano diventati filonazisti?
Ieri, oggi e domani.

I libri in prigione

La Stampa
mattia feltri

Ogni volta che si riparla delle legge Mancino su razzismo e negazionismo, viene in mente la vicenda dello storico negazionista inglese David Irving che nel 2005 finì in galera in Austria perché sosteneva che la Shoa non c’è mai stata. Nella biblioteca del carcere trovò i suoi libri, e segnalò il paradosso. In effetti, o usciva lui o uscivano i suoi libri. Fecero uscire i libri. 

Un posacenere vuoto

La Stampa
massimo gramellini

Dopo avergli parlato una decina di volte, l’avvocato del presunto leader degli stragisti islamici che insanguinarono Parigi è giunto alla conclusione che Abdeslam Salah sia «un povero coglione che ha l’intelligenza di un posacenere vuoto, pensa di vivere in un videogioco e del Corano ha letto solo qualche interpretazione su Internet». «Per spiriti piccoli come il suo» ha aggiunto l’avvocato, «il web è il massimo che siano in grado di capire». Ora gira sotto scorta. 

Dunque il male, prima ancora che banale, è stupido. Anche il bene, come dimostra la polizia belga che ha impiegato mesi per acciuffare il «povero coglione», benché l’avesse sotto il naso. Eppure al male siamo restii a prestare patenti di imbecillità. Secoli di letteratura ci hanno abituato ad ammantare i malvagi di un’aura professionale. Il lord Voldemort di Harry Potter e il dottor Moriarty di Sherlock Holmes tutto sono tranne che stupidi. Ma la facilità con cui oggi si può compiere una strage di massa apre agli stupidi spazi di manovra un tempo impensabili.

E il web, abolendo ogni intermediazione, mette il cretino davanti allo specchio. Intendiamoci. Un cretino è sempre pericoloso. Ma un cretino su Internet di più. E rischia di ritrovarsi carne da cannone di qualche setta di fanatici senza mai imbattersi lungo la strada in qualcuno che gli instilli il seme del dubbio. Essere offesi da un cretino è consolatorio, per certi versi. Ma per altri, penso ai parenti delle vittime, ancora più irritante.

Venezuela, la settimana di lavoro è di due giorni

La Stampa

Il governo ha imposto la misura straordinaria per far fronte alla crisi energetica



Il governo del Venezuela ha imposto una settimana di lavoro di due giorni per i lavoratori del settore pubblico, come misura temporanea nel tentativo di superare la grave crisi energetica.
Il vicepresidente Aristobulo Isturiz ha annunciato che i funzionari dovranno andare a lavorare solo il lunedì e il martedì.

Il Venezuela si trova ad affrontare una grave siccità, che ha drasticamente ridotto i livelli di acqua nel Paese e lasciato a secco la principale risorsa idrica del Paese, la diga Guri nello stato di Bolivar. Il presidente Nicolas Maduro aveva già chiesto a più di 2,8 milioni di dipendenti statali di non andare a lavorare il venerdì per ridurre il consumo di energia elettrica. «Stiamo chiedendo aiuti internazionale - ha detto alla Cnn -, e stiamo gestendo la situazione nel miglior modo possibile, mentre aspettiamo che tornino le piogge». Diversi Paesi della regione sono stati colpite dalla siccità causata da El Nino. Ma il Venezuela ha il più alto consumo interno di energia. 

Il governo ha già adottato una serie di altre misure per cercare di affrontare la crisi. Nel mese di febbraio, i centri commerciali sono stati obbligati a ridurre l’orario di apertura e all’inizio di questa settimana il governo ha spostato gli orologi in avanti di mezz’ora per ridurre la domanda di energia elettrica in prima serata.

In Venezuela situazione catastrofica: Maduro dichiara stato emergenza economico

La Stampa    16/01/2016

Il decreto prevede l’introduzione di misure straordinarie per il contrasto all’evasione fiscale e per facilitare le importazioni e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaci



Decretato lo stato di emergenza economico per 60 giorni in Venezuela, dove il presidente Nicolas Maduro ha ammesso, in un lungo discorso di fronte all’Assemblea nazionale controllata dall’opposizione, la situazione «catastrofica» in cui si trova il paese.

Il decreto prevede l’introduzione di misure straordinarie per il contrasto all’evasione fiscale e per facilitare le importazioni e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaci. La Banca centrale ieri ha reso noto i primi dati ufficiali sull’andamento dell’economia dal dicembre del 2014: l’inflazione, fra gennaio e settembre dello scorso anno, è salita del 108,7 per cento (del 141 per cento dal settembre del 2014 a quello dell’anno successivo) e il prodotto interno lordo, nello stesso periodo, ha perso il 4,5 per cento (del 7,1 per cento nei 12 mesi fino a settembre 2015). 

Il Venezuale, ha detto ieri Maduro, è al centro di una «tempesta economica» che vede opposti «due diversi modelli», il frutto di «una guerra economica» sostenuta dagli Stati Uniti. Il 2016 «non sarà un anno facile», ha ammesso, citando il crollo del prezzo del petrolio e la conseguente perdita del 60 per cento delle sue entrate. 

Francesco apre il caso dell’infallibilità del Papa

Corriere della sera

di Gian Guido Vecchi

Il teologo Küng aveva scritto a Bergoglio chiedendogli una riflessione: «Mi ha risposto con una lettera fraterna, apprezzando le mie considerazioni. Non ha posto limiti alla discussione sul dogma» sancito dal Concilio Vaticano I e da Pio IX il 18 luglio 1870

Papa Francesco (LaPresse)

Racconta Hans Küng che la lettera di Francesco, con la data del 20 marzo, gli è stata recapitata attraverso la nunziatura di Berlino. Una lettera «che risponde alla mia richiesta di una libera discussione sul dogma dell’infallibilità» del Papa. «Mi ha risposto in maniera fraterna, in spagnolo, rivolgendosi a me come Lieber Mitbruder, caro fratello, e queste parole personali sono in corsivo», ha fatto sapere Küng. Il grande teologo svizzero «per la riservatezza che devo al Papa» non cita frasi del pontefice. Però dice che «Francesco non ha fissato alcun limite alla discussione», che ha «apprezzato» le sue considerazioni. E con malcelato stupore fa notare quanto sia «per me importante» il fatto che abbia risposto di persona e soprattutto «non abbia lasciato, per così dire, cadere nel vuoto il mio testo».

