martedì 29 dicembre 2015

C’è un sito che permette di navigare nell’internet del passato, con la velocità del passato

La Stampa
dario marchetti

Basta un clic su oldweb.today per tornare alla velocità di 56k ed esplorare internet come agli inizi degli anni duemila

 

L’unica cosa che manca davvero sono gli indimenticabili rumori dei vecchi modem. Per il resto, il sito oldweb.today riesce a ricreare perfettamente la navigazione su internet di fine anni ‘90, quando la velocità standard era di appena 56kb per secondo (contro i 6mb/s di oggi) e caricare una pagina poteva richiedere anche interi minuti.


Oltre al sito da visitare, Oldweb permette anche di selezionare l’anno e il mese a cui tornare nel tempo e il browser da utilizzare, scegliendo tra vecchie versioni di Internet Explorer e Netscape Navigator. Ma il bello è che il sito riesce a emulare fedelmente l’esperienza dell’epoca, limitando la nostra connessione per renderla simile a quella dei primi anni duemila: saltare da un sito all’altro si trasforma così in un’attesa snervante, soprattutto per i più giovani, abituati a una rete internet che ormai permette (quasi sempre) di fruire musica e video in streaming col tocco di un dito, ovunque ci si trovi.

Eppure, nonostante la lentezza dell’infrastruttura, i colossi della Rete, da Amazon a Google, passando per Yahoo, erano già tutti lì: come a dire che quando un’idea è buona, l’innovazione non conosce limiti.

Oltre al sito da visitare, Oldweb permette anche di selezionare l’anno e il mese a cui tornare nel tempo e il browser da utilizzare, scegliendo tra vecchie versioni di Internet Explorer e Netscape Navigator. Ma il bello è che il sito riesce a emulare fedelmente l’esperienza dell’epoca, limitando la nostra connessione per renderla simile a quella dei primi anni duemila: saltare da un sito all’altro si trasforma così in un’attesa snervante, soprattutto per i più giovani, abituati a una rete internet che ormai permette (quasi sempre) di fruire musica e video in streaming col tocco di un dito, ovunque ci si trovi.

Eppure, nonostante la lentezza dell’infrastruttura, i colossi della Rete, da Amazon a Google, passando per Yahoo, erano già tutti lì: come a dire che quando un’idea è buona, l’innovazione non conosce limiti.

Gli rubarono Strangers in the Night, ha fatto fortuna con i sigari

La Stampa


La straordinaria vicenda di Avo Uvezian, il vero autore della hit di Frank Sinatra, che grazie al tabacco ha recuperato i soldi perduti

 
 Avo Uvezian, di origini armene, è nato a Beirut nel 1926. Pianista jazz, nel 1947 si era trasferito a New York, quindi nella Repubblica Dominicana. Oggi vive in Florida

Certe volte la vita ricompensa i torti subiti, e insegna a rimettere i debiti degli altri, così come lei ripaga i tuoi. Prendete ad esempio la storia di Avo Uvezian, dei suoi sigari, e di una delle canzoni più famose di sempre.

Avo, che il New York Times ha scovato a Orlando per raccontare la sua singolare vicenda, è nato nel 1926 a Beirut da genitori di origini armene. Il Libano era già allora un porto di mare frequentato da rifugiati, commercianti, avventurieri di ogni genere, e Uvezian era cresciuto imparando le lingue e la musica. Suonava il piano e aveva creato un gruppo jazz, con cui si esibiva in tutto il Medio Oriente, dalle coste del Mediterraneo fino all’Iran, dove era diventato uno degli intrattenitori personali dello Scià.

Dopo la guerra, nel 1947, si era trasferito a New York e aveva cominciato a frequentare la prestigiosa Juilliard School of Music. Voleva affinare le sue capacità e diventare compositore. Verso la metà degli anni 60 si era costruito ormai un repertorio di tutto rispetto, e un amico che conosceva Frank Sinatra lo aveva presentato a The Voice, per fargli sentire uno dei suoi pezzi migliori intitolato Broken Guitar.

«Sinatra – ha raccontato Avo al N.Y. Times – lo aveva ascoltato e aveva detto: la melodia mi piace, ma devi cambiare le parole». Il compito di riscrivere i versi era stato affidato ai professionisti della casa discografica, che avevano aggiustato anche il titolo. Il brano così era diventato Strangers in the Night, registrato nel 1966 e diventato in breve il numero 1 di tutte le classifiche di vendita.

