lunedì 29 febbraio 2016

Addio alle ricette cartacee del medico di famiglia

La Stampa

Dal 1° marzo le prescrizioni avverranno per via informatica. Ma per molto tempo, alla farmacia, porteremo ancora un «promemoria» a mano



La legge che manda in soffitta i blocchetti rossi del medico, ricorda la Federazione nazionale dei medici di famiglia Fimmg, è in realtà del dicembre 2015 e recepisce un decreto di più di tre anni fa. Dopo alcuni blocchi informatici, il sistema è dunque ora ai nastri di partenza. Per prescrivere un farmaco, un accertamento o una visita, il medico si collegherà da ora in poi a un sistema informatico, lo stesso visibile al farmacista che ci consegnerà pillole o sciroppi. 

Ma ricetta elettronica non è ancora sinonimo di abolizione della carta. Per ora, infatti, riceveremo dal dottore un piccolo promemoria da consegnare al bancone della farmacia, che permetterà di recuperare la prescrizione anche in caso di malfunzionamenti del sistema o assenza di linea Internet. Ma quando il sistema andrà a regime anche questo foglietto sparirà, rendendo la procedura interamente «paperless».

«Dietro i vantaggi della dematerializzazione delle ricette si cela però un rovescio della medaglia - spiega il segretario nazionale Fimmg, Giacomo Milillo -. Qualcuno ha confuso gli studi medici con quelli dei Caf, vista la mole di dati anagrafici, codici di esenzione dai ticket, adesso anche quelli di erogabilità e appropriatezza».

E in più, «il medico non potrà più contare sul supporto dell’assistente di studio e ci saranno complicazioni anche nelle procedure di coinvolgimento del sostituto medico che, per il momento, dovrà continuare ad utilizzare la ricetta rossa. Di conseguenza, avverte Milillo, «il rischio è che tutti gli oneri ricadranno sul titolare, con un aggravio di lavoro e tempo tolto alle visite». Da qui la richiesta dei medici di famiglia di «una semplificazione delle procedure, ancora possibile».

Tra i vantaggi della ricetta elettronica, rileva al contempo la Fimmg, «il risparmio sulla stampa e distribuzione delle vecchie ricette rosse e il controllo sulla falsificazione delle ricette stesse o sugli abusi conseguenti il furto dei ricettari».

In questa prima fase di avvio, fino a fine 2017, sono, però, ancora esclusi dal nuovo metodo alcuni farmaci come gli stupefacenti, l’ossigeno, le prescrizioni per erogazione diretta in continuità assistenziale, i farmaci con piano terapeutico Aifa. La ricetta elettronica, in compenso, varrà in tutte le farmacie del territorio nazionale. Questo significa che i farmaci potranno essere ritirati anche fuori dalla regione di residenza e grazie al sistema tessera sanitaria le farmacie potranno applicare il ticket della regione di residenza dell’assistito. Starà poi alle stesse regioni scambiarsi le informazioni sui medicinali prescritti e, quindi, procedere ai relativi rimborsi compensativi.

A partire dal primo marzo dovrebbe essere disponibile per tutte le farmacie il sistema di calcolo di ticket ed esenzioni della regione di provenienza di ogni cittadino. Nel frattempo, afferma la Fimmg, è già possibile usare le ricette in tutto il paese, vedendo applicati, in via transitoria, i criteri della regione in cui ci si trova. 

Ecco quanto ha pagato il figlio Tobia. Le cifre che imbarazzano Vendola

Libero

Ecco quanto ha pagato il figlio Tobia. Le cifre che imbarazzano Vendola

Negli Stati Uniti avere un figlio da una madre surrogata è facile. Basta avere i soldi. Il costo, riporta il Corriere della sera, si aggira tra i 135mila e i 170mila euro. Tanto avrà speso Nichi Vendola con il suo compagno Eddy Testa per avere il piccolo Tobia Antonio. Una spesa che lievita se aumentano il numero dei tentativi per averlo e se la gravidanza è gemellare.

Con quella cifra non solo paghi il bambino ma anche la cittadinanza americana e la certezza che quel bambino sarà figlio dei genitori internazionali e che la madre surrogata non avrà alcun diritto. Per questo si parla di un giro d'affari pazzesco destinato a crescere: più di 2.000 bambini nati ogni anno, il triplo di 10 anni fa, molti dei quali per coppie straniere. La California è la meta più gettonata dai gay italiani cui la pratica è preclusa nell'Europa dell'Est, per esempio.


Sgarbi: quello appena nato non può essere figlio di Vendola
askanews

Il suo è egoismo estremo

Sgarbi: quello appena nato non può essere figlio di Vendola

Roma, 29 feb. (askanews) - "Non può essere, quello appena nato, il figlio di Vendola. Dal culo non esce niente. Vendola ha un marito ma è contemporaneamente padre. Due persone dello stesso sesso non generano, ma di cosa stiamo parlando? I bambini devono essere concepiti, educati e evoluti sulla base di ciò che la natura consente". Così Vittorio Sgarbi a Radio Cusano Campus, la radio dell'Università Niccolò Cusano, sulla nascita del figlio della coppia formata dallo stesso Nichi e dal suo compagno canadese.

"Il bambino in casi come questo diventa niente altro che lo strumento di un capriccio di due che vogliono fare il padre e la madre. Aiutare qualcuno è giusto, - aggiunge Sgarbi - il mondo è pieno di bambini poveri, profughi o abbandonati, aiutarli senza sentire l'esigenza di farne il padre è nobile. Creare un bambino invece in un percorso così capriccioso è una forma di egoismo estremo. Quel bambino è una persona che si sono costruiti a tavolino, come un peluche. E' insopportabile".

Red/Nes MAZ

A Torino un corso per smentire le bufale sul web e fuori

La Stampa
lorenza castagneri

Dalla scienza alla politica, una serie di lezioni all’università per imparare a non cascarci ed essere un po’ più consapevoli di quello che sta accadendo nel mondo. E tutti possono partecipare



È il brutto di Internet: vedere circolare senza freni informazioni false, notizie che vanno contro la ragione scientifica postate e ripostate sui social, mentre qualche esperto prova inutilmente a ricondurci alla ragione. Il peggio è che l’ignoranza di qualcuno si ripercuote sulla collettività, perché tutti votano e spesso lo fanno senza sapere con raziocinio se quello che la politica racconta potrà davvero essere realizzato e se sul serio non provocherà danni alla salute e all’ambiente ma porterà soltanto grandi benefici. 

Nasce proprio dalla volontà di dare «qualche strumento in più ai cittadini intesi come elettori», il primo corso universitario per smentire le bufale. «O meglio, per imparare a non cascarci ed essere un po’ più consapevoli di quello che sta accadendo nel mondo». Lo spiega così il suo ideatore, il professor Lorenzo Magnea, fisico dell’Università di Torino. Le lezioni si tengono al campus Luigi Einaudi, a partire da lunedì 29 febbraio, per sei settimane. Cittadini curiosi, fatevi avanti. L’accesso è libero. «Anche se, per ragioni di spazio, dovremo privilegiare gli studenti regolarmente iscritti», specifica il docente. 

Nella prima lezione si parla di come leggere i grafici, interpretare i numeri, calcolare le probabilità di vincere al Superenalotto e il margine di errore di un test clinico. «È un’introduzione. Nel corso delle altre settimane discuteremo delle nuove sorgenti di energia, delle armi nucleari, dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici, dell’Universo», rivela Magnea. Insomma, di temi che sono all’ordine del giorno, che per i fisici saranno una banalità ma che la gente comune, magari con una preparazione umanistica, fa fatica a capire fino in fondo. «Tanto che, alla fine, con la mole di informazioni che circola oggi in Rete, diventa difficile distinguere il vero dal falso».

Il corso prova a mettere dei punti fermi. Saranno lezioni di “Fisica per cittadini”. L’ispirazione è venuta dall’insegnamento tenuto all’Università di Berkeley dal professor Richard Muller, autore anche di “Physics for future presidents”, che riassume le nozioni di base di Fisica che dovrebbe conoscere un candidato alla Casa Bianca e, come lui o lei, tutti quanti noi. «Perché soltanto se siamo cittadini informati, non tecnici, ma con poche conoscenze solide, riusciamo a muoverci meglio nei meandri di Internet e il nostro voto non può essere manipolato. È una strada stretta. Sarebbe più facile affidarsi a pochi “tecnici” che prendano decisioni anche per noi. Ma a quel punto non ci sarebbe più democrazia». 

L’Antitrust tedesco: “Servono nuove leggi contro il monopolio di dati personali online”

La Stampa
federico guerrini

Fusioni fra servizi complementari, come Facebook e WhatsApp, possono portare a inedite concentrazioni di potere



Il garante della concorrenza tedesco ha messo in piedi una task force per adattare la legge nazionale sull’Antitrust all’era di Internet; un’era in cui la posizione di predominio di un’azienda, non si misura solo in termini di profitti. Non di rado, il vero capitale di una società che opera in questi settori, è invece la community di utenti che adopera i suoi servizi, e il corrispettivo portfolio di dati personali. Un assioma evidente per gli addetti ai lavori, che è stato però per anni tralasciato da politici e legislatori, abituati a pensare ancora secondo schemi di pensiero novecenteschi. 

A confermare che qualcosa sta cambiando ci sono diversi indizi, fra cui appunto un’intervista rilasciata dal presidente dell’antitrust tedesco, Andreas Mundt, al giornale Sueddeutsche Zeitung. Secondo il funzionario, al momento di considerare l’ammissibilità o meno di una fusione fra due società Internet, l’organo di garanzia dovrà in futuro anche considerare fra gli asset delle aziende anche la quantità di informazioni sugli utenti da esse detenute. 

L’analisi di Mundt prende le mosse da una delle acquisizioni che hanno fatto più rumore negli ultimi anni: quella di WhatsApp da parte di Facebook. Ben diciannove miliardi di dollari, tanto ha sborsato il social network per portarsi a casa l’applicazione di messaggistica, un’app, si badi bene, che in quel momento non godeva (e non gode tutt’ora) di ritorni economici apprezzabili. Evidentemente però, per Zuckerberg si è trattato comunque di un buon affare. 

Oggi WhatsApp ha più di un miliardo di utenti, le cui conversazioni e la cui “rubrica telefonica” sono tecnicamente a disposizione del patron di Facebook. “Quanti utenti ci sono, e di cui quali dati si parla? Queste sono le migliori categorie di misurazione quando si tratta di definire la concorrenza su Internet”, ha detto Mundt alla Sueddeutsche Zeitung. 

Da un lato, come sa chiunque abbia provato almeno una volta ad abbandonare Facebook, la grande concentrazione di utenti agisce di fatto come un meccanismo di lock-in: si può benissimo disertare, ma dove andare, se tutti gli “amici” sono lì? Improponibile un travaso verso altri lidi. Un altro aspetto, che Mundt non tocca, ma che è strettamente correlato a quello della concorrenza, è la privacy. Quali collegamenti è possibile far emergere, con quanta precisione si possono tracciare ritratti degli utenti, quando si vanno a mescolare i dati provenienti da servizi fra loro complementari come Facebook e WhatsApp, ma anche Google e YouTube, o Hotmail e Skype (entrambi di Microsoft)? 

