giovedì 31 marzo 2016

Il backup ti salva la vita: i suggerimenti per farlo al meglio

Corriere della sera
di Francesco Tucci - 31/03/2016 11:07


Oggi è la giornata mondiale del backup: in un mondo dove tutto si basa sui dati sono ancora pochissime le persone che capiscono quanto sia importante mettere foto, video, documenti e memorie al sicuro. Ecco alcuni suggerimenti per gestire la cosa al meglio

Possiamo pensare al backup come ad un paracadute digitale: lo leghiamo ai nostri dati, e in caso di problemi possiamo aprirlo e recuperare tutto quello che è andato perso o danneggiato. La perdita dei dati è uno di quegli eventi che solitamente ci lascia inermi e demoralizzati con il pensiero “e adesso come faccio che ho perso tutte le foto di 10 anni di vacanze?

Purtroppo non esiste macchina del tempo che possa tornare a qualche minuto prima del danno per evitarlo, e l’unica vera mossa per problemi di ogni tipo, dalla rottura dei componenti al furto per arrivare ai più noti ransomware, virus che criptano i dati per chiedere un riscatto, è la prevenzione. Il backup dei propri dati è una azione da fare con più regolarità di quella impiegata per fare il pieno alla macchina, e non è un caso che sia stata istituita anche una giornata per ricordarlo, il “backup day”, che scatta proprio oggi 31 marzo.


Il rischio di perdere dati è dietro l’angolo
Siamo circondati da dati digitali, memorizzati su supporti per lo più magnetici che mantengono le informazioni anche quando togliamo corrente. Tuttavia, come l’inchiostro sulla carta, i dati sono soggetti a deperimento o a danni: sulla carta il problema è immediatamente visibile (avete mai trovato uno scontrino di 10 anni fa in tasca vedendolo molto molto pallido?) mentre sui supporti digitali no. Supporti di archiviazione come i CD e i DVD non sono eterni, e le stesse chiavette possono anche giocare brutti scherzi: c’è chi ha tenuto le foto su un supporto per anni, salvo poi scoprire che il disco risultava illeggibile quando si è trattato di recuperare il tutto per rivivere dei ricordi o rivedere un video.


I dati sono molto facili da perdere, e anche la perdita di grandissime quantità di dati potrebbe essere un evento immediato. Le cause possono essere molteplici, come la rottura del supporto su cui i dati sono memorizzati: il disco non parte più o ci cade a terra, la memory card non permette più l’accesso, il dispositivo è passato inavvertitamente vicino ad un forte campo magnetico e il dati sono andati.

Ma vale la stessa cosa per azioni sbadate, come la cancellazione o le sovrascrittura di un file, la rimozione di una cartella per sbaglio, il salvataggio di un documento su cui si stava lavorando appena dopo averlo svuotato del tutto o la formattazione del dispositivo pensando di non avere nulla di importante salvo poi ricordarsi di quella cosa particolare che ci eravamo scordati di salvare.

Ci sono poi i virus o i malware, e in questo periodo va tanto di moda il ransomware che cripta tutti i dati e chiede un riscatto per poterli riavere indietro. Infine c’è il furto o la perdita del supporto su cui i dati sono memorizzati. Tutti casi non remoti, anzi, anche la persona più accorta e prudente ha bisogno di un backup.

In alcuni casi citati esiste un’ancora di salvataggio: nel caso di rottura del disco si può ricorrere e specialisti che possono tentarne il recupero, spesso parziale, ma sicuramente la spesa non sarà indifferente. In tutti gli altri casi, invece, non esiste via di recupero.
Le persone non danno il giusto valore ai propri dati
Normalmente le persone danno pochissimo valore ai propri dati fino a quando questi non sono irrimediabilmente persi. La domanda che ci si dovrebbe sempre porre è “I miei dati valgono un disco esterno e un po’ di tempo da investire ogni mese?” A pensarci bene la risposta è sempre e inequivocabilmente affermativa. A questo punto il passo successivo è definire quali sono i dati da salvare. Così, su due piedi, verrebbe da rispondere “tutto”, ma se ci pensiamo bene è saggio tenere il backup dei soli dati che in qualche modo non sono riproducibili o recuperabili.

È poco utile ad esempio avere quattro copie di backup della musica acquistata da iTunes, che si può scaricare nuovamente, mentre è fondamentale avere la copia delle proprie foto o dei documenti. È necessario ricordare che anche le mail e i contatti sono dati da tenere al sicuro, soprattutto questi ultimi, anche se nel caso di caselle di email è probabile che molte di queste siano comunque disponibili anche sui server del provider. Potrebbe comunque essere utile recuperare una mail cancellata, un allegato, oppure tenere le mail più vecchie quando periodicamente si fa pulizia nella casella di posta.
Dove fare il backup e come fare il backup
Dopo aver chiarito perché fare il backup e di cosa farlo, si può passare a capire come farlo e su quale supporto. La prima regola è data dalla probabilità di perdere i dati per ogni tipo di evento, questo porta alla necessità di avere più copie dei dati, su supporti di tipo differente, una di queste copie da tenere possibilmente in un luogo lontano dall’utilizzo normale del computer (va bene anche un cassetto a casa della nonna).



I supporti più usati sono i dischi fissi USB, economici, capienti e leggeri: questi dischi hanno il solo difetto che devono essere trattati bene, perché una caduta a terra potrebbe essere fatale per tutti i dati contenuti al loro interno. La principale alternativa sono i nastri magnetici, molto più capienti e più solidi non avendo meccanica interna, ma siamo davanti a sistemi business assolutamente sconsigliati e non idonei ad un utilizzo famigliare.

Da evitare i backup su supporti di tipo flash quali chiavette USB o schede di memoria: il tipo di supporto su cui sono memorizzati i dati non è affidabile, soprattutto a fronte di ripetute scritture. Anche i supporti ottici sono da evitare, a causa della scarsa persistenza dei dati nel tempo e la difficile e lenta (ri)scrittura.



Negli ultimi anni è calato molto il prezzo dei NAS (Network Attached Storage): sono dei contenitori di dischi che si collegano alla rete di casa o dell’ufficio, si raggiungono da ogni PC in rete e tra le loro funzioni hanno anche quella di “deposito dei dati”, spesso con sistemi di backup in locale e in cloud già configurati e pronti all’uso. I NAS consumano molta meno corrente di un PC, possono quindi rimanere sempre accesi permettono di condividere i dati su tutti i dispositivi di casa, dai computer alle Smart TV .

L’altra caratteristica importante dei NAS è la possibilità di contenere più dischi gestiti in Raid:, il guasto (può succedere) di uno solo dei dischi all’interno i dati permette il recupero di tutti i dati sfruttando dati ridondanti presenti negli altri dischi. Oggi un NAS di livello, Synology o Qnap, può costare circa 300 euro dischi inclusi ed è il miglior investimento che si possa fare in una casa che ambisce ad essere minimamente “smart”.

Nella migliore delle condizioni la personale politica di backup andrebbe gestita con almeno due dispositivi: i paranoici della salvaguardia dei dati comprano anche hard disk di marca diversa per evitare che prodotti dello stesso lotto produttivo, nel caso di piccoli difetti o problemi, possano rompersi contemporaneamente.

Non si pensi infine che i dati presenti nelle cartelle dei servizi di cloud storage (Google Drive, Dropbox e simili) sono al sicuro. Lo sono, ma esiste comunque un rischio: l’attacco di un criptolocker li renderà infatti tutti inaccessibili, e solo un lavoro da certosini ne permetterà il recupero, uno ad uno. Vale la pena di averne una copia offline,  basta aggiungere quella cartella al programma di backup
Come fare un buon backup
Si è capito: il backup è un’operazione importante e deve essere fatta con regolarità, ma è anche necessario capire anche quale può essere la modalità di backup migliore perché da questa scelta dipende anche il modo in cui i dati possono essere ripristinati più o meno facilmente nel caso di problemi.

La modalità più completa è quella di fare un backup integrale del sistema operativo con tutti i programmi installati, detto anche “immagine”: in questo modo, in caso di problema serio (dopo un attacco ransomware è bene reinstallare da zero il sistema operativo), si può ripristinare tutto il computer. Questo tipo di backup è utile farlo subito prima e subito dopo aver eseguito un aggiornamento importante del sistema, e può essere usato insieme al backup dei soli dati per un ripristino totale del PC.

Il backup classico invece salva solo i dati degli utenti: in caso di problema grave il computer andrà reinstallato partendo dal disco di ripristino o dalla partizione di ripristino e solo dopo si potrà fare il ripristino dei dati messi da parte in tutta sicurezza. E’ importante tener presente che molti dati delle applicazioni si trovano al di fuori delle classiche cartelle Documenti e Desktop: a prescindere dal sistema operativo usato fare il backup del profilo intero è una buona procedura.

E’ bene ricordare poi che molti dati sono memorizzati anche dentro ogni smartphone o tablet, ma in questo caso, a seconda della casa produttrice e del sistema operativo, sono disponibili variati strumenti per fare il backup da usare in caso di emergenza. Attenzione però: se al posto di utilizzare servizi cloud per fare il backup di uno smartphone o di un tablet siete soliti fare il backup sul computer, è bene ricordarsi che è necessario integrare anche questo backup nella normale procedura di salvaguardia dei dati.

Ultimo dettaglio, ma non meno importante è l’automazione. Fare il backup dei dati in modo manuale porta ad una fine sola: dimenticarsene dopo averlo fatto due o tre volte, e a questo punto diventa inutile. Diventa fondamentale importante trovare un sistema che faccia le operazioni di salvataggio dati in modo automatico, oppure segnarselo sul calendario con gli avvisi ad ogni scadenza.

Un backup fatto non è detto poi che sia valido e utilizzabile, ed è buona norma ogni tanto (indicativamente una volta al mese) fare il recupero di qualche file a caso, innanzitutto per capire come si fa a recuperare il dato e poi per essere certi che questa copia sia realmente utilizzabile. Fare pratica quando non si è nel panico perché è stato tutto perso è molto istruttivo ed utile.
I programmi utilizzabili per fare un buon backup
Per MacOs c’è Time Machine, integrato in ogni Mac, che lavora in silenzio e se si ha un disco esterno collegato (USB o un NAS con il protocollo AFP supportato da Apple) Time Machine fa un backup di tutti i file modificati ogni ora, operazione questa che permette di tornare indietro in maniera molto granulare nel tempo recuperando tutto quello che serve. Il sistema mantiene in storico un backup ogni ora per le ultime 24h, uno al giorno per un mese e uno alla settimana fino a quando non riempie il disco di backup, poi cancella i più vecchi: il backup comprende anche tutte le app installate e le impostazioni di sistema, nel caso in cui si debba reinstallare il Mac o passare ad un nuovo Mac.



La procedura di installazione, infatti, prevede che si possa fornire il disco di Time Machine per avere il sistema esattamente uguale a come era prima. L’interfaccia di Time Machine è semplice e di rapido utilizzo, e chi ha un Mac non deve far altro che appoggiarsi a questo ottimo sistema integrato oltretutto gratuito.

Se si vuole fare anche la copia intera del sistema, un vero clone, SuperDuper, altra applicazione gratuita, permette la copia completa del disco, senza dover spegnere il Mac. Il risultato è un disco che può essere usato anche come disco di partenza nel caso in cui si voglia sostituire un vecchio disco con uno nuovo oppure nel caso il disco interno di guasti.

Per Windows 7 c’è l’utility Windows Backup, anch’essa di serie nel sistema, che fa il backup su un disco di rete o comunque su un disco esterno e permette di salvare e recuperare il singolo file o l’intero sistema, anche partendo dal DVD di installazione di Windows. La pianificazione di questo backup è settimanale.



Per recuperare i file eventualmente persi o sovrascritti, nel caso di Windows 10, esiste una comoda funzione chiamata Cronologia File, che deve essere attivata manualmente e che gestisce il backup quasi come Time Machine.

Un software alternativo, gratuito e molto valido è Veeam Endpoint Backup: basta registrarsi sul sito, scaricare e installare il programma e un semplice wizard provvede a configurare il backup e a creare un CD di ripristino in modo tale che si possa avviare il PC da quel disco per procedere poi con il recupero dei dati dell’intera macchina.

Per fare le immagini complete a freddo di qualunque computer, indipendentemente dal Sistema Operativo, si possono usare True Image (a pagamento) o CloneZilla (gratuito, ma più complicato): per entrambi viene creato un relativo CD di avvio che, una volta inserito nel drive, avvia la procedura di backup chiedendo all’utente dove si vogliono salvare i dati.

Il backup è importante, è bene farlo regolarmente e soprattutto ogni tanto va verificato recuperando qualche file a caso. Se si lascia il backup in posti che potrebbero essere oggetto di furto, è bene criptare il disco con una buona password: nessuno (o quasi) potrà accedervi in caso di sparizione.

Schifezza più schifezza meno

La Stampa
mattia feltri



In Italia la politica è una schifezza,
il giornalismo è una schifezza,
l’imprenditoria è una schifezza,
i trasporti sono una schifezza,
la letteratura è una schifezza,
il cinema è una schifezza,
la TV è una schifezza,
la musica leggera è una schifezza,
il mercato immobiliare è una schifezza,
la sanità è una schifezza,
la magistratura no (infatti la magistratura vuole processare Salvini perché ha detto che la magistratura è una schifezza).

