venerdì 25 dicembre 2015

Dall’Ecuador alla Svezia, la nuova vita del cane Arturo

La Stampa

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Se Renzi inaugura opere non sue e non paga i conti


Gli attivisti pro-migranti

Giovanni Masini

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“Voglio essere un uccellino e cagare sui passaporti”. Scusate la parolaccia, ma è una citazione. Citazione che proviene da un gruppo di attivisti pro-migranti, che da anni aiutano i disperati di mezzo mondo ad introdursi in Europa. È nella polvere di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, che troviamo un foglietto in arabo abbandonato da qualche migrante prima di varcare la frontiera. Indicazioni pratiche su come ottenere più facilmente l’asilo, contatti di ambasciate e ong a cui rivolgersi in caso di necessità.

In calce, un indirizzo greco che rimanda a Mitilini, principale città dell’isola di Lesbo: uno degli hub delle migrazioni che passano per la Turchia e proseguono verso l’Europa settentrionale. Un po’ di ricerche e si risale velocemente al sito www.w2eu.info, esplicitamente dedicato al “benvenuto in Europa” per chi viene da fuori.

Il sito è attivo da almeno tre anni e fornisce informazioni e consigli utili in diverse lingue (inglese, francese, arabo e farsi), producendo guide cartacee molto diffuse tra i profughi. Spulciando alcuni di questi documenti però, abbiamo scoperto che il confine tra legalità e illegalità sembra essere molto labile.

A fianco di encomiabili istruzioni per la sicurezza in mare vi sono anche consigli su come superare i colloqui per la richiesta d’asilo e su come comportarsi dopo aver fornito false generalità alla polizia. Tra i contatti forniti vi sono quelli di associazioni, basate in Grecia legate alle comunità pachistane, egiziane, etiopi, sudanese, somale, bengalesi… Una pletora di nazionalità che conferma come per la rotta balcanica non passino solo richiedenti asilo con buone probabilità di ottenerlo, ma disperati d’ogni sorta in cerca di fortuna in Europa.

Al primo sito ne è collegato un secondo, bordermonitoring.eu, una sorta di piattaforma continentale di attivisti e ricercatori impegnati per abbattere i confini e facilitare in ogni modo l’ingresso dei migranti nel territorio dell’Unione. Grande guru di questa operazione parebbe il matematico e antropologo culturale germanofono Bernd Kasparek. Un passato nell’organizzazione culturale dei Verdi austriaci, Kasparek è attivissimo nella produzione di report e articoli di denuncia sulle condizioni dei migranti e sui presunti soprusi delle polizie e dei governi di mezza Europa.

Con basi in Germania, Ungheria e Grecia, la sua rete estende la propria attività in sempre più capitali europee. Continuando ad aiutare senza sosta i migranti che vogliono entrare in Europa. Legalmente o no, poco importa.

Radiazioni per esportazione, norma anti elusione del bollo. Filiera dell’auto: ‘Va contro diritto Eu’. I demolitori ringraziano

il fatto quotidiano

di | 24 dicembre 2015

 Una modifica al Codice della strada contenuta nella Legge di stabilità prevede che chi vende un veicolo all'estero non lo possa radiare dal Pra finché non prova che è stato reimmatricolato in un altro Paese. Le associazioni legate alla rottamazione ringraziano (per nome) onorevoli e senatori. I rappresentanti dei venditori denunciano una norma irrazionale che va contro la libera circolazione delle merci. E che spinge chi ha un'auto vecchia a rottamarla

 Radiazioni per esportazione, norma anti elusione del bollo. Filiera dell’auto: ‘Va contro diritto Eu’. I demolitori ringraziano

 Comprovata da idonea documentazione. Queste quattro parole – che con l’approvazione dell’emendamento 50.0.9 alla Legge di stabilità 2016 saranno aggiunte all’articolo 103 del Codice della strada – hanno scatenato un piccolo putiferio nel mondo dell’auto. “Al fine di contrastare l’elusione della tassa automobilistica”, l’emendamento prevede che la radiazione di un veicolo per esportazione sarà possibile solo in seguito alla sua reimmatricolazione all’estero: in pratica, per cancellare un’auto dal Pubblico registro automobilistico Pra, e dunque liberarsi dall’obbligo di pagare bollo, assicurazione ed eventuali multe, il proprietario dell’auto venduta dovrà dimostrare che il veicolo esportato è stato reimmatricolato all’estero.