Già si iniziano a levare le prime voci preoccupate sulla più stretta correlazione e lo scambio di dati fra i primi due di questi colossi. D’accordo, WhatsApp diventerà completamente gratuito (si risparmiano 89 centesimi, che diamine!), ma quale prezzo? 

Ma anche restando sul piano squisitamente economico, le perplessità non mancano. Una volta che un cartello di detentori di dati assume una tale forza, quali sono davvero le possibilità per altre aziende di entrare nel gioco ed accaparrarsi la loro fetta di utenti? Mundt e i suoi, per la verità, tenevano già conto di questi aspetti, ogni qual volta dovevano pronunciarsi su un’acquisizione o una fusione. L’assenza di norme chiare tuttavia, rendeva tali pronunce facilmente attaccabili in tribunali. Ora l’antitrust sta lavorando per chiudere la falla. 

Il bimbo di Vendola

La Stampa
mattia feltri



Ognuno penserà legittimamente, se dentro le categorie del rispetto, quello che crede del figlio avuto da Nichi Vendola. Che sia una cosa giusta o che sia sbagliata. A me viene in mente che nessuna legge ha mai arginato l’uomo.

Vegano? Giammai! Al pecorino e al miele non rinuncio…

Nino Spirlì



Certo, e come no, onore alla zucchina romana e alla cicoria pugliese. Medaglia d’oro ai broccoletti calabresi e ai carciofi siciliani. Viva i cardi del Piemonte e il radicchio trevigiano. Ma… Il Parmigiano? Il Pecorino Crotonese? Il Puzzone? La Fontina, il Caciocavallo Molisano? E i mille e mille altri nobilissimi formaggi italiani?

E quel miele di zagara che arriva dalla mia Piana? O quello, amaro, di corbezzolo, di ciceroniana memoria, che dalla Sardegna sbarca sul continente? E le freschissime uova delle galline di mia nonna Concetta, di zia Mela e zia Rosina, che io consumavo già da bambino a fianco al corbello dentro al quale venivano deposte?

E quel cielo di salumi che mi stava sopra la testa, quando andavo a trovare i nonni in campagna? Salsicce, soppressate, lardi, pancette e capocolli… Un affresco dal profumo inebriante che sembrava scendere direttamente dal Paradiso in Terra come premio per la mia fede di bambino. Avevo gli occhi che brillavano e mi partiva una risata argentina quando papà ne staccava un filo per mangiarlo insieme a me. E quel filo erano almeno quattro salsicce mezze secche e mezze no…

Avvolto in un caldo cappottino, riscaldato dal maglione che mi faceva mamma coi ferri e la lana, mi sentivo un principe, orgoglioso dei miei guanti e della mia sciarpa multicolori.

Oggi come allora, pur privo della favola del passato, godo della dolcezza del miele d’agrumi che non deve mancare mai sulla mia tavola. Di quel senso materno che mi avvolge ad ogni boccone di buon formaggio che riesco a mandare giù, nonostante lo spauracchio di trigliceridi e colesterolo. Godo, sì godo, della compagnia cameratesca di un tagliere di salumi e di un buon bicchiere di rosso, magari un Gaglioppo calabrese…

Come potrei mai diventare vegano e maritarmi con la tristezza della rinuncia ad un maglione di pura lana, ad una bistecca appena scottata sulla brace, ad un’insalata di mare o ad un cartoccio di linguine allo scoglio, ad uno zabaione col marsala, a quella cintura di pelle che mamma, che prega Dio e non sa di vegetarismi, mi regalò per il compleanno?

E in nome di cosa, poi, della più grande ipocrisia mai immaginata e praticata? Eh, sì! I vegani non si cibano di animali, loro derivati e prodotti del loro lavoro. Né degli animali di terra, né di quelli di acqua. E non si vogliono contaminare con nulla che riporti alla fatica, allo sforzo, all’impegno, all’azione di alcun essere che non sia vegetale. Infatti, non si coprono neanche con la lana o la seta, e, di eccesso in eccesso, arrivano alla bugia.

Glielo spiegate Voi, per favore, ché io con loro non ci parlo, che le piante nascono dalla terra e che la terra è concimata da tonnellate di merda di miliardi di animali di ogni dimensione? E che, dunque, se non si possono consumare uova, latte, bava, e derivati, nemmeno la santa cacca, che viene assorbita come quasi unico cibo dalle radici, dovrebbe essere utilizzata.

Perché anche quella è frutto di organismo animale, eccome! E, dunque, come la mettiamo? I pazzi e gli stolti siamo ancora noi? O coloro che ingoiano fogliame e fanno finta che non ci scorra sangue dentro?

Capisco tutto, anche la decisione di non voler partecipare allo scempio del consumo compulsivo di carne di animali allevati in batteria e derivati, ma a tutto c’è un limite.

E, soprattutto, mi rompe le balle questo snobismo razzista di certi integralisti della verzura, che aggrediscono in malo modo e senza pietà chiunque scorgano con un panino alla mortazza in mano, e, poi, fingono di ignorare che, sulla Terra, ogni foglia verde è figlia di una goccia di sangue.

Fra me e me. Invaso di latte e miele in ogni cellula, coperto di lana e seta, mentre mangio un panino con il salame fatto da me. In pace con Dio.

Amazon… e la clausola horror: «Non applicabile in caso di apocalisse zombie»

La Stampa
stefano rizzato

Il colosso dell’e-commerce nasconde una vera perla tra le righe del suo regolamento. Anche per vedere se c’è chi lo legge tutto


«Questa restrizione non si applica in caso si verifichi un’infezione virale dilagante, trasmessa da morsi o dal contatto con fluidi corporali, e che causi il ritorno dai morti di cadaveri umani in cerca di carne umana, sangue, cervelli o tessuti nervosi da consumare, fino a provocare la caduta della nostra civiltà». Sembra incredibile, ma è tutto vero. le parole che avete appena letto non vengono da un libro horror o una serie tv sugli zombie. Sono tratte dalle condizioni di servizio di Amazon. Un regolamento in 58 capitoli e circa 26 mila parole, che per ora è disponibile solo in inglese. E che regala questa perla, ad andare a leggerlo tutto tutto.

Test per utenti o marketing?
Non che negli uffici del colosso dell’e-commerce si creda al risveglio dei cadaveri e all’eventualità di un’apocalisse zombie. È solo che ai loro avvocati è venuta voglia di prendersi un po’ gioco degli utenti. E di provare a vedere se davvero esista chi si mette a leggere, comma per comma, quel regolamento chilometrico. La parte sul virus zombie che dilaga compare proprio in fondo, al comma 57.10 su 58 capitoli. Dove si parla di Lumberyard: un motore grafico gratuito, che Amazon ha messo a disposizione degli sviluppatori di videogiochi. Una novità datata febbraio 2016. E che ci lascia il dubbio: mettere - proprio lì - questa chicca sugli zombie… alla fine non sarà mica una trovata di marketing?

Di certo c’è che non è la prima volta che succede qualcosa di simile, in giro per il web. Le sorprese più o meno nascoste abbondano, nelle altrimenti grigissime pagine dedicate alle regole dei vari portali. E allora ecco che in quelle di Tumblr si fa riferimento alla «bellezza aliena» dell’attore Benedict Cumberbatch, e alla fine di quelle di Wordpress c’è un link a una pagina che non c’entra nulla. Ma il caso più famoso è quello dell’azienda finnica F-Secure, che tra le sue norme fece spuntare una «clausola erode» che obbligava (ma non davvero) a cedere il proprio primogenito per usare il wi-fi gratuito

Il cardinale Pell riconosce gli errori: migliaia di bambini molestati e abusati dai preti nei secoli

La Stampa

Nell’udienza in videoconferenza con una commissione d’inchiesta in Australia



Il cardinale australiano George Pell, prefetto degli Affari economici del Vaticano, ha riconosciuto che la chiesa cattolica ha commesso «enormi errori» consentendo che, nei secoli, migliaia di bambini fossero abusati e molestati da preti.

Testimoniando in videoconferenza da Roma con la Royal Commisson australiana che indaga sugli abusi del clero sui minor, ha ammesso inoltre che troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze». Pell è chiamato a rispondere sugli abusi commessi da sacerdoti quando era responsabile delle diocesi di Sidney e Melbourne.

«Non sono qui per difendere l’indifendibile» ha aggiunto il cardinale ascoltato in udienza in un hotel romano.

domenica 28 febbraio 2016

Nato il figlio di Nichi Vendola e del compagno Eddy

La Stampa

Il piccolo si chiama Tobia Antonio ed è venuto alla luce in una clinica californiana grazie alla pratica dell’utero in affitto. Scoppia un caso: web diviso. Salvini: disgustoso egoismo



Si chiama Tobia Antonio.
Il padre genetico è Eddy Testa, di quasi vent’anni più giovane del compagno Nichi Vendola.
Il bimbo è nato in una clinica californiana sabato 27 febbraio.
A raccontare il «fiocco arcobaleno» è il quotidiano Libero in edicola oggi.

Secondo le indiscrezioni raccolte dal giornalista Giacomo Amadori,
la madre genetica sarebbe californiana
mentre l’utero dovrebbe essere di «una donna di origine indonesiana residente negli Stati Uniti».

L’ex governatore della Puglia Vendola e il compagno italo-canadese Testa, scrive ancora Amadori, torneranno in Italia non prima di fine marzo. Un anno fa, il leader di Sel aveva espresso la volontà di cambiare vita: «Ho vissuto questi dieci anni da governatore della Puglia al cardiopalma - aveva detto a “Chi”-, ma da maggio tutto cambierà. Vorrei sposarmi con Ed». Poi aveva aggiunto: «Appena lasciato l’incarico di presidente rifletterò anche se affrontare la paternità o no: è un pensiero che riposa in un angolo della mia vita e che ho sempre rimandato. Sicuramente ho sempre amato il mondo dell’infanzia e vorrei scrivere un libro di filastrocche per bambini».

Eddy Testa è un italo-canadese di 38 anni. Ha studiato presso la Concordia university di Montreal, alla Ottawa University e poi a Urbino, dove si è specializzato design e comunicazione. Testa e Vendola vivono insieme a Terlizzi (Bari) dal 2004. Nei giorni scorsi anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, aveva commentato la possibile nascita di un figlio attraverso la maternità surrogata: «Se Nichi ed Ed sono felici, io sono loro amico e non posso che esser felice con loro. Non ho altro da dire e, siccome è un argomento che non conosco e delicato, non aggiungo altro». 