Mimmo U Curdu

La Stampa
massimo gramellini

Per il settimanale americano «Fortune» c’è un solo italiano nella lista delle personalità che stanno cambiando il pianeta. Come è ovvio il suo nome comincia per M, ma inopinatamente si tratta di un Mimmo. Mimmo Lucano, detto U Curdu. Quando ne divenne sindaco, Riace era un paesino esausto della Locride abitato da quattrocento anziani a cui avevano tolto tutto, persino i Bronzi. Ma un giorno sbarcò un veliero di curdi e il sindaco ebbe l’idea balzana di ospitarli nelle case abbandonate del centro. Dopo 15 anni di cura-Mimmo, oggi Riace si ritrova duemila residenti, un quarto dei quali sono stranieri che hanno riaperto le botteghe artigiane di tessuti e ceramiche. Un modello di integrazione studiato in tutto il mondo.

In Rete i connazionali di Mimmo hanno salutato il riconoscimento internazionale con la generosità consueta. I più moderati gli rinfacciano di avere confezionato il miracolo grazie ai soldi pubblici (avrebbe fatto meglio a sperperarli come certi suoi colleghi?). Altri sostengono che il plauso di «Fortune» è la prova di un complotto mondialista per garantirsi manodopera a basso costo a spese della popolazione locale (che a Riace era emigrata ben prima dell’arrivo dei profughi). Ma la reazione più appassionante è stata quella della politica. Silenzio assoluto, tranne Boldrini. Dagli altri Palazzi nemmeno un tweet. Anche il governatore della Calabria ha ritenuto più educato tacere.

E non solo ieri. E non solo lui. Perché in questo Paese che spende miliardi in consulenze di ogni risma, nessuno si è mai degnato di chiedere un parere sul problema degli immigrati all’unico che parrebbe averlo risolto.

Italianismo

La Stampa
jena

I nostri marò, i nostri marò…Scusate tanto, ma nostri di chi?

I giornalisti e la democrazia

La Stampa
mattia feltri

In democrazia noi giornalisti dovremmo essere i cani da guardia. Spesso ci accontentiamo di essere i cani. 

Apple vuole che l’FBI riveli come ha sbloccato l’iPhone di San Bernardino

La Stampa
andrea nepori

La casa di Cupertino vuole conoscere il metodo usato dall’agenzia governativa per sbloccare il dispositivo. Ma le richieste degli avvocati potrebbero non ottenere risposta



I federali, alla fine, sono riusciti a sbloccare l’iPhone del terrorista Syed Farook senza l’aiuto di Apple, inverando quanto previsto dai maggiori esperti di cybersicurezza. Il caso del telefono di San Bernardino può dirsi chiuso, almeno formalmente, ma resta da capire come abbia fatto l’FBI ad aggirare i sistemi di sicurezza di iOS. Una delle tecniche suggerite dagli esperti ha funzionato come previsto? Oppure è stata sfruttata una vulnerabilità che Apple non conosce? E qual è il ruolo dell’azienda israeliana Cellebrite ?

Domande che gli avvocati di Cupertino vogliono rivolgere all’FBI ma alle quali non sarà facile ottenere risposta. Il Bureau può decidere di non rivelare nulla e mantenere segreto un metodo che - come già lasciato intendere dal Dipartimento di Giustizia - potrebbe essere utilizzato in futuro anche su altri casi selezionati. I federali hanno il potere di trincerarsi dietro gli accordi di riservatezza stipulati con la terza parte che li ha aiutati a sbloccare il telefono. Oppure potrebbe invocare ragioni di sicurezza nazionale. 

Le stesse ragioni, però, che potrebbero addurre gli avvocati di Cupertino per convincere il Bureau a collaborare, con una curiosa inversione dei ruoli visti fin qui. Una vulnerabilità diffusa, che potrebbe rendere insicura una delle piattaforme software più usate dai cittadini americani, è in fondo una potenziale minaccia per la sicurezza di tutti.

Senza chiarimenti da parte dell’FBI si possono fare solo ipotesi ed è difficile stimare un livello di rischio. Se quella sfruttata dai federali fosse effettivamente una falla sconosciuta agli ingegneri di Cupertino ci troveremmo davanti allo scenario peggiore, ovvero l’esistenza di una vulnerabilità che una Apple ignara non può in alcun modo risolvere e che i cybercriminali potrebbero scoprire ed usare ai propri scopi.

L’FBI, però, potrebbe aver usato una delle altre tecniche suggerite dagli esperti nel corso dell’ultimo mese, che non prevedono tanto il ricorso ad un bug specifico quanto l’applicazione di tecniche di analisi forense avanzata. Il Los Angeles Times , ad esempio, cita fonti che farebbero propendere per questa ipotesi, suggerendo che il Bureau sia riuscito a rimuovere il meccanismo di sicurezza che blocca del tutto il telefono dopo l’inserimento di dieci codici numerici sbagliati.

Anche la natura del dispositivo in questione, un iPhone 5C dotato di processore a 32-bit, è un dettaglio importante. Non è da escludere, infatti, che la tecnica usata possa funzionare solo su dispositivi meno recenti, privi di un sistema fisico di sicurezza che Apple chiama “enclave sicura”, introdotto con in nuovi processori a 64-bit (dall’iPhone 5s in poi). 

La stessa Cellebrite, cui si è rivolto anche il Tribunale di Milano per estrarre i dati dall’iPhone 5 di Alexander Boettcher, vende pubblicamente un servizio di sblocco che si può applicare ad iPhone con processori più vecchi e che funziona solo su iOS 8. 

F1, la guerra dei cartelli

La Stampa
stefano mancini  inviato a manama

Mercedes accusa Ferrari: "Ha impedito a Rosberg di leggere le indicazioni dai box"



Ferrari e Mercedes sono riuscite a litigare anche sui cartelli. «Ma come - obietterà l’appassionato informato -. Non sono forse vietate le comunicazioni strategiche al pilota sia via radio sia con altri mezzi?». Certo, però qualche informazione la si può ancora dare: per esempio la chiamata ai box per il pit stop o il distacco sul pilota che precede o segue. Come movente per farsi i dispetti basta e avanza, soprattutto se protagoniste sono le due squadre che si contendono la leadersip della Formula 1.

Succede a Melbourne durante il Gran premio che ha aperto la stagione. I box di Ferrari e Mercedes sono vicini. E vicini sono i rispettivi muretti da dove i meccanici espongono un cartello per dare informazioni ai piloti. Vettel è in testa e in seconda posizione c’è Rosberg. Al passaggiio della Rossa, il meccanico ferrarista sporge puntuale la lavagna, ma è insolitamente lento nel toglierla, e così facendo oscura il pannello esposto dal suo collega della Mercedes. Risultato: Rosberg non è in grado di vedere le comunicazioni da parte del team.

Capita una volta, capita una seconda, la tensione sale. La Mercedes protesta, ma non c’è regolamento che stabilisca per quanti secondi possa restare esposto un cartello. Il regno della velocità stavolta è costretto a tollerare la lentezza. «Il vostro meccanico ha i reumatismi?», si lamentano i tedeschi.

L’incidente ad Alonso convince le squadre a cambiare strategie, Vettel da primo finisce terzo e il problema dei cartelli non si presenta più. Ma la questione resta. E’ la Fom di Bernie Ecclestone ad assegnare i garage con logica perversa: l’accesso ai box di una squadra non deve essere troppo vicino alla rispettiva hospitality, in modo da costringere il personale (e soprattutto i piloti) a fare due passi nel paddock.

Adesso zio Bernie dovrà trovare un criterio per evitare liti. Oppure per attizzarle di proposito e aggiungere un po’ di pepe allo spettacolo. 

L'uomo che cambia il suo cognome e riesce ad avere tutto gratis: dalle auto agli hotel

La Stampa



Una volta divenuto maggiorenne Raven Felix ha voluto cambiare il suo cognome e ora si chiama Raven Felix Null. Ma da quel momento è sorto un problema. I computer che si occupano di ogni tipo di prenotazione non riconoscono il nome 'Null' e così ogni sua transazione non può essere completata.

Come riporta Metro.uk lui, 24 anni, riesce a farsi vacanze, affitti auto e molto altro in modo totalmente gratuito. Il sistema si blocca e gli risponde con la frase "assenza di dati, riprovare più tardi". Questo genera spesso molta confusione e spesso viene lasciato andare senza pagare. Il motivo? In genere gli addetti alla compilazione dati attribuiscono l'errore ai loro computer e lasciano andare il cliente dicendo che riproveranno più tardi ad inserire i dati.

In realtà, solo i sistemi più aggiornati riescono a riconoscere "Null" come un inserimento e non come una cancellazione, ma, secondo Raven, sarebbe molto più costoso riaggiornare tutti i sistemi delle diverse compagnie di quanto non lo sia lasciargli usufruire gratuitamente dei loro servizi. 

Ma questa è stata identificata come una possibile truffa e i titolari delle aziende e società con cui si è confrontato stanno richiedendo il pagamento immediato. Chissà se il computer della polizia riuscirà a riconoscere il suo nome questa volta.

Mercoledì 30 Marzo 2016, 15:40

Gibilterra rischia l’assedio post-Brexit

La Stampa
luigi grassia

Se Londra esce dall’Ue lo farà anche la colonia britannica. E la Spagna non dovrà più rispettare le regola sulla libera circolazione di merci, capitali e lavoro



C’è un risvolto della Brexit, la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, che finora non aveva avuto spazio nel dibattito pubblico, ma viene ora sollevata dal governo di Madrid: se esce dall’Ue il Regno Unito, esce dall’Ue anche la sua colonia iberica Gibilterra, e allora i rapporti fra la Rocca e la terraferma spagnola cambieranno radicalmente, e non in meglio per Gibilterra, che rischia di trovarsi praticamente assediata. La questione verrà definita dagli elettori britannici in un referendum.

Oggi una fonte governativa spagnola citata dal quotidiano britannico Times osservava che se si scioglie il legame europeo la Spagna non dovrà più osservare le regole dell’Ue che garantiscono libertà di commercio e di transito di capitali e di lavoratori frontalieri tra Gibilterra e la Spagna. Non viene menzionato il turismo, che è un altro discorso, però se vengono recisi tutti gli altri legami si viene a creare una situazione di blocco che non si sa fin dove possa portare. «Potremmo anche chiudere il confine, se volessimo» dice la fonte. Questo sarebbe un grave problema anche solo per cose banali come i rifornimenti di beni alimentari o acqua minerale: Gibilterra dovrebbe essere rifornita dal mare. 

Immigrati stracciano il Tricolore per protestare contro il menu

Giuseppe De Lorenzo - Mer, 30/03/2016 - 15:00

Un gruppo di migranti ospitati in un hotel a Chioggia si sarebbero scagliati contro il Tricolore per protestare contro il menu proposto loro a Pasqua



Se la sono presa con il Tricolore, la bandiera del Paese che li ha accolti.
I migranti ospitati all'hotel a Chioggia (Venezia) hanno profanato il simbolo dell'Italia per protestare contro il menu proposto loro domenica scorsa.

I proprietari dell'albergo la domenica sono soliti dare ai migranti un pasto composto da pollo e patate fritte. Non male. Solo che domenica scorsa era Pasqua e per questo il menu ha subito una piccola variazione: pasta e qualcos'altro. Quanto basta per far scattare la rabbia dei migranti, che hanno inscenato una violenta protesta. Agli immigrati, in gran parte musulmani, non hanno gradito il "festeggiamento" della Pasqua con il cambio di programma sul pranzo. Come scrive la Nuova di Venezia, i richiedenti asilo si sono opposti alla pasta, chiedendo le "solite" patate con il pollo.

Ma non si sono fermati qui. I migranti, infatti, "se la sarebbero presa anche con la bandiera italiana che i gestori dell’albergo avevano appeso (da un po’ di tempo) all’interno di uno degli spazi comuni".
Un affronto al Tricolore. Così sono arrivare sul posto anche le forze dell'ordine, che hanno riportato la calma. Tanto che alla fine i migranti si sono convinti a mangiare la pasta. Al momento non sono del tutto chiari i contorni della protesta. Al vaglio, infatti, c'è anche l'ipotesi che i migranti abbiano inscenato la rivolta contro i festeggiamenti della Pasqua. Una ipotesi "sostenuta" dal quanto fatto contro il Tricolore.

mercoledì 30 marzo 2016

La leggenda di “Tico” che ispirò la maglia nera nel ciclismo e fu fra i fondatori dell’Alessandria calcio

La Stampa
claudio bressani

Giuseppe Ticozzelli, corridore per caso, partecipò ad un Giro d’Italia da indipendente con la maglia nerostellata del Casale, un’altra delle squadre, come la Spal, in cui militò da giocatore


Giuseppe Ticozzelli originario del Pavese ebbe gloria in provincia fondando l’Alessandria e giocando nel Casale ma anche in Nazionale e diventando poi corridore in bicicletta

È considerato l’ispiratore della maglia nera, assegnata all’ultimo nella classifica generale del Giro d’Italia, ma Giuseppe Ticozzelli ultimo non è mai arrivato. Almeno non al traguardo, nelle sole tre tappe alle quali partecipò nella corsa del 1926, prima di essere investito da una moto e costretto al ritiro nella quarta frazione, da Firenze a Roma. Piuttosto, Ticozzelli era celebre per arrivare all’ultimo momento alla partenza, anche in taxi, appena in tempo per inforcare la sua Maino e partire a razzo andando in fuga solitaria. Finché si era in pianura, con il suo fisico possente (un metro e 87 per 95 chili e 84 centimetri di giro-coscia) era capace di guadagnare mezz’ora di vantaggio. Poi di solito si fermava in qualche trattoria a rifocillarsi e aspettava il gruppo, al quale si accodava. Ticozzelli partecipò a quell’unico Giro come «indipendente», senza una squadra che gli garantisse i rifornimenti: quando aveva finito i sandwich e la gazzosa che portava con sè nel tascapane, non gli restava che arrangiarsi.

