mercoledì 30 dicembre 2015

Battaglia legale tra eredi centenari Così la Hoepli finisce a un custode

Corriere della sera
di Michelangelo Borrillo

Il tribunale di Milano ha deciso il sequestro giudiziario del pacchetto di controllo. Da 5 anni Bianca Maria e Ulrico Carlo litigano su un documento che risale al 1954 

 

 La battaglia legale che si combatte da circa cinque anni tra due rami della famiglia Hoepli sfocia nel sequestro giudiziario del pacchetto di controllo della storica casa editrice. Nei giorni scorsi il tribunale di Milano ha disposto il sequestro del 60% delle azioni che fanno capo al ramo di Ulrico Carlo Hoepli affidandole a un custode terzo, il professor Matteo Rescigno, ordinario di diritto commerciale della facoltà di Giurisprudenza di Milano. Si tratta di un procedimento cautelare collegato a due cause promosse all’estero: una al tribunale del Canton di Zugo, in Svizzera, l’altra a quello di Vaduz, in Liechtenstein.

La guerra tra zia (100 anni) e nipote (80 anni)
La prima particolarità della contesa è che la guerra legale si combatte tra una centenaria — Bianca Maria Hoepli — e il nipote di 80 anni — Ulrico Carlo Hoepli — figlio del fratello Ulrico deceduto nel 2003. La seconda particolarità è che la documentazione prodotta da Bianca Maria Hoepli risale a più di 60 anni fa, a un accordo sottoscritto il 15 novembre del 1954 dai tre fratelli Hoepli (Ulrico, Gianni Enrico e Bianca Maria, appunto) che prevedeva la seguente suddivisione delle azioni della casa editrice: 40% ciascuno ai due fratelli, il 20% rimanente alla sorella. Che adesso rivendica il 60% delle azioni quale erede universale testamentaria del fratello Gianni Enrico morto nel 2006. 

A complicare la situazione sono intervenuti, nel corso del tempo, sia la spersonalizzazione della proprietà delle azioni della casa editrice attraverso intestazioni fiduciarie alla Sef spa e alla società svizzera Finedit sa (e l’effettiva proprietà delle azioni Sef facente capo alle fiduciarie Editio Anstalt e Aedificatio Anstalt, società anonime con sede in Liechtenstein) sia gli aumenti di capitale che negli anni potrebbero aver variato i pesi azionari degli eredi. In attesa dell’esito delle cause in Svizzera e Liechtenstein, comunque, il tribunale di Milano (nella persona del presidente della sezione specializzata in materia societaria, Elena Riva Crugnola) ha riconosciuto il rischio derivante da un trasferimento delle azioni a terzi con la finalità di sottrarle al ramo della famiglia che fa capo a Bianca Maria.
Una storia di 145 anni
Adesso la gestione della società passa di fatto dal rappresentante della storica famiglia svizzera — nel 1870 Ulrico Hoepli rilevò la libreria di Theodor Laengner in Galleria De Cristoforis a Milano, affiancando successivamente l’attività editoriale a quella libraria — a un custode. «La signora Bianca Maria — fa sapere il suo legale Giorgio Galbiati (mentre Ulrico Carlo è assistito da Andrea Tracanella) — esprime il più grave rammarico per il complesso contenzioso in essere, il cui avvio ha peraltro costituito un passo obbligato, stante la gravità dei torti subiti, e mirato al riconoscimento dei suoi diritti». Il contenzioso degli ultimi anni non ha comunque intaccato la gestione della società specializzata in testi tecnici che dà lavoro a 96 persone e ha chiuso l’esercizio al 30 giugno 2015 con 27,7 milioni di fatturato e un utile di 139 mila euro. 

30 dicembre 2015 (modifica il 30 dicembre 2015 | 16:19)

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Apple, accordo con l’Agenzia delle entrate: al fisco 318 milioni di euro

Corriere della sera

L’azienda di Cupertino era stata accusata di aver venduto in Italia attraverso una società di consulenza, la Apple Italia srl, una società di facciata, e aver fatturato in Irlanda, con la Apple sales international, per usufruire degli sconti fiscali

 Apple restituirà 318 milioni di euro al fisco italiano: si chiude con un accordo l’indagine aperta dall’Agenzia delle entrate, coordinata dal procuratore di Milano Francesco Greco, che ha accertato il gap enorme tra le vendite reali in Italia (oltre il miliardo di euro nei sette anni tra il 2008 e il 2013) della casa di Cupertino e i suoi apparenti ricavi, circa 30 milioni di euro. L’accordo, rivelato da Repubblica, arriva dopo una contestazione da parte dell’Agenzia delle entrate alla Apple di 880 milioni di euro per Ires evasa negli anni tra il 2008 e il 2013.

Il doppio binario
Il meccanismo era semplice, ed è lo stesso adoperato dalla Apple anche in altri Stati: apparentemente in Italia ad operare era la Apple Italia srl, una società di facciata, una semplice consulente della irlandese Apples sales international, sostituita nel 2012 da Apple distribution international. Sulla carta, Apple Italia avrebbe dovuto svolgere solo consulenza, e infatti le venivano riconosciuti ricavi pari a sostenere i costi di struttura, e niente di più. In sette anni, parliamo di appena 30 milioni di euro a fronte di un miliardo di utili, che finivano in Irlanda, dove Apple pagava aliquote bassissime, grazie ad accordi molto vantaggiosi stretti con il governo locale. Ma la realtà era molto diversa: i venditori in Italia avevano un’autonomia gestionale totale. Potevano seguire l’intero ciclo di vendite, contrattare prezzi e sconti per i clienti, negoziare condizioni economiche e contrattuali. Una sorta di struttura «occulta» che concludeva i contratti per la Apple irlandese e ne dipendeva anche economicamente.
Cook: «Paghiamo più tasse di chiunque altro»
L’inchiesta dell’Agenzia delle entrate puntava proprio a dimostrare che le vendite sono state realizzate e gestite dall’Italia, e che la società irlandese era solo un terminale per i pagamenti, esattamente come avviene per molti altri Paesi. Dove sistematicamente Apple crea società che non hanno residenza fiscale e che fanno confluire il fatturato in Irlanda, evadendo così la più severa tassazione locale. Un meccanismo anomalo che era finito anche nel mirino della Commissione europea. Criticato anche negli Stati Uniti per aver evaso 9 miliardi di dollari di tasse negli Usa nel 2012 con i miliardi di liquidità parcheggiati offshore, Tim Cook proprio qualche giorno fa ha difeso l’azienda di Cupertino: 

«Siamo l’azienda che paga di più in questo paese di chiunque altro», ha sottolineato Cook, criticando il fisco americano come obsoleto: «E’ stato creato per l’era industriale, non per quella digitale. E questo è un male per l’America. Doveva essere rivisto molti anni fa» affermava Cook, sottolineando che le critiche mosse sui 180 miliardi di dollari all’estero di Apple sono solo «politiche». «Mi piacerebbe rimpatriarli- ha detto Cook- ma con l’attuale imposizione fiscale non ha senso. Costerebbe il 40% in tasse rimpatriarli. E non è una cosa ragionevole da fare». 

30 dicembre 2015 (modifica il 30 dicembre 2015 | 08:06)

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