Il problema è che poco prima di farlo sentire a Sinatra, Uvezian aveva consegnato il suo pezzo anche a un amico tedesco, Bert Kaempfert, per pubblicarlo in Germania. Secondo Avo, e la sua versione è considerata molto plausibile dagli esperti del settore, Bert gli aveva rubato la paternità del brano, incassando anche tutti i relativi diritti ed elogi.

Deluso, Uvezian si era trasferito a Porto Rico, per suonare il piano nei resort. Laggiù aveva iniziato a conoscere i sigari, diventando un appassionato, soprattutto quando aveva scoperto quanto arrivavano a costare. Allora era andato nella Repubblica Dominicana, e assieme al maestro del tabacco Hendrik Kelner aveva creato la sua linea di prodotti.

Uno dei suoi sigari, l’Avo Classic, era arrivato all’attenzione del grande distributore di Ginevra Davidoff, che aveva cominciato a venderlo con grande successo, aggiungendo in seguito altre creazioni molto ricercate dai conoscitori, come l’Avo Xo. In breve Uvezian si era dimenticato il furto subìto nel mondo della musica con Strangers in the Night, recuperando i soldi che aveva perso grazie al tabacco. I distributori, infatti, dicono di aver venduto milioni dei suoi sigari.

Il 23 novembre scorso, alle 4,20 del pomeriggio, un uomo sui trent’anni è entrato nel negozio della Davidoff sulla Avenue of the Americas di New York, e ha rubato quattro scatole di Avo Xo da 261 dollari l’una. Un furtarello da poveraccio, che in una città come New York sarebbe passato del tutto inosservato, se non fosse che il creatore di quel sigaro era anche il musicista a cui mezzo secolo fa avevano rubato Strangers in the Night.

Uvezian quindi è stato subito informato dell’evento criminale, anche per sapere come intendeva reagire: fare denuncia? Cercare di identificare il ladro, per fargli giustamente pagare il suo reato? Avo, temprato nella saggezza dalle disavventure, ha preferito scrollare le spalle e dare a tutti una lezione di spirito: «Pazienza. Sono cose che capitano, nella vita».

Il dna del proprio amato da portare sempre con sé. Incastonato in un anello

repubblica.it
 

Un progetto su Kickstarter cerca fondi per mettere in cantiere la produzione di gioielli unici e ultra-personalizzati, contenenti il patrimonio genetico della persona cara, inglobato all'interno di particelle di vetro 

 Il dna del proprio amato da portare sempre con sé. Incastonato in un anello

PER QUEST'ANNO non avete fatto in tempo ma magari l'idea potrebbe essere buona per il prossimo Natale o per qualche occasione speciale: regalare "gemme" di dna, o meglio gioielli con dna incastonato. L'idea è quella di un progetto che ha cercato fondi su Kickstarter (e la quota soglia dei 20mila franchi svizzeri, circa 18.500 euro, è stata raggiunta entro la data di scadenza della campagna) che ha pensato di unire l'unicità del dna alla preziosità dei diamanti per creare gioielli ultra-personalizzati. Contenenti dna per l'appunto. Il progetto in questione si chiama Identity Inside e nasce dalla mente di un ingegnere chimico svizzero, Robert Grass, in cerca di un metodo per stabilizzare campioni di dna e di idee regalo originali per la moglie.

 Nel caso tutto andasse per il verso giusto con la campagna di raccolta fondi, per avere il vostro gioiello il percorso sarebbe un pochino più complicato che recarsi in gioielleria. Il primo passo sarebbe quello di procurarsi un kit per la raccolta del dna (in realtà ve lo manderebbero a casa direttamente gli ideatori del progetto): tamponi di cotone per raccogliere un po' di saliva (la vostra se volete regalare il vostro dna all'amato, per esempio). 

Dopo di che il tampone viene spedito nei labortatori di Grass in Svizzera in cui il dna viene prima estratto poi amplificato, di modo da averne una quantità maggiore di quella iniziale. A questo punto il materiale genetico non è altro che una (piccola) soluzione liquida che viene mescolata a una serie di sostanze che hanno lo scopo di fossilizzare il dna a temperatura ambiente, incapsulandolo alla fine all'interno di piccole particelle di vetro. In questo modo il dna viene salvaguardato, in modo simile, aggiunge Grass, a quanto avviene per i fossili conservati nell'ambra.

 Ora il vostro gioiello è quasi pronto: basta prendere le particelle di vetro (nella sostanza della polvere bianca contenente il dna) e incastonarle all'interno di un anello, un ciondolo o un orologio, dove verranno poi sigillate e protette da un diamante. Prezzo: 350 franchi svizzeri (circa 320 euro) per un anello.

