martedì 22 dicembre 2015

Natale vietato in Brunei: “Cinque anni di carcere a chi festeggia”

La Stampa

Il sultano difende le tradizioni islamiche: «Niente addobbi o canti religiosi». Banditi anche gli auguri. Chi vuole celebrarlo deve chiedere il via libera alle autorità

 
 Il sultano del Brunei, Hassanal Bolkian

Il piccolo Brunei, la cui unica fortuna è di galleggiare su un mare di petrolio sull’isola del Borneo, è governato dal sultano Hassanal Bolkian. Quest’ultimo, una volta uno degli uomini più ricchi del mondo, scivolato in graduatoria ma sempre tra gli «happey few», adora farsi vedere a Londra e apprezza molti lussi occidentali. Ma a casa è un difensore dell’interpretazione più intransigente dell’Islam tanto da aver introdotto la Sharia (la severa legge coranica) nel 2014 e quest’anno ha deciso che chiunque festeggerà il Natale nel suo micro-Stato sarà condannato a 5 anni di carcere.

Per festeggiare, spiega il britannico Daily Telegraph, si intende l’ostentazione pubblica del Natale, come «indossare simboli religiosi come croci, accendere candele, addobbare alberi di natale e cantare inni religiosi o mandare auguri di Natale, montare decorazioni» in sintesi, tutto ciò che rappresenta il Natale. I non musulmani nel Brunei possono santificare il Natale ma solo all’interno della loro comunità e solo dopo aver notificato alle autorità le loro intenzioni.

Circa il 65% dei 420.000 abitanti del Brunei sono musulmani e il ministro degli Affari Religiosi ha spiegato che il divieto di celebrare pubblicamente il Natale serve a preservare «il credo (aqidah) della comunità musulmana». Un palese ammissione di come il Natale - in sé più ricorrenza occidentale festeggiata anche da molti agnostici, che cristiana - possa fare breccia tra i musulmani la cui fede non deve essere molto salda nel Brunei, se anche gli imam si sono detti preoccupati del Natale.

La Sinistra italiana e il sogno (impossibile) di un Podemos

La Stampa
jacopo iacoboni

 
 Il risultato di Podemos suscita entusiasmi nella Sinistra italiana, ma i due casi sono abissalmente lontani

 Il Movimento non c’è. E il campo è parzialmente occupato dal M5S

Se si eccettuano le retoriche, il primo elemento che salta agli occhi osservando il successo di Podemos dal punto di vista della sinistra italiana è semplice: che Podemos, piaccia o no, ha molto poco a che fare con l’attuale sinistra italiana (parentesi, Podemos angoscia i renziani molto più della minoranza Pd, al punto di spingerli alla surreale reazione della Boschi: con l’Italicum il problema Podemos non si porrebbe).

«La verità è che tra Podemos e Sinistra italiana ci sono molte differenze; forse la prima che viene in mente è che alla fine Podemos non ha fatto l’accordo a priori con Izquierda, cioè con la parte più classica e tradizionale della sinistra spagnola», riflette Marco Berlinguer, il terzo figlio di Enrico Berlinguer, che vive a Barcellona - fa il ricercatore all’Università Autonoma - assieme alla sua compagna. Entrambi studiano e frequentano, lei è attivamente coinvolta, il mondo della municipalità e delle nuove pratiche che ha vinto la città di Barcellona, conoscono Ada Colau, e sanno di Podemos da dentro.

Se invece si prendono in esame le considerazioni e gli entusiasmi magari anche genuini di tanti politici di sinistra, sembra che poi la vittoria di Podemos sia una «lezione della spagna per il Pd» (secondo il governatore toscano Enrico Rossi), o la conferma che «l’Europa della precarizzazione del lavoro e della svalutazione dei salari non regge più», o una «critica dell’austerity», e via così, andando sempre per le generalissime e muovendosi come farebbe Izquierda, non Podemos; ideologicamente, non pragmaticamente.

 Se invece si prendono in esame le considerazioni e gli entusiasmi magari anche genuini di tanti politici di sinistra, sembra che poi la vittoria di Podemos sia una «lezione della spagna per il Pd» (secondo il governatore toscano Enrico Rossi), o la conferma che «l’Europa della precarizzazione del lavoro e della svalutazione dei salari non regge più», o una «critica dell’austerity», e via così, andando sempre per le generalissime e muovendosi come farebbe Izquierda, non Podemos; ideologicamente, non pragmaticamente.

Il terzo punto, sostanziale, è che Podemos «nasce da un movimento sociale, generazionale, che affonda le radici nel fenomeno degli indignati. Lì c’è un movimento. In Italia, semplicemente, questo movimento non c’è», constata non senza amarezza Airaudo, che pure vorrebbe provare a costruire qualcosa di analogo partendo da Torino. Forse, si potrebbe aggiungere, l’ultima cosa assimilabile a un movimento, nella sinistra italiana, è stata l’esperienza milanese della primavera arancione di Pisapia: che però non ha prodotto una rete nazionale e un’esperienza generativa a sinistra, e probabilmente, almeno in parte - nel 2013 ha finito per avere zone di tangenza col successo elettorale del Movimento cinque stelle. M5S che però è diversissimo, rispetto a Podemos (i due soggetti hanno anche reciprocamente preso le distanze), almeno perché ha due forti elementi di verticismo: l’azienda che comanda (la Casaleggio) e il leader che ne determina il successo iniziale (Grillo).