E in effetti il testo, rivolto ad un pontefice, era impegnativo: «Imploro papa Francesco, che mi ha sempre risposto in modo fraterno: riceva questa ampia documentazione e consenta nella nostra Chiesa una discussione libera, non prevenuta e aperta su tutte le questioni irrisolte e rimosse legate al dogma dell’infallibilità. Non si tratta di banale relativismo, che mina i fondamenti etici della Chiesa e della società. E nemmeno di rigido e insulso dogmatismo legato all’interpretazione letterale. È in gioco il bene della Chiesa e dell’ecumene». Küng lo aveva reso pubblico, tradotto in più lingue, il 9 marzo. Giunto all’ottantottesimo compleanno, «da teologo alla fine dei miei giorni, sostenuto da una profonda simpatia per lei e per la sua azione pastorale», il pensatore svizzero aveva rilanciato «un appello che ho più volte inutilmente lanciato nel corso di una discussione pluridecennale».
Francesco non ha mai parlato del dogma dell’infallibilità
Francesco non ha mai parlato del dogma dell’infallibilità, sancito dal Concilio Vaticano I e da Pio IX il 18 luglio 1870. Del resto nessuno Oltretevere ritiene abbia mai pensato di metterlo in discussione. Bergoglio è il Papa della sinodalità ma ha ben presenti le prerogative del pontefice, che elencò in un discorso memorabile il 18 ottobre 2014, alla fine del Sinodo, citando il Codice di diritto canonico: il Papa è «il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo — per volontà di Cristo stesso — il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (canone 749) e pur godendo “della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (canoni 331-334)».
Il Concilio Vaticano I
Diverso è dire che Francesco non abbia posto «alcun limite alla discussione», come riferisce Küng. Anche perché si tratta del dogma forse più frainteso, oltre che dibattuto. Il Concilio Vaticano I non disse affatto, come molti credono, che il Papa è infallibile tout court. Il Papa è un essere umano e la prima cosa che Bergoglio disse al conclave, subito dopo l’elezione, fu: «Io sono un peccatore». Dopo lunghe discussioni, nel 1870 si stabilì che il Papa è infallibile solo «quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi».

Sono casi rarissimi, come quando nel 1950 Pio XII proclamò solennemente l’Assunzione di Maria in cielo. Ma l’estensione dell’infallibilità resta dibattuta tra i teologi. La posizione di Küng è netta: vorrebbe abolirla o almeno sottoporla ad una revisione radicale. Già il fatto che Francesco non abbia posto un limite alla discussione, scrive, è una bella notizia: «Penso che sia ora indispensabile utilizzare questa nuova libertà per portare avanti la riflessione sulle definizioni dogmatiche, che sono motivo di polemica all’interno della Chiesa cattolica e nel suo rapporto con le altre chiese cristiane».

27 aprile 2016 (modifica il 28 aprile 2016 | 07:55)

Intercettazioni via trojan alla prova della Cassazione

La Stampa
carola frediani

Mentre l’Europa si interroga su come gestirli e sul loro “lato oscuro”, i captatori informatici arrivano in questi giorni davanti alla Corte Suprema. Le cui decisioni potrebbero essere cruciali



Ha molti nomi pur restando invisibile ai più. Captatore informatico, agente intrusore, virus autoinstallante. Ma anche trojan o spyware. Sta di fatto che in questi mesi, per la prima volta dopo anni di utilizzo silenzioso, dalla Germania alla Gran Bretagna passando per l’Italia si è aperto un dibattito sull’utilizzo, da parte di Stati e forze dell’ordine, di questi strumenti informatici.

Tecnicamente sono software malevoli in grado di infettare un dispositivo (smartphone, tablet o pc) e di accedere a tutta la sua attività (comunicazioni telefoniche, mail, chat, foto, Skype, navigazione web, file) nonché di attivare microfono e videocamere per effettuare intercettazioni ambientali. Usati da anni e sempre di più dalle forze dell’ordine e dalle procure a fini investigativi.

Strumento potentissimo e dalle molte implicazioni su cui vige un tabù, nel senso che lo si usa ma nessuno (o quasi) ne parla. Raramente emerge nei processi. Il primo utilizzo documentato in Italia risale al 2004. Bisogna aspettare però il 2010 perché venga alla luce, attraverso una sentenza. Nel 2011 il tema esce sulla stampa italiana grazie all’inchiesta sulla cosiddetta P4 mentre nel 2011 il noto gruppo di hacker tedeschi Chaos Computer Club scopre l’uso di un trojan da parte della polizia federale in Germania. Nel 2012/13 il tema riemerge in Stati come il Bahrein, gli Emirati, l’Etiopia.

Ma sembrerebbe restare un problema di utilizzo improprio da parte di Stati autoritari. Del loro utilizzo negli “Stati di diritto” non si fa cenno, se non in alcuni convegni per addetti ai lavori.
Nell’estate 2015 l’attacco informatico subito dal produttore italiano di spyware Hacking Team mostra come di fatto questi strumenti siano adottati da anni da servizi di intelligence e forze dell’ordine italiane per l’attività di indagine, anche su casi delicati, dalla criminalità organizzata al terrorismo. Resta però difficile capire, complessivamente e in pratica, come siano usati tali software.

«I trojan non hanno una loro regolamentazione specifica nel nostro codice di procedura penale», spiegano alla Stampa gli avvocati Francesco Micozzi e Giovanni Battista Gallus, che monitorano da anni l’argomento. «Tuttavia sappiamo che vengono utilizzati grazie a notizie di stampa o a qualche sporadica sentenza, queste ultime dell’ordine di una decina e se consideriamo l’ampio uso che ne viene fatto sembra abbastanza strano».