NON SOLO CICLISMO
Devono essere stati questi suoi atteggiamenti stravaganti a ispirare, vent’anni dopo, l’istituzione della maglia nera (con relativi premi in denaro), che ufficialmente è esistita solo per sei edizioni, dal 1946 al 1951. Visse soprattutto delle epiche sfide tra il tortonese Luigi Malabrocca, vincitore nei primi due anni, e Sante Carollo, tra fantasiosi espedienti per nascondersi in qualche fienile o forare le proprie gomme, in modo da accumulare più ritardo possibile ma stando bene attenti a non tagliare il traguardo fuori tempo massimo. Alla fine la maglia nera fu soppressa, tornando ad essere assegnata eccezionalmente solo due volte. Anche il colore si ispira a Ticozzelli, che partecipò a quel Giro indossando la casacca nerostellata del Casale, squadra in cui all’epoca militava.



Se è stato un ciclista per caso, spinto dall’enorme passione per le due ruote e dall’amicizia con Girardengo, «Tico» è stato un calciatore di ottimo livello, un terzino destro roccioso e dalla correttezza esemplare (mai espulso), all’epoca molto popolare anche per la sua stazza fuori dal comune. Classe 1894, nativo di Castelnovetto in Lomellina dove visse fino a 16 anni, nel 1912 fu tra i fondatori dell’Alessandria Calcio, in cui militò dal 1914 al 1921.

IL GRIGIO



Sua sarebbe stata anche l’idea di scegliere quel colore, sostituendo la casacca azzurra con un fascione verticale bianco adottata nei primissimi tempi. Suggerì il grigio in onore della Maino, che regalava una maglia di quel colore a chi acquistava una bicicletta. In seguito militò nella Spal dal 1921 al 1924 (l’ultimo anno anche come allenatore) e poi nel Casale fino al 1931, totalizzando 174 presenze e 13 reti nella massima serie, compresa una da 75 metri, direttamente su calcio di rinvio.



Ebbe anche l’onore di una presenza in Nazionale, il 18 gennaio 1920, per l’amichevole Italia-Francia, prima partita degli azzurri dopo la sosta bellica, disputata al velodromo Sempione di Milano e vinta con l’incredibile risultato di 9-4. 



In quell’occasione partì da Alessandria in bici di buon mattino e raggiunse il campo di gioco dopo aver pedalato per oltre 100 chilometri. Nel 1935, decise di partire volontario per la guerra d’Etiopia. Ne tornò cieco ma, anche dopo aver perso la vista, non smise di frequentare i campi di calcio, accompagnato da uno dei figli che gli descriveva le azioni.

A processo per vilipendio: un regalo che Salvini non merita

La Stampa
ugo magri



Che Salvini non si esprima come un Lord inglese, ce n’eravamo accorti tutti, da tempo. Perfino Papa Francesco viene preso di mira dal giovanotto con la ruspa. Ma mentre il Pontefice porge l’altra guancia, la magistratura reagisce offesa perché Salvini l’aveva definita «una schifezza». E lo fa sul piano penale: il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, chiede di processare il leader leghista per vilipendio dell’ordine giudiziario. Non può fare diversamente, va chiarito, in quanto è il codice stesso che prevede questo reato. Finché qualcuno non cancellerà l’articolo 290, i pm dovranno applicarlo. Però in questo modo Salvini, che rischia al massimo una multa da 5mila euro, sarà tre volte premiato.
Ecco perché.

Boomerang giudiziario
Anzitutto Salvini si presenterà quale vittima delle toghe che per vendicarsi, questo lui dirà, rispolverano addirittura una norma fascista introdotta nel Ventennio dal Codice Rocco (il cosiddetto vilipendio fu contestato da tutti gli spiriti liberi, compresa Magistratura Democratica la quale propose di cancellarla già nel lontano 1973 insieme con gli altri reati di opinione). In secondo luoogo Salvini farà pesare la rapidità da Guinness con cui la giustizia si è mossa contro di lui, meno di due mesi: anche qui, per non dargli corda, un po’ più di flemma magari avrebbe giovato, chissà.
Ma c’è dell’altro. 

Governo in imbarazzo
Affinché il processo a Salvini possa tenersi, serve l’autorizzazione del Guardasigilli. Cioè del ministro Andrea Orlando. Il quale verrà a trovarsi nella scomoda condizione di colpire un oppositore del governo, quale senza dubbio è Salvini, in base a un reato discutibile su cui Amnesty International drizzerà di sicuro le antenne; o viceversa il ministro salverà Salvini (sia consentito il calembour), negando il processo e aggravando il senso di frustrazione dei magistrati che già si sentono poco amati dalla politica in genere. Anche qui: la colpa dell’assist a Salvini non cade sul procuratore Spataro che chiama in causa Orlando, ma sul codice penale dove l’autorizzazione del ministro è espressamente prescritta (articolo 313). Per procedere non c’era altra via.

Fatto sta che il risultato è un bel capolavoro politico: in cambio dei 5 mila euro della condanna, il capo della Lega si farà passare per martire. E invece di pagare per la sua maleducazione, metterà pure in imbarazzo il governo.

Domanda finale: non sarà forse il caso di rottamare i reati di vilipendio?

Ho comprato un virus che infetta e ricatta i vostri pc. Vi spiego come funziona”

La Stampa
carola frediani

Tecnologicamente semplice ma difficile da individuare, ora è in abbonamento



La conversazione con il venditore di cyber estorsioni ha preso subito una brutta piega. Soprattutto quando ha capito che non volevo comprare il suo kit per distribuire software malevoli.

«Il mio tempo è denaro, mi “urla” (in maiuscolo) nella chat criptata con cui lo avevo raggiunto, «e io devo pagare le bollette, l’hosting, il sistema per aggirare gli antivirus. Mi hai preso per un ente di beneficenza?».

Prima di darmi il tempo di spiegare, il venditore di ransomware aveva già spiattellato tutta la procedura: dovevo pagare 300 dollari in bitcoin, e lui all’istante, mi avrebbe affiliato al suo sistema di ransomware, i software malevoli che criptano i file di un computer e poi chiedono un riscatto per decifrarli. Una volta pagato mi avrebbe dato un file eseguibile con cui avrei infettato le mie vittime, nonché l’accesso a un pannello di controllo grazie al quale ottenere la mia parte di guadagni.

A questo venditore siamo arrivati da siti e forum russi dedicati ad attacchi informatici, perché sono un po’ l’epicentro del fenomeno cyber estorsioni. Anche Tartarus, altro venditore sul forum Exploit.in, mi scrive di avere un programma di affiliazione.

Paghi 100 dollari in bitcoin, lui ti dà un file eseguibile da distribuire sui computer delle vittime e l’accesso a un pannello di controllo. Di tutti i riscatti incassati, lui si prende il 15%. Dice di avere 3-400 clienti. La ragione per cui la formula ha successo è che è molto semplice, mi scrive Tartarus, e in più libera gli affiliati dai costi di gestione dell’infrastruttura di controllo del malware e dei pagamenti. «E sono soldi facili».

In effetti i programmi di affiliazione dei ransomware pullulano. Ce ne sono anche di automatizzati. Vai sul sito, metti l’indirizzo bitcoin dove ti verrà pagata la tua parte di riscatto, configuri online il malware come lo vuoi tu (ad esempio decidi quanti soldi chiedere e quanto tempo dare alle vittime per pagare), scarichi il malware, lo distribuisci con delle email. È tutto gratuito, si paga con una percentuale degli incassi a chi gestisce l’infrastruttura.

Così semplice che anche noi della Stampa siamo andati su uno di questi siti, ci siamo configurati il nostro ransomware e lo abbiamo scaricato. Poi lo abbiamo spedito a degli esperti di sicurezza informatica. «Non è molto sofisticato ma fa il suo lavoro», ha spiegato alla Stampa Alberto Pelliccione, che con la sua società ReaQta difende aziende da attacchi avanzati, ma che improvvisamente si è trovato a gestire anche un’invasione di cyber estorsioni.

«Soldi facili», mi scriveva Tartarus. Così facili che stiamo assistendo a un’epidemia di cyber ricatti. «Il 2016 è l’anno in cui i ransomware si abbatteranno su chi gestisce le infrastrutture critiche americane», tuona un recente rapporto dell’Institute for critical infrastructure technology, pensatoio statunitense che studia le cyber minacce.

Nel mentre, frotte di semplici utenti, aziende, enti pubblici e ospedali (ormai famoso quello di Los Angeles che avrebbe pagato addirittura un riscatto da 17 mila dollari) assaltano i consulenti di sicurezza informatica. E mica solo in America: il Belpaese è in prima linea. Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Germania, Italia sono infatti le nazioni più colpite, secondo un rapporto di Nya International.

«Ogni settimana ho un cliente che arriva per questo, l’impennata l’ho vista da metà 2015», spiega alla Stampa Stefano Fratepietro, dell’azienda di sicurezza informatica Tesla Consulting. Uno dei suoi clienti, che forniva buste paga a numerosi enti, si è trovato tutti i file cifrati pochi giorni prima di dover distribuire i cedolini. Panico, chiamata al consulente, straordinari notturni. E documenti alla fine decifrati sì, ma pagando.

Già, perché il fenomeno ha radici lontane ma ha avuto un’impennata dal 2013, quando molti di questi software malevoli che criptano i file di un computer hanno adottato algoritmi di cifratura più forti, impossibili da “craccare” o da aggirare. A quel punto l’unico modo per recuperare i dati cifrati, se non si ha una copia, è ottenere la chiave unica in possesso dei ricattatori. Siccome le cifre da pagare non sono altissime, in media tra i 300 e i 500 euro in Italia, una fetta consistente di chi viene infettato paga. Il 41%, secondo l’University of Kent. Il 30, secondo TrendMicro.

Le famiglie di ransomware sono diverse. Ctb-Locker. CryptoWall, Cryptolocker, TeslaCrypt, Locky sono le più recenti e diffuse. «Nel 2015 era molto usato Cryptowall, a fine anno è salito Cryptolocker e sono apparsi i primi TeslaCrypt e Locky», spiega ancora Pelliccione. «Il fatto è che questi malware non hanno bisogno di essere tecnicamente complessi, anzi, più sono semplici e più sono funzionali perché sfuggono agli antivirus».

Detto in altri termini: la forza dei ransomware è che sono semplici da scrivere e se ne possono generare in continuazione e in grandi quantità, usando poi tecniche per offuscarli, renderli invisibili (anche qua si trovano siti per farlo). Ma essendo programmi nuovi, spesso gli antivirus non li riconoscono. A quel punto la sfida è solo rendere minimamente credibile l’email che li veicola. 

«In genere sono mail con false bollette di Telecom o Enel, o finte email di corrieri», spiega alla Stampa il responsabile Ict di un’importante università italiana: ne ha visti parecchi di ransomware ma preferisce restare anonimo. «Le prime mail che arrivavano erano molto rozze e fatte con traduttore automatico; poi è stato evidente che è entrato in gioco qualche italiano e sono migliorate».
Molte di queste campagne hanno un’origine geografica.

«Ci sono diverse gang criminali, la maggior parte sono dell’Europa dell’Est», commenta Jérôme Segura, ricercatore di Malwarebytes. «Ma abbiamo visto anche molti criminali saltare sul carro dei ransomware perché è un modo molto efficace di raccogliere soldi senza intermediari».

Inoltre, individuare questi gruppi da parte delle forze dell’ordine dei Paesi colpiti non è facile, ci spiega il ricercatore di Kaspersky, Santiago Pontiroli, per complicazioni o cavilli legali. E molte di queste gang stanno attente a non dare troppo fastidio alle nazioni in cui si trovano. «Le tecnologie vendute sui siti e mercati russi tendono a non affliggere utenti residenti in quei mercati», spiega Luca Allodi, ricercatore dell’Università di Trento.

L’ultima novità dei ransomware, Cerber, nato proprio nell’underground dell’Est Europa, fa esattamente questo, spiega Segura, ovvero verifica il Paese in cui si trova la vittima e batte in ritirata se si tratta di Russia, Ucraina o altri Stati dell’ex blocco sovietico. Cerber rappresenta bene anche la capacità di innovazione di questo tipo di software, introducendo una funzione aggiuntiva: parla direttamente alle sue vittime, attraverso una funzione «da testo a voce».