Sostiene Enrico Rossi che l’insegnamento di Podemos (anche al Pd) è che bisogna stare «alla larga dalle grandi intese e dal partito della nazione, e invece guardare di più a sinistra, ai ceti deboli della società». Ma cosa vuol dire «guardare più a sinistra?». Podemos non partirebbe mai da cotesta genericità, intanto perché ha una notevole componente anche interclassista, pur declinandola a sinistra, e poi perché nasce in maniera concreta, dalle pratiche, non da un proclama. È il quarto elemento: la pratica principale originaria è stata il movimento di lotta per la difesa della casa dalle banche. Podemos nasce dai movimenti che proteggono gli affittuari (ma anche i proprietari di case) non più in grado di pagare affitti o mutui bancari. In questo senso è una prassi, quasi ignota oggi alla sinistra italiana, che è, e resta, un’operazione per lo più politicista, o una fuoruscita dal Pd.

Con eccezioni, per esempio la Fiom. Maurizio Landini ha scritto la prefazione italiana al libro di Iglesias, e è ormai convinto che «bisogna andare oltre molti schemi tradizionali, cosa che Podemos fa. Iglesias si dice socialdemocratico, il problema è che ormai in Europa appare estremista anche essere socialdemocratici». In più, per Landini, «in Italia c’è il problema che una fetta di campo è ormai occupata dal M5S, che prima non c’era; e dobbiamo trovare il modo di farci i conti».

La focaccia di Recco è nei guai: non si può più esportare

La Stampa


Col bollino europeo di qualità Igp è obbligatorio produrla sul posto. Ora il Consorzio, che l’ha preparata a Rho, è indagato per frode

 
 Originale. La focaccia di Recco preparata secondo i dettami della tradizione: il disciplinare dà indicazioni su ingredienti, cottura e luogo di produzione

La focaccia di Recco «mica è una pizza con un po’ di formaggio sopra: doveva essere difesa da mille imitazioni». Cesare Carbone parla con l’orgoglio di chi si sente erede di una tradizione: quella sfoglia diventata un’eccellenza alimentare italiana l’ha inventata la bisnonna Manuelina, che nel 1885 aprì l’osteria che esiste ancora oggi. L’11 novembre scorso c’è stata gran festa: la focaccia di Recco ha ottenuto l’Igp, l’indicazione geografica protetta targata Ue. Primo prodotto da forno a centrare l’obiettivo (fallito da pizza e strudel, per fare qualche esempio) e a diventare super protetto.
 
Effetti pratici: nessuno, ma proprio nessuno, può più definire «focaccia di Recco» un prodotto preparato, servito altrove, se non nel Comune e nei tre limitrofi: Avegno, Camogli e Sori. Nemmeno se è identico, ma proprio identico, all’originale, seguendo il pignolissimo disciplinare dell’Igp, i suoi ingredienti e soprattutto le complesse modalità di preparazione. Nemmeno se a offrirlo fuori dai confini sono gli stessi ristoratori del Consorzio. Oltre questa frontiera, potrà essere al massimo un’ottima focaccia col formaggio. Ma di Recco (o «tipo Recco» o «recchese»), giammai. E pensare a surgelarla? Peggio che andar di notte: «È escluso ogni trattamento di pre-cottura, surgelazione, congelazione o altra tecnica di conservazione», recita il disciplinare-diktat.

Non passa un mese e la festa si trasforma in polemica, svelando le rivalità sopite che hanno accompagnato il varo dell’Igp. Emerge il punto debole: impossibile far assaggiare a chi non si trovi in quel fazzoletto di terra sul Golfo Paradiso la bontà della focaccia. A meno che, rigorosamente, «non» sia di Recco. A dar fuoco alle polveri un episodio che va in scena alla Fiera dell’artigianato di Rho, Milano, due settimane fa e dietro il quale tutti intravedono l’operato di un corvo ostile all’iniziativa. C’è il banchetto che offre, per promozione, la focaccia di Recco al formaggio agli ospiti della manifestazione. È lo stand ufficiale, quello di Lucio Bernini, il promotore del Consorzio che per anni si è battuto con l’obiettivo di ottenere l’Igp. Ma arrivano i Nas, fanno riavvolgere gli striscioni e parte una denuncia per frode in commercio.

Le regole sono regole: nessuno può servire altrove la focaccia col formaggio di Recco se non a Recco: neppure chi ha voluto la prestigiosa attestazione europea. Così adesso nella cittadina di 10 mila abitanti diventata una delle capitali gastronomiche italiane è lite tutti contro tutti. Si scopre che al consorzio hanno aderito solo otto ristoranti nella cittadina e tre nella vicina Sori. Bernini scrive una lettera ai consorziati, lanciando sospetti contro la persona «che per anni ci ha contrastato in tutte le sedi possibili e immaginabili».