LA CORTE DI CASSAZIONE
Ora però in Italia il tema potrebbe arrivare molto presto, forse già in questi giorni, davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. La questione non è da poco perché le sue decisioni costituiscono precedenti vincolanti. La ragione è che sui limiti dell’utilizzo dei trojan ci sono due sentenze della Corte in contrasto. La prima, più restrittiva (n. 27100 del maggio 2015), ritiene che l’uso dei captatori per registrare conversazioni attraverso l’attivazione del microfono di un dispositivo equivalga a una intercettazione ambientale, che richieda quindi per legge l’indicazione precisa dei luoghi in cui avverrà. E questo varrebbe anche per casi di mafia, come quello in considerazione.

La seconda, più recente ordinanza della Cassazione (dello scorso 10 marzo), adotta invece una posizione diversa, più possibilista, riferendosi a “intercettazioni tra presenti” che non richiederebbero indicazione preventiva dei luoghi, e prendendo atto del parere differente rispetto alla precedente sentenza ha deciso di rimettere la questione alle Sezioni Unite della Corte. A complicare il tutto, c’è il fatto che le sentenze si riferiscono a reati di criminalità organizzata, per i quali sono spesso applicati maggiori poteri investigativi e minori restrizioni.

UN LEGGE CONTROVERSA
Questo lo scenario legale. Che si inserisce in un vuoto legislativo, per alcuni un Far West che comunque starebbe bene a chi questi trojan li usa per le indagini, tenendo un basso profilo, e teme di dover rimettere in discussione il modo in cui sono utilizzati; alle poche aziende che i trojan li vendono in condizioni di quasi monopolio; a chi non li vorrebbe perché li ritiene inaccettabili e teme che una qualsiasi proposta di legge possa solo legittimarli.

Quest’ultima posizione ha le sue ragioni: nel marzo 2015 c’è mancato un soffio che il decreto antiterrorismo del governo includesse anche un via libera generalizzato dell’uso dei captatori per tutti i reati “commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche” (quindi anche reati come la diffamazione o la violazione del copyright) e non solo per quelli di estrema gravità quali il terrorismo.

Le norme erano state poi stralciate dal premier Renzi anche in seguito alla levata di scudi di tecnici e politici, tra cui il professore di informatica e deputato del Gruppo Misto Stefano Quintarelli, che aveva scritto come “l’uso di captatori informatici …. è controverso in tutti i Paesi democratici per una ragione tecnica: con quei sistemi compio una delle operazioni più invasive che lo Stato possa fare nei confronti dei cittadini”.

Ma i trojan per tutti sono rientrati dalla finestra qualche mese dopo attraverso una nuova proposta di legge presentata dalla deputata Pd Maria Gaetana Greco che ricalcava di fatto la norma precedentemente stralciata. «Questo strumento è usato da tempo come fonte anonima», commenta a La Stampa l’avvocato penalista, docente di informatica e diritto Stefano Aterno. «Spesso si usano decreti di intercettazione ambientale e/o telematica senza lasciare scritto che in realtà si è usato il trojan. Mentre l’indagato deve sapere, quando va a processo, che gli hanno messo un captatore informatico. Inoltre il loro utilizzo deve essere limitato solo ad alcuni tipi di reati gravi».

Ma per alcuni il problema sta proprio nelle potenzialità tecniche del mezzo. «Se è vero che le intercettazioni e le perquisizioni restano strumenti necessari, i captatori, per come sono realizzati tecnicamente oggi, hanno potenzialità troppo ampie e indiscriminate», commenta a La Stampa Stefano Quintarelli.

«È possibile pensare a una serie di strumenti captatori mirati e specifici? Uno per l’intercettazione ambientale, uno per la corrispondenza, uno per le telefonate? Ed è possibile fare in modo che la difesa possa verificare il codice usato, e che questo sia depositato insieme alle prove? Per assicurare le garanzie costituzionali, ci deve essere una omologazione degli strumenti ed un processo di verifica, certificabile e documentato, su tutta la catena».

Preoccupazioni che non sono solo italiane. Negli scorsi mesi la Germania è tornata a parlare di captatori informatici quando è emerso che il governo avrebbe adottato una diversa versione di trojan più compatibile con quanto previsto dalla legge tedesca. Il nuovo software quindi può essere usato solo per leggere email e chat o per ascoltare telefonate. Inoltre l’indagato deve essere sospettato di crimini gravi, che minacciano “la vita o la libertà”. Un importante tagliando a questo strumento che però non convince i suoi oppositori.

«Si è cercato di di rendere i trojan compatibili con gli standard della legge tedesca», commenta alla Stampa Linus Neumann, noto hacker del Chaos Computer Club. «E di usarli di fatto come equivalenti di una intercettazione telefonica. Ad esempio, si cerca di fare in modo che registrino solo quando è attiva una chiamata Skype. Ma il punto è che, secondo noi, non è proprio tecnicamente possibile. Si tratta di strumenti che, una volta installati, possono alterare il pc”.

Almeno la Germania ha messo dei paletti. La Gran Bretagna, con la sua proposta di legge sui poteri investigativi nota come IP Bill, sembra voler dare un via libera incondizionato all’hacking di Stato, usandolo anche su persone non direttamente indagate ma utili per ottenere informazioni su altri e appoggiandosi direttamente ai fornitori di connettività internet (Isp). Tanto da aver indotto varie organizzazioni per i diritti digitali a creare una campagna per fermare la legge.

Carte nascoste e riunioni fiume. La resistenza passiva dei burocrati

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

Esce un manuale di sopravvivenza: “Regola numero uno: chi non fa non sbaglia”



“Non è vero, ma ci credo. Storie di ordinaria burocrazia” (Historica) è il libro che Alfonso Celotto, docente universitario di diritto costituzionale e a lungo negli staff di diversi ministeri, ha scritto firmandolo con il suo alter ego letterario, il dott. Ciro Amendola direttore della Gazzetta Ufficiale, protagonista dei suoi primi precedenti romanzi

Nella stanza della dott.ssa Martone, capo di gabinetto del ministero dei Beni Culturali, «in ripetute occasioni è stata riferita la presenza di una Tarentola mauritanica». Il rag. Esposito, accompagnato da due tecnici dell’Ufficio sorveglianza sanitaria, è assertivo: «Occorre un prelievo delle feci dell’animale, per effettuare una compiuta analisi di laboratorio, sulla cui base valutare se e come procedere». Ma per la dott.ssa «non se ne parla. Quel geco mi porta fortuna. Andate via». Impossibile, obietta il rag., a meno che «lei non mi firmi il modello H32-bis, assumendosi la responsabilità per l’impropria presenza in ufficio dell’animale vivo». Basta un’autocertificazione per trasformare la temibile Tarentola mauritanica in un innocuo geco.