Una capacità trasformistica che preoccupa molto l’Fbi. In un memo di marzo, l’agenzia americana avverte di un nuovo schema che cerca di infettare interi network e di localizzare e cancellare eventuali backup. Mentre secondo un report di Reuters, sul carro dei soldi facili starebbero saltando anche hacker mercenari para-statali, come i gruppi cinesi, col rischio di far evolvere ulteriormente il fenomeno.

In Italia sta già evolvendo. «Secondo me qualche italiano inizia ad esserci», commenta Paolo Dal Checco, dello studio di informatica forense DiFoB, che da tempo sta analizzando il fenomeno al punto da aver aperto anche un sito apposito, www.ransomware.it, per le segnalazioni degli utenti.

Il velo sugli occhi

La Stampa
massimo gramellini



Il marito fa bene a proteggere dagli sguardi degli altri commensali la moglie con cui sta cenando al ristorante? Sui social dell’Arabia Saudita il dibattito impazza. Non mancano gli illuminati che ritengono sufficiente l’armatura che copre la donna da capo a piedi e considerano ridondante, quasi lo svolazzo eccessivo di un artista, l’interposizione di un ulteriore pezzo di stoffa tra il vetro opaco e la sagoma da corvo della signora.

Ma molti altri spalleggiano la decisione del maschio: il suo desiderio di ammirare in esclusiva le fattezze, sia pure insaccate, della moglie sarebbe la prova di quanto lui ci tenga a lei. Altro che quegli occidentali castrati che ormai alle donne permettono di tutto, persino di guidare, e infatti nessuno si stupisce se la loro società va allo sfacelo. 

Anche tra castrati, però, ci poniamo qualche domanda. Fino a quando continueremo a fare affari con questo brandello di Medioevo che sobilla i fondamentalisti mentre sta sotto l’ombrello degli americani? (Sono le stesse parole di Donald Trump, lo so). Il cameriere avrà passato i piatti alla signora con una carrucola? E soprattutto: per segregarla così, aveva senso invitarla a cena fuori? Un marito davvero innamorato le avrebbe portato a casa un take-away.

Seborga, il Principato in Liguria che non esiste ma rischia il colpo di Stato

Corriere della sera

di Salvatore Frequente

Un «golpe» è in atto a Seborga, l’autoproclamato Principato in provincia di Imperia retto dal «principe» Marcello I che da anni lotta per rivendicare la propria indipendenza dall’Italia

Una guardia all’ingresso del «Principato» di Seborga (Foto da principatodiseborga.com)
Una guardia all’ingresso del «Principato» di Seborga (Foto da principatodiseborga.com)

In Liguria c’è un piccolo centro medievale, vicino a Bordighera e Sanremo, dove vivono poco più di 300 anime. Ma Soborga da molti anni si è autoproclamato «Principato» indipendente dall’Italia con tanto di principe, Consiglio della corona, guardie e moneta: tutto, ovviamente, non riconosciuto dallo Stato italiano. Oggi però la quiete del piccolo borgo è scossa da una notizia annunciata sul sito ufficiale del sedicente Principato: «È in corso un tentativo di colpo di Stato (non violento) nel Principato di Seborga».
Il golpista francese
La popolazione viene così informata del tentativo di destituire il «principe» Marcello I (al secolo Marcello Menegatto) che dal 25 aprile 2010 è alla guida del Principato che non c’è, subentrato a Giorgio I. Il «golpista», invece, è un cittadino francese che si presenta come Nicolas 1er, così come scritto sul sito principautedeseborga.com dove dichiara di essere lui il vero principe. Nel sito vengono indicati anche i nomi dei ministri e dei segretari di Stato, anche loro francesi. Nicolas 1er si è spinto oltre pubblicando anche un video con un messaggio in lingua francese rivolto a «Seborgiens et seborgiennes» con il quale si impegna a battersi per ottenere l’indipendenza del Principato e dare prosperità agli abitanti.
Le contromisure
Ma la risposta di Marcello I è stata inflessibile: diffidato il signor Nicolas Mutte, autoproclamatosi principe, e sospensione del Rappresentante Generale del Principato in Francia, Marcel Mentil, nominato cancelliere dai golpisti. Perché, come la storia insegna, anche a Seborga il germe della rivolta è dentro casa: «I Principi e il Consiglio della Corona, nell’apprendere questa notizia, hanno espresso tutto il loro stupore e disappunto, dal momento che Marcel Mentil è un collaboratore di vecchia data del Principato di Seborga e soprattutto negli ultimi anni si è sempre posto in maniera propositiva nei confronti del Principato», si legge nella nota ufficiale del governo di Seborga.
L’appello della principessa Nina
Ma a mettere in guardia i «sudditi» è la principessa Nina, consorte di Marcello I: «Queste persone non sono come la fantomatica Jasmine di una decina di anni fa, questi fanno sul serio - ha detto la principessa con un proprio messaggio agli abitanti - e sono anche ben organizzati. Occorre che reagiate compatti e con decisione e se possibile in fretta».
Le guardie e il «luigino»
I Seborghini sono chiamati pertanto a difendere la bandiera. Sì, perché il Principato non riconosciuto ha una sua bandiera ma anche un inno nazionale, il suo Corpo delle guardie e conia anche una moneta: il Luigino, anche questo senza alcun valore legale, ma viene utilizzato come buono spendibile in città con un valore fissato in 6 dollari statunitensi. Tutto ben descritto sul sito del Principato (quello ufficiale, non quello dei golpisti), principatodiseborga.com dove sono presenti anche foto e notizie sugli incontri all’estero di principe e consorte. Qui vengono anche spiegate le ragioni della presunta indipendenza: risalenti al 954, con la donazione del Conte Guidone di Ventimiglia ai monaci benedettini dell’Abbazia di Lerino. Poi una successiva vendita nel 1729 a Vittorio Amedeo II di Savoia. Ma in quell’atto di vendita ci sono dei cavilli pertanto, per loro, l’annessione nel 1861 al Regno d’Italia e, nel 1946, alla Repubblica Italiana è da considerarsi unilaterale e illegittima. Intanto però, a loro malincuore, rimangono a tutti gli effetti territorio italiano e all’Italia pagano le tasse.
Gli incontri
La pretesa indipendenza del Principato sarebbe, secondo molti, soltanto una trovata pubblicitaria per attirare turisti e investitori. Sta di fatto che, immediatamente rientrato dal suo viaggio «istituzionale» a Dubai, il principe Marcello ha subito incontrato i cittadini in trattoria per renderli partecipi del tentativo di golpe. A breve, comunque, incontrerà «i Consiglieri della Corona e i Priori per prendere le iniziative più opportune».


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Il videomessaggio di Nicolas 1er, il «golpista» francese di Seborga


29 marzo 2016 (modifica il 29 marzo 2016 | 20:32)

martedì 29 marzo 2016

Vietati cross o tiri al volo, a Finale Ligure si può giocare a calcio soltanto rasoterra

La Stampa



La polizia municipale di Finale Ligure, nel Savonese, come Guardiola e Montella: d’ora in poi i ragazzini che vogliono giocare a pallone in piazza o fanno il “tiki taka” (stile di gioco del calcio caratterizzato da ragnatele di passaggi rasoterra, tipico del Barcellona, ndr) oppure devono rinunciare. 

Mai più passaggi aerei, palombelle e sombreri: si calcia solo rasoterra. La decisione è stata pubblicata su un cartello esposto nelle principali piazze della cittadina. E attenzione a chi sgarra, scattano sonore ramanzine e multe: da un minimo di 75 a un massimo di 500 euro. Le corse con i pattini a rotelle? Dimenticate pure quelle, questione di sicurezza. La decisione, e la foto del cartello, sono diventate subito virali sui social network.

Facebook disobbedisce al pm che ordina di oscurare un account

La Stampa
franco giubilei

Protesta anche il ministro Alfano: “No all’impunità dei social network”



Al decreto del magistrato di Reggio Emilia, che intimava a Facebook di oscurare due pagine perché contenevano minacce di stampo islamista a una giornalista, il social network più seguito del mondo ha risposto con un no secco: «rejected», respinto, senza spiegare il motivo.

Ora i giudici valuteranno se presentare una rogatoria internazionale o se rafforzare la richiesta di chiusura dei profili con la specifica del pericolo di terrorismo. E dire che i reati contestati, di cui Facebook si è fatto veicolo ospitando i profili “Musulmani d’Italia” e “Islam Italia”, non sono leggerissimi: si parla di minacce aggravate e diffamazione per una serie di frasi rivolte contro Benedetta Salsi, redattrice del Resto del Carlino di Reggio, “colpevole” di aver raccontato sul suo giornale la storia di Luca Aleotti.

Trentatreenne disoccupato, di padre italiano e madre maghrebina, era stato indagato per terrorismo dalla procura di Bologna per alcune frasi pubblicate su internet dopo gli attentati di Parigi, come “non esiste nessun Islam laico o moderato, esiste solo la sottomissione ad Allah”, sotto lo pseudonimo Saif-Allah, cioè spada di Dio. Ad Aleotti (seguito dai servizi sanitari), è stata poi applicata una misura di sorveglianza speciale per atti di stalking inflitti alla sua ex compagna e per aver aggredito un agente.

Così, oltre all’obbligo di firma e di dimora in città e al ritiro del passaporto, non può uscire di casa la sera, né frequentare bar o locali affollati. In sostanza gli è vietato di fare vita sociale, ma solo nell’accezione tradizionale del termine, perché sul social per antonomasia, può continuare a comunicare quel che vuole con chi gli pare, oltre a raccogliere “mi piace” sulla sua pagina, che negli ultimi giorni hanno superato quota 11mila. 

La giornalista commenta il rifiuto di Facebook: «E’ più tutelata la libertà di espressione di Aleotti della mia dignità personale». Benedetta Salsi ripercorre le tappe della vicenda: «La mattina della pubblicazione del mio articolo, sulla pagina Musulmani d’Italia compare un post. C’è la mia fotografia rubata da Twitter e un testo con il mio nome, cognome, età, luogo in cui lavoro. Sono indicata come “islamofoba”, poi pesanti calunnie e invenzioni riguardanti la mia sfera personale e intima, allusioni sessiste e volgarità». Al termine del messaggio, la minaccia: «Per lo statuto giuridico islamico questi atti sono punibili severamente».

Ne sono seguite la querela alla Digos e l’apertura di un fascicolo da parte della pm Maria Rita Pantani per minacce aggravate e diffamazione attraverso mezzi di comunicazione di massa. Poi la richiesta della magistratura al colosso californiano di prendere provvedimenti, e il no del social fondato da Zuckerberg. Il capo della procura di Reggio, Giorgio Grandinetti, annuncia contromisure: «Non saremo acquiescenti al diniego di Facebook - ha detto a al Resto del Carlino -. Faremo il possibile per arrivare a un risultato». Non sarà semplice e il magistrato non lo nasconde: «Bisogna fare provvedimenti che non possano essere liquidati dai gestori di Facebook con un “no, io non aderisco”».

Potrebbe essere formulata una rogatoria internazionale, o si potrebbe insistere sulla pericolosità per terrorismo, ma il procuratore non si sbilancia. Anche il ministro Alfano è intervenuto: «Gli spazi social non possono trasformarsi in una zona franca, perché si rischierebbe di garantire non più la libertà, ma l’impunità».

Diventò un killer del Mossad» Skorzeny e la missione anti scienziati

Corriere della sera

di Paolo Salom

Otto Skorzeny, il pupillo di Hitler, l’uomo che liberò Mussolini dal Gran Sasso nel 1943, dopo la guerra aiutò gli israeliani a trovare ed eliminare gli esperti tedeschi che lavoravano al programma missilistico egiziano: uccidendo anche in prima persona


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«Abbiamo stretto un patto con il diavolo». Questo il pensiero degli agenti del Mossad che nei primi mesi del 1962 riuscirono a «persuadere» Otto Skorzeny — l’ex ufficiale delle SS che liberò Mussolini dal Gran Sasso — a diventare non solo un preziosissimo informatore per il servizio di intelligence del neonato Stato ebraico ma, addirittura, un killer capace di eliminare gli scienziati tedeschi che allora si erano messi al servizio del Paese considerato il nemico numero uno di Israele: l’Egitto.