(La foto della campagna di promozione del Gay Pride a Roma nel 2014)

IL WEB SI DIVIDE
Chi condanna, chi esulta e chi ci scherza su («...ma Tobia che nome è?»): sta dividendo il web la notizia della paternità dell’ex presidente della Regione Puglia e leader di Sel, Nichi Vendola. Su Twitter l’hastag #Vendola è di tendenza da tre ore. E i commenti sono i più disparati. C’è chi scrive «Ciao, sono Vendola, volevo un regalo e ho comprato un bambino»; e chi aggiunge: «ma una volta i comunisti non li mangiavano bambini? Ora li comprano».

E ancora: «Ma ci rendiamo conto? Generare con i soldi un bambino da una sconosciuta solo per dire sono papà. Egoismo assoluto». Sono in tanti, però, a essere felici per lui: «Tanti auguri ai neo genitori ed al piccolo»; «Moralisti da social smettetela, Nichi sarà un padre dolcissimo». Infine, non mancano gli ironici. Come chi, prendendo di mira l’eloquio vendoliano, scrive: «L’unico problema per il figlio di Vendola è che la ninna nanna durerà 3 ore». Per altri, invece, il fatto che «Vendola e il compagno siano diventati papà dimostra che nulla è impossibile, tranne avere una sinistra unita».

SALVINI: “DISGUSTO EGOISMO”
«Vendola e compagno sono diventati papà, affittando utero di una donna californiana. Questo per me non è futuro, questo è disgustoso egoismo», scrive su Twitter il leader della Lega Matteo Salvini. Il senatore Maurizio Gasparri (FI), invece, dice: «A parole sono contro l’utero in affitto. Ma poi usano questo turpe metodo per inventarsi genitori dei figli di altri. Si parla di nuovi casi. Un po’ di trasparenza su scelte e costi? Chi paga chi? Quanto? Coerenza e chiarezza. Per noi l’impegno continua. Inutile che corrano per rafforzare adozioni gay e utero in affitto già facilitati dal testo incostituzionale imposto al Senato con tecniche da trafficanti di persone. Il soccorso dei traditori del popolo delle famiglie rende ancora più necessaria una battaglia di verità e libertà». 

Dallo smartphone all’auto, ecco la batteria che si carica in cinque minuti

La Stampa
bruno ruffilli

La startup israeliana StoreDot promette entro il 2017 una batteria che potrebbe rivelarsi il cambiamento più radicale nella tecnologia mobile: una rivoluzione per telefoni e computer portatili, ma anche per le vetture elettriche



Ci vorrà un anno per il modello definitivo e forse due perché davvero finisca in uno smartphone, ma la batteria che si ricarica in cinque minuti è già una realtà. Sviluppata dalla startup israeliana StoreDot, potrebbe essere il progresso più importante per il mondo della tecnologia di questi ultimi anni.

«Mobile is everything», tutto è mobile, è il motto del Mobile World Congress: ma per potersi muovere la tecnologia deve far uso di batterie. I processori, gli schermi, le fotocamere si sono evoluti nel corso degli anni, rendendo gli ultimi smartphone potenti come computer, capaci di visualizzare gli stessi dettagli di un televisore di ultima generazione o di sostituire una fotocamera di buona qualità. Nel settore delle batterie invece non si registrano progressi altrettanto veloci: oggi come allora sono pesanti, poco efficienti e hanno la tendenza ad abbandonarci proprio quando servono.

LO STATO DELL’ARTE
Sono pochi gli smartphone che arrivano a 24 ore di autonomia, e quando succede è spesso perché i produttori limitano certe funzioni che implicano consumi maggiori, ad esempio le mail push o la sincronizzazione delle pagine web. Altri spengono le app non utilizzate e usano lo schermo solo in bianco e nero, trasformando uno smartphone in un telefonino di quindici anni fa: certo, così la batteria dura anche diversi giorni. Apple ha introdotto nell’ultimo sistema operativo per iPhone e iPad una modalità risparmio energetico che allunga l’autonomia di circa un’ora rallentando la velocità del processore.

Tutti questi stratagemmi si basano sulla stessa idea: ottimizzare i consumi. Dall’altra parte, Samsung ha montato batterie più potenti sui nuovi Galaxy S7, qualche produttore cinese arriva a inserire accumulatori più capaci ancora, che però rendono gli smartphone pesanti e ingombranti. Qualcomm ha brevettato la tecnologia Quick Charge, ora arrivata alla terza generazione: dovrebbe garantire l’80 per cento della ricarica di uno smartphone in 35 minuti. Oppo è arrivata 15 minuti con un prototipo mostrato al Mobile World Congress, e anche Huawei è impegnata da tempo sul fronte della ricarica rapida. 



UNA RIVOLUZIONE
Ma la promessa di StoreDot potrebbe cambiare la vita di ciascuno di noi, ogni giorno. «Le nostre batterie sono simili a quelle attuali agli ioni di litio – spiega Erez Lorber, vicepresidente settore veicoli elettrici, ma i componenti interni sono usati in modo completamente diverso. Dimensioni e peso cambiano appena, il costo di produzione è del 30 per cento superiore, e potrebbe diventare pari alle batterie tradizionali quando partirà la produzione massa». Per smartphone e computer il problema è semmai l’energia necessaria per la ricarica:

l’alimentatore deve essere molto potente per fornirla in breve tempo, e nessuno di quelli in commercio è compatibile. StoreDot ha sviluppato un prototipo, poco più grande e pesante di uno tradizionale, ma capace di erogare 150 Watt di potenza massima. Tanta potenza non può essere trasferita attraverso la solita porta Usb, o il connettore Lightning di Apple e men che meno in modalità wireless: per usare StoreDot oggi è indispensabile un nuovo standard, oppure una soluzione alternativa, come un connettore da adibire solo alla ricarica. Difficile, ma non impossibile. 

SU QUATTRO RUOTE
La tecnologia di StoreDot potrebbe essere utile in casi in cui è indispensabile avere subito l’apparecchio pronto per l’uso, ad esempio strumenti medici, utensili per la casa, dispositivi da indossare; meno probabile che possa finire su rasoi elettrici e spazzolini. Dove invece potrebbe cambiare completamente le regole del gioco è nel settore automobilistico: «Bastano solo sei minuti per ricaricare la nostra batteria su un’auto come la Nissan Leaf. È lo stesso tempo che ci vuole per un pieno di benzina».

E inoltre, in questo caso, lo standard del caricatore non sarebbe un problema: ne esistono due, ed entrambi sono compatibili con la tecnologia StoreDot. Così la startup israeliana ha raccolto finora 66 milioni di dollari da parte degli investitori, e tra questi c’è anche Samsung Ventures. «Ci piacerebbe lavorare per Samsung ma siamo aperti a tutte le proposte. E in realtà tutti i maggiori produttori di auto stanno già valutando la nostra invenzione», rivela Lorber. 

«Mobile is everything», tutto è mobile: e cos’è più mobile di un’auto?

Aristocratici e ingegneri, ecco come nacque la Fiat

La Stampa
vittorio sabadin

Il ritrovo dei soci era un caffè: tra loro anche il cavalier Agnelli



Il 12 luglio del 1899, «La Stampa» pubblicò a pagina 3 una notizia di poche righe nella rubrica «Il movimento economico a Torino». Il titolo diceva: «Una nuova fabbrica torinese di automobili». Il breve testo riferiva della costituzione, nelle sale del Banco di Sconto e di Sete, della società anonima Fabbrica Italiana Automobili, dotata di un capitale di 800.000 lire (oggi circa 10 milioni di euro) diviso in 4000 azioni da 200 lire l’una.

Seguiva l’elenco dei firmatari, in rigoroso ordine di censo. Prima gli aristocratici dai cognomi più lunghi: conte Roberto Biscaretti di Ruffia, marchese Alfonso Ferrero de Gubernatis di Ventimiglia, conte Emanuele Cacherano di Bricherasio. Poi i professionisti: gli avvocati Lodovico Scarfiotti, Carlo Racca e Gatti-Goria. Infine i possidenti e i tecnici: i cavalieri Aymonino e Foa, l’ing. Marchesi, e, ultimo dell’elenco, il cavalier Agnelli. 

Giovanni Agnelli, che di lì a pochi anni avrebbe assunto il totale controllo della società, era stato invitato da Scarfiotti a farne parte proprio il giorno prima, quando si era ritirato dall’impresa l’industriale della cera Michele Lanza, che giudicava troppo complicato costruire automobili. Ma l’auto (che allora era maschile, diventerà femminile solo nel 1920 grazie a D’Annunzio) era da tempo il sogno di tutti quei soci fondatori, tra i quali c’erano anche Michele Ceriana-Mayneri e l’agente di cambio Luigi Damevino.

Si ritrovavano tutti la sera alla «Pantalera», il caffè di madame Burello, all’angolo tra Corso Vittorio Emanuele e via Urbano Rattazzi, il ritrovo preferito a fine secolo da chi commerciava cavalli e carrozze. Il mondo dei cavalli e delle carrozze era però alla fine: in Francia spopolava l’automobile e a Torino un piccolo costruttore artigianale, Giovan Battista Ceirano, produceva la «Welleyes», una vettura a due posti con motore bicilindrico di 663 cm3, in grado di superare i 35 km orari. 

Tutti i fondatori della Fia erano grandi appassionati di tecnologia e meccanica. Giovanni Agnelli, ex ufficiale del Savoia Cavalleria, aveva lasciato l’esercito per dedicarsi a Villar Perosa all’attività di famiglia, l’agricoltura e il commercio di legnami. Ma era anche entrato nel capitale delle Officine Storero, che producevano biciclette, e aveva procurato un contratto per importare dalla Francia i tricicli «Prunelle», dotati di un piccolo motore a scoppio De Dion-Bouton. Al caffè di madame Burello quasi ogni sera discuteva con il genio della meccanica dell’epoca, l’ingegner Aristide Faccioli, l’uomo che aveva progettato la «Welleyes» e che chissà di quali altre meraviglie sarebbe stato capace. 

Pochi mesi dopo, alla Fia era stata aggiunta una T, perché suonava meglio, ricordava le radici nella città di Torino e traeva stimolo e ispirazione dall’analoga parola latina, il cui significato è «che sia!». A fine anno, mentre si completava la costruzione dello stabilimento ai numeri 35, 37 e 39 di Corso Dante, cominciò la produzione della prima vettura, la Fiat 3 ½ Hp derivata proprio dalla «Welleyes»: un esemplare è ancora custodito al Museo dell’Automobile. 

Quel 12 luglio, in quelle poche righe, «La Stampa» celebrava la nuova industria «destinata a un grande sviluppo e a un grande avvenire», senza avere alcuna idea di quanto i destini del giornale e quelli della famiglia Agnelli si sarebbero presto solidamente intrecciati. 

Utopie

La Stampa

Il Papa chiede agli industriali di mettere al centro l’uomo e non il profitto. 
Povero illuso.

sabato 27 febbraio 2016

Chi controlla il codice domina il futuro

La Stampa
gianni riotta

Quando scoppiò lo scandalo metadati, la rete di comunicazioni personali raccolta dall’agenzia di intelligence americana Nsa e svelata dall’ex agente Snowden, «La Stampa» scrisse che la vera battaglia, oltre privacy e spionaggio, era sulle backdoor, porte d’ingresso riservate del software che regola telefoni e computer. Ora è scoppiata la battaglia, legale, politica e culturale, che oppone Apple a Fbi sul telefonino iPhone del terrorista Syed Riswaan Farook, che con la moglie ha ucciso 14 persone a San Bernardino.