Stando al suo ideatore, il dna fossile - che lui definisce il dono più intimo e personale che esista - così processato si mantiene stabile nel tempo. Anzi, aggiungono dal sito del progetto: il dna potrà essere recuperato in qualsiasi momento e in qualsiasi momento l'identità del proprietario potrebbe essere provata. Tramite analisi di laboratorio, ovviamente. Non solo: i produttori assicurano che mantenuto in condizioni ideali, ovvero lontano da radiazioni ultraviolette, fonti di calore estreme e senza danneggiarlo, il dna contenuto nel vostro gioiello potrà durare per almeno mille anni. 


Ora - ammesso che non è chiarissimo perché qualcuno dovrebbe voler spendere dei soldi per verificare l'autenticità del dna contenuto nell'anello - qualcuno potrebbe essere interessato a regalare qualcosa di così personale e unico che duri così a lungo. Abbastanza da poterlo considerare (anch'esso) per sempre.



Usa, è morta la "signora abbraccio": ha stretto a sé 500 mila soldati

Il Messaggero



Era conosciuta semplicemente come «signora Abbraccio» e per una generazione di soldati dispiegati al fronte, dall'Iraq all'Afghanistan, è stata una presenza stabilizzante nel corso degli ultimi 12 anni. E ora che Elizabeth Laird non c'è più, i militari che tornano a casa dalla guerra ne sentiranno sicuramente la mancanza. La simpatica vecchietta 83enne è morta giovedì scorso a Metroplex Hospital di Killeen, in Texas, dove era ricoverata dai primi di novembre al termine di una lunga battaglia contro il cancro al seno.

Elizabeth ha iniziato nel 2003 ad attendere all'aeroporto il ritorno di ogni singolo militare. Una missione decisa quando, dopo che un soldato dell'Esercito della Salvezza la abbracciò per la prima volta, notò la reazione degli altri militari. In questi anni ha donato centinaia di migliaia di abbracci, quasi 500.000 secondo il figlio, stringendo a sé soldati che erano inviati in missione e che tornavano a casa. Dispensava abbracci a tutte le ore del giorno, a prescindere dal tempo, fino a diventare una leggenda tra i militari. «Questo è il mio modo per ringraziarli per quello che fanno per il nostro paese», aveva detto la "Signora abbraccio" a FoxNews.com il mese scorso.

 Il colonnello Christopher C. Garver, un portavoce militare, dopo la morte di Laird ha rilasciato una dichiarazione in cui si legge che «a nome dei soldati, aviatori, civili e famiglie del III Corpo e della base militare di Fort Hood, voglio estendere le nostre sincere condoglianze alla famiglia della signora Elizabeth Laird, conosciuta in tutto il Texas centrale come la "Hug Lady". Lei per anni ha offerto a Fort Hood dedizione e sostegno ai nostri soldati, famiglie e dipendenti civili. Per più di un decennio ha detto personalmente addio alle nostre truppe che venivano dispiegate e le ha accolte al loro rientro. È con il cuore pesante che esprimiamo la nostra gratitudine ad Elizabeth, non solo per il suo servizio con la US Air Force, ma anche in riconoscimento dei suoi instancabili sforzi nel mostrare il suo apprezzamento ai nostri soldati e riconoscenza per i loro tanti sacrifici».

In un profilo di Elizabeth, il Fort Hood Sentinel la descrive come «una vera una celebrità tra i soldati». La donna ha spiegato al giornale che considerava i militari parte della sua famiglia allargata e ha raccontato di essere stata invitata anche a una cena per i giorno del Ringraziamento in una mensa di Fort Hood. «Ho guardato tutti i soldati seduti lì e ho pensato: questa è la mia famiglia. Sono meravigliosi, sento come se una parte di loro mi appartenesse e spero che una parte di me appartenga a loro».

Il ricovero della donna in ospedale non ha escluso dalla sua vita i soldati che amava. Suo figlio, Richard Dewees, ha detto al Washington Post che decine di militari sono andati a trovare la madre per incoraggiarla. Ora la sua eredità vive in una pagina di GoFundMe istituito da Dewees per contribuire a pagare le spese mediche della madre. La pagina ha raccolto quasi 95.000 dollari donati da più di 3.000 persone nel corso dell'ultimo mese, ovvero circa 85.000 dollari in più rispetto a quello che i familiari avevano originariamente chiesto. Il sito è inoltre pieno di messaggi di soldati che oltre a donare soldi hanno voluto condividere il ricordo di incontri brevi, ma memorabili, con lei.