I particolari di come sia avvenuto un simile incontro — una spy story degna di Hollywood — sono raccontati dall’americano The Jewish Forward e dall’israeliano Haaretz. Non è la prima volta che l’episodio viene alla luce. Tanto che persino Benny Morris lo ha citato nel suo saggio «Mossad» (Rizzoli, 2003), ma senza riuscire a rivelare il ruolo di assassino di Skorzeny che gli autori del lungo e dettagliato articolo, Dan Raviv e Yossi Melman, hanno potuto riscontrare grazie alle loro fonti nel segretissimo «Istituto».
L’antefatto
Otto Skorzeny, allora 35enne capitano delle SS, nell’estate del 1943 fu incaricato personalmente da Hitler, di cui sarebbe diventato un pupillo, di liberare il Duce, imprigionato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, per ordine di Badoglio. L’operazione Quercia ebbe luogo il 12 settembre: l’ufficiale nazista scese con una formazione di alianti sull’altipiano. Con lui cento paracadutisti che non trovarono reazione tra gli italiani. Mussolini era libero, pronto a iniziare la tragica epopea della Repubblica sociale; Skorzeny, da quel momento, un eroe e non più capitano: ma tenente colonnello. Le vicende della guerra lo portarono ovunque in Europa. Fu poi processato dagli americani ma riuscì a fuggire, aiutato da complici, e a rifugiarsi in Spagna.
La missione
La nuova storia comincia da una notizia di cronaca. L’11 settembre 1962, Heinz Krug, scienziato tedesco che durante la guerra aveva lavorato al programma missilistico nazista nella base di Peenemünde — dove erano stato sviluppate le temibili V-1 e V-2 — sparisce senza lasciare traccia. Un giornale israeliano spiega — ma è un depistaggio — che Krug è stato rapito dagli egiziani per «impedirgli contatti con Israele». La verità, emerge ora, è ben diversa.Krug era stato sì rapito. Ma non dagli egiziani: è Skorzeny l’uomo chiave di questa vicenda.

Scortato da tre «guardie del corpo» (in realtà agenti del Mossad tra i quali un giovane Yitzhak Shamir, futuro premier di Israele, e un altro, Zvi «Peter» Malkin, membro della squadra che catturò Eichmann in Argentina), Skorzeny porta Krug in una foresta e lo uccide senza esitare un secondo. Lo scienziato, dopo aver rifiutato un’offerta di Werner Von Braun che lo aveva invitato a lavorare per gli americani, si era messo al servizio del programma missilistico egiziano e per questo, insieme ad altri ex nazisti che continuavano così la «guerra contro gli ebrei», era diventato un pericolo esistenziale per lo Stato ebraico.
Guerra mondiale
La soluzione, per un’intuizione dell’allora capo del Mossad, Isser Harel, era arrivata proprio grazie all’arruolamento di Skorzeny, che in realtà era anch’egli in procinto di essere eliminato per il suo ruolo durante la Seconda guerra mondiale. Non tanto per aver liberato Mussolini (peraltro senza colpo ferire) quanto perché, come pupillo di Hitler, vero «eroe nazista», aveva preso parte alle maggiori operazioni in Europa e anche se passò la vita a negarlo, non poteva non aver partecipato alla distruzione degli ebrei d’Europa. Skorzeny era stato dunque avvicinato nel suo buen retiro di Madrid al principio del 1962 da Yosef «Joe» Raanan, il «terzo uomo» del gruppo. Con uno stratagemma, inviò una squadra – una giovane coppia – per sedurre l’ex ufficiale e la sua consorte e indurlo a collaborare con Israele.
Colpo di scena
A momenti l’operazione era fallita: Skorzeny, lui stesso un abile contraffattore, aveva capito che i due giovani di fronte a lui, seduti e quasi ubriachi nel salotto della sua sontuosa villa, erano spie israeliane. «Siete venuti per uccidermi — gridò Skorzeny, il viso ancora affascinante solcato da una vecchia cicatrice, un revolver spianato e pronto a sparare —. Ma vi ho scoperto: siete del Mossad». La risposta, tranquilla e incisiva, in pochi minuti raddrizzò la situazione:

«È vero, siamo del Mossad — confessò l’uomo, la cui identità è ancora coperta da segreto — ma non siamo venuti per ucciderti, se avessimo voluto farlo, saresti morto da settimane». Poi l’incredibile offerta: lavorare per Israele e aiutare lo Stato ebraico nella lotta per la sua sopravvivenza. Skorzeny godeva di una fama intatta nei circoli degli ex nazisti. Poteva avvicinare chiunque tra i molti scienziati che allora si erano messi (per soldi e non solo) a disposizione degli egiziani desiderosi di sviluppare un programma missilistico capace di regalare al Cairo la supremazia strategica sull’odiato vicino.
La decisione
Il punto era: perché mai Skorzeny avrebbe dovuto mettersi al servizio degli israeliani? Non per avidità: «Sono abbastanza ricco, non ho bisogno di altro denaro», chiarì subito. Ma un accordo poteva essere trovato: «Voglio che Simon Wiesenthal tolga il mio nome dalla sua maledetta lista!». Skorzeny temeva di fare la fine di Eichmann. E sapeva che nessuno Stato poteva metterlo al sicuro dalla vendetta degli ebrei. Dunque accettò l’offerta e da qual momento fu uno dei più validi collaboratori dei servizi segreti israeliani. Si recò più volte in Egitto, portando indietro la lista di tutti i principali scienziati (tedeschi) all’opera per costruire il missile capace di colpire Israele. Addirittura, in un caso inviò lui stesso un pacco bomba che uccise cinque egiziani in una base segreta dove lavoravano gli ex nazisti. E poi, l’opera in prima persona: il rapimento e l’omicidio (mai risolto dalla polizia di Monaco di Baviera) di Kurt Heinz.
Falsa identità
Un giorno, Otto Skorzeny fu persino invitato, sotto falsa identità, in Israele e i suoi ospiti, dopo averlo presentato al direttore del Mossad, Harel, lo portarono in visita allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Skorzeny durante tutta la visita fu silenzioso e mostrò rispetto. Ma fu riconosciuto da un ex deportato: «È un nazista!». Uno degli accompagnatori, rispose tranquillo: «Si sbaglia, è un mio parente: anche lui ha sofferto durante la Shoah». Il lavoro — molto fruttuoso — continuò per anni.

Nessuno ha mai capito fino in fondo perché lui abbia accettato: sensi di colpa? Paura di essere ucciso? Il Mossad, dal canto suo, proseguì l’opera di intimidazione ed eliminazione dei nemici dello Stato ebraico: come gli organizzatori dell’attentato a Monaco 1972. Con ogni mezzo. Anche stringendo, se necessario, patti con il diavolo. O falsificando le carte: Wiesenthal non accettò mai di cancellare dalla sua lista il nome di Skorzeny. Così all’ex ufficiale fu consegnata una lettera realizzata a Tel Aviv con la firma (riprodotta) del cacciatore di nazisti: tanto bastò a donargli sonni tranquilli.

28 marzo 2016 (modifica il 28 marzo 2016 | 23:19)

La crescita infelice

La Stampa
massimo gramellini

Per Marcel Fratzscher, un economista tedesco non allineato al pensiero unico, quando una minoranza di persone si arricchisce ai danni di tutte le altre, il prodotto interno lordo dell’intero Paese peggiora. A prima vista sembra una banalità: se pochi ricchi rastrellano il rastrellabile e la maggioranza dei consumatori ha sempre meno soldi in tasca e tantissima paura di spenderli, chi può ancora permettersi di comprare frigoriferi, maglioni e telefonini, alimentando la fantomatica Crescita? Invece gli economisti tedeschi di sistema si sono scagliati contro il tapino, sostenendo che i suoi dati (peraltro desunti dall’Ocse, non da Disneyland) sono sbagliati e le sue conclusioni abborracciate.

Perché è vero che anche in Germania i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri più poveri, ed è verissimo che il risanamento dei conti pubblici lo hanno pagato il ceto medio immiserito e i giovani disoccupati o sottopagati. Ma lungi dal mortificarla, l’aumento della disuguaglianza e dell’infelicità collettiva ha fatto bene alla signorina Crescita. Infatti il reddito pro capite è in salita, seppure a scapito di tre tedeschi su quattro, che come nella storia dei polli di Trilussa si ritrovano abbondantemente sotto la media.

Mi guardo bene dall’entrare in queste dispute tra scienziati. Ma se anche i rivali di Fratzscher avessero ragione, un sistema economico che cresce sulla pelle di tre quarti della popolazione e trova degli economisti disposti a menarne vanto senza proporre uno straccio di alternativa, sancisce il passaggio definitivo dal capitalismo al sadomasochismo.

L’Fbi sblocca l’iPhone di San Bernardino senza l’aiuto di Apple

La Stampa

Ciò consente al Dipartimento della Giustizia Usa di non procedere con una azione legale nei confronti della società



L’Fbi conferma di avere trovato un modo di “entrare” nel cellulare dell’attentatore di San Bernardino senza l’aiuto della Apple. 

Non è chiaro quale sia il metodo individuato dagli agenti federali, ma ciò consente al Dipartimento della Giustizia Usa di non procedere con una azione legale nei confronti della Apple per avere accesso alle informazioni contenute nel cellulare, considerate indispensabili per l’inchiesta. 
La casa di Cupertino si era sin dall’inizio detta contraria ad intervenire per ragioni di privacy, pronta ad affrontare una serie di processi, fino alla Corte Suprema. 

Che fine ha fatto il teschio di Shakespeare?

La Stampa
vittorio sabadin

Per un documentario di Channel 4 esaminata con il radar la tomba del Bardo: profanata probabilmente due secoli fa, sfidando la maledizione incisa sulla lapide


William Shakespeare nacque nel 1564 a Stratford-upon-Avon, dove morì il 23 aprile 1616 e dove è sepolto nella Holy Trinity Church

Sulla lapide della tomba di William Shakespeare nella Holy Trinity Church di Stratford-upon-Avon non è stato inciso il suo nome, ma un invito in versi a non toccare le ossa che quel sepolcro contiene. Un esame del loculo effettuato con un radar in grado di penetrare il terreno ha però permesso di scoprire che l’invito, pure accompagnato da una maledizione, non è stato rispettato: la tomba è stata profanata probabilmente due secoli fa, e il teschio di Shakespeare è stato rubato.

L’indagine commissionata da Channel 4, che ha mandato in onda ieri sera in Gran Bretagna un documentario sulla sepoltura del più grande poeta inglese, ha permesso di sfatare alcune leggende che si tramandano da tempo: Shakespeare non è sepolto in piedi come il suo amico e scrittore Ben Jonson all’Abbazia di Westminster; il corpo non si trova a cinque metri di profondità come si diceva, ma a 90 centimetri dalla superficie; è avvolto in un lenzuolo e non rinchiuso in una cassa. Ma dove si sarebbe dovuta trovare la testa del poeta ci sono segni di uno scavo e di terra frettolosamente rimessa a posto. È visibile anche una strana «scatola» di mattoni, della quale si ignora lo scopo. 

La voce che il teschio di Shakespeare fosse stato rubato era circolata già nel XVIII secolo, un’epoca nella quale la violazione delle tombe era molto frequente. «C’era l’abitudine - ha spiegato l’archeologo Kevin Colls, direttore del progetto - di prelevare i teschi delle persone famose per analizzarli e per scoprire le ragioni anatomiche del loro genio. Da questo punto di vista il teschio di Shakespeare era un obiettivo molto appetibile». 

Il 23 aprile si celebreranno i 400 anni dalla morte del drammaturgo, una ricorrenza così importante da avere convinto il vicario della Holy Trinity, Patrick Taylor, a concedere il permesso di esaminare con il radar la tomba. La scritta sulla lapide maledice solo chi «muoverà le mie ossa», e sembra dunque autorizzare uno scanner. «Ma non faremo altro - ha detto Taylor - e rispetteremo la richiesta di Shakespeare di non essere disturbato. Il mistero della sua tomba non sarà svelato, e non sapremo mai che cosa esattamente contiene».

domenica 27 marzo 2016

Soli

La Stampa
jena

Come ogni anno Gesù risorge ma poi ci lascia soli con Salah.

Desideri

La Stampa
jena@lastampa.it

Basta col terrorismo, vogliamo una morte normale.

Troppo onesto per essere vero

La Stampa
mattia feltri

Rita Bernardini, ex segretario dei radicali, non può fare il garante dei detenuti in Abruzzo per l’opposizione dei cinque stelle. Lei sarebbe perfetta, dicono, ma purtroppo ha subito delle condanne penali. Certo, sono condanne per disobbedienza civile (come aver distribuito hashish per antiproibizionismo), ma lo statuto grillino impedisce incarichi pubblici ai pregiudicati.
È difficile spiegare in modo migliore l’idiozia delle fissazioni.

Ma sarebbe bello se «Satisfaction» abbattesse i muri delle galere

Corriere della sera

Il concerto a Cuba dei Rolling Stones ha chiuso un’epoca di divieti e di proibizioni. Resta da vedere come la libertà del rock saprà misurare i suoi effetti nella realtà



Ora sarebbe bello davvero se al ritmo di «Satisfaction» si abbattessero i muri delle galere dell’Avana dove sono rinchiusi i dissidenti cubani. Ora che i Rolling Stones hanno rotto il muro di Cuba, ora che il rock, bollato sinora dal regime castrista come demoniaco strumento di infiltrazione di uno spirito controrivoluzionario, ha scosso e sconvolto i giovani dell’isola, ora che niente potrà restare come prima, vediamo se la promessa di liberazione di una grande musica saprà misurare i suoi effetti nella realtà. Vediamo se i simboli portano con sé un’energia irrefrenabile di cambiamento.