Comincia così una delle «Storie di ordinaria burocrazia» del libro «Non ci credo, ma è vero» dal dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale, sopraffino cultore dell’amministrazione e pseudonimo di Alfonso Celotto, costituzionalista e a lungo grand commis nei ministeri. Ogni racconto è uno spaccato della vita in un ufficio pubblico: leggi e decreti, provvedimenti e circolari, furbizie e vanità, sotterfugi e arabeschi ma anche insospettabile umanità.

Nel primo capitolo l’autore ha scientificamente enucleato «le cattive abitudini del pubblico impiegato». Ne viene fuori un manuale di sopravvivenza «in una vita improntata non al senso di servizio per lo Stato, ma alla proficua occupazione delle ore da trascorrere in ufficio», il cui obiettivo è «eludere vagoni di pratiche in modo da offrire il proprio contributo operoso, ma senza prendersi alcuna responsabilità».

COME COMPORTARSI
Prima regola: tenere le carte a posto e far prevalere la forma sulla sostanza, nel senso di «chiedere sempre un parere in più e non uno in meno, seguire pedissequamente le procedure» e infischiarsene del vero interesse pubblico. Si dilatano i tempi? Meglio, l’importante è che l’istruttoria sia accuratissima e irreprensibile. «Di troppo zelo non è mai morto nessuno. Di superficialità molti». Seconda: attenersi rigorosamente al mansionario, «per fare il meno possibile». Il mansionario è «un rebus scritto in burocratese stretto», enigmatico come il responso della Sibilla cumana. Terza: copiare, perché chi copia non sbaglia mai e non si assume responsabilità (c’è sempre un precedente che aiuta e si può allegare).

Quarta: nel dubbio, non fare perché «chi non fa non sbaglia» e non si assume responsabilità. Quinta: se proprio non si può evitare di affrontare una questione, convocare una riunione: consente di guadagnare tempo (convocazioni, conferme, rinvii). Indispensabile che i convocati siano almeno dieci, altrimenti la riunione potrebbe rivelarsi decisiva. Sesta: mettere da parte, sul ripiano più nascosto della stanza, le pratiche più difficili. Sono quelle legate a emergenze di attualità, sotto la luce dell’opinione pubblica. Apparentemente vanno risolte con priorità, in realtà «si fanno da sole».
Troppe variabili, troppe complicazioni: meglio lasciarle lì.

Dopo un paio di settimane l’attenzione scemerà e nessun superiore chiederà conto della mancata soluzione. Settima: non archiviare ordinatamente le carte più importanti, in modo che non siano rintracciabili da chiunque. Il funzionario perspicace aumenterà così il suo potere, rendendosi indispensabile. Ottava: «non regalare mai un minuto», anzi capitalizzare gli straordinari e i permessi. Il conto è semplice: «ai 365 giorni del calendario vanno sottratti 52 sabati, 52 domeniche, 30 giorni di ferie e un’ulteriore quindicina tra malattie, cure specialistiche, riposi compensativi, permessi sindacali, donazioni sangue, scioperi, permessi-studio, permessi familiari».

Nona: non derogare ai ritmi della giornata-tipo: 8-11-13-15-16-16,12. Alle 8 lettura giornali e passaggio sui social network, caffè alle 11, pranzo alle 13, caffè alle 15, alle 16 chiusura dei fascicoli anche se incompiuti, in modo da presentarsi puntuali al tornello alle 16 e 12 minuti. «Ogni volta che il dott. Amendola rileggeva queste regole, si imbestialiva. Non si capacitava di atteggiamenti così miseri e gretti».

POST SCRIPTUM
Per un attimo la dott.ssa Martone ebbe voglia di mandare tutto e tutti a quel paese. Non valeva la pena spendere 15 ore al giorno contro quel muro di gomma. Poi... poi prese nel cassetto il modello H32-bis, che le era stato debitamente consegnato, e iniziò a compilarlo. In duplice copia e con firma debitamente autenticata».

La Papua Nuova Guinea chiude il “carcere” australiano per i migranti

La Stampa
marco tonelli

L’isola Stato di Manus è uno dei due centri di detenzione del Paese. Le Ong denunciano: «Sovraffollamento e scarse condizioni igieniche». Ieri un iraniano ha tentato il suicidio



L’isola stato di Manus è a 21 ore di aereo dalla Papua Nuova Guinea. Nel bel mezzo di un territorio di 2100 chilometri quadrati, c’è un centro di detenzione per rifugiati: più di 800 richiedenti asilo in Australia, respinti da Canberra e rinchiusi all’interno del campo. Le condizioni di vita degli ospiti, in maggioranza afghani, iraniani e pakistani, sono tutt’altro che semplici.

Un carcere circondato da barriere metalliche, scosso da continui scontri tra i “detenuti” e il personale di un’agenzia di sicurezza pagata dal governo australiano per sorvegliare la struttura. Nel tempo, sia Amnesty International che l’UNCHR (l’agenzia Onu per i rifugiati), hanno denunciato il sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche e l’impossibilità per gli ospiti di accedere ai servizi medici. 

A quattro anni dalla sua apertura, la Corte Suprema della Papua Nuova Guinea ha dichiarato la struttura «illegale e incostituzionale», e il premier papuano Peter O’ Neill ha annunciato la chiusura del campo. Il ministro dell’immigrazione australiano Peter Dutton ha respinto la presa di posizione del governo, e ha affermato che l’Australia continuerà a respingere i migranti: «Non accetteremo chi vuole venire nel nostro Paese illegalmente, e non gli permetteremo di insediarsi permanentemente». 