 Prima di poter radiare un veicolo per esportazione bisognerà dimostrare che è stato reimmatricolato all’estero. Obiettivo dichiarato, contrastare l’elusione del bollo


Le associazioni degli operatori del settore elegati alla demolizione dei veicoli, che hanno fortemente voluto l’approvazione di questo emendamento, plaudono all’intervento al Governo. “Questa norma porrà una volta per tutte un freno al boom della quota dei veicoli radiati per esportazione che ha superato complessivamente, negli ultimi quattro anni, la cifra di 2 milioni e mezzo e che nasconde anche profili di illegalità”, dicono le associazioni di Fise Unire (imprese recupero), Ada (demolitori auto) e Aira (riciclatori auto), che nel comunicato stampa ufficiale ringraziano “in particolare i senatori Stefano Vaccari e Massimo Caleo e gli onorevoli Chiara Braga e Alessandro Bratti”.

In realtà, dai dati Unrae (nella tabella in fondo alla pagina) le radiazioni negli ultimi anni sono in leggero calo.In ogni caso, secondo le associazioni dei demolitori, finora i veicoli radiati per esportazione potevano “continuare a circolare in Italia, con targa straniera, eludendo il pagamento del bollo. Senza contare che questi veicoli potevano rimanere in territorio italiano, dove vengono cannibalizzati dei pezzi di ricambio, talvolta abbandonati in aree pubbliche con possibile danno per l’ambiente e sottraendo materie prime all’industria nazionale del riciclo e a quella siderurgica”.

Di parere del tutto opposto la filiera della produzione e vendita delle auto, in particolare delle associazioni Ancma (ciclo e motociclo), Confocommercio, Unrae (rappresentanti case estere), Federauto (concessionari) e Unasca (autoscuole e studi di consulenza automobilitisca), che prima dell’approvazione della legge di Stabilità avevano scritto una lettera ai ministri dei trasporti Delrio e dello sviluppo economico Guidi per segnalare l’insensatezza dell’emendamento, che secondo il vice presidente di Confcommercio, Paolo Uggè, “può in realtà inferire un indesiderato ulteriore duro colpo al mercato dei veicoli usati” con “adempimenti burocratici irrazionali e in contrasto con il principio europeo della libera circolazione delle merci”.

Pignoloni, Unasca: Chi mai farebbe circolare per l’Europa, in mano a uno sconosciuto, un mezzo intestato a suo nome, in attesa che questo si premuri di fargli avere la prova della reimmatricolazione?

 Quella appena approvata dal Governo è “una norma che esiste solo in Italia e che va a colpire soprattutto i meno abbienti, coloro che possiedono una vecchia auto che nessuno vuole comprare o ritirare in Italia”, dice Ottorino Pignoloni, segretario nazionale di Unasca Studi. “Sinora questo tipo di veicolo poteva essere venduto all’estero, dove anche i mezzi vecchi hanno mercato.

Con la nuova norma, invece, l’italiano dovrebbe mettersi completamente nelle mani di un soggetto straniero, consegnargli la macchina e poi sperare che questo si premuri di fargli avere un documento di reimmatricolazione. Chi mai farebbe circolare per l’Europa, in mano a uno sconosciuto, un mezzo intestato a suo nome? Con la nuova norma, chi vorrà liberarsi di un vecchio mezzo di scarso valore commerciale finirà per portarlo proprio dai rottamatori”.

Difficile immaginare che la nuova norma possa realmente contrastare contrastare l’elusione del bollo, e in particolare il fenomeno dell’”esterovestizione”, cioè quello dei “furbetti” che, per non pagare tassa automobilistica, superbollo e multe, radiano l’auto con una falsa dichiarazione e la reimmatricolano all’estero tramite società di comodo.

“Chi effettua questa pratica non avrà nessun impedimento dalla nuova norma, perché non avrà difficoltà a ottenere la certificazione della reimmatricolazione all’estero”, spiega Pignoloni, secondo cui anzi la nuova norma, per assurdo, legittimerebbe proprio il comportamento che voleva contrastare.

 http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2015/12/Unrae-serie-storica-radiazione-per-esportazione.jpg

Vajont, Negus, terremoti e Salva-Italia. Le archeo-tasse frenano il calo della benzina

repubblica.it


Il 50% del prezzo del carburante è legato a balzelli "ad hoc", nati per finanziare singole voci di bilancio (la guerra d'Etiopia, la crisi di Suez, i sismi in Belice e Friuli) e sopravvissuti agli eventi cui erano legati per continuare a puntellare i conti dello Stato. Verde e gasolio hanno portato nelle casse del fisco 20 miliardi nei primi 10 mesi del 2015