Di rivoluzione vera. Di libertà. Un’emozione straordinaria, Mick Jagger in concerto a Cuba, ha chiuso un’epoca di interdizioni e di proibizioni. Cuba non è più una fortezza impenetrabile. È finita la quarantena dell’isolamento internazionale, l’ultimo brandello della Guerra fredda si sta disfacendo. La musica ha avuto un valore simbolico assoluto nei rapporti tra il comunismo cubano e le democrazie che ammettono il dissenso, l’irriverenza, la trasgressione, i colori, i suoni non irreggimentati.

Venivano invitati gli scrittori e gli artisti, ma per parlare bene della rivoluzione cubana e per dipingerla con le pennellate dell’entusiasmo. La musica, quella Cuba la doveva esportare, la salsa, il Buena Vista Social Club, il ritmo del socialismo tropicale, del mare turchese, del sole caldo così lontano dai socialismi freddi e grigi dell’Est europeo prima del Muro. Ma il rock doveva restare fuori.
Musica maledetta. Musica contaminata. Mick Jagger poteva far male al socialismo radioso di Cuba più di tanti libri censurati, impossibili da far entrare nell’isola.

Il mito della Cuba castrista si fondava su un clamoroso falso: l’idea che il sole caldo ne mitigasse la potenza repressiva, che in quel paradiso dell’acqua, dell’Avana slabbrata ma viva, decadente ma fascinosa, l’oppressione potesse essere meno cupa, che gli omosessuali rinchiusi in cella fossero solo propaganda yankee, che gli scrittori cubani non si facessero morir di fame nel fondo delle prigioni castriste.

Che non ci fosse bisogno dell’incontinenza espressiva del rock per un socialismo diverso. Ora tutto è andato in fretta. La fine delle sanzioni. La guerra fredda che volge alla fine. La bandiera americana che sventola all’Avana. I Rolling Stones a Cuba, l’impensabile fino a pochi anni fa. L’incompatibilità antropologica del rock dei Rolling Stones con ogni genere di dittatura.

E dunque la promessa che chi sta dentro all’Avana per aver pensato, detto o rappresentato cose invise al regime possa trarre da quel rock liberatorio l’energia per immaginare un futuro diverso dalle sbarre di una prigione, della prigione in cui i cubani hanno ascoltato clandestinamente la musica dei Rolling Stones come i suoni di una vita impossibile da vivere lì dentro. «Satisfaction» per ricominciare, per chiudere con il passato e inaugurare un’altra èra. Di libertà, finalmente.

26 marzo 2016 (modifica il 26 marzo 2016 | 23:46)

sabato 26 marzo 2016

Roma, lo agganciano su facebook e gli svuotano il conto on-line

Il Messaggero



Provengono tutti e quattro dalla Sicilia, tre dei quali pregiudicati e con precedenti specifici. Le indagini della Polizia Postale e delle Comunicazioni sono partite da una denuncia sporta da un romano, vittima di una transazione fraudolenta di circa 10.000 euro, effettuata mediante accesso abusivo al proprio conto corrente on line. Gli investigatori hanno ricostruito il particolare modus operandi, adottato dagli indagati che nella circostanza hanno sfruttato le caratteristiche di facebook, Whatsapp e dei conti correnti on line.

La vittima, infatti, è stata preliminarmente "agganciata" su facebook da un utente a lui sconosciuto, dal nome femminile, con cui ha intrattenuto una conversazione subito spostata su Whatsapp, come richiesto dall'interlocutrice. Dal profilo del social network, gli impostori hanno quindi carpito la data e il luogo di nascita della parte offesa, nonché l'indirizzo di posta elettronica, mentre l'utenza mobile è stata individuata grazie al contatto Whatsapp. Una volta in possesso di tali dati, i malviventi hanno proceduto a chiedere e ottenere il duplicato della sim card abbinata all’utenza in uso alla persona offesa, utilizzando i suoi dati anagrafici.

Poi hanno effettuato il reset della password di accesso alla casella di posta elettronica del denunciante, operazione che ha consentito loro, una volta ottenuta la nuova password, di accedere ai contenuti dei messaggi di posta elettronica in giacenza, tra cui quelli della banca on line, dove era indicato il codice cliente del conto corrente. A quel punto, i malviventi hanno proceduto al reset del Pin del conto on line, ottenendo una nuova password di accesso, inviata sull’utenza mobile del reale titolare, ma di fatto in loro possesso. Infine, ottenuti i dati necessari, hanno effettuato l’accesso al conto on line della vittima, disponendo il bonifico fraudolento a favore di un Iban a loro intestato.

Il phishing è una truffa informatica che permette di carpire, attraverso un'e-mail, i dati di accesso personali alla propria banca online. Ecco come avviene. Arriva nella casella di posta elettronica un'e-mail che sembra provenire dalla vostra banca e vi dice che c'è un imprecisato problema al sistema di "home banking". Vi invita pertanto ad aprire la home page della banca con cui avete il conto corrente gestito via web e di cliccare sul link indicato nella mail. Subito dopo aver cliccato sul link, si apre una finestra su cui digitare la "user-id" e la "password" di accesso all'home banking. Dopo pochi secondi, appare un'altro finestra che informa che, per assenza di collegamento, non è possibile la connessione.

A questo punto qualcuno è entrato in possesso dei vostri dati e può effettuare operazioni dal vostro conto. Il raggiro consiste nell'acquisire user-id, password, nome dell'istituto di credito ed eventuali altri dati immessi dall'utente. Oltre alla posta elettronica, i mezzi utilizzati dai truffatori per entrare in possesso dei dati altrui, possono essere gli sms, nonché il contatto attraverso i social network e le applicazioni di messaggistica istantanea. Quest'ultima modalità di phishing è nuova.

Ecco 10 consigli per evitarlo:
1. Scegliere una password sicura, con almeno sei numeri, lettere e segni di punteggiatura. Non usare la stessa combinazione per altri account.

2. Usare le funzioni di sicurezza aggiuntive. Un esempio, sui social network, è la sezione “luogo di accesso”, all’interno delle "impostazioni": si possono controllare gli accessi al proprio account con data, ora e località approssimativa da cui è stato effettuato il login. Si può anche scegliere l’opzione "Termina attività" e disconnettersi da quel computer, telefono o tablet. Per avere un maggiore controllo, si può scegliere di approvare gli ingressi: una volta attivato, viene richiesto di inserire uno speciale codice di sicurezza ogni volta che si prova ad accedere al proprio account da un nuovo computer o cellulare. Una volta effettuato l’accesso, si potrà attribuire un nome al dispositivo usato e salvarlo.

3. Assicurarsi che i propri account e-mail siano protetti.

4. Disconnettersi dai social network quando si usa un computer che si condivide con altre persone.

5. Installare un software anti-virus sul computer.

6. Pensarci bene prima di scaricare o cliccare su un contenuto. Se un link vi insospettisce, non apritelo, nemmeno se proviene da un amico o da un contatto che conosci. Questa precauzione vale anche per i link inviati sui social network (ad es. in chat o in una notizia) o nelle e-mail. Se uno degli amici clicca su un link spam, potrebbe inconsapevolmente inviare l’elemento spam o taggarvi in un post spam.

7. Fai attenzione alle pagine e alle applicazioni/ai giochi falsi. Essere diffidenti verso le pagine che promuovono offerte troppo convenienti. In caso di dubbi, controllare che si tratti di una pagina verificata. Prestare attenzione quando si installano applicazioni o giochi nuovi.

8. Non accettare richieste di amicizia da persone che non si conoscono. Attraverso account falsi provano ad entrare in possesso dei vostri dati con l’opportunità di scrivere sul vostro diario e inviarvi messaggi in privato. Anche i vostri amici reali potrebbero diventarne vittima.

9. Non rivelare mai le informazioni di accesso. A volte le persone o le pagine promettono qualcosa se condividi mail e password con loro.

10. Aggiornare il browser. Le versioni più recenti dispongono di sistemi di protezione integrati. Ad esempio, possono essere in grado di avvertirvi se state per visitare un sito sospettato di praticare phishing. In ogni caso, prima di inserire i dati di accesso, accertatevi che l’Url della pagina sia quella reale: spesso gli autori di spam configurano una pagina falsa identica alla pagina di accesso al social network, nella speranza che l’utente inserisca l’indirizzo e-mail e la password.

Giovedì 24 Marzo 2016, 14:35 - Ultimo aggiornamento: 13:10

Sei un cristiano, tu vattene in chiesa». L’imam: segnalate i violenti

Corriere della sera

di Aldo Cazzullo, inviato a Napoli

Tra gli islamici alla moschea di piazza Mercato in preghiera guidati da Abdullah (che in realtà si chiama Cozzolino ed è un ex frate francescano)

Musulmani in preghiera in piazza Mercato a Napoli per festeggiare la fine del Ramadan (Kontro Lab)

Si avvicina un altro barbuto: «Sei cristiano? Sì? E allora vai in chiesa». Ma nelle chiese italiane i musulmani possono entrare. «Se non sai l’arabo, qui non puoi pregare». Si avvicinano altri fautori del dialogo interreligioso: «Giornalisti vaffanculo! Italiani vaffanculo!». Segue una sfilza di parole in arabo, certo formule augurali di prosperità e buona salute. Un marocchino alto dice con aria complice: «Io la penso come Massimo Fini».

Lo conosce? «Io ascolto sempre la Zanzara su Radio24: mi fa ridere e mi fa capire l’Italia. Massimo Fini ha detto che in Iraq gli americani hanno fatto 700 mila morti, tra cui 200 mila bambini. E i nostri bambini non sono meno bambini dei vostri. Questo Massimo Fini deve essere un uomo molto saggio. Io voglio andare alla Feltrinelli a comprare tutti i libri di Massimo Fini». Comprerà pure quelli di Oriana Fallaci? Il marocchino mi guarda come si guarda una mosca su un cuscino di broccato bianco.

La locandina di «Napolislam»
La locandina di «Napolislam»
Musulmani a Napoli
Qui non siamo nella grande moschea di Roma, l’architettura di Portoghesi ai Parioli, che non ha un quartiere islamico attorno. Non siamo neppure in un’enclave musulmana come Molenbeek: è difficile creare un’isola di illegalità tra i bassi di Napoli, dove la legalità è sospesa da secoli. Siamo davanti alla moschea di piazza Mercato, il ventre della città. Qui hanno girato un film — Napolislam, storie di italiani convertiti — che sarebbe dovuto uscire nelle sale all’indomani delle stragi di Parigi. Non c’è scontro di civiltà ma burbera convivenza, si compra e si vende di tutto trattando sul prezzo, gli immigrati parlano dialetto, «Salam aleikum Rashid, tenite ‘e sigarette?». Statua di padre Pio. Altare con l’effigie della Madonna e le foto dei morti di camorra. L’immagine della Pietra nera della Mecca segnala l’ingresso della moschea, un antico convento di suore.
«Non è delazione; è difesa della comunità»
L’imam si chiama Abdullah, Servo di Dio. Assicura che questo è un luogo di integrazione: «Ogni venerdì vengono a pregare 600 persone da decine di Paesi diversi. Certo, non posso garantire per tutti. Non posso conoscere i sentimenti di ognuno». Fino al 2004 questa era la «moschea degli algerini», coinvolta in tutte le indagini sul terrorismo internazionale. Poi sono arrivati l’imam Yasin e appunto l’imam Abdullah. «Abbiamo lavorato molto. Abbiamo invitato qui sacerdoti, rabbini, poliziotti, scolaresche. Abbiamo detto a tutti i fratelli che quando incontrano un radicale, o anche solo uno che fa strani discorsi, devono segnalarlo. Non è delazione; è difesa della comunità. A Napoli e dintorni vivono 15 mila musulmani, e l’Isis purtroppo è un elemento di richiamo, inutile negarlo. Una tentazione. Ci sono giovani che non sanno chi sono e non sanno cosa fare, la pressione psicologica di Internet è fortissima, il fondamentalismo promette loro un’identità».
Cauta condanna e profondo fastidio
Cominciano ad arrivare i fedeli per la preghiera del venerdì. Il tono medio non è certo di approvazione dei terroristi. È di cauta condanna e profondo fastidio, per gli assassini e per chi vuole portare il discorso sugli assassini. Molti spiegano che già la vita non è facile, che già la polizia li prende di mira, e gli attentati rendono tutto più complicato. Ma tra i giovani esiste anche l’atteggiamento che il 14 novembre prevaleva tra i musulmani delle banlieue di Parigi: né con lo Stato Islamico, né con lo Stato francese, in questo caso italiano; che pure a noi spesso appare distante se non nemico, figuriamoci a loro.
Le donne non si vedono
La moschea ora è piena all’inverosimile. Le donne non si vedono, sono chiuse nella loro stanza. C’è anche l’artista siriano che ha intagliato il mihrab, verso cui tutti si inginocchiano, e il minbar, da dove l’imam Abdullah tiene la predica, in italiano inframmezzato da parole arabe: «Fratelli noi dobbiamo condannare senza alcun dubbio, senza alcun se, senza alcun ma, gli attentati compiuti non lontano dal nostro Paese. E la condanna non basta. Ricordatevi che Allah ci guarda. Allah ci osserva in ogni momento della nostra vita, quando siamo in moschea e quando siamo a casa. Allah sa tutto quello che accade nella terra, nei cieli e nel segreto dei nostri cuori». Un ragazzo ghanese in jeans, felpa Adidas e capelli rasta, legge un’antica copia del Corano; un vecchio algerino con la barba lunga, la kefiah e la veste bianca sino ai piedi segue le preghiere sull’i-Pad. Prosegue l’imam: «Allah sa quando il nostro sguardo tradisce qualcosa, Allah sa quando abbiamo qualcosa da nascondere.