I RESPINGIMENTI E LE DEPORTAZIONI
Insomma, l’attuale primo ministro Malcolm Turnbull (ma anche i precedenti) non vuole permettere ai migranti che arrivano illegalmente via mare di sbarcare nelle coste del continente. Il piano di respingimenti e deportazioni è stato messo in piedi da Tony Abbott, e il governo attuale sembra intenzionato a continuare su questa strada. Da una parte i barconi respinti e lasciati in acque territoriali indonesiane, dall’altra il centro di detenzione di Christmas Island (in acque australiane) e due campi nel territorio papuano: nell’isola di Nauru, e in quella di Manus. 

“RINCHIUSI FINO A QUATTRO ANNI”
Nell’agosto del 2013, il conservatore Abbott ha stipulato un accordo di collaborazione: in cambio di aiuti economici, Camberra delega allo stato papuano l’accoglienza e l’accettazione delle richieste d’asilo. Ma nelle baracche ci sono uomini e donne che aspettano anche da tre o quattro anni. In attesa di sapere il loro destino, non sono pochi quelli che hanno messo in atto scioperi della fame, proteste e atti di autolesionismo.

AGGRESSIONI E TENTATI SUICIDI
L’ultimo episodio risale a poche ore fa. Un 23enne iraniano si è dato fuoco durante la visita degli ispettori dell’ONU a Nauru. L’uomo è stato trasferito in Australia, dove verrà curato, ma il ministro Dutton ha subito chiarito: «Se la gente pensa che attraverso l’autolesionismo suo o di un membro della famiglia, gli sia data l’autorizzazione ad andare in Australia o a rimanere sull’isola in modo permanente, sappia che ciò non accadrà». Ci sono stati casi anche di violenze sessuali e aggressioni, come quella che ha portato alla morte del giovane iraniano Reza Barati, ucciso nel febbraio del 2014.

mercoledì 27 aprile 2016

La Germania toglie il segreto di Stato sulla città-lager nel Cile di Pinochet

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

La decisione del governo Merkel: saranno accessibili i documenti su «Colonia dignidad», il borgo nelle Ande dove si rifugiarono non meno di 300 gerarchi nazisti. Qui gli oppositori di Pinochet venivano torturati diventando «desaparecidos»

L’apparente tranquillità di  «Colonia dignidad», poi Villa Baviera, in una foto del 2004 (Afp/Luis Hidalgo)
L’apparente tranquillità di «Colonia dignidad», poi Villa Baviera, in una foto del 2004 (Afp/Luis Hidalgo)

È uno di quei posti dove la storia ha deciso di mescolare misteri e orrori, in questo caso inghiottendo assieme la fuga dei gerarchi nazisti dalla Germania, le efferatezze del regime di Pinochet, il dramma dei desaparecidos, il «piano Condor» e le atroci sperimentazioni condotte da Mengele. Ma anche il traffico d’armi e i misteri di certe sette segrete del Sudamerica. Parliamo di «Colonia dignidad», l’insediamento tedesco del dopoguerra in Cile, oggi più noto con il nome di Villa Baviera. Il governo Merkel, per bocca del ministero degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, ha annunciato che renderà accessibili in anticipo i documenti sulla storia del villaggio situato a 350 chilometri a sud di Santiago del Cile, verso la Cordigliera.

Dossier con su stampata la dicitura «segretissimo». I documenti sarebbero dovuti restare inaccessibili ancora per dieci anni. Ma l’opinione pubblica ha insistito per anticipare quella data, anche dopo l’uscita di un film-inchiesta che da febbraio sta choccando i tedeschi. E che presto sarà in Italia. Carte «top-secret» in cui si racconta di come i gerarchi nazisti abbiano potuto lasciare la Germania nel 1945 così come narrato nel romanzo «Dossier Odessa». E delle complicità trovate, in questa fuga, di qua e di là dell’Atlantico. Senza dimenticare le torture inflitte, in questa specie di eden ai piedi delle Ande, agli oppositori della dittatura militare in Cile. Tutto certificato nei processi seguiti al dopo-Pinochet.
Una valle «dolce come le colline di Baviera»
La «cartolina» di questo angolo nel Sud del Cile è quella di una valle alpina, verde e fertile, «dolce come le colline di Baviera», raccontavano i più nostalgici. Ancora oggi si coltiva il grano e si allevano le mucche pezzate bianche e nere; un torrente scorre nel fondovalle e le ragazze portano le cuffiette ricamate sulle trecce bionde come in Germania cent’anni fa. Qui comandava Paul Schäfer , ex caporale delle SS, fuggito dalla Germania nel 1961 perché ricercato per violenze su orfani disabili, sedicente pastore protestante e «guru» dei 300 tedeschi della «Colonia Dignidad» dove per un certo periodo si nascose anche Joseph Mengele, il medico che condusse atroci sperimentazioni su cavie umane ad Auschwitz.

Crollato Pinochet e senza più protezioni, Schäfer il 20 maggio 1997 lasciò il Cile, perseguito dalle autorità con l’accusa di avere molestato 26 bambini della colonia. Nel marzo 2005 fu arrestato in Argentina e estradato in Cile dove morì in prigione nel 2010.

Ma cos’era la «colonia»? «Ufficialmente la realizzazione di una società nuova - è il racconto di Andrea Nicastro tratto dall’archivio del Corriere della Sera - dai toni messianici e con il dominio assoluto di Schäfer. I bambini vivono separati dai genitori e i mariti dalle mogli». Niente tv, niente telefono, niente elettricità, bandito persino il calendario. «Il guru decide inappellabilmente la vita dei discepoli e “uno per sera” si prende cura dei bambini, facendo loro il bagno e “dormendo” con loro. Giovani fuggiti dalla comunità hanno denunciato violenze e torture».