Lo scontro conferma che accesso al software, alle cloud che conservano le informazioni, a backdoor, codici e password è l’equivalente nel XXI secolo di Khyber Pass, Via della Seta, Gibilterra, transiti strategici del passato. Chi li controlla domina il futuro.

Non abboccate alle opposte propagande. Apple non ha a cuore solo la privacy del clienti, come il suo amministratore Tim Cook proclama, né l’Fbi del direttore Jim Comey intende, con innocenza, acquisire prove contro la rete terroristica di Farook. Lo scontro, che arriverà forse alla Corte Suprema, dividendo campagna presidenziale e Congresso, è prologo di un cruciale dilemma strategico: chi comanda oggi, i vecchi Stati nazionali nati nel XVIII secolo, o impersonali network sovranazionali, aziende, lobby, gruppi di alleati?

Nel copione dell’ultimo film di 007, Spectre, l’agente segreto combatte, in nome dell’antico servizio della Regina, proprio una rete sovrannazionale dove crimine e tecnologia si fondono. Apple non è certo la Spectre, ha clienti che sono militanti appassionati fin dai tempi di Steve Jobs, ma il referendum in cui Cook s’è infilato è nitido, vi fidate più dello Stato, dell’Fbi o di Apple, marchio che definisce la vostra personalità?

È dunque fuorviante vedere nella battaglia Apple-Fbi la contraddizione Consumatore-Cittadino, mi schiero con il Brand o con la Bandiera? Molti americani non sanno come schierarsi, il 51% sta con Fbi, 38% con Apple, 11% incerti, perché, lo ha scritto bene Jeff Kosseff di Techcrunch http://goo.gl/ , nessuno apprezza che la polizia faccia capolino nei messaggini, ma nessuno vuole attentati Isis protetti dalla petulanza di Silicon Valley.

Apple osserva che, aprendo la «porta sul retro» all’Fbi o dando accesso ai codici, schiuderebbe a pirati informatici e terroristi pericolose scorciatoie. Fbi ribatte, invocando una legge del 1789, l’All Writs Act firmato di pugno dal presidente Washington, che non richiede accessi illimitati ma giusto una mano, che Apple sblocchi il cellulare di Farook. In realtà, Apple sa che oggi iPhone e il sistema iOs sono solidi, non più come ai tempi del kit russo Elcomsoft, bastavano 1500 euro e si guardava ogni iPhone. Ed Fbi sa altrettanto bene che il procuratore distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance, ha già pronte 175 richieste per leggere la memoria di cellulari che bloccano inchieste in corso.

È duello politico e culturale, la tecnologia fa da pretesto per ingenui e sentimentali. L’Fbi limita le richieste al minimo, e sceglie il caso estremo di Farook, per suscitare simpatia nella pubblica opinione, Apple parla di privacy e si fa appoggiare dai rivali di Facebook, Google, con la sola eccezione del prudente Bill Gates di Microsoft. Consapevole della posta in gioco, l’azienda dei Mac chiama a rappresentarla l’avvocato Theodore Olson, ex viceministro Giustizia che ha persuaso la Corte Suprema a far vincere Bush contro Gore nel 2000, ma poi ha ottenuto dalla stessa Corte via libera ai matrimoni gay.

L’avvocato Marc Zwilliger http://goo.gl/Dn8QU7 lavorerà su diritto e cibernetica, ad Olson tocca combattere la battaglia politica, come ai tempi in cui consigliava il presidente Reagan sullo scandalo Iran-Contras. Nessuno potrà mai accusarlo di essere tenero con i terroristi, la terza moglie, Barbara, morì nelle stragi dell’11 settembre.

È in ballo il nostro futuro: le mega aziende sono nazionali o «nuvole», cloud eteree anche nel diritto non solo in informatica? Impossibile deciderlo alla luce remota Destra-Sinistra, il populista Trump e la senatrice liberal Feinstein stanno con Fbi, Clinton e Sanders non si pronunciano per non dividere la base incerta. Se Apple e Google invocano status sovrannazionali per non pagare tasse in un certo Paese, la sinistra insorge contro di loro, se lo fanno in nome della privacy li difende con passione.

La decisione ultima toccherebbe alla politica, ma la gente non si fida più dei leader e, vista la campagna Casa Bianca 2016, come dar loro torto? Aspettatevi dunque lunga battaglia ed esito incerto, prima di capire chi comanda nel nostro futuro, se un Presidente, un Poliziotto, un Giudice, un Manager o magari un Computer Intelligente.

facebook riotta.it

Niente più monetine ai poveri. Il Comune di Roma adesso vuole i soldi della fontana di Trevi

La Stampa
giacomo galeazzi e ilario lombardo

A rischio la convenzione tra il Campidoglio e la Caritas: in ballo un milione l’anno. La rabbia dei volontari: “Ci trattano come se fossimo quelli di Mafia Capitale”


La Fontana di Trevi, progettata da Nicola Salvi in stile rococò, è adagiata su un lato di Palazzo Poli. Fu realizzata tra il 1732 e il 1762 da Giuseppe Pannini e appartiene al tardo barocco

Euro, dollari, rubli, sterline, yuan e yen. I milioni di turisti che arrivano in Italia, a Roma, e sorridenti lanciano le monetine nella Fontana di Trevi, non sanno che quegli insignificanti (per loro) spiccioli sono un prezioso aiuto per i poveri. Un automatismo che potrebbe finire schiacciato dalle esigenze di cassa del Comune e stravolto per sanare altri buchi di bilancio o coprire altre spese. 

Da anni il rito che mescola superstizione e romanticismo, per chi amante della Città Eterna compie quel gesto nella speranza di ritornare a Roma, è coperto da una convezione tra il Campidoglio e la Caritas diocesana della Capitale: i soldi raccolti finiscono in opere di beneficenza per indigenti, malati e senzatetto. Così sarà fino al 2017 e anche dopo se verrà rinnovata la convenzione. Si tratta di circa un milione di euro l’anno, una cifra che dal 2010 è stata sempre in aumento fino al 2014, quando sono partiti i lavori di restauro della Fontana, terminati a novembre.

Alla Caritas, però, sono preoccupati, perché le notizie che arrivano dal Campidoglio non rassicurano e al Vicariato, sede romana dell’organismo pastorale, lamentano l’assenza di interlocutori: «Non sappiamo con chi parlare e i soliti ostacoli burocratici non aiutano. Già non è stato per noi un bene che con il restauro il ministero abbia bloccato tutto». Il pantano politico di Roma ha fatto il resto e ha congelato anche questa decisione, lasciando però un sospetto: che il Comune voglia tenere per sé il patrimonio di monetine e dirottare le risorse altrove. 

Lo scorso ottobre poco prima della caduta di Ignazio Marino, la giunta capitolina ha approvato un provvedimento che rende il Campidoglio proprietario esclusivo di tutte le monete lanciate nelle fontane di Roma, dalla Barcaccia di piazza di Spagna al Tritone di piazza Barberini, da quella di Santa Maria in Trastevere a Madonna dei Monti. I cartelli appositamente installati dalla Sovrintendenza ai Beni culturali accanto alle opere informeranno i turisti che la raccolta servirà a finanziare il restauro dei monumenti, trasformando di fatto il lancio delle monetine in una donazione.

In quell’elenco, però, la Fontana di Trevi non c’è, proprio perché tuttora è in vigore la convenzione con la Caritas che scadrà il prossimo anno. Mesi fa la questione restò in sospeso. Poi, come si sa, tutto è precipitato. Pochi giorni dopo il provvedimento, a fine ottobre, sono arrivate le dimissioni di Marino e quasi contemporaneamente la Fontana progettata da Nicola Salvi è tornata a risplendere dopo 17 mesi di ponteggi per i lavori. 

La Caritas non ci vede chiaro e chiede una risposta che forse in pieno commissariamento non può ricevere: dovrà aspettare le elezioni e l’insediamento della nuova giunta per sapere che fine faranno le monetine, che vengono periodicamente raccolte, pulite, contate e, quando si tratta di valuta straniera, convertite in euro. 

Tra chi teme il peggio c’è Massimo Raimondi, storico responsabile delle case famiglia per i malati di Aids che la Caritas gestisce nel parco di Villa Glori: «Quei soldi sono fondamentali per tenere in piedi tutto questo – dice - . Anche perché dobbiamo ancora ricevere i rimborsi dalla Regione Lazio per i nostri servizi sociali e sanitari. A molti non è chiaro che quelle monete non vanno nelle nostre tasche, ma verrebbero sottratte agli ultimi che noi assistiamo. Dopo Mafia Capitale si fa una gran confusione. Parlano tanto di sussidiarietà e alla fine ci trattano come se fossimo Salvatore Buzzi ». 

venerdì 26 febbraio 2016

Bollo auto, ecco quando scatta la prescrizione

Claudio Torre - Ven, 26/02/2016 - 11:44

Non avete pagato il bollo auto per l'anno 2016? Adesso scatta la prescrizione. In tanti hanno ricevuto avvisi di pagamento per bolli auto del passato. E così è scattato l'allarme su quando e quanto pagare. Serve fare un po' di chiarezza. Il bollo auto, come ricorda laleggepertutti.it, si prescrive dopo tre anni



Non avete pagato il bollo auto per l'anno 2016? Adesso scatta la prescrizione. In tanti hanno ricevuto avvisi di pagamento per bolli auto del passato. E così è scattato l'allarme su quando e quanto pagare. Serve fare un po' di chiarezza. Il bollo auto, come ricorda laleggepertutti.it, si prescrive dopo tre anni.

Facciamo un esempio chiaro. I termini della prescrizione cominciano a decorrere dal primo gennaio dell'anno successivo a quello di riferimento per il pagamento. Di fatto nel caso di un bollo dovuto per l'anno 2012, la prescrizione comincia a decorrere dal 1 gennaio 2013. E con questo calcolo i tre anni si compiono il 31 dicembre del 2015. Dunque di fatto gli anni che devono trascorrere perché entri la prescrizione sono 4. Ma occhio agli atti che interrompono la prescrizione.

Quali sono? I solleciti di pagamento e la cartella di Equitalia interrompono il decorrere della prescrizione. Se il contribuente dovesse ricervere uno di questi atti il termine di prescrizione comincia a decorrere da capo. Ecco qui di seguito alcuni esempi per la prescrizione.