Noi saremo giudicati anche per le nostre intenzioni, ma non dobbiamo avere paura perché Allah è misericordioso, ci aiuta a vincere la tentazione del male. Però se qualcuno di noi pensa di discostarsi dal sentiero segnato da Allah, allora sappia che gli angeli saranno testimoni e scriveranno quello che non si palesa, annoteranno il male nascosto». Ci sono pachistani, senegalesi, bosniaci, uzbechi, albanesi, ceceni, tagichi, bengalesi, ivoriani, somali. «Rivolgiamo i nostri cuori a tutte le vittime del terrorismo, in qualunque Paese: facciamo in modo che questo male, che colpisce soprattutto noi musulmani, si muti in azione positiva. Noi musulmani dobbiamo avere un ruolo in questo». Poi tutti si inginocchiano, in quella selva di schiene piegate al ritmo di «Allahu akbar» che all’unico infedele presente fa sempre una certa impressione.
I notabili della comunità
All’uscita molti si fermano ad abbracciare e baciare l’imam, e a stringere la mano all’ospite. Sono i notabili della comunità, quelli che hanno studiato: Ibrahim è un ingegnere etiope, un altro Ibrahim è un economista fuggito dalla guerra civile in Yemen; ci sono due commercianti kirghizi, ci sono i tre figli di Khaled, siriano: Mustafà fa economia a Salerno, Suraya architettura a Napoli, Sarah lingue all’Orientale. Assicurano che fino a quando Assad non sarà cacciato gli attacchi dei terroristi continueranno.
Qui sorgerà la Casa di Abramo
All’uscita qualcuno va a spedire i soldi a casa, qualcuno va a scommettere nel negozio tra la vecchia sede del Pdl con le bandiere a mezz’asta e i fuochi d’artificio «Polvere di stelle». Piazza Mercato in realtà è uno dei centri della civiltà europea, 200 metri a destra ci sono le Sette opere di misericordia di Caravaggio, 200 metri a sinistra c’è San Gennaro esce vivo dalla fornace di Ribera, due tra le opere più belle mai dipinte da un uomo; dice l’imam che qui sorgerà la Casa di Abramo, un centro per le tre religioni monoteiste, «nello spirito del pensiero meridiano di Franco Cassano, della Napoli multicolore di Pino Daniele».
L’imam Abdullah si chiama Massimo Cozzolino
Queste cose le conosce perché l’imam Abdullah si chiama in realtà Massimo Cozzolino. Ex Federazione giovanile comunista, ex frate francescano, due lauree in filosofia e scienze politiche, master in peacekeeping; convertito a 36 anni, nel 1997, ha studiato l’arabo e il Corano a Londra. L’imam Yasin si chiama in realtà Agostino Gentile. Sono mille i napoletani convertiti come loro all’Islam. Chiedono una grande moschea e nell’attesa almeno un cimitero: oggi i musulmani che muoiono qui vengono sepolti a Roma o rimpatriati nei Paesi d’origine; tra i compiti dell’imam c’è lavare i corpi dei maghrebini e degli africani ammazzati dalla camorra; questa anche da morti resta per loro una terra straniera.

25 marzo 2016 (modifica il 26 marzo 2016 | 07:20)

Lula vuol sfuggire al carcere: "L'Italia mi dia asilo politico"

Giulia Bonaudi - Ven, 25/03/2016 - 10:40

Il piano segreto di Lula rivelato dal settimanale Veja: pronto a rifugiarsi nella nostra ambasciata a Brasilia



Le maglie della giustizia brasiliana si stringono sempre di più intorno a Lula. L'ex presidente operaio, stando alle rivelazione della rivista Veja, avrebbe già un piano di fuga e la meta prescelta sarebbe proprio l'Italia.

Luis Inacio Lula da Silva, alias Lula, sta cercando una scappatoia dalla scure dei giudici di Curitiba che indagano su un giro di mazzette con il colosso petrolifero Petrobras. Lo scandalo che lo ha travolto, mettendo a serio rischio anche il mandato dell'attuale presidente, nonché sua pupilla, Dilma Rousseff, ha portato in piazza milioni di brasiliani. Un evento senza precedenti nella storia del Paese. E così, dopo il tentativo fallito di farsi nominare ministro della Casa Civile, che gli avrebbe garantito l'immunità, adesso Lula avrebbe pronto un "piano b".

Secondo il settimanale brasiliano, Veja, di gran lunga il più venduto nel Paese, Lula avrebbe intenzione di rifugiarsi nel Belpaese. L’anticipazione fornita dal settimanale offre finora pochi dettagli. Il piano consisterebbe nel chiedere aiuto all’Italia e poi rifugiarsi nell’ambasciata italiana a Brasilia. Da lì ottenere una sorta di salvacondotto dal Congresso per poter lasciare la sede diplomatica e raggiungere l’aeroporto senza essere arrestato. La scelta del Paese sarebbe merito della moglie di Lula, Marisa Leticia, nelle cui vene scorre sangue tricolore, o meglio bergamasco: l’ex “Prima Dama”, infatti, è originaria di Palazzago dove risiedevano, in via Valle, i bisnonni Giovanni Casa e Albina Mazoleni, sposati dal 1908, prima di trasferirsi in Sud America.

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sabato 1 gennaio 2011


Battisti, Lula dice no all'estradizione Berlusconi: "La vicenda non è chiusa" E Napolitano: "Deluso e contrariato"
di Redazione

Il ministro degli Esteri Amorim: no all'estradizione dell'ex terrorista, "impertinente nel riferimento personale a Lula" la nota del governo italiano. Battisti resterà in Brasile come immigrante. Berlusconi: "Amarezza, ma l'Italia farà valere i suoi diritti in tutte le sedi". Napolitano: "Decisione incomprensibile".

Il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim: no all'estradizione dell'ex terrorista italiano. Il governo brasiliano considera "impertinente in particolare nel riferimento personale a Lula" la nota diffusa ieri dal Governo italiano circa il caso Battisti. Lo ha sottolineato il ministro leggendo una nota ufficiale del governo. Amorim ha detto di non ritenere che il presidente Lula si metterà in contatto con le autorità italiane. A una domanda se considera che le decisioni di Brasilia su Battisti possano pregiudicare i rapporti con l' Italia, Amorim ha risposto "non credo".

Secondo la nota del governo brasiliano, riportata dal quotidiano Globo online, la decisione di Lula non rappresenta un affronto verso un altro Paese "nel momento in cui si creano situazioni particolari che possono generare rischi per la persona, nonostante il carattere democratico dei due Stati". Nella nota il governo brasiliano esprime quindi il suo "stupore" per la reazione italiana. Amorim ha letto il comunicato del governo di Lula durante un breve punto stampa con i cronisti al Planalto, sede della presidenza brasiliana, dove si trova lo stesso capo dello stato.

Per Lula è l'ultimo giorno della sua presidenza, visto che domani ci sarà a Brasilia l'insediamento di Dilma Rousseff. In questa ultima giornata, Lula ha in programma una serie di riunioni, che saranno i suoi ultimi appuntamenti ufficiali. Tra le riunioni, un colloquio con l'avvocato generale dello stato Luis Inacio Lucena Adams, che ieri aveva espresso un parere contrario all'estradizione di Battisti.

L'amarezza di Berlusconi: "Ma vicenda non chiusa" "Esprimo profonda amarezza e rammarico per la decisione del Presidente Lula di negare l'estradizione del pluriomicida Cesare Battisti nonostante le insistenti richieste e sollecitazioni a ogni livello da parte italiana. Si tratta- afferma il presidente del Consiglio in una nota diffusa da Palazzo Chigi - di una scelta contraria al più elementare senso di giustizia". "Esprimo ai familiari delle vittime tutta la mia solidarietà, la mia vicinanza e l'impegno a proseguire la battaglia perché Battisti venga consegnato alla giustizia italiana. Considero la vicenda tutt'altro che chiusa: l'Italia non si arrende e farà valere i propri diritti in tutte le sedi", conclude Berlusconi.

Napolitano: "Decisione incomprensibile" "La decisione del Presidente Lula ha suscitato in me profonda delusione, amarezza e contrarietà. Gli avevo scritto nel gennaio 2009, illustrandogli ampiamente le circostanze di fatto, e gli argomenti giuridici e politici, che chiaramente militavano per la concessione dell'estradizione di Cesare Battisti; gli riproposi tutti i termini della questione-spiega Napolitano in una nota - incontrandolo a L'Aquila in occasione del G8 e ricavai da quell'incontro motivi di fiducia nella comprensione, da parte brasiliana, delle ragioni dell'Italia".

"A maggior ragione, mi appare incomprensibile la decisione, le cui motivazioni appaiono tanto infondate quanto insensibili alle garanzie dell'ordinamento giuridico e alla tradizione democratica del nostro paese. Non mi resta che confidare in una seria considerazione, nelle competenti sedi brasiliane, delle nuove istanze che saranno prodotte dalle autorità italiane ; e rivolgere un pensiero addolorato- conclude il Capo dello Stato- alle vittime dei crimini di Battisti come di tutte le vittime del terrorismo".

Frattini: "Motivazioni inaccettabili" Il ministro degli Esteri Franco Frattini e la Farnesina esprimono "il più vivo sconcerto e la profonda delusione per una decisione insolita rispetto alla stessa prassi istituzionale brasiliana, che contraddice i principi fondamentali del diritto e offende i familiari e la memoria delle vittime dei gravissimi atti di violenza commessi da Cesare Battisti". Lo sottolinea una nota spiegando che "tanto più incomprensibili ed inaccettabili agli occhi del governo italiano e di tutti gli italiani appaiono le modalità dell' annuncio e il riferimento, nelle motivazioni della decisione, al presunto aggravamento della situazione personale di Battisti".

"Esprimo profonda amarezza e rammarico per la decisione del Presidente Lula di negare l'estradizione del pluriomicida Cesare Battisti nonostante le insistenti richieste e sollecitazioni a ogni livello da parte italiana. Si tratta- afferma il presidente del Consiglio in una nota diffusa da Palazzo Chigi - di una scelta contraria al più elementare senso di giustizia". "Esprimo ai familiari delle vittime tutta la mia solidarietà, la mia vicinanza e l'impegno a proseguire la battaglia perché Battisti venga consegnato alla giustizia italiana. Considero la vicenda tutt'altro che chiusa: l'Italia non si arrende e farà valere i propri diritti in tutte le sedi", conclude Berlusconi.

La Farnesina richiama l'ambasciatore La Farnesina si appresta a richiamare a Roma l'ambasciatore d'Italia in Brasile, Gherardo La Francesca per consultazioni. "Il ministro Frattini ha deciso di richiamare a Roma l'ambasciatore la Francesca per consultazioni volte a definire il percorso dell'azione giudiziaria del governo italiano in difesa delle proprie legittime aspettative basate sul Trattato bilaterale di estradizione e sulla sentenza del Tribunale Supremo brasiliano". E' quanto si legge in un comunicato sul caso Battisti.

"Lavoriamo contro la scarcerazione" Il governo italiano punta a "utilizzare immediatamente tutti i possibili margini offerti dall'ordinamento giuridico brasiliano per ottenere nei tempi più rapidi la sospensione della procedura di scarcerazione di Cesare Battisti". Lo precisa in una nota della Farnesina il ministro degli Esteri, Franco Frattini, spiegando che l'Italia lavorerà per "far sì che il Tsf verifichi l'incompatibilità della decisione presidenziale con la sua stessa precedente sentenza del novembre 2009 che aveva negato i presupposti per la concessione a Battisti dello status di rifugiato".

Il caso Battisti - ricorda la nota della Farnesina - è stato in questi anni seguito in Italia da tutte le più alte cariche istituzionali, dalle forze politiche e parlamentari e dall'opinione pubblica, con unanime determinazione e piena unità di azione, "mentre la diplomazia italiana, a tutti i livelli e con il più grande impegno e professionalità, si è attivata presso le istanze brasiliane per promuovere i legittimi interessi e le aspettative dello Stato italiano sulla vicenda".

Messaggio alla Rousseff Il Frattini ha chiesto all'ambasciatore italiano di recapitare al nuovo Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, al momento stesso del suo insediamento, un messaggio sul caso Battisti. Un messaggio in "cui si fa stato della ferma determinazione del governo italiano ad esperire tutte le possibili vie legali per ottenere l'estradizione in Italia di Battisti, nonché - si legge nella nota - il nostro forte auspicio affinché il nuovo Presidente possa rivedere la decisione del suo predecessore ed uniformarsi alla sentenza del Tribunale Supremo Brasiliano".