L’ingresso della «colonia» e a destra l’ex SS Paul Schäfer
L’ingresso della «colonia» e a destra l’ex SS Paul Schäfer
Un covo di nazisti
La «Colonia Dignidad» è però anche, se non soprattutto, un covo di nazisti. Che si sovrappone a una comunità germanica giunta qui agli inizi 1900. Il braccio destro del guru diventa presto Hermann Schmidt, ex pilota della Luftwaffe che attira, protegge e nasconde decine di nazisti scappati in Cile, Argentina e Paraguay subito dopo la guerra. Gli invalicabili cancelli della comunità diventano il miglior ospizio per i vecchi aguzzini. Sottoposti alla pressione dei cacciatori di nazisti, i tedeschi delle Ande trovano aiuto nel regime di Pinochet e trasformano la valle in un lager per i cileni oppositori.

La «Colonia Dignidad» divenne giardino di giochi per la famiglia Pinochet. Lucia Pinochet arrivava in elicottero per passare il weekend con il figlio. Gli «squadroni della morte», invece, portano decine di prigionieri politici che all’interno della «Colonia Dignidad» - sono i racconti nei successivi processi - diventano «desaparecidos». Tra questi anche un italiano: Juan Bosco Maino Canales il cui nome compare anche nelle carte del processo agli aguzzini del «piano Condor» che si sta celebrando in queste settimane al tribunale penale di Roma.
La polizia segreta di Pinochet
E’ Amnesty International nel ‘77 a denunciare la connivenza tra la Dina (la polizia segreta di Pinochet) e la idilliaca colonia sulle Ande. Pinochet regala, oltre al divieto di estradizione, un elicottero da guerra e i diritti di sfruttamento di un giacimento di titanio. Schaeffer ringrazia concedendogli la cittadinanza onoraria. Il favore del generale cileno non basta a giustificare i mille e più miliardi che costituiscono il patrimonio dei 300 contadini tedeschi. I soldi, dicono le inchieste insabbiate nel corso degli anni, vengono da misteriosi conti europei. Forse l’organizzazione Odessa, forse l’oro delle vittime dei lager nazisti passato per la Svizzera
Il film «Colonia dignidad»
I torbidi avvenimenti degli anni Settanta hanno ispirato il film «Colonia dignidad» del regista premio Oscar Florian Gallenberger, uscito in Germania a febbraio e proiettato martedì al ministero degli Esteri di Berlino. In Italia la pellicola sarà in sala a partire dal 26 maggio. Oggi l’insediamento ha preso il nome di Villa Baviera ed è diventato un villaggio turistico. Senza legami con quel passato torbido per cui la comunità chiese scusa al Cile in una lettera aperta seguita alla condanna di Schäfer. Ma le polemiche (e i misteri) persistono: solo due anni fa l’opinione pubblica cilena si era indignata dopo aver appreso che quattro tedeschi, dirigenti della comunità, erano tranquillamente a piede libero e a spasso nel verde della Cordigliera pur condannati per sequestro, privazione illegale della libertà, complicità in violenze sessuali contro minori, associazione a delinquere e altri reati finanziari.

Ma chissà cos’altro racconteranno quei dossier tra poco desecretati dal governo tedesco. «La gestione di Colonia Dignidad non è stata un capitolo glorioso del ministero degli Esteri», ha detto il ministro Steinmeier. «Per molti anni, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, i diplomatici tedeschi hanno volto lo sguardo dall’altra parte e hanno fatto molto poco per proteggere i nostri cittadini in questa comune», ha ammesso durante la presentazione del film con protagonisti Emma Watson e Daniel Bruehl. «Anche dopo, quando Colonia Dignidad è stata sciolta e le persone non erano sottoposte alla quotidiana tortura, il servizio (diplomatico ndr) non ha avuto la determinazione e la trasparenza per identificare le responsabilità e imparare la lezione».

alefulloni
27 aprile 2016 (modifica il 27 aprile 2016 | 07:25)

Statistiche

jena@lastampa.it

Cala l’aspettativa di vita, praticamente sono morto a mia insaputa.

Una piccola storia italiana

La Stampa
Niccolò Zancan


La foto della bandiera Bulgara presa dal sito del Ministero degli affari Esteri

Dicevano a tutti che sarebbero andati a vivere in Bulgaria. «Partiamo il 2 marzo, ma compriamo una scheda telefonica e ci sentiamo presto». In realtà stavano programmando il loro suicidio. Lucio e Grazia Leonelli, 50 e 47 anni, si volevano molto bene, erano marito e moglie. Abitavano a Poggio a Caiano, vicino a Firenze. Da mesi non riuscivano più a pagare il mutuo. Li hanno trovati la mattina del 25 aprile stesi sul letto matrimoniale, uno vicino all’altra. «Perdonateci, ma questa vita non era più dignitosa», c’era scritto su un biglietto firmato da entrambi. 

Presunzione di colpevolezza

La Stampa
mattia feltri

Considerando che Nicola Cosentino è prossimo ai 900 giorni di carcerazione preventiva, senza condanne nemmeno di primo grado, si capirà la stringente esigenza di allungare i tempi di prescrizione. 

Il ricordo di De André: “Quando papà m’insegui con l’accetta”

La Stampa
cristiano de andre’


Fabrizio De André con il figlio Cristiano, all’epoca tredicenne,sulla spiaggia di Boccadasse nel 1976

Pubblichiamo un brano, su concessione di Mondadori al Secolo XIX, estratto dal libro “La versione di C.” scritto da Cristiano De André con Giuseppe Cristaldi, in uscita oggi.

Genova - Quando avevo circa quindici anni, mio padre scoprì che a Genova frequentavo gente non proprio consona a quelle che erano le sue aspettative. Erano persone di porto, di angiporto, anche ragazzi di buona famiglia che tuttavia avevano abbracciato un certo stile di vita. Con loro cominciai a farmi le canne, le sigarette già le fumavo, poi passai ad altre cose…

Lui se ne accorse, era il 1978, e disse che sarebbe venuto a prendermi il 21 settembre per portarmi su a L’Agnata e iscrivermi al liceo di Tempio Pausania. Ovviamente non reputai minimamente attendibile quel suo appuntamento con la paternità, non lo presi proprio in considerazione, me ne scordai.