I detrattori vengono allo scoperto. Ci si mette anche Biagio Palombo, titolare della storica Baracchetta sul molo. Aveva iniziato la battaglia per l’Igp, l’ha abbandonata intuendo le conseguenze: «Che Recco non si possa più promuovere in giro è assurdo». Il caso diventa politico. Il sindaco Dario Capurro: «L’Igp è stata una conquista, ma se non possiamo usare il marchio Recco fuori dai confini diventa un boomerang».
 
Intanto Tossini, il maggior produttore di focaccia al formaggio da esportazione, cambia confezioni, lasciando il nome della città solo nel marchio: «Fratelli Tossini Recco». Il nome di Recco sparisce anche dal menù della Manuelina. E la celeberrima focaccia al formaggio diventa così: focaccia Manuelina. Sia qui, sia soprattutto nella sede milanese, alla Rinascente. Che quella sia la focaccia al formaggio di Recco, in faccia al Duomo, si può (forse) solo dire.

Dall’abito agli zeri, l’alfabeto di Babbo Natale

La Stampa


 Mai sentito parlare delle lettere di Tolkien e la mappatura delle forze aree di Stati Uniti e Canada? A ogni lettera, una curiosità.

 

ABITO. Babbo Natale veste di rosso, di verde, di blu e in qualche occasione anche di nero. L’abito verde è quello tipico sul versante elfico della leggenda, tra Francia del Nord e Inghilterra. In Russia preferiscono immaginarlo in blu o in azzurro. Quanto al rosso, s’è affermato definitivamente dopo una pubblicità della Coca-Cola del 1931 con i disegni di Haddon Sundblom, ma si erano visti Babbi Natale rossi ben prima e anche nella pubblicità di una bibita gassata (un’altra, nel 1923). I Babbi in nero appartengono invece alla schiera degli avversari di Babbo Natale nelle saghe germaniche che lo vedono in lotta con demoni ed elfi assortiti. Segnalato un Babbo Natale nerovestito nel giardino di Villa Carpena-Mussolini, a Forlì.

BARBA. Bianca e pettinatissima. Il dettaglio che mette d’accordo tutte le versioni di Babbo Natale a cominciare da San Nicola di Bari, vescovo cristiano nel IV secolo a Myra (oggi Demre, in Turchia), accettato universalmente come figura storica di riferimento: rimasto orfano e ricco, prima di farsi prete regalò i suoi averi a tre bambine perché potessero farsi la dote e sposarsi. L’abito vescovile di San Nicola (Santa Klaus) è rosso.

CASA. Tutti vogliono Babbo Natale vicino, forse per essere i primi a ricevere i regali. Così negli Stati Uniti raccontano che vive in Alaska, mentre i canadesi sono convinti che abiti nel nord del loro Paese. L’Europa è abbastanza d’accordo sulle vicinanze della città finlandese di Rovaniemi, in Lapponia, lungo il circolo polare artico. Secondo i norvegesi, invece, vive a Drøbak. Altri domicili segnalati, Dalecarlia, in Svezia, o la Groenlandia. Anche Cesarea, più vicino ai luoghi in cui visse San Nicola.

DONNA. Whoopi Golberg: scelta da Babbo Natale come sostituto, prima donna nel ruolo in Chiamatemi Babbo Natale, film del 2001 diretto da Peter Werner che torna regolarmente in tv nel periodo natalizio. Come Una poltrona per due e La vita è una cosa meravigliosa.

ECCEZIONE. «Il 25 dicembre 1920 J.R.R. Tolkien, l’autore della saga de Il signore degli Anelli, cominciò ad inviare ai propri figli lettere firmate Babbo Natale. Infilate in buste bianche di neve, ornate di disegni e affrancate con francobolli delle Poste Polari, ricche di narrazioni illustrate e poesie, queste lettere continuarono ad arrivare a casa Tolkien per oltre trent’anni, portate dal postino o da altri misteriosi ambasciatori». L’unico caso conosciuto di lettere che abbiano fatto il percorso al contrario.

F-SLEIGH. La slitta veloce – con “propulsione jet” - appena presentata da Jaguar: nel 2015 c’è un regalo anche per Babbo Natale.

GELO. Ded Moroz, ovvero Nonno Gelo, il Babbo russo (e di diverse tradizioni slave). Oltre all’abito blu, si distingue perché la sua slitta è trainata da cavalli, non da renne.

HOH OHO. Il codice postale da usare per scrivere a Babbo Natale in Canada. Si rifà al grido gioioso che annuncia il suo arrivo. Alle lettere rispondono gli impiegati delle Poste: pare si offrano volontari in 13mila, tutti gli anni.

ISLANDA. Il Paese dei ghiacci ha il record dei Babbi Natale grazie ai tredici folletti Jólasveinar. Si chiamano Stekkjastaur, Giljagaur, Stúfur, Þvörusleikir, Pottaskefill, Askasleikir, Hurðaskellir, Skyrjarmur, Bjúgnakrækir, Gluggagægir, Gáttaþefur, Ketkrókur e Kertasníkir.