2008 1° gennaio 2012
2009 1° gennaio 2013
2010 1° gennaio 2014
2011 1° gennaio 2015
2012 1° gennaio 2016
2013 1° gennaio 2017

Google Play "invaso" dai malware porno

repubblica.it

In sette mesi scoperte 343 app infette. Lo rende noto la società specializzata in sicurezza informatica Eset
Google Play "invaso" dai malware porno

IL MALWARE Android/Clicker e negli utlimi sette mesi è stato individuato in ben 343 nuove applicazioni. Le app infette sono state scoperte nonostante si nascondessero dietro app legittime di Google Play. Si tratta della più vasta campagna malware mai esistita fino a oggi sullo store per terminali Android. Lo rende noto Eset, società specializzata in sicurezza informatica.

Google Play "invaso" dai malware porno
In media, spiega Eset, ogni settimana 10 nuovi Porn clicker riescono a superano le verifiche di sicurezza di Google. Il malware viene continuamente 'ripacchettizzato' dai cybercriminali, che offuscano i codici malevoli per nascondere i loro veri propositi e superare le verifiche di Google. Una volta lanciate, queste applicazioni non causano danni diretti alle vittime, come ad esempio il furto delle credenziali, ma indirizzano in maniera nascosta l'utente verso siti fraudolenti, generando un alto livello di traffico dati internet e facendo quindi lievitare i costi delle bollette a fine mese.

Per evitare il contagio, gli esperti di Eset consigliano di leggere attentamente le recensioni degli utenti, che molto spesso smascherano le app corrotte, e installare su tutti i dispositivi Android uno scanner anti-malware.

Natura

La Stampa

Se l’universo è il macrocosmo e l’uomo è un microcosmo, Alfano cos’è?

Uomini e topi

La Stampa
Mattia Feltri



Secondo le ultime stime, a Roma per ogni abitante ci sono due topi. Vedetela dal lato buono: finalmente qualcosa da lasciare ai nostri figli.

Consigli per un bucato bianco e immacolato

La Stampa

Come rendere la biancheria candida tra manutenzione ordinaria e rimedi naturali

Bucato bianco

Il bianco splendente è l’obbiettivo di chiunque si appresti a fare il bucato, ma è un risultato che non sempre si riesce ad ottenere. Al contrario, i capi che ingrigiscono, le tovaglie che rimangono macchiate, le lenzuola che ingialliscono sono una conseguenza molto comune di un bucato non fatto a regola d’arte. Dunque, come fare ad avere la biancheria immacolata?

Innanzitutto è assolutamente necessario dividere i bianchi da tutto il resto del bucato, ed effettuare un’ordinaria pulizia della lavatrice (muffe e calcare possono contribuire all’opacità dei capi bianchi), due azioni basilari e fondamentali. Se i capi sono pesantemente macchiati occorre effettuare un trattamento preventivo e il prelavaggio, in alternativa si può procedere infilando il bucato in lavatrice, ma avendo cura di non riempire il cestello: il lavaggio sarà molto più efficace se la lavatrice è riempita solo per metà (in tal caso inserite la modalità ‘mezzo carico’ per il risparmio energetico) o poco di più.

In base alla resistenza dei capi, scegliete un programma di lavaggio dai 60° in su – 90° solo se lo sporco è resistente. Non esagerate con le dosi di detersivo e ammorbidente perché non è assolutamente necessario, provate ad aggiungere alcuni elementi naturali ad essi. L’aceto di vino bianco per esempio oltre a fungere da ammorbidente agisce come smacchiatore, ed è ottimo per un ammollo pre-trattamento; un cucchiaio di bicarbonato di sodio aggiunto al detersivo migliora le prestazioni del detergente oltre a disinfettare e mantiene le fibre bianche più a lungo.

Un grande classico che le nonne utilizzavano è la cenere, da utilizzare sotto forma di lisciva (l’acqua di cottura della cenere di legna). Se volete trattare a mano un capo particolarmente delicato, immergetelo in una bacinella d’acqua in cui avrete disciolto il succo di due limoni e una manciata di sale grosso. Lasciate perdere la candeggina perché tende ad ingiallire le fibre.

giovedì 25 febbraio 2016

Gli 11mila euro mi servono per i regali di nozze"

Francesco Curridori - Gio, 25/02/2016 - 14:08

La frase choc di Vincenzo Vinciullo, deputato alfaniano dell'Assemblea regionale siciliana, torna a far parlare di sé dopo aver dichiarato di non riuscire ad arrivare a fine mese con 11mila euro di stipendio



"Ho una famiglia numerosa, e come tutte le persone normali faccio fatica ad arrivare a fine mese".

Vincenzo Vinciullo, il deputato alfaniano dell'Assemblea Regionale Siciliana che incassa 11mila euro di stipendio alcuni giorni fa aveva suscito polemiche per questa sua frase, ora torna a far parlare di sé.

Ai microfoni de 'La Gabbia', la trasmissione de La7, si è giustificato affermando:"Come tutti i politici, abbiamo attività e spese di rappresentanza. Gli elettori ci vogliono bene e spesso veniamo invitati ai matrimoni. Quando succede, in media una volta al mese, ho il dovere di presentarmi con un regalo".

San Marino, cade il segreto bancario

Lucio Di Marzo - Gio, 25/02/2016 - 14:18

Per i cittadini europei è la fine di un paradiso fiscale. Dal 2017 lo scambio di informazioni diventerà automatico



È una maggioranza larghissima quella che, per la prima volta, ha approvato un accordo tra l'Unione Europea e San Marino, che porterà di fatto alla fine del segreto bancario per i clienti dei Paesi che fanno capo a Bruxelles. Chi aprirà conti nella piccola repubblica non potrà quindi più contare sulle protezioni garantite fino a oggi rispetto al fisco.

Dal primo gennaio dell'anno prossimo diventerà automatico lo scambio di informazioni tra i 28 dell'Unione e San Marino, con i dati sui conti finanziari che saranno trasmessi per ognuno dei cittadini residenti nelle due entità che hanno stretto l'accordo.

Reddito, interessi e dividendi, saldi e proventi della cessione di attività finanziarie saranno a disposizione tanto di San Marino quanto dell'Unione Europea. La repubblica ha anche garantito l'applicazione di norme più ristrettive di quelle dei 28.

I giudici condannano Mattielli. Ma scordano di punire il rom: prescritto

Claudio Cartaldo - Gio, 25/02/2016 - 10:28

Cris, il rom che derubò Ermes Mattielli, risulta incensurato: i tempi della giustizia hanno bloccato il processo del furto a Ermes e il reato si è prescritto

La vicenda di Ermes Mattielli, e dei due rom che entrarono nella sua ricicleria per svaligiarla, sta sviluppando i contorni del ridicolo.

Soprattutto a livello giudiziario. Come noto, infatti, Ermes Mattielli venne condannato alla galera e a risarcire i due nomadi per aver sparato contro i ladri nella speranza di difendere la sua (povera) proprietà. Oggi si scopre, invece, che il procedimento per furto a carico del rom (dopo una prima condanna in primo grado) è morto in Tribunale. Dimenticato tra i faldoni. E poi scaduto.

Insomma, ricapitolando: da una parte, i giudici sono stati attenti nel mandare avanti il processo di Mattielli portandolo fino alla sentenza. Condanna per cui Ermes è morto di infarto. Dall'altra parte, hanno tralasciato negli scaffali del Tribunale i faldoni del tentato furto dei due rom.

La vicenda è stata resa nota dopo che uno dei due ladri, pochi giorni fa, è stato arrestato di nuovo per furto. Cris Caris, 31 anni, era stato trovato con il padre a svaligiare una villa. I Carabinieri lo hanno fermato, ma il Gip non ha convalidato l'arresto e lo ha rimesso immediatamente in libertà. Perché? Semplice: per la legge e per i giudici, il nomade è un incensurato. Il procuratore capo di Vicenza, Antonio Cappelleri, ha spiegato al Corriere del Veneto i motivi della scarcerazione immediata: "Cris Caris è incensurato.

Non risulta alcuna condanna definitiva nei suoi confronti: nel 2009 venne accusato di un furto ma la vicenda fu archiviata perché la vittima rinunciò alla denuncia. E anche il procedimento che in primo grado portò alla condanna a quattro mesi per il tentato furto a Ermes Mattielli è finito in corte di Appello e lì è rimasto, senza mai essere concluso. A questo punto, a dieci anni dai fatti, quel reato è ormai prescritto".

Per la legge, quindi, il nomade è "pulito". Mentre Mattielli è un criminale. Per colpa della macchina giudiziaria il reato del nomade si è prescritto. Quello di Ermes no. Quello lo hanno portato fino in fondo.

E la Svizzera ricicla il poster razzista

La Stampa
giulia zonca

Torna la campagna della destra con al pecora bianca che calcia quella nera. Stavolta per espellere gli stranieri con reati



La destra svizzera ricicla il manifesto bocciato come razzista ben 9 anni fa.

La Svp, che ha un terzo dei seggi in parlamento, ha promosso un referendum per varare una legge «sulla sicurezza» chiamata «Durchsetzungsinitiativ». Vorrebbero espellere ogni straniero che abbia commesso un reato, di qualsiasi genere, a prescindere dal fatto che abbia scontato una condanna, che fosse un giorno o dieci anni.



Si vota il 28 febbraio e Zurigo è ricoperta dai poster con le pecore bianche che prendono a calci quelle nere, propaganda già definita «pericolosa» dalle Nazioni Unite nel 2007, rimasticata ed esposta senza remore nel 2010 per un altro referendum riguardo ai diritti di cittadinanza e ora rispolverata per la terza volta con grande sfoggio di creatività con qualche aggiunta. Il calcio prima stava sopra una generica bandiera rosso-crociata ora sta in un ipotetico confine con i colori della bandiera. La stessa campagna truce per tre occasioni diverse. Neanche uno sforzo di fantasia per stuzzicare i bassi istinti.

Dopo le richieste dell’Fbi, Apple studia nuove misure sicurezza e privacy per i suoi iPhone

La Stampa

A rivelarlo il New York Times



Apple alza il tiro della sfida nella battaglia sulla privacy contro il governo Usa dopo il suo rifiuto di sbloccare l’iPhone di uno degli autori della strage di San Bernardino: i suoi ingegneri hanno cominciato a sviluppare nuove misure di sicurezza che renderanno impossibile accedere a un iPhone bloccato usando metodi simili a quelli al centro della controversia legale pendente davanti alla magistratura californiana. Lo scrive il New York Times citando fonti vicine alla società ed esperti del settore.

Se Apple riuscisse a rafforzare i suoi sistemi di sicurezza - e secondo gli esperti ci riuscirà- la società - sostiene il Nyt - creerà una significativa sfida tecnologica per le forze dell’ordine e l’intelligence, anche se l’amministrazione Obama dovesse vincere la sua battaglia legale sull’iPhone dell’attentatore di San Bernadino. L’Fbi dovrebbe trovare un altro modo per eludere la sicurezza della Apple, con un nuovo ciclo di vertenze legali e più correzioni tecniche da parte della società di Cupertino.

L’unico modo per uscire da questo muro contro muro, secondo gli esperti, sarà un intervento del Congresso, per chiarire e definire quali sono gli eventuali obblighi della società informatiche.