 Vajont, Negus, terremoti e Salva-Italia. Le archeo-tasse frenano il calo della benzina

  L'ultimo colpo di moschetto risale (per fortuna) al 1936. Eppure la Guerra d'Etiopia e lo spettro del Negus continuano a turbare i sonni degli automobilisti italiani. Che per ogni litro di carburante pagano 1,90 lire del vecchio conio - oggi la bellezza di 0,000981 euro - per finanziare un conflitto finito da quasi 80 anni. Una svista del Tesoro? Una dimenticanza del fisco? Tutt'altro. Dalla campagna d'Africa alla tragedia del Vajont, dal terremoto dell'Irpinia al dramma dei migranti, il Belpaese ha affidato da tempo la propria memoria storica (e le proprie finanze) al prezzo della benzina.

In un pieno c'è tutto: i cataclismi naturali come l'alluvione di Firenze, il corto circuito balcanico di metà anni '90 e la crisi della nostra cultura. In totale diciassette pezzi di vita tricolore diventati parte integrante del Dna nazionale, corredati ognuno - a futura memoria - da un'"accisa ricordo" legata al costo del carburante: 0,00723 euro al litro per la crisi del Canale di Suez, archiviata nel 1956, 10 centesimi per la guerra del Libano (quella del 1983) e via tassando. 


Uno zoccolo duro di micro-dazi sopravvissuti miracolosamente agli eventi cui erano dedicati e diventati oggi un piccolo macigno nelle tasche dei consumatori: messi uno sull'altro - imposta per la lavorazione dei carburanti compresa - valgono 0,728 euro al litro sulla benzina verde e 0,617 per il gasolio (più o meno la metà del totale), la zavorra che in questi giorni - malgrado il greggio venga via a prezzi da saldo - fa da freno al calo del costo della benzina.

 I conti del salasso per gli automobilisti sono presto fatti. La materia prima, di suo, vale ormai molto poco: circa 31 centesimi al litro sia per il diesel che per la ex-super. Il margine industriale per l'industria (vale a dire i soldi che si mettono in tasca le aziende petrolifere) è più o meno di 16 centesimi. Altri 26,6 al litro vanno via di Iva. Il resto - quasi la metà del totale finale - è il prezzo da pagare per le 17 accise caricate sul carburante dal 1935 ad oggi. Ci sono l'alluvione di Firenze, le ex-10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione nel Belice. 

Il Borsino dei terremoti è segnato da un'altalena di dazi con cataclismi da 5 centesimi come il Friuli e l'Aquila e altri da 2 centesimi come quello in Emilia nel 2012. Passano le guerre, si ricostruiscono i territori dopo i sismi. Le accise però restano. L'emergenza contabile in Italia non finisce mai. E l'arma finale della tassa sulla benzina è stata utilizzata anche per il contratto degli autoferrotranvieri del 2004, per l'acquisto di autobus ecologici (0,005 euro) per il finanziamento alla cultura nel 2011, quando lo spread viaggiava attorno a quota 700. 

Otto centesimi sono finiti pure nel Calderone del Salva Italia di quell'anno, mesi in cui nessuno sapeva come tappare i buchi del bilancio pubblico. Funziona? Funziona. E i numeri parlano da soli. Nel 2008, con il petrolio a quota 41 euro al barile (il 10% in più di oggi) la benzina costava 1,115 euro al litro. Ora - per colpa solo delle tasse  - si paga il 30% in più. Il greggio cala, i dazi restano uguali a se stessi. Risultato: a novembre gli italiani hanno risparmiato 459 milioni su verde e gasolio (dati Promotor) ma la tariffa alla pompa è scesa solo dell'11% dall'anno prima contro il -50% dell'oro nero. 

Un litro alla volta, a fare il pieno è solo lo Stato. Tra gennaio e ottobre 2015 le imposte sugli oli minerali (leggi il carburante) hanno portato nelle casse dell'Agenzia delle Entrate 20 miliardi. Le sigarette ne hanno resi 8, le lotterie 5, l'intero pacchetto dell'Iva ne vale 84. Lunga vita alle accise. Se i conti dell'Italia stanno in piedi, in fondo, dobbiamo dire grazie anche al Negus.