KAZAKISTAN. Un team di esperti del colosso svedese Sweco (costruzioni e ingegneria ambientale) s’è divertito a cercare il punto migliore del pianeta per la base di Babbo Natale. Hanno scelto il confine tra Kazakistan e Kirghizistan perché partendo da lì si può fare il giro del mondo nel tempo più breve possibile.

LAVORO. Fare il Babbo Natale in un centro commerciale romano, nel 2015, rende duemila euro netti per 11 giorni di lavoro. Lo show più famoso è quello organizzato dalla sede di Macy’s a New York, dove Babbo Natale arriva con tanto di slitta, renne alla testa di una parata natalizia.

MAPPATURA. Le forze aree di Usa e Canada hanno allestito un programma di mappatura del viaggio di Babbo Natale. Tutto è cominciato nel 1955, quando Sears Roebuck, un grande magazzino di Colorado Springs (Usa) distribuì ai bambini il fantomatico numero di telefono di Babbo Natale, spiegando che lo si poteva chiamare il giorno della vigilia. Per un errore sul volantino fu stampato il numero del comando delle forze aeree. Quando i bambini cominciarono a chiamare, l’ufficiale di turno li prese sul serio e annunciò che i radar stavano registrando tracce dei movimenti di Babbo Natale. Oggi il programma è disponibile sui siti dei due comandi aerei.

NOMI. In Albania si mescolano la tradizione di San Nicola (Shën Nikola) con quella slava di Padre Inverno (Babadimri). La cattolica Austria attende Christkind (Gesù bambino). In Belgio e Olanda Santa Klaus diventa Sinterklaas, in Francia e nei paesi francofoni sparsi per il mondo c’è Père Noël. Il Canada onora Santa Claus, che negli Stati Uniti diventa anche un più confidenziale Saint Nick. In Cile i bambini aspettano Viejito Pascuero. In Brasile c’è Papai Noel, in Cina Dun Che Lao Ren, in Giappone Santa Kurousu. Un elenco esaustivo sarebbe sterminato.

OCEANO. Alle Hawaii Babbo Natale arriva in barca e si porta dietro gli abeti. In California, invece, la slitta è sostituita da una tavola da surf.

PAUSA. Per raggiungere tutti i bambini del mondo nell’arco di una notte, Babbo Natale mette in pausa il tempo poco prima di partire. Nel seminterrato del suo laboratorio c’è un orologio apposta, una torre di ingranaggi di legno costruita e tenuta in efficienza dagli elfi.

QUINTALE (abbondante). La stazza di Babbo Natale, che è pur sempre oltre il metro e novanta. È ingrassato vistosamente sul finire degli Anni Venti: prima erano frequenti versioni meno rotonde.

RENNE. Sono nove: Dasher (Saetta), Dancer (Ballerino), Prancer (schianto) Vixen (Guizzo), Comet (Cometa), Cupid (Cupido), Tuono (Donner), Lampo (Blitzer) e Rudolph. Le prime otto sono elencate in A visit from St. Nicholas, il poema del 1823 che ha codificato una sorta di ufficialità di Babbo Natale uscito dalla penna di Clement Clark Moore. L’ultima è stata arruolata d’ufficio sull’onda dell’enorme successo di una canzone scritta da Johnny Marks nel 1949, Rudolph the Red-Nosed Reindeer: precede le altre e illumina il cammino.

SLITTA. Babbo Natale l’ha adottata nel corso dell’Ottocento. Prima preferiva il cavallo o un asinello.

TRECCANI. Così l’Enciclopedia italiana alla voce Natale: «Tra le celebrazioni domestiche e popolari vanno ricordati il ceppo, i fuochi e i falò (sopravvivenze di quelli accesi in antico per il solstizio), il presepio e, derivato dall’Europa centro-settentrionale, l’albero di N. (anch’esso sopravvivenza di riti agrari) che è generalmente un abete, lo scambio di auguri e di regali, doni ai bambini da parte di Babbo N., il vecchio dalla barba bianca, chiamato nei paesi germanici e anglosassoni Santa Claus».

UCRAINA. Nel 2015, per quanto possa sembrare strano, Babbo Natale è stato colpito dalla “decomunistizzazione”. I genitori del distretto scolastico di Ivano-Frankivs’k hanno chiesto che venga escluso dalle feste di fine anno perché lo vedono come retaggio della cultura sovietica, dunque inopportuno, anche alla luce del conflitto tra Kiev e la parte filo-russa del Paese.

VIGILIA. Negli Stati Uniti, la sera della vigilia, i bambini lasciano un bicchiere di latte e dei biscotti per Babbo Natale. In Inghilterra una fetta di torta e un bicchiere di sherry. Chi abita in campagna lascia fuori casa una carota per le renne.