Il 21 settembre, invece, arrivò. Aveva bevuto e mi disse: «Sei pronto? Andiamo!». Gli risposi seccato che non ci pensavo neanche lontanamente, così decise di intimorirmi minacciando di chiamare i carabinieri. Mi chiusi in bagno mentre lui faceva finta di parlare al telefono con un maresciallo.

Niente da fare. Quando capì che non c’era verso di convincermi e che mia madre non avrebbe potuto aiutarlo, esplose: «Esci dal bagno, cazzo!». Aveva due occhi diabolici, che non gli appartenevano, faceva veramente paura. Trovò un’accetta in cantina, venne di nuovo davanti alla porta del bagno, di legno massello, e iniziò a colpirla per buttarla giù. Un colpo, due colpi, tre colpi.

Non c’era ferocia, non c’era violenza, ma una lentezza disarmante, dimentica di ogni cosa, memore del momento. Colpo su colpo, scheggia su scheggia, per quasi un’ora, facendo una fatica titanica, poco alla volta la distruggeva. Io nel frattempo ero accucciato nella vasca da bagno con le mani sulle orecchie; vedevo la lama dell’accetta che spuntava al di qua della porta, avevo paura.

La cosa sarebbe andata avanti per le lunghe – con mio padre che peraltro si stava facendo un culo pazzesco –, così pensai bene di fuggire dalla finestra che dava sul tetto e di nascondermi dietro al comignolo. Sarei certamente potuto scappare, ma ero come paralizzato dalla paura.

Dopo un tempo non quantificabile, abbattuta la porta in legno massello, mio padre si accorse che non ero in bagno: «Dove cazzo sei?».

E' nato prima l'uovo o la gallina? Finalmente c'è la risposta

Anna Rossi - Mar, 26/04/2016 - 10:53

Il professore di Biologia evolutiva dell'università di Manchester ha trovato una soluzione al dilemma secolare. Attraverso un grafico giustifica la sua risposta



Questa domanda ha fatto discutere intere generazioni, ma finalmente c'è la risposta: "Chi è venuto prima, l'uovo o la gallina?".

Le menti di grandi e piccini hanno sempre cercato di rispondere a questo quesito. La risposta, però, non ha mai messo a tacere le discussioni. C'era chi sosteneva che ci fosse prima l'uomo e chi la gallina. Ma ora, James McInerney, professore di Biologia evolutiva all'Università di Manchester, ha finalmente spiegato come deve essere risolta la questione.

Con una brillante intuizione ha postato sul suo profilo Facebook la sua spiegazione. Attraverso un grafico mostra come l’uovo, in realtà, esista da ben prima della comparsa degli uccelli, perché alcuni rettili, come tartarughe, lucertole, serpenti e coccodrilli, sono antecedenti alla linea evolutiva degli uccelli. Dopo aver sciolto l’inestricabile dilemma, il professore ha commentato sarcastico: "Bene, ora possiamo tornare alla nostra vita normale". (Guarda la foto del grafico)

Ricostruito il volto dell’Uomo di Altamura, il più antico Neanderthal scoperto finora

La Stampa

Tarchiato, con la fronte sporgente e il cranio allungato posteriormente, aveva un naso molto grande, forse dovuto all’adattamento dopo la glaciazione



È stato ricostruito il volto dell’Uomo di Altamura, il più antico Neanderthal dal quale è stato estratto il dna arcaico, con una datazione compresa fra i 130 ed i 170 mila anni fa. La ricostruzione «iperrealistica», con tanto di capelli, barba e baffi, a grandezza naturale, è stata realizzata sulla base di un’analisi rigorosamente scientifica dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche.

E dunque com’era l’Uomo di Altamura? Un corpo tarchiato, il bacino largo, una statura non elevata - circa 1 metro e 65 cm - la fronte sporgente, il cranio allungato posteriormente, il naso molto grande, anch’esso forse dovuto ad un adattamento alla penultima glaciazione.

Per realizzare il «modello» che riproduce l’Uomo di Altamura è stata effettuata una campagna scientifica che è stata realizzata direttamente nella grotta di Lamalunga, dove lo scheletro è ancora incastrato nella roccia, attraverso rilievi sulle ossa con il laser scanner, una tecnica non invasiva che permette di «ricostruire» virtualmente l’intero scheletro. Le ricerche sono state condotte da un’équipe guidata dal paleoantropologo dell’Università La Sapienza di Roma, Giorgio Manzi.


ANSA
Un fermo immagine dal video che mostra i modelli su cui hanno lavorato biologi e paleoantropologi

Tali ricerche sono state poi combinate con i dati estrapolati dal dna arcaico (mitocondriale), a sua volta prelevato da un frammento di scapola. La mappatura, su cui ha lavorato il biologo dell’Università di Firenze David Caramelli, ha stabilito che si tratta senza dubbio di un Neanderthal (specie umana estinta) ed ha confermato che era un maschio, oltre a fornire altri elementi.

I paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche, hanno poi realizzato l’Uomo di Altamura su scala naturale combinando dati scientifici ed interpretazione delle informazioni.

L’«abitante» di Lamalunga è stato scoperto nel 1993 durante un’esplorazione speleologica. La datazione, per la precisione, oscilla fra i 128.000 ed i 187.000 anni fa (in media 150.000). Ed è un Neanderthal tra i più arcaici. Sicuramente il più antico fra quelli a cui è stato estratto il dna. Questo dato è emerso da un altro tipo di studio, pubblicato anche su Nature e sulla rivista specializzata Journal of Human Evolution. Vale a dire la tecnica dell’uranio-torio sui depositi di calcite che, sfoglia dopo sfoglia, sono stati esaminati sul frammento di osso e sulle stalattiti.

Il progetto della ricostruzione voluto dal Comune di Altamura e gestito in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Puglia - ha detto il sindaco, Giacinto Forte - rappresenta una «anteprima della Rete museale Uomo di Altamura, di prossima inaugurazione». L’operazione di ricostruzione iperrealistica dell’Uomo di Altamura, che si è avvalsa di tutti i dati raccolti dai ricercatori in 5-6 anni di lavoro e dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia, è costata circa 80-90mila euro ed ha impegnato i due esperti paleo-artisti olandesi per diversi mesi.