Ratifica del trattato Italia - Brasile a rischio "Questo non è un clima favorevole per ratificare a Gennaio" il Trattato tra Italia e Brasile che era stato raggiunto prima dell'estate scorsa. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Franco Frattini parlando a Sky Tg24. Difesa, infrastrutture, trasporti, energia, agroindustria: questi i principali settori in cui Italia e Brasile, lo scorso giugno hanno dato vita ad una serie di accordi bilaterali. Un vero e proprio dossier economico che però include anche un protocollo di collaborazione culturale, uno per il turismo e uno per la cooperazione in materia dello sport.

Accordi dal valore di circa 10 miliardi di euro che, come disse il premier in visita a San Paolo 6 mesi fa, permetterebbero alle imprese italiane "di aiutare il miracolo economico brasiliano". L'intesa bilaterale, che dovrebbe essere ratificata dall'Italia nel febbraio prossimo, include anche formazione industriale e ricerca e la possibilità, per le aziende italiane, di intervenire nella costruzione di nuove strutture sportive legate ai prossimi appuntamenti che vedranno il Brasile protagonista con i mondiali di calcio del 2014 e con le Olimpiadi a Rio de Janiero del 2016.

Alfano: Lula incrina trattati e accordi Il ministro della Giustizia Angelino Alfano esprime "profondo rammarico" per la decisione assunta dal presidente Lula. "Il ministero della Giustizia - afferma Alfano in una nota - si è sempre mosso nella cornice disegnata dal diritto romano secondo cui 'Pacta sunt servanda'. Purtroppo, questo alto principio di legalità, che non è nelle disponibilità di alcuno, é stato gravemente ignorato, incrinando così la credibilità e l'efficacia delle leggi e dei trattati internazionali". In particolare "non si comprende per quale ragione il presidente Lula eccepisca l'articolo 3 del Trattato bilaterale, secondo il quale ci potrebbe essere un aggravamento della condizione personale dell'estradando che, nel caso in esame, è stato regolarmente condannato dalla giustizia italiana perché colpevole di efferati omicidi".

La Russa: decisione offensiva "La peggiore previsione si è realizzata", ma l'Italia "non lascerà nulla di intentato" affinché il Brasile "receda da questa decisione ingiusta e gravemente offensiva". Lo dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, commentando con l'ANSA l'annuncio del Brasile di negare l'estradizione L'annuncio "arriva in un momento - afferma La Russa - in cui il mio pensiero è concentrato sul nuovo lutto in Afghanistan, dove oggi è caduto un altro militare italiano". Tuttavia, "questo non mi impedisce di dire - aggiunge - che nulla resterà intentato sul piano giuridico e su qualunque altro aspetto consentito dalla legge, affinché il Brasile receda da questa decisione, per fortuna non definitiva, che oltre ad essere ingiusta e gravemente offensiva dell'Italia, lo é soprattutto della memoria delle persone assassinate e del dolore dei familiari di tutti coloro che hanno perso la vita per responsabilità dell'assassino Battisti".

"Resterà come immigrante" Battisti resterà in Brasile come immigrante, non come rifugiato o come esiliato politico. E al Supremo Tribunale Federale non spetta più prendere decisioni sul caso ma solo emettere il documento di scarcerazione. Lo ha riferito un portavoce del governo a Brasilia citato dalla stampa brasiliana. "Spetterà ora al Stf emettere l'ordine di scarcerazione di Battisti, detenuto nel penitenziario della Papuda a Brasilia", ha detto ancora la fonte. "La decisione del Supremo può essere monocratica, firmata dal suo presidente Cezar Peluso, o del plenario. Se Peluso opta per la riunione del plenario, la liberazione avrà luogo solo in febbraio, perche il Stf adesso é in pausa estiva. Ma la decisione monocratica invece può essere firmata in qualsiasi momento".

Dal momento che il Supremo Tribunale Federale ha invertito all'inizio del 2009 la sentenza di rifugiato emessa dall'allora ministro della giustizia Tarso Genro, la decisione del presidente Luiz Inacio Lula da Silva si limita a non concedere la sua estradizione in Italia. Per questo l'ex terrorista si trasformerà in immigrante in Brasile e ha bisogno si presentare una richiesta di visto presso il ministero del lavoro. Avendo Lula deciso per la sua permanenza nel paese, la concessione del visto è praticamente automatica. A partire dalla concessione di questo visto, Battisti potrà richiedere la carta d'identità, il permesso di lavoro e il passaporto brasiliano. Potrà anche andare all'estero quando lo desidera.

Il ministro Mello: va scarcerato subito Per il ministro del Supremo Tribunale Federale, Marco Aurelio Mello, "Cesare Battisti deve essere scarcerato immediatamente". "La prigione di Battisti è stata decisa a suo tempo dal Supremo per veicolare la sua estradizione, dopo la decisione della Corte, che è stata semplicemente verbale, di convalidare la richiesta di estradizione del governo italiano", ha detto Mello alla tv Globo, che ha aggiunto: "Apartire dal momento in cui questa estradizione è stata revocata, non c'é più motivo che Battisti resti in carcere".

L'Italia ricorrerà al Supremo Tribunale federale "La repubblica italiana, con il dovuto rispetto alle istituzioni brasiliane, farà ricorso al Supremo Tribunale Federale contro la pratica di un atto evidentemente illegale ed abusivo". Lo ha detto oggi l'avvocato brasiliano del governo italiano, Nabor Bulhoes, all'Agencia Brasil. L'avvocato ha spiegato che "nel contesto in cui il Supremo Tribunale Federale ha respinto il rifugio e ha concesso l'estradizione, lo stesso ha competenza costituzionale, che è privatamente sua, mentre restava solo al presidente Lula di rispettare il trattato di estradizione bilaterale". Secondo Bulhoes il trattato deve essere rispettato perché "internamente al Brasile è una legge federale speciale, e internazionalmente è fonte di diritto internazionale".

L'opposizione brasiliana contro Lula "Spero che la presidente Dilma Rousseff avrà la sufficiente indipendenza da Lula" e sia pronta a "rispettare la decisione del Supremo Tribunal Federal", che un anno fa si è detto favorevole all' estradizione di Cesare Battisti in Italia: lo ha sottolineato il capogruppo al Senato del partito conservatore Democratas, oppositore al presidente Lula. "Il presidente lascia nel suo ultimo giorno di governo un'eredità negativa, che porta ad una frattura dei buoni rapporti secolari tra Italia e Brasile. Egli ha offeso la società italiana, che vuole solo vedere un terrorista compiere la condanna che gli è stata inflitta", ha detto Maia all'ANSA. Il "no" all'estradizione di Battisti, ha concluso il parlamentare, rappresenta di fatto "un'intromissione negli affari interni dell'Italia basata su ragioni ideologiche".

Bossi: presidente di sinistra salva uno di sinistra "Un presidente di sinistra ha salvato un uomo di sinistra". Così Umberto Bossi ha brevemente commentato la decisione del capo di Stato Brasiliano. Bossi, che si trova in vacanza a Ponte di Legno, lo ha detto dopo un brindisi con una trentina di militanti del Carroccio che questa sera, come di consueto, sono andati al Castelletto per fargli gli auguri di buon anno con una fiaccolata.

La posizione del governo che non è piaciuta a Lula Il governo italiano si è attivato con determinazione e chiarezza durante l’ultimo anno e mezzo, con il consenso unanime di tutte le forze politiche, per ottenere l’estradizione in Italia di Battisti, il pluriomicida condannato in via definitiva attualmente detenuto in Brasile. Proprio nelle ultime ore il Governo ha continuato a insistere nella richiesta di estradizione, peraltro accolta dal Supremo Tribunale Federale del Brasile e rimessa per l’attuazione a Lula e si riserva di esprimere le proprie valutazioni dopo l’annuncio ufficiale della decisione.

"Tuttavia - spiega Palazzo Chigi - in questo momento delicato alcune informazioni fanno ritenere che nella possibile motivazione della decisione di Lula vi possa essere il riferimento all’articolo 3 comma F del Trattato di estradizione, e quindi al presunto aggravamento della situazione personale di Battisti". In questo caso, il governo italiano fin d’ora intende dichiarare che "considera incomprensibile e inaccettabile nel modo più assoluto siffatto riferimento e la relativa decisione. Lula dovrebbe allora spiegare tale scelta non solo al Governo, ma agli italiani tutti e in particolare alle famiglie delle vittime e a un uomo ridotto su una sedia a rotelle".

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Quando Napolitano scrisse a Lula: l'Italia ha sempre garantito i diritti dei singoli

Nel 2009 il Capo dello Stato scrisse al presidente brasiliano dopo la decisione del ministro della Giustizia Tarso Genro "di concedere lo status di rifugiato politico al terrorista Cesare Battisti"


"Caro Presidente Lula, in nome della nostra personale amicizia, oltre che dell'amicizia tra i nostri due Paesi, Le scrivo per manifestarle stupore e profondo rammarico dinanzi alla decisione del Ministro della Giustizia Tarso Genro di concedere lo status di rifugiato politico al terrorista Cesare Battisti". Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esordì nella lettera inviata al presidente del Brasile Lula nel 2009 per fare il punto sulla posizione dell'Italia sulla vicenda Battisti. "Battisti- prosegue il Capo dello Stato nella missiva resa nota dal Quirinale - fu condannato all'ergastolo in Italia perché giudicato colpevole, tra gli altri delitti, di ben quattro omicidi commessi, nel 1978 e 1979 per finalità di terrorismo.

Evaso dall'Italia nel 1981, trovò rifugio in Francia e poi fuggì in Brasile per sottrarsi alla esecuzione del provvedimento delle autorità francesi che ne avevano concesso la estradizione. La ricostruzione degli anni del terrorismo in Italia come emerge nel testo della decisione del Ministro della Giustizia, appare inaccettabile. Nel provvedimento con cui il Ministro ha attribuito a Battisti lo status di rifugiato non vengono in alcun modo presi in considerazione il sangue versato e il dolore delle famiglie delle vittime (due appartenenti alle Forze di Polizia, un macellaio e un gioielliere).

Eppure la Costituzione della Repubblica Federativa del Brasile considera delitti particolarmente gravi quelli di terrorismo e l'azione di gruppi armati, civili o militari, contro l'ordine costituzionale e lo Stato democratico. Per di più, il Ministro ha messo in dubbio il rispetto da parte della nostra legislazione penale dei principi fondamentali della civiltà giuridica. Riaffermo con forza che, anche negli anni più cruenti del terrorismo, la legislazione italiana ha sempre pienamente rispettato le garanzie dei diritti dei singoli individui.

Non a caso anche la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, cui Battisti si era rivolto, ha affermato - con decisione del 12 dicembre 2006- che i giudizi cui Battisti era stato sottoposto in Italia si erano svolti nella rigorosa osservanza dei principi del giusto processo. Né in quei giudizi si era data applicazione ad alcuna legge emergenziale della quale il Ministro - pur erroneamente e senza poterlo dimostrare - assume il carattere persecutorio.

I giudizi a carico di Battisti seguirono le regole comuni; così come seguiranno le regole comuni del nostro ordinamento le fasi di esecuzione della pena. La Costituzione italiana afferma infatti il principio del carattere non punitivo ma riabilitativo della pena e, a tal fine, il sistema giudiziario e penitenziario italiano prevede istituti flessibili e modalità appropriate per accompagnare gradualmente il condannato -anche se per fatti di terrorismo- nel processo di riabilitazione, pur nel caso in cui gli sia stata inflitta la pena dell'ergastolo.

Sono questi i principi a cui si ispira la richiesta di estradizione da parte dell'Italia. La concessione dello status di rifugiato politico a Battisti contrasta con le Convenzioni internazionali che definiscono le condizioni per il riconoscimento di tale status e implica un giudizio di valore inaccettabilmente negativo sull'ordinamento costituzionale e giuridico italiano, ignorando i diritti che esso assicura ai condannati in Italia. E' sorprendente che una decisione del genere provenga da un Paese come il Brasile che ha ben conosciuto in anni recenti il carattere proprio di una dittatura soffrendo la negazione di ogni libertà.

Gli oppositori di quella dittatura trovarono d'altronde rifugio e amichevole protezione anche in Italia. Non si possono equiparare i terroristi che si sono macchiati di crimini gravissimi contro singoli cittadini e contro lo Stato democratico, a coloro che in ben diverse situazioni hanno legittimamente lottato contro la dittatura. Non è accettabile che crimini come quelli commessi da Cesare Battisti -prosegue Napolitano - siano dimenticati o peggio ancora assolti in considerazione di una loro indefinita e inesistente "natura politica".

La grave decisione con cui il Ministro della Giustizia ha accolto il ricorso del Battisti ha determinato una profonda emozione e un'ondata di sdegno in tutte le forze politiche italiane. Caro Presidente, questa mia lettera è dettata dalla memoria sempre vivissima dei rischi per la democrazia repubblicana e delle sofferenze per centinaia e centinaia di famiglie che gli anni del terrorismo - specie di quello ispirato da una sedicente sinistra rivoluzionaria - rappresentarono per l'Italia (Le accludo una pubblicazione da me personalmente curata per ricordare le vittime del terrorismo "di destra" e "di sinistra"). Confido nella Sua comprensione per le considerazioni che ho voluto personalmente esporLe".