ZERI. Il giro di affari di Babbo Natale ne vanta 12: oltre mille miliardi di dollari secondo la stima di Brand Finance, società londinese specializzata nella valutazione dei marchi. È la più alta mai assegnata dal gruppo.

Yahoo sull’orlo del baratro: così rischia di sparire uno dei portali pionieri di Internet

La Stampa


Il ceo Marissa Mayer ha speso 3 miliardi in acquisizioni, ma non è riuscita a invertire la rotta. Secondo gli analisti nei prossimi mesi ci sarà la resa dei conti

 
 Il ceo di Yahoo Marissa Mayer, 40 anni

La fine di Yahoo è vicina, “The end of Yhaoo is near”. Chiunque fosse in grado di intendere e volere nell’anno 1995, sarà rimasto scioccato da questo titolo, che lunedì mattina apriva le pagine economiche del quotidiano “Usa Today”. Possibile che proprio Yahoo, il portale che ha introdotto miliardi di persone all’uso di internet, sia arrivato al capolinea? Quando il suo domain era stato creato, il 18 gennaio 1995, impersonava la rivoluzione digitale, e adesso è finito?

Per anni Yahoo è stata la porta d’ingresso al web per miliardi di persone, ma ora, secondo molti analisti e investitori, il gioco non vale più la candela. Non ha più una missione, oltre al traffico che ancora genera profitti pubblicitari. Marissa Mayer, la chief executive officer strappata a Google nella speranza che portasse con lei un po’ del carisma di Mountain View, ha speso 3 miliardi di dollari in acquisizioni, ma non è riuscita a dare una nuova direzione alla compagnia.

L’unica cosa che vale davvero è la partecipazione in Alibaba, e gli investitori si sono stancati di buttare soldi nel pozzo senza fondo di una ristrutturazione che continua a fallire. Si è stancato soprattutto “Starboard Value”, l’activist investor che ha deciso di fare i conti con il management. Quindi tra febbraio e maggio, secondo “Usa Today”, ci sarà lo scontro finale. Gli investitori lanceranno una “proxy fight”, che cancellerà il consiglio di amministrazione e l’intera dirigenza. Poi venderanno ciò che ancora vale qualcosa, incasseranno gli auspicati profitti e andranno via. A quel punto Yahoo smetterà di esistere, almeno come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Se la previsione di “Usa Today” è giusta, lo vedremo dunque nel giro di qualche mese. Per chi era in circolazione nel 1995, la fine di Yahoo sarebbe uno choc. Ma il 1995 era la preistoria di internet, quando esistevano ancora Altavista, Netscape, Compuserve, e anche i dinosauri sono scomparsi dalla Terra. 

Padri padroni e morti precoci, la Turchia e il dramma delle spose bambine

La Stampa


Negli ultimi tre anni le spose sotto i 16 anni sono state 181mila. I dati potrebbero essere più pesanti, poiché non tengono conto delle nozze celebrate solo con rito religioso

 

I dati parlano chiaro. Negli ultimi tre anni le spose in Turchia sotto i 16 anni sono state 181mila. Solo nel 2012, 20mila famiglie hanno portato all’anagrafe i documenti per accasare le loro figlie minorenni. Numeri impressionanti, emersi durante una conferenza che si è tenuta nei giorni scorsi a Smirne, sulla costa egea, e alla quale hanno partecipato personalità accademiche e avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani. Potrebbero essere solo la punta dell’iceberg: stando al quotidiano Hurriyet, infatti, molto matrimoni vengono contratti in moschea con rito religioso, non riconosciuto dalla legge turca, che ammette solo il matrimonio civile e quindi non sono nemmeno registrati.

Padri padroni  
A decidere del loro destino, ovviamente, non sono le fanciulle, ma le loro famiglie, che spesso le promettono in sposa a pochi anni dalla loro nascita, quando sono appena delle bambine, dai loro genitori, desiderosi di legarsi a nuclei familiari più ricchi o socialmente più elevati o semplicemente assicurare un futuro alla loro prole femminile, che a causa del loro sesso parte più svantaggiata di quella maschile. La pratica è in uso soprattutto nel sud-est del Paese a maggioranza curda, dove vige una struttura sociale ancora rigorosamente rappresentata da clan e dove il matrimonio viene considerato un’opportunità per un’alleanza con un clan più importante.

Studi vietati e morti precoci
Alle spose bambine viene in pratica vietato di scegliere come vivere. Molte di loro abbandonano la scuola dopo il primo ciclo di studi. “Il 97% degli abbandoni scolastici – spiega Nuriye Kadar, avvocato specializzato in tutela dei diritti umani e fra gli organizzatori della conferenza – è rappresentato a da donne”. Un destino crudele, che spesso sfocia nel tragico. Le giovani sono molto frequentemente vittime di abusi fisici e psicologici da parte delle loro famiglie.