Quello di Altamura è forse il più antico Neanderthal del mondo scoperto finora, vissuto circa 150mila anni fa. «Gli artisti - sottolinea il prof.Manzi - lo hanno rappresentato così, con una espressione che rivela quasi un ghigno, quasi voglia dirci “sto aspettando che mi venite a liberare dalla mia prigione di calcare”». «È una ricostruzione - aggiunge Manzi - straordinaria, molto suggestiva. Ma non significa che questo Neanderthal lo abbiamo capito totalmente. Lo scheletro, questo reperto di straordinaria importanza, deve ancora dirci tante cose».

Nel corso dell’incontro è stata anche mostrata la ricostruzione 3D del cranio dell’Uomo di Altamura, estratto virtualmente dal suo scrigno carsico nell’ambito dello stesso progetto di ricostruzione. Un primo e unico frammento dello scheletro, estratto fisicamente nel 2009 da una scapola, ha consentito di raccogliere dati sul Dna, quantificare alcuni aspetti sulla morfologia e risalire ad una data: è stato così possibile collocare cronologicamente l’Uomo di Altamura in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra i 172 e i 130mila anni. 

L'azienda-caserma che produce i nuovi iPhone. Le prime foto spettrali dalla Cina

Libero
Adriano Scianca



Forse l' eccellenza è impossibile da ottenere senza ordine e disciplina. Ma certo fa un po' effetto confrontare le parole e lo stile di Apple in pubblico, dove tutto è così easy, buono e solidale, e le sue fabbriche in Cina, dove gli operai vengono messi in riga con uno stile militare che ricorda più le parate su piazza Tienanmen che le magnifiche sorti e progressive della mela morsicata.

Eppure è questa l' immagine che emerge dalle foto scattate nella fabbrica degli iPhone di Shanghai da Shai Oster e Qilai Shenper per Bloomberg. È la prima volta che dei reporter occidentali vengono ammessi all' interno della Pegatron Corp, che ha il nome di una misteriosa multinazionale da videogioco, stile Umbrella Corporation, ma in realtà è solamente la fabbrica che produce il melafonino.

Le foto mostrano i 50mila lavoratori sottoposti a rigidi controlli di sicurezza. Per gli operai della Pegatron, niente dolcevita nero e jeans alla Steve Jobs, niente camicie hawaiane come vuole il dresscode libertario della Silicon Valley: a Shanghai i dipendenti vestono tutti giacca rosa, ciabatte e una retina per proteggere i capelli. Ognuno di loro ha un badge di identificazione che viene controllato tramite scansione sull' iPad di un supervisore, durante l' appello del mattino.

Da lì, i lavoratori procedono in fila indiana per la catena di montaggio, ma non prima di aver subito controlli di riconoscimento facciale ai tornelli di sicurezza. E ancora, i lavoratori devono passare attraverso i metal detector progettati per scovare qualsiasi apparecchiatura che possa fungere da macchina fotografica o da strumento per filmare ciò che avviene nella fabbrica. Poi, tramite una scala contornata da una rete di sicurezza (per evitare incidenti, ma anche tentativi di suicidio) si arriva finalmente al posto di lavoro. Secondo il China Labour Watch uno stipendio mensile base nello stabilimento corrisponde a circa 2000 Yuan, 290 euro (il costo di un iPhone in Cina è 4.488 yuan, 613 euro).

Il campus ha una superficie pari a 90 campi da calcio e all' interno ci sono caffetterie, bus navette e laghetti. Sembra tuttavia che sia difficile sorseggiare caffè in riva al lago, visti i turni massacranti. «Ogni secondo è prezioso», ha spiegato il capo della struttura, John Sheu, commentando le rigide ma veloci procedure di sicurezza. Una sorta di gaffe, dopo che la stessa azienda è stata messa sotto accusa in seguito alla morte, avvenuta il 12 dicembre 2013, del 15enne Shi Zaokun. Il ragazzo è deceduto a causa di una polmonite contratta dopo aver lavorato per un mese 80 ore a settimana.

A febbraio dello scorso anno, invece, un altro operaio, Tian Fulei, è stato trovato morto in un dormitorio che condivideva con altri lavoratori. Il suo libretto di lavoro parlava anche di turni di 12 ore, fino a sette giorni alla settimana. Si tratta di 84 ore settimanali, laddove Apple si è più volte impegnata per una settimana lavorativa di non più di 60 ore.

L' azienda si è detta «profondamente addolorata», ma ha aggiunto di aver studiato il caso e di non aver «trovato alcun legame fra il suo decesso e l' ambiente di lavoro». Alla sua famiglia sono stati comunque dati 80.000 yuan come gesto di vicinanza da parte di Pegatron, a cui si sono aggiunti altri 15.000 yuan dopo che la polizia è intervenuta nei negoziati.

Sheu ha inoltre dichiarato a Bloomberg che il loro capillare sistema di controllo sui dipendenti ha anche la funzione di avvisare in automatico l' azienda quando un operaio si avvicina alle 60 ore settimanali. La questione resta tuttavia un nervo scoperto, per Apple. Non è l' unico, se consideriamo che, dopo 51 trimestri consecutivi in crescita, per la prima volta dal 2003 il gruppo oggi potrebbe presentare conti in calo rispetto allo stesso periodo del 2015. Sembra infatti ci sia stato un calo delle vendite di iPhone - che rappresentano due terzi delle vendite del gruppo - pari a un calo del giro d' affari del 10%.

Gli analisti si attendono un fatturato di 52 miliardi di dollari contro i 58 miliardi del precedente trimestre, mentre gli utili per azione dovrebbero passare da 2,33 a 1,99 dollari. Parliamo sempre di microscopiche crepe in un successo clamoroso e senza eguali. Ma qualche segnale di stanchezza, dalle parti di Cupertino, si avverte. Forse qualcuno dovrebbe dire a questi cinesi di non battere la fiacca.

Adriano Scianca