«Era lì quando nel 2008 sono partito per l'Iraq e poi di nuovo quando sono tornato nel 2009», ha scritto Michael Singleton. «Ero nervoso perché non ero mai stato al di fuori del paese e avevo appena perso mia nonna. Quell'abbraccio mi ha aiutato, mi ha ricordato com'era mia nonna». «Mio marito ha avuto la benedizione di essere abbracciato 4 volte dentro e fuori di Fort Hood. Lei era una signora incredibilmente bella, il suo spirito mi ha fatto sorridere e il suo senso dell'umorismo era incredibile. Sarà nei nostri pensieri e preghiere», ha invece scritto Amy Schaefer.
 

Lunedì 28 Dicembre 2015, 16:29 - Ultimo aggiornamento: 16:45

Scaturchio tra storia e leggenda

Il Mattino
di Paolo Barbuto

 Scaturchio in una foto d'epoca

 Dici Scaturchio e pensi a babà, sfogliatelle, pastiere. Dici Scaturchio e pensi al centro storico, alle voci, alla gente, al profumo che ti trascina dentro quel negozio antico. Pensi a Napoli. È vero, questa storia che racconta le dolcezze della città, oggi conosciute in tutto il mondo, ruota tutta intorno a Napoli, anche se in fondo è un imprevedibile melting pot di cultura del profondo Sud e della Mitteleuropa, una ricetta scritta a dieci, venti mani da persone appassionate e tenaci capaci di attraversare guerre, fuga, terremoti per tenere fede alla promessa fatta più di cent’anni fa in un paesino della Calabria: i nostri dolci saranno famosi in tutto il mondo. Promessa mantenuta.

Dici Scaturchio e... da dove inizi? Forse dal finale, da quelle prelibatezze che oggi in ogni parte del globo rappresentano la dolcezza di Napoli. Partiamo dalla pastiera, da dove altrimenti? La ricetta è quella classica, la più classica che c’è, ma il segreto di quella di Scaturchio, che esce dal negozio nell’inconfondibile confezione di latta, sta nel dosaggio perfetto dell’acqua di fiori: né troppa né poca, devi sentire che c’è ma non deve coprire gli altri sapori.

E poi? Vabbé, quel babà Vesuvio che esordì al tavolo dei potenti nel G7 napoletano ormai è un pezzo di storia della pasticceria partenopea, è anche un dolce con marchio depositato: solo Scaturchio può farlo. Quando quel trionfale e soffice dolce venne presentato a Parigi, davanti ai migliori pasticcieri d’Europa, arrivò anche il guizzo del genio della pasticceria. Nel cuore del babà Vesuvio c’era ghiaccio secco che venne bagnato al momento opportuno: così il vulcano di Napoli arrivò in sala con il pennacchio di fumo, come nelle cartoline antiche. Standing ovation. Inutile tentare di correre avanti e indietro davanti alle vetrine dell’esposizione.

Cos’è meglio, le zeppole di San Giuseppe o le sfogliatelle? E poi meglio le ricce o le frolle? E mentre sei sovrappensiero arrivi di fronte al ministeriale e sei costretto a inchinarti. Pure quel cerchio di cioccolata farcito è un marchio depositato: nel mondo il «ministeriale» è solo di Scaturchio e nessun altro può imitarlo. E qui la nostra storia fa un salto all’indietro di un secolo. Negli anni Venti del ’900 nei café chantant di Napoli furoreggiava la diva Anna Fougez; di lei, assieme a centinaia d’altri, s’innamorò Francesco Scaturchio e la Fougez (che in verità si chiamava, più terra terra, Maria Annina Laganà Pappacena) gli chiese come dono d’amore l’invenzione di un dolce tutto nuovo.

Francesco, maestro cioccolatiere, creò un medaglione di cioccolato che, grazie a una segreta ricetta a base di liquori, conservava il ripieno di ingredienti deperibili (ricotta, nocciola, frutta) anche per quattro mesi. Roba incredibile per quell’epoca, un dolce che potevi conservare per mesi. Meglio «proteggerlo» pensarono gli Scaturchio, e chiesero al re di poterlo inserire tra i dolci di corte. Ma la procedura era lunga, documenti, prove, assaggi, lettere e pacchi da inviare, addirittura, alla sede di diversi ministeri.