Per loro accettare il volere dei genitori è una scelta che non ha alternative. La conferenza ha anche evidenziato un dato inquietante che riguarda la salute. La morte di parto o per patologie connesse alla gravidanza è particolarmente frequente fra ragazzine dai 15 ai 19 anni. Madri troppo presto, dopo aver subito violenze inaccettabili. “Il matrimonio contratto con la forza andrebbe punito con la legge – spiega Mustafa Ruhan Erdem, professore di diritto -. In Turchia il matrimonio fra minori non è nemmeno identificato come reato da perseguire”.

Quella dei matrimoni precoci e combinati è una delle piaghe più difficili da sanare nella società turca, perché in molti casi sfocia nel delitto d’onore, ossia l’omicidio della sposa nel caso in cui qualcosa vada storto. Con la giovane in questione che praticamente diviene ostaggio della famiglia che l’ha accolta nella sia casa. Nuclei patriarcali, dove la verginità della sposa è una condizione irrinunciabile, come anche la capacità di generare figli. Il governo è stato accusato più volte di non aver fatto abbastanza per disincentivare questa tradizione e soprattutto di non aver agito con determinazione per avvicinare agli studi o al mondo del lavoro le migliaia di donne che ancora oggi vivono in una condizione di semi segregazione.

Effetto Siria  
Ma c’è un altro aspetto che ha contribuito all’aumento del fenomeno, già drammatico, del matrimonio di spose bambine in Turchia. L’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (UHNCR) ha rivelato che in Turchia negli ultimi quattro anni sono entrate migliaia di ragazze in età da marito compresa fra i 13 e i 20 anni provenienti dalla Siria e dall’Iraq. Un sondaggio effettuato dall’Agenzia rivelava che le famiglie delle giovani non avrebbero mai permesso un matrimonio fra minori in presenza di stabilità e solidità economica. Ma molte altre potrebbero essere andate in sposa a famiglie turche per la disperazione. Per ottenere una cittadinanza che significa la salvezza e aiutare la loro famiglia di origine a consolidare il rapporto con la Mezzaluna.


Quel tram di Palermo costretto a girare vuoto perché i politici litigano

La Stampa


Il Comune è diviso sul finanziamento del servizio. I passeggeri non possono salire

 
I vagoni del tram - consegnati dalla austriaca Bombardier nel 2011 - percorrono ogni giorno i 15 chilometri di linea, testando il sistema antivibrazione e l’audio con le informazioni per i passeggeri

Appare come l’Olandese volante, il vascello fantasma che solca i mari in eterno. Non vola, però. Scivola liscio lungo le rotaie nuove di zecca, supera le distese di lamiera delle macchine ingolfate nel traffico, attraversa i quartieri popolari di Palermo, incanta i bambini delle periferie. Arriva a destinazione e poi torna. Arriva e poi torna. Efficiente, puntuale, il nuovo tram di Palermo, tre linee costate otto anni di lavori e 320 milioni di euro. Ma vuoto, vuotissimo, senza un solo passeggero, senza un solo biglietto.

Già. Perché mentre i vagoni girano in un eterno collaudo, la politica nei palazzi litiga su chi debba gestire il servizio, con quali risorse, con quali mezzi, con quale personale.

LA PROMESSA  
Il sindaco Leoluca Orlando, che aveva promesso l’avvio delle tre linee entro quest’anno, ha messo sul tavolo le sue dimissioni: «Se non approvate subito il contratto di servizio me ne vado, e con me andate a casa anche voi», ha detto ai consiglieri comunali. Una minaccia scattata all’indomani della bocciatura del contratto con l’Amat (l’azienda municipale di trasporti) da parte di ben tre commissioni di Palazzo delle Aquile: Contratti, Aziende e Bilancio. Da allora un fuoco di fila di trattative, di tira e molla, di incontri politici per rovesciare le sorti della delibera prima che arrivi in aula nella maxi-seduta in programma da oggi al 23 dicembre. E il sindaco ha già detto che si piazzerà tra gli scranni e da lì non si muoverà finché non avrà portato a casa la pelle dell’orso.

Nel frattempo, mentre Pd e Forza Italia litigano su nobili ideali solidaristici o liberali, i vagoni del tram, consegnati nel lontano 2011 dalla sede austriaca del colosso Bombardier - con ironica puntualità - continuano a girare. Vagoni lunghi 32 metri, candidi, i sedili azzurri e le obliteratrici impacchettate, giocattoloni che non possono certo cominciare la loro carriera al chiuso di un deposito. Rischierebbero di arrugginirsi, di ingripparsi, di finire nel dimenticatoio prima del loro passeggero numero uno. Invece girano ogni giorno, memento sferragliante alle follie della politica e della burocrazia, mentre i desperados delle periferie abituati ad aspettare l’autobus per ore li fissano come un assetato nel deserto guarderebbe un barile d’acqua passargli davanti e poi volatilizzarsi.

Il problema fondamentale è come finanziare il servizio, che costa 22 milioni all’anno: dieci servono per la Bombardier che si occuperà della manutenzione delle diciassette vetture, quattro e passa per l’energia elettrica, 260 mila per la pulizia, sei per il personale. Il Comune aveva pronto il suo piano: affidare il servizio alla boccheggiante Amat e ricavare i soldi della gestione dall’avvio della zona a traffico limitato in centro storico: 120 euro all’anno per auto, moltiplicati per 250 mila automobilisti titolari di una vettura almeno euro 3 (le altre, fuori), fanno 30 milioni all’anno.