Quindi

La Stampa
jena


Tesoro, la tua mamma è morta ma io non ti posso adottare. E quindi? Divertiti all’orfanotrofio.

L’utero e il cervello

La Stampa
Mattia Feltri



L’utero non so, ma servirebbe qualche cervello in affitto

Per la spedizione gratuita Amazon ora vuole un ordine di almeno 49 dollari

La Stampa
di enrico forzinetti

La soglia precedente era fissata a 35 dollari. La scelta mira a spingere i clienti ad abbonarsi al servizio Prime



Chi compra su Amazon deve stare più attento da pochi giorni a questa parte. La soglia minima per usufruire della spedizione gratuita negli Stati Uniti è stata alzata da 35 a 49 dollari. Una mossa che arriva tre anni dopo da un altro aumento: l’asticella nel 2013 era fissata a 25$.

La decisione si spiega con il desiderio dell’azienda di spingere i propri clienti a iscriversi al servizio Prime. Al prezzo di 99$ l’anno ci si può garantire spedizioni nell’arco di due giorni senza alcun costo aggiuntivo. Un mercato in espansione anche in Italia con servizi come Amazon Prime Now che a Milano e e in 34 comuni dell’hinterland permette una distribuzione rapida di cibo fresco. 

In realtà la scelta del colosso dell’e-commerce si basa anche su un aumento dei costi per la spedizione di circa il 37 % dal 2014 al 2015. Nell’anno appena trascorso la spedizione è stata una delle voci di spesa più alte per Amazon, raggiungendo quasi i 2 miliardi di dollari. All’innalzamento generalizzato della soglia minima c’è però un’eccezione per i lettori: chi acquista almeno 25$ di libri potrà comunque godere della spedizione gratuita dell’intero ordine.

Cresce l’Italia che diserta le chiese: più facile perdere la fede a 55 anni

La Stampa
raphaël zanotti

La secolarizzazione avanza. E uno su cinque non entra mai in un edificio di culto

Tra piazze sulle unioni civili, appelli alla tradizione natalizia e fede islamica la religione è da tempo al centro del dibattito politico e sociale del Paese. Ma non è detto che questa sua esposizione mediatica si trasformi poi in un rinnovato interesse degli italiani. Anzi, guardando i freddi dati la tendenza sembra tutt’altra.

L’Istat ha di recente fotografato la nostra propensione alla pratica religiosa e il quadro che ne viene fuori è quello di un Paese che viaggia verso la secolarizzazione. Non spinta come in altri Paesi europei, è vero, ma tale da mostrare un’evidente disaffezione. Le chiese sono vuote, si dice sempre. È vero come per le moschee e le sinagoghe e ora lo certifica anche la statistica.
Nel 2006 una persona su tre (esattamente il 33,4%) dichiarava di frequentare luoghi di culto almeno una volta alla settimana. La percentuale, però, oggi è scesa al 29%. E il calo è stato costante negli anni. Al contrario le persone che dichiaravano di non frequentare mai luoghi di culto sono passate dal 17,2 al 21,4%. In pratica oltre una ogni cinque.





Il dato, messo così, mostra una tendenza generale. Ma se guardassimo più nel dettaglio, noteremmo cose interessanti. Innanzitutto i numeri risultano un po’ “drogati”. Un po’ perché nelle statistiche si tende a dichiarare quel che si vorrebbe fare e non quello che si fa davvero. Un po’ per la presenza dei bambini tra i 6 e i 13 anni che con il loro 51,9% del 2015 spingono in alto una percentuale che altrimenti sarebbe più bassa.

Il crollo della frequentazione dei luoghi di culto ha colpito ogni fascia d’età. Quella in cui si “perde” la fede per eccellenza resta tra i 20 e i 24 anni. La curva, poi, tende a risalire lentamente fino a quella che potremmo definire l’area della “scommessa di Pascal”. Ma il confronto con il 2006 ci dice che la fascia d’età più disillusa è quella tra i 55 e i 59 anni che nell’ultimo decennio ha perso il 30% dei frequentatori di luoghi di culto.

Fascia che potrebbe essere estesa ai 60-64enni, dove il calo è stato del 25%. Il sociologo Franco Garelli, uno dei massimi esperti dell’argomento, spiega: «Questo fenomeno può essere dettato da due dinamiche: da una parte in quella fascia d’età molti si costruiscono una seconda vita alternativa. I figli sono grandi, la carriera è agli sgoccioli, i nuovi impegni allontanano dalla pratica religiosa. Dall’altra può essere un portato della crisi: persone uscite dal ciclo produttivo impegnate a rientrarci». 

Ma sono le nuove generazioni che offrono gli spunti più interessanti. È probabile che da adulti saranno meno vicini alla fede di quanto lo sono gli adulti di oggi. Se è vero che i bambini sono ancora i frequentatori più assidui dei luoghi di culto, le famiglie sembrano sempre meno inclini a far rispettare loro impegni religiosi assidui. Oggi un bambino su dieci non frequenta più come una volta e gli adolescenti tra i 14 e i 17 anni sono calati del 17,6%. Di converso quelli che non frequentano mai sono aumentati del 57% tra i bambini e del 33% tra gli adolescenti. «È molto interessante notare come i 18enni e 19enni, che restano lo zoccolo duro dell’associazionismo cattolico, tengano (siamo intorno al 15% di frequentatori abituali, ndr) ma la loro erosione è importante» dice ancora il professor Garelli.

Guardando alla geografia, l’Italia appare molto divisa tra Nord e Sud. Se la Sicilia risulta la regione più religiosa (oltre il 37% va almeno una volta a settimana in un luogo di culto), la Liguria è quella più agnostica e atea (oltre una persona su tre non frequenta mai e solo il 18,6% lo fa con assiduità). Siamo lontani dalle percentuali della Svezia (90% si dichiara religioso e 3% praticante), ma la tendenza è ad avere una religiosità sempre più ritagliata sul personale e che non segue i precetti che non ritiene necessari.

Sul fronte delle professioni quadri, impiegati, casalinghe e pensionati sono le più religiose. Dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, operai e studenti quelle meno. «Chi riceve stimoli o è impegnato in lavori concettuali o manuali più impegnativi si dedica meno al trascendente» spiega Garelli.

In Cina la fabbrica è partita in un anno. A Genova stiamo aspettando dal 2008”

La Stampa
alberto quarati

L’ad della Phase: per colpa della burocrazia saltano 200 assunzioni

In Cina impiega 700 dipendenti, a Genova - sulle aree acquistate nello stesso anno, il 2008 - le erbacce dominano l’area in cui doveva essere costruito un nuovo stabilimento hi-tech, quartier generale della Phase Motion Control, azienda italiana al 100% che contava di portare sotto la Lanterna tra i 200 e i 250 dipendenti. Burocrazia, costi stellari, lentezza della pubblica amministrazione hanno infranto un sogno.

La Phase venne fondata nel ’94 da un gruppo di ingegneri e dirigenti usciti da Philips, che poco prima aveva venduto a una multinazionale americana la sede genovese. La società ha realizzato le motorizzazioni dei più grandi telescopi al mondo, tra il Cile e le Canarie, i motori degli ascensori che il colosso Otis impiega nei grattacieli più alti, servomotori e controlli per robotica avanzata, propulsione navale e ibrida. In questo campo, si tratta forse dell’ultima azienda rimasta interamente italiana, e nello specifico, genovese: 80 persone, la metà ingegneri e diplomati con funzioni di ricerca e sviluppo. «Tuttavia - spiega l’amministratore delegato Marco Venturini, ex ricercatore a Berkeley tornato in città proprio per seguire l’avventura della Phase - abbiamo sempre avuto problemi di spazio, da quando quest’azienda è nata, nel classico garage». 

Già nel 2008 Phase acquista un terreno edificabile a uso industriale in una valletta dietro Molassana, nell’entroterra di Genova, su una discarica dove furono portati i detriti del vecchio teatro Carlo Felice. «Nello stesso anno - racconta Venturini - abbiamo acquisito in Cina, vicino a Shanghai, un terreno per realizzare anche lì una nuova fabbrica. Dal 2009, la sede cinese opera e impiega 700 persone. Le autorizzazioni sono arrivate in 40 giorni. A Molassana invece crescono ancora le erbacce».

Il nuovo centro direzionale genovese avrebbe potuto impiegare «tra le 200 e le 250 persone - dice ancora Venturini -. Questo perché avremmo potuto tenere in sede numerose lavorazioni che invece abbiamo dovuto appaltare a fornitori esterni, in altre regioni, all’estero, in Cina». Oltre a mantenere il lavoro a Genova, il centro doveva essere in raccordo con l’Università, con un laboratorio comune di qualificazione e collaudo. Un investimento tra 7 e 8 milioni di euro su 12 mila metri quadrati.

Il progetto prevedeva «la messa in sicurezza del torrente Brumà, interrato negli Anni Ottanta, e la stabilizzazione della discarica, evitando allagamenti che infatti si sono verificati nella zona. Nella valle ci sono persino un laghetto e un bosco con gli scoiattoli: sarebbe divenuto il campus del parco tecnologico». Insomma, uno stabilimento di categoria “A+” come non ne esistono in Italia. La fabbrica della Phase in Cina, firmata dallo stesso architetto italiano, Roberto Pellino, che aveva preparato il progetto della sede di Genova, ha ricevuto un premio di architettura (il South Pacific Design Award).

A bloccare le cose a Genova, la burocrazia: il piano di bacino che non corrispondeva al piano regolatore, la conferenza dei servizi che deve mettere insieme 32 soggetti che poi non partecipano, e poi il raddoppio deciso dal Comune degli oneri di urbanizzazione per gli edifici industriali: «In pratica, questo ci sarebbe costato un milione in più, che si aggiungeva al milione destinato alle opere sul torrente».

In questa paralisi, nel 2014 la Regione segnala a Phase l’opportunità di insediarsi nelle aree Piaggio Aeroindustries, vicino all’aeroporto di Genova: l’azienda di aeronautica aveva annunciato la chiusura dello stabilimento per concentrare tutte le attività a Villanova. Vista la conclamata intenzione della Piaggio di lasciare l’area, Phase fa domanda di subentro: l’azienda non risponde, l’Autorità portuale, prende tempo.

«Un anno fa presentavamo una manifestazione di interesse ufficiale, condizionandola a decisioni entro tre mesi: la risposta dell’Authority è arrivata parecchi mesi dopo, e in sostanza dice che in tempi non definiti si sarebbe fatta una gara per le aree. Siccome i tempi non sono definiti - conclude Venturini - un mese fa ci siamo anche resi disponibili a utilizzare gli spazi Piaggio, pagando un canone di occupazione e impegnandoci a liberare l’area nel caso in cui la gara non ci vedesse vincitori. Attendiamo una risposta».