Così, un giorno, Francesco Scaturchio sbottò: «Ma questo è un affare ministeriale», e così impose il nome a quel dolce farcito che ancora oggi fa ingolosire Napoli e il mondo intero. L’avrete capito da quest’ultimo racconto. La nostra storia affonda le radici nel tempo ed è stata iniziata da uomini e donne nati nell’800. Partiamo dalla Calabria, da un paese che si chiama Dasà, 28 chilometri da Vibo Valentia, un’economia basata sulla produzione di olive, millecento abitanti oggi, poco più di duemila all’epoca. A Dasà, dove la metà della popolazione fa ancora Scaturchio di cognome, all’inizio del ’900 c’è Pasquale che è il secondo di nove figli e ha imparato l’arte della pasticceria dalla sorella Rosa. A Pasquale quel paese sta stretto, prende la valigia e impiega tre giorni per raggiungere Napoli dove ha deciso che farà fortuna.

Lo seguono pian piano quasi tutti i fratelli compreso Giovanni, il più piccolo, che diventa primo assistente della sorella Rosa e bravissimo pasticciere. Poi arriva la Grande Guerra, il giovane Giovanni parte per il fronte. Tornerà alla fine del conflitto con una moglie austro-ungarica, Katharina Persolija che parla tedesco e lo ama da morire, e con una idea in testa: aprirò il mio negozio. Ecco, questo è il vero punto di partenza della nostra storia. Perché Giovanni nel 1920 piazza l’insegna «Scaturchio» sopra una bottega di piazza San Domenico Maggiore.

Lì già c’era una pasticceria che si chiamava Nord-Sud per via di proprietari provenienti per metà dall’alta Italia. Ed è lì che Scaturchio diventa Scaturchio. Nel laboratorio sistemato alle spalle si preparano babà, sfogliatelle, e anche i «susammielli», tipico dolce calabrese che fa il suo esordio a Napoli e che diventerà subito dolce natalizio prediletto dai partenopei. Ma la moglie austro-ungarica di Giovanni, ha insegnato al marito anche i segreti della «sua» pasticceria.

Così da Scaturchio si trova anche la Sacher migliore d’Italia e si sfornano strudel come nei bar di Vienna, e poi c’è uno strano tipo di dolce fatto di palline di brioche tutte ravvicinate e farcite con ogni leccornia. Il nome ufficiale sarebbe Buchteln ma ai napoletani vengono presentate come «Brioscine del Danubio»: oggi non c’è napoletano che non conosca il «Danubio», dolce o rustico.

Giovanni e Katharina hanno sei figli tra i quali Ivanka che sposerà un cugino venuto dalla Calabria, Francesco Cannatello, anche lui pasticciere, e raccoglierà l’eredità del locale assieme al fratello Mario, morto nella primavera di quest’anno, ultimo simbolo vivente della avventurosa storia di famiglia. Nel frattempo la fama delle bontà napoletane invade tutto il mondo. Nel locale storico di San Domenico Maggiore entrano napoletani, turisti e vip. I dolci di Scaturchio finiscono sulle tavole più importanti, alle feste dei regnanti d’Europa, ai galà degli uomini politici, dei potenti della terra.

E una Rai di metà anni ’90 che già tentava di lanciare la cucina sul piccolo schermo, quando si tratta di scegliere un pasticciere in grado di raccontare i segreti del dolce agli italiani, pensa subito a Napoli, a Mario Scaturchio. Poi un giorno arriva la telefonata dalla Santa Sede: è il 2003, Giovanni Paolo II festeggia i suoi 25 anni di pontificato. Bisogna preparare una torta di oltre cinquanta chili che raffiguri alla perfezione piazza San Pietro, quella torta parte da Napoli e finisce sulla tavola del Papa, accolta con applausi e ammirazione dagli ospiti del Santo Padre.

La storia recente della pasticceria più amata dai napoletani si arricchisce con altri artisti, oltre a quelli del dolce: Lello Esposito, Mimmo Palladino e Sergio Fermariello realizzano creazioni d’arredo uniche per il locale storico di piazza San Domenico, per quello del Vomero e anche per l’«Opera Cafè» nel foyer del teatro San Carlo. La storia recente registra anche momenti di buio profondo, superati con l’innesto di nuovi soci e nuovi capitali, ma con la stessa antica passione che ha segnato l’intera vicenda napoletana di Scaturchio. Perciò ancora oggi, districandosi fra la folla del centro storico, quando si passa davanti a quell’insegna antica, è impossibile resistere alla tentazione di fermarsi: dici Scaturchio e pensi che quei dolci sono la tua droga.

Lunedì 28 Dicembre 2015, 18:07 - Ultimo aggiornamento: 1 Gennaio, 01:00