LA PREVISIONE FALLITA
Peccato che questa previsione si sia infranta sulle mura di Palazzo di Città. Dove Orlando può contare solo su venti consiglieri. E quindi deve trovare un accordo con il Pd, che ne ha undici, o con Forza Italia, che ne ha sei. Partiti che sono (apparentemente) su barricate opposte. «Su questa strada non ci convinceranno mai, in centro storico entrino soltanto i residenti, e gratis. Il tram? Si finanzi con una politica di abbonamenti intelligenti», dice il capogruppo del Pd, Rosario Filoramo. «Bisogna dare la possibilità a tutti di pagare un ticket giornaliero», contrattacca il collega azzurro Giulio Tantillo. Confindustria, poi, più o meno apertamente, suggerisce di tagliare fuori il carrozzone pubblico Amat, e affidare il servizio a un privato da selezionare con una gara. Ma quando?

Mentre ci si chiede perché non ci abbiano pensato prima, il tram continua a girare su quindici chilometri di linea, percorrendo quaranta fermate (una ogni quattrocento metri), testando i vagoni antivibrazione, collaudando per l’ennesima volta l’audio con le informazioni a bordo. «Stazione Notarbartolo-Stazione Notarbartolo». Peccato che a bordo non ci sia nessuno. Tranne, talvolta, i tecnici della società che ha costruito l’opera, pronta a chiedere una penale da 30 mila euro al giorno.

Il 22 dicembre è il giorno del solstizio d’inverno: ecco cosa significa

La Stampa



È iniziatala stagione più fredda dell’anno: il 22 dicembre è il giorno del Solstizio d’inverno, che segna l’ingresso nella stagione astronomica. Per essere precisi, in realtà, il solstizio è avvenuto alle 5.48 del mattino.

COS’È IL SOLSTIZIO D’INVERNO
Quando si parla di solstizio d’inverno si intende il momento in cui il sole raggiunge la massima distanza angolare rispetto al piano dell’equatore terrestre. Questo fenomeno condiziona l’orario del tramonto: il solstizio d’inverno, infatti, è il giorno più corto dell’anno. Il solstizio d’inverno e quello d’estate sono i due giorni in cui l’emisfero Nord e quello Sud ricevono rispettivamente il minimo e il massimo dell’irraggiamento solare (a differenza degli equinozi, che sono i giorni in cui la durata del giorno e della notte è di esattamente 12 ore).

UN PO’ DI STORIA
Il solstizio prende il nome dal latino “sol” e “sistere” (letteralmente, sole fermo) e coincide con le antiche celebrazioni per Sol invictus, cioè la rinascita del Sole: secondo gli antichi romani, infatti, il solstizio era il periodo in cui il Sole scompariva nell’oscurità per poi tornare in vita più luminoso di prima. In effetti, è quello che succede apparentemente a causa del movimento della Terra rispetto alla stella.


Android 6.1 a giugno con il supporto al multi-window

La Repubblica.it






NEANCHE il tempo di parlarvi in modo un po' più approfondito di Android 6.0.1 che già emergono interessanti dettagli su Android 6.1. Secondo le indiscrezioni dovrebbe sbarcare sulla famiglia Nexus il prossimo giugno, confermando le precedenti voci di un suo rilascio a 2016 inoltrato. Tra le novità ci sarà una gestione dei permessi delle app migliorata e l'introduzione del multi-window.

Quest'ultima è senz'altro l'aggiunta più interessante ad Android Marshmallow, anche se già nella preview del nuovo OS di Google era apparsa questa funzione. Sarà quindi finalmente possibile lavorare con più finestre affiancate, lasciando all'utente la scelta della loro disposizione attraverso un menu ad hoc. Questa caratteristica non è una novità assoluta nel panorama Android, dato che diversi produttori come Samsung hanno integrato attraverso i propri launcher soluzioni simili. Tuttavia, Il supporto nativo a questa funzionalità non farà che spingere verso l'alto l'asticella della produttività in Android Marshmallow, specie se guardiamo ai tablet.

Riguardo ai permessi delle applicazioni, dovremmo trovarci davanti a una razionalizzazione della loro gestione, definita a tratti confusionaria e macchinosa da molti utenti. Android Marshmallow 6.1 non sarà una major release tuttavia e, oltre a queste due importanti novità, dovremmo trovarci di fronte alla "solita" serie di bug fix e miglioramenti vari. Ovviamente la strada fino a giugno è ancora lunga, perciò chissà che non arrivino altre novità interessanti.

(*) della redazione di TOM'S HARDWARE

La Stampa adotta la licenza Creative Commons per la condivisione degli articoli

La Stampa



Da oggi, come alcuni tra i lettori più attenti avranno notato, in calce agli articoli de «La Stampa» compare la dicitura «Alcuni diritti riservati» a fianco a una sigla in apparenza incomprensibile: CC By Nc Nd.