Religione in tv, monopolio assoluto della Chiesa cattolica

repubblica.it
di PAOLO RODARI

Nella stagione 2014-2015, al cattolicesimo è andato l'86 per cento dello spazio nei talk show. Ma solo un'ora è stata dedicata agli scandali vaticani. Triplicate le fiction. E' la fotografia sulla televisione generalista presentata da "Critica liberale"

Religione in tv, monopolio assoluto della Chiesa cattolica

Esiste un "monopolio assoluto della confessione cattolica" rispetto alle altre religioni nei programmi trasmessi dalla tv generalista in Italia. Nella stagione 2014-15, l'86,6% dei soggetti confessionali presenti nei principali talk show è cattolico. E nonostante ciò solo un'ora (1,7% del tempo), delle 60 complessive dedicate a temi religiosi, è stata riservata agli scandali vaticani. Per il resto si è parlato, ad esempio, di questioni relative al terrorismo islamico (20% del tempo) o della figura di Papa Francesco (11,5%).

Lo rilevano il V Rapporto sulle confessioni religiose e Tv e il VI Rapporto sui telegiornali, presentati oggi alla Camera da Critica Liberale. In un anno, ha osservato il direttore del trimestrale Enzo Marzo, sono raddoppiate le fiction religiose (da 311 a 603) trasmesse dalle principali reti generaliste: il 92% riguarda la confessione cattolica. Aumentano anche le ore delle trasmissioni dedicate ad argomenti religiosi, che passano da 380 a 421: dei 732 programmi, il 70% è di confessione cattolica. In crescita anche lo spazio che telegiornali e reti all news riservano a Francesco, rispetto a Benedetto XVI. Nel 2014 il tempo di parola di Bergoglio nei tg è stato di 35 ore e 32 minuti, nel 2012 il tempo di parola di Ratzinger era di 16 ore e 54 minuti.

Se Panebianco non può esprimere opinioni (che non condivido) meglio partire

repubblica.it
di ILVO DIAMANTI

Se Panebianco non può esprimere opinioni (che non condivido) meglio partire

Ho studiato a Padova negli anni '70. E a Padova ho cominciato a insegnare – da precario, ovviamente - alla fine di quel decennio. Ho conosciuto bene, per questo, quegli anni bui. Quando studiare e insegnare non era facile. Perché l’Autonomia, allora, non era solo – né principalmente – una rivendicazione di libertà e indipendenza. Ma, spesso, l’esatto contrario.

Così rabbrividisco di fronte alle contestazioni dei giorni scorsi contro Angelo Panebianco, durante le sue lezioni. Nelle aule dell’Università. Perché si tratta di un attacco alla libertà e all’indipendenza di un docente. Quindi, contro l’autonomia - uso l’iniziale minuscola solo per evitare confusioni -  dell’insegnamento e della ricerca. E contro la libera espressione delle opinioni. In definitiva: un attentato all’Opinione Pubblica libera. Angelo Panebianco è uno Scienziato Politico fra i più noti e riconosciuti.

Autore e co-autore di manuali sui quali si sono formati gli studenti di numerose Università. Anche nel mio corso, a Urbino. Il suo testo sui partiti politici è tradotto e utilizzato in tutte le principali sedi scientifiche internazionali. Impedirgli di insegnare, di tenere lezione è un atto indegno. E autolesionista: per l’Università e per gli studenti. Tanto più se il motivo – l’alibi – sono le sue opinioni espresse su un importante quotidiano. In questo caso, sulla guerra, sull’intervento in Libia.

Ma lo stesso discorso sarebbe valido per qualsiasi altro argomento. Perché le idee si possono discutere, non impedire. Non si possono “arrestare”.Per questo: tutto il mio sostegno ad Angelo Panebianco. Al suo diritto di esprimere le proprie idee e opinioni. Liberamente e apertamente. Anche quando sono diverse dalle mie – come, peraltro, succede. Perché non c’è futuro per la nostra Università (io insisto a scriverla con l’iniziale maiuscola) e per la nostra democrazia, se si impedisce ad Angelo Panebianco – e a qualsiasi altro professore, ricercatore, intellettuale – di insegnare.

A causa delle sue idee. Delle sue opinioni. Espresse in un giornale o in un’altra tribuna pubblica. Perché l’Università, insieme ai suoi docenti e ricercatori, deve partecipare al dibattito pubblico. Per questo manifesto pubblicamente il mio aperto sostegno a Panebianco. Non per “spirito di casta”. Ma per legittima difesa. Per continuare ad esprimere – io stesso - opinioni e idee, in sedi pubbliche, con la stessa libertà e autonomia di sempre. Anche se può non piacere. Anche – e tanto più - se può dispiacere.

Diversamente, meglio andarsene. Altrove.

mercoledì 24 febbraio 2016

Il generale italiano prigioniero degli iracheni nella guerra del Golfo torna a Kuwait City da “star”

La Stampa
francesco grignetti

Gianmarco Bellini ospite in città per il Giubileo della Liberazione ricorda i giorni della prigionia: «Fin dal primo interrogatorio, fu durissima tra percosse e pressioni»

Il generale Gianmarco Bellini fu tenuto prigioniero dagli iracheni per 47 giorni durante la prima guerra del Golfo

Era di questi giorni, venticinque anni fa. Un’avanguardia dell’esercito americano entrava a Kuwait City, dopo che le truppe di Saddam Hussein avevano sgomberato la città di corsa (finendo peraltro massacrate in un inferno di ferro e di fuoco sull’autostrada per Baghdad). Venticinque anni dopo, a Kuwait City si festeggia il Giubileo della Liberazione. 

Ospiti d’onore sono quelli che combatterono la Prima Guerra del Golfo. Alcuni uomini, in particolare, ricevono festeggiamenti speciali: quei piloti e navigatori che furono abbattuti durante la campagna aerea che precedette l’invasione di terra. Il generale Gianmarco Bellini è uno di quelli. Assieme al navigatore Maurizio Cocciolone, Bellini era a bordo di un Tornado che fu abbattuto dalla contraerea e tenuto in prigionia per 47 giorni. «Sono particolarmente emozionato ad essere in Kuwait - racconta - e fiero di avere partecipato alla liberazione di questo popolo». 



Sono rimasti in contatto tra loro, gli ex prigionieri di guerra dell’Iraq. Una trentina tra americani, inglesi, kuwaitiani, italiani. Se la videro brutta. Non l’hanno dimenticato, nè li ha dimenticati la gente del Kuwait. «Non pensavo, qui mi trattano come una star. Mi riconoscono per strada, mi salutano, mi ringraziano». In questi giorni di festeggiamenti, Bellini è tornato più volte con la memoria ai giorni cupi della prigionia. «Fin dal primo interrogatorio, fu durissima. Non sto a dire del trattamento che ci riservarono, delle percosse, della pressione... Uno, per scherno, mi disse: “Noi siamo un popolo del Terzo Mondo, non abbiamo mica firmato la Convenzione di Ginevra”. E infatti con noi non la rispettarono». Per i piloti caduti nelle mani della Guardia nazionale irachena, furono giorni di botte e di esecuzioni simulate. Giorni di fame. 



Bellini era irriconoscibile quando fu liberato: in 47 giorni di prigionia aveva perso 20 chilogrammi. Non furono date le regolari comunicazioni alla Croce Rossa Internazionale. A casa Bellini rimasero in ansia per un mese e mezzo. Contro le indicazioni della Convenzione di Ginevra, poi, anziché rinchiuderli in un campo per prigionieri di guerra, i piloti alleati furono rinchiusi nelle piccole celle del quartier generale della Guardia Nazionale, a Baghdad. E quando quell’edificio fu bombardato e distrutto, loro erano lì, nei seminterrati, a soffocare tra la polvere e i fumi dell’esplosivo. «Ci tirarono fuori dopo otto interminabili ore». Nessuno sa quanti piloti alleati morirono in quell’incursione.

E oggi, partecipando alle rievocazioni di quei giorni, quali sentimenti prova il generale Bellini? «Un intimo orgoglio di avere fatto la cosa giusta. Mi sento come un chirurgo che esce dalla sala operatoria avendo salvato il paziente. Noi abbiamo salvato questa gente». 

Cerchi nella neve a Chamois, la foto diventa virale

La Stampa
cristian pellissier

Niente Ufo, il disegno è frutto dell’estro artistico di Gian Mario ed Eric Navillod ed è stato realizzato con le ciaspole.



In Valle d'Aosta sono cerchi apparsi sulla neve. Gli Ufo non c’entrano nulla perché i meriti sono tutti umani, da attribuire all’estro artistico e al lavoro della guida ambientale di Antey-Saint-André Gian Mario Navillod e del maestro d'arte Eric Navillod. I due, insieme, hanno realizzato un vero e proprio labirinto sulla neve.

L'opera è a Chamois, proprio sotto all'Hôtel Maison Cly: si tratta di un labirinto rotondo, con un diametro di 29 metri. È stato realizzato utilizzando le ciaspole e con sapienti movimenti sul manto immacolato è apparsa l'immagine, dominata al centro da un grande cuore. Sul suo sito internet (gian.mario.navillod.it) Navillod spiega: «Il disegno si ispira a quello del Labirinto di Chartres», costruito all'interno della cattedrale francese nel 1194. Se il labirinto originale è sopravvissuto ai secoli, quello di Chamois è destinato a sciogliersi con i primi caldi o a sparire con una nuova nevicata ma la sua provvisorietà non fa che accrescerne il fascino.

Immagine virale
L'opera è stata realizzata il 13 febbraio, per regalare una sorpresa agli innamorati che hanno scelto Chamois per trascorrere il loro San Valentino, ma è ancora visibile. Turisti e valdostani a passeggio per Chamois non hanno potuto non notarla e in breve il labirinto di Chamois è diventato una foto virale in Valle d’Aosta. Una giovane aostana, Daria Pasquettaz, domenica era a Chamois con amici e ha condiviso la foto su Facebook, nel gruppo «Sei di Aosta se...». In poche ore l'immagine ha ricevuto  471 «mi piace» ed è stata condivisa da 139 persone.


L’uomo che vive nella casa che gira: “L’ho costruita per stare sempre al sole”

La Stampa
andrea garassino

Nel Cuneese il sogno realizzato di un 80enne: gli amici pensavano fossi pazzo. “La forma a fungo? Avevo poco terreno e volevo godermi la vista sulla pianura”


Baciato dai raggi. Michele Beltramone, 80 anni, ex idraulico, ha avuto l’idea della casa che gira montando il palco - rotondo - per il ballo liscio

Gira interamente su se stessa seguendo il sole come un girasole, come i ristoranti sulle torri di Berlino, Vienna, Toronto e New York. Ma questa è una casa e qui siamo a Barge, nel Cuneese. Ci abita chi l’ha progettata e costruita 30 anni fa: Michele Beltramone, 81 anni ad agosto, idraulico in pensione («ma lavoro ancora» dice). Titolo di studio: quinta elementare. 