Non si tratta di un gioco enigmistico, ma di una licenza di diritto d’autore elaborata dall’ente Creative Commons (CC), che - primi tra i quotidiani - abbiamo deciso di adottare per i nostri testi. A differenza dal copyright tradizionale, che recita: «Tutti i diritti riservati», in questo caso la riproduzione dell’opera è concessa a patto che siano rispettate alcune condizioni, ricordate nella sigla che segue. By significa che è sempre necessario riconoscere l’attribuzione della fonte; Nc che non si possono utilizzare i contenuti per scopi commerciali, ad esempio per guadagnare attraverso la pubblicità o la vendita; Nd che non è possibile prenderli per realizzare opere derivate.

Nelle prossime settimane la stessa licenza comparirà anche negli articoli pubblicati online e sotto quelli dei nostri supplementi. A queste regole, l’utilizzo dei testi de «La Stampa» è benvenuto. Un modo per riconoscere che il mondo è cambiato, e che la condivisione è uno dei gesti più semplici e potenti della nostra quotidianità. 

Tecnologia e Internet, ecco i top e i flop del 2015

La Stampa

Il 2015 sta per concludersi e lascia dietro di sé successi e fallimenti anche nel settore tech: qui un breve panorama, basato su dati di mercato e osservazioni degli analisti

 

La realtà virtuale, lo streaming democratico di Periscope, le auto senza pilota, Twitter, la sicurezza dei nostri dati sul web, l’anno nero dei pc e il film su Steve Jobs. Il 2015 sta per concludersi e lascia dietro di sé successi e flop in ambito tecnologia e Internet, decretati anche dai dati di mercato e dalle osservazioni degli analisti.

TOP 2015  

Realtà virtuale, realtà aumentata
Da Samsung a Google, stanno arrivando a valanga una serie di visori che permettono di sperimentare un arricchimento della percezione sensoriale. Il più innovativo è Hololens di Microsoft. Non è ancora sul mercato ma consente di interagire, nel tempo libero e sul lavoro, con gli ologrammi. In futuro, ad esempio, il nostro interlocutore su Skype si potrebbe `materializzare´ come accade in Star Wars.

Periscope  
Di fatto ha poco più di 10 milioni di utenti, ma è diventata popolare grazie all’uso di personaggi famosi come Fiorello. L’app, di proprietà di Twitter, consente lo streaming democratico: tutti possono diventare broadcaster.

Auto senza pilota  
Sono il futuro della mobilità. Ha iniziato Google, poi sono scesi in pista molti big dell’hi-tech, da Samsung alla cinese Baidu e pare anche Apple. E l’industria automobilistica tradizionale è in pieno fermento.

Set-top box  
Sono dispositivi tipo decoder da collegare alla tv per vedere contenuti in streaming. Da Apple Tv a Roku ci sono di tutti i tipi e per tutte le tasche. Menzione speciale per Chromecast Audio di Google: amplifica tutte le canzoni che abbiamo sui nostri tablet e smartphone, compresi i servizi di streaming come Spotify.

Droni  
Dal fotogiornalismo alle consegne, stanno entrando nella nostra vita quotidiana tanto che in Usa avranno una targa come le auto. Secondo stime statunitensi, circa 1 milione verrà regalato a Natale.

FLOP 2015  

Twitter
Utenti al palo e bilanci non brillanti. In attesa che si vedano gli effetti del cambio di Ceo (in sella ora c’è Jack Dorsey, uno dei fondatori) il microblog cerca di risollevarsi copiando esteticamente altri social network come Facebook e Instagram.

Nudi sul web  
Dall’attacco hacker all’Apple Store a quello al sito per `fedifraghi´ Ashley Madison è stato l’anno delle grandi violazioni di dati. Secondo il Rapporto Clusit, solo nei primi sei mesi del 2015 l’aumento del cybercrime si è attestato al 30%. Tra i virus emergenti il cryptolocker che si impossessa di documenti e chiede un riscatto per restituirli.

Bitcoin  
La moneta virtuale che nel 2009 è arrivata a sforare quota 1000 dollari, non si è rivelata la rivoluzione nei pagamenti auspicata. E di recente, la stampa americana, ha adombrato il sospetto che l’Isis usi un conto Bitcoin per spostare fondi e finanziarie le proprie attività.

Anno nero per i pc  
Secondo la società di analisi Idc, il mercato nel 2015 ha registrato una caduta verticale del 10,3% rispetto all’anno precedente. E sembra entrato in una fase di stagnazione, da qui al 2019.

Film su Steve Jobs  
Tanto atteso, si è rivelato un flop al botteghino Usa. Dopo appena 5 settimane di programmazione è stato eliminato da oltre 2mila sale. Secondo i dati di Box Office Mojo ha incassato solo 16,7 milioni di dollari, una cifra che Apple guadagna in 38 minuti.

Connected o smart, i due volti dell’orologio intelligente

La Stampa


Il 2015 è stato l’anno dell’orologio tecnologico. Che