La «Casa che gira» sembra un incrocio tra un fungo e un’astronave. «Avevo un appezzamento su questo sperone roccioso – dice – da cui si gode di una bella vista sul paese e anche su tutta la pianura fino a Torino e alle Langhe. Volevo un progetto particolare perché qui non c’era una superficie piana estesa. Ne ho parlato con il mio geometra. Dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino mi fece notare che il nostro territorio era conosciuto per i funghi e che dovevo pensare ad una casa con quella forma. Allora, ho ribattuto: se girasse su se stessa»?

L’IDEA


MCOBER

Manca ancora il progetto e passano un paio d’anni. «Nella mia borgata stavamo montando un palco per il ballo liscio – prosegue -, che è rotondo. Mi è tornato in mente il discorso della casa a forma di fungo, rotante. Ho preso un gesso e ho iniziato a disegnare per terra, sulla strada. I miei amici hanno pensato fossi impazzito, ma ho visto dal disegno che la disposizione delle stanze poteva funzionare e ho capito che dovevo darmi da fare e iniziare a costruire».

I lavori sono iniziati nel 1983 e sono finiti nel 1986, 30 anni fa «anche se con una casa così non si conclude mai, è sempre un cantiere aperto».

Ingranaggi e motore sono un’altra delle creazioni dell’eclettico Beltramone. «Il motore, 2 cavalli, è alimentato a elettricità - spiega -. Consuma pochissimo, come una vecchia lampadina da 100 candele, e permette alla casa di girare su stessa in 56 minuti, ed è la velocità massima, mentre con quella minima la rivoluzione completa si compie in 24 ore. Così, se sto seduto in cucina tutto il giorno, sono sempre baciato dal sole. Ho assemblato pezzi, ingranaggi, rotelle, pulegge, acquistando qualcosa e recuperando altro. All’inizio avevo anche parti di una vecchia Mercedes».

IL PUNTO FERMO


MCOBER

(Il tetto della casa che gira su se stessa è formato da una cupola in acciaio inox, sotto il quale Michele Beltramone ha piazzato putrelle e tiranti che formano la struttura della casa e le garantiscono solidità)
Il «cuore mobile» della casa è nella cantina sottoterra, in mezzo a salami casalinghi e a bottiglie di vino locale. E’ l’unica parte della costruzione che non ruota, si trova esattamente sotto il «piedistallo» ed è lì che c’è anche il cuscinetto composto da 98 sfere, che da solo pesa 30 quintali. Il peso totale dell’edificio è di 4 mila quintali: «Non spiegherò a nessuno come ho fatto a calcolarlo... Ci provino scienziati e i studiosi».

L’altezza dell’edificio è di oltre 8 metri. L’abitazione ha un diametro di 16 metri, mentre il «piedistallo» è largo 5. All’interno sono state ricavate 7 stanze, di cui due bagni. Il tetto è formato da una cupola in acciaio inox, sotto il quale ci sono putrelle e tiranti che formano la struttura della casa e le danno solidità. «A un certo punto ho ricevuto un’offerta - ricorda - per vendere: volevano fare di questa casa un club privato, ma ho subito rifiutato. È un progetto unico e non saprei dargli un valore. Avvio la rotazione quando organizziamo cene o feste o quando voglio passare una giornata interamente al sole».

Dopo decenni trascorsi nella «Casa che gira» a forma di fungo, Beltramone progettava anche il suo «riposo eterno» in una struttura con le stesse sembianze: «Non ho ottenuto i permessi ma ho costruito ugualmente una tomba unica, disegnata da me, coperta da una cupola semicircolare, sorretta da un’enorme pietra da 160 quintali. La “Casa che gira” resterà ai miei famigliari e decideranno loro che cosa farne». 

Quel Mussolini chiuso negli scantinati della storia

Gianpaolo Iacobini



Per 70 anni e più l’hanno tenuto in uno scantinato. Faceva paura, come fa paura all’Italia fare i conti con la storia. E per questo l’hanno segregato.

Qualche giorno fa dagli archivi sotterranei del palazzo della Provincia di Potenza è saltato fuori il busto bronzeo raffigurante Benito Mussolini, realizzato in occasione della visita del Duce in città il 27 agosto del 1936. Poco più in là, mancante di qualche pezzo ormai perduto e finito chissà dove, giaceva la targa di marmo sulla quale erano state incise le parole del discorso (breve) pronunciato nell’occasione. Una prigionia surreale: in genere, le vestigia del passato diventano memoria di popolo, ancor più quando legate a periodi storici travagliati e insanguinati, perché fungano in tal caso da monito perenne. Qui da noi no. Le cose vanno diversamente. Ed alla storicizzazione si preferisce la rimozione tout court.

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Nessuna meraviglia, allora, che una scultura venga condannata all’oblìo e rinchiusa nelle segrete. E’ la debolezza di una nazione che si rifiuta di affrontare, con spirito critico, il suo passato. Che non riesce ad elaborare una memoria democratica di un tempo che, per quanto ingombrante, non può essere cancellato. Che sceglie consapevolmente di alimentare la dicotomia tra oscuramento e nostalgia pur di tenere lontana la verità storica.

A chi giova? Ai costruttori di muri: quelli che hanno bisogno di nostalgici da avversare per giustificare l’esistenza di miti (i propri) da alimentare. Il che non è un bene neppure per la Resistenza, vittima di un celebrativismo che ne ha imbalsamato l’eredità morale e politica.

Un paradosso tra i tanti, in un Paese dove il termine “fascista” è ormai solo un insulto ma in cui non passa giorno senza che vengano organizzati convegni e mostre su vicende, protagonisti e correnti culturali del Ventennio. Non sfuggono alla trappola neppure i virgulti di classe dirigente venuti su dopo la fine della guerra fredda: a Predappio, il sindaco (con tessera Pd) ha proposto l’istituzione di un museo del fascismo, spinto – più che altro – da ragioni di promozione turistica e dunque dall’intento di far cassa.

A Potenza, invece, il presidente dell’amministrazione provinciale, pure lui del Pd, una volta rimessi meritoriamente in libertà i fascistissimi e perciò pericolosissimi cimeli classe 1936 ha subito dettato alle agenzie di stampa le condizioni della liberazione: «L’opera di recupero ed esposizione dei reperti non vuole in alcun modo cancellare o modificare la storia e le epocali responsabilità del fascismo e di Mussolini». Già, ma quale storia?

Una storia di stelle e trionfi: 20 cose da sapere sui premi Oscar

La Stampa

La storia degli Oscar è lunga e ricca di vittorie, primati e grande amore per la settima arte. La ripercorriamo in 20 curiosità

Oscar

Ogni anno li critichiamo, ogni anno ci scanniamo su chi dovrebbe vincere, su chi è stato ignorato e chi non meritava tanta attenzione. Eppure, ogni anno non possiamo fare a meno di seguirli. Che crediate o meno nell'importanza di dare premi a chi il cinema lo fa di mestiere, gli Academy Awards sono da quasi un secolo un punto fermo per ogni cinefilo che si rispetti. Il 28 febbraio, la notte in cui verranno consegnati gli 88mi Oscar, si avvicina sempre di più. Ripercorriamo così la storia dell'Academy e dei suoi premi in 20 curiosità che (forse) non sapevate. In rigoroso ordine cronologico.

1927 – Nasce l'Academy of Motion Picture Arts and Sciences. La proposta arriva dal capo della MGM Louis B. Mayer, durante una cena a casa sua.



La statuetta. Quando l'Academy si forma, nel 1927, viene deciso di creare un premio per il cinema. Nascono gli Academy Awards, e il direttore della MGM Cedric Gibbons disegna il premio, la statuetta di un cavaliere che brandisce una spada e sta in piedi su una base a forma di pellicola cinematografica. La statuetta poi soprannominata “Oscar” (perché, pare, il direttore esecutivo dell'Academy Margaret Herrick ne paragonò l'aspetto a suo zio Oscar), viene riprodotta ogni gennaio dalla R.S. Owens & Company di Chicago, che ha ricevuto l'incarico ufficiale nel 1982.

1929 – I primi Oscar. La prima Notte degli Oscar si tenne il 16 maggio 1929 e fu poco più di un banchetto con 270 invitato al Roosevelt Hotel di Hollywood.
1930 – Arriva il sonoro. La canzone di Broadway di Harry Beaumont è il primo film sonoro premiato con l'Oscar per il miglior film.
1934 – Nuove categorie. I premi al miglior montaggio, miglior colonna sonora e miglior canzone vengono aggiunti alle categorie degli Oscar.
1936 – Non protagonisti. I primi Oscar agli attori non protagonisti vengono consegnati nel 1936 a Walter Brennan per Ambizione e Gale Sondergaard per Avorio nero.
1939 – Effetti molto speciali. Fred Sersen ed E. H. Hansen sono i primi a vincere l'Oscar per gli effetti speciali con La grande pioggia. Nel 1964 la categoria sarebbe stata divisa in effetti sonori e visivi.
1940 – Il colore. Via col vento è il primo film a colori a vincere l'Oscar.



Un altro colore. Lo stesso anno, Hattie McDaniel è la prima attrice afro-americana a vincere l'Oscar come non protagonista, sempre per Via col vento.

1947 – I film stranieri. Sciuscià è il primo film a vincere un premio speciale per il cinema straniero. Ne sarebbero stati consegnati altri sette prima dell'istituzione ufficiale della categoria Miglior film straniero nel 1956.
1948 – Hollywood premia la Regina. Amleto di Laurence Olivier, finanziato e girato in Inghilterra, è il primo film non hollywoodiano a vincere l'Oscar per il miglior film.
1953 – La diretta TV. Per la prima volta, milioni di spettatori negli Stati Uniti possono seguire la Notte degli Oscar in diretta sui loro televisori.


1961 – Sophia Loren entra nella storia. È la prima attrice a vincere un Oscar per una performance non in lingua inglese (il film è La ciociara).
1966 – Gli Oscar a colori. La diretta TV è finalmente a colori.

Gli Oscar rinviati. Le uniche due occasioni in cui la Notte degli Oscar fu posticipata furono nel 1968 e nel 1981. Nel primo caso, la cerimonia fu spostata di due giorni, dall'8 al 10 aprile, per via dell'assassinio di Martin Luther King. Nel secondo, fu l'attentato al presidente Reagan a spingere al rinvio di 24 ore.
1969 – Mondovisione. Gli Oscar vengono trasmessi per la prima volta in tutto il mondo e raggiungono oltre 200 paesi.
1974 – Il primo sequel da Oscar. Il padrino: Parte II è il primo sequel a vincere come miglior film. Il bis sarebbe arrivato solamente 29 anni dopo con Il signore degli anelli: Il ritorno del re. Da allora, nessun altro sequel ha avuto lo stesso onore.
1982 – Make-up da Oscar. Rick Baker, geniale artista del trucco, è il primo tra i suoi colleghi a ricevere il premio per il miglior make-up, per il suo straordinario lavoro in Un lupo mannaro americano a Londra.



2002 – Un anno animato. Shrek è il primo cartoon a vincere l'Oscar al Miglior film d'animazione.
2012 – Si chiude il cerchio. The Artist è l'ultimo film in bianco e nero (e muto, per giunta) a vincere come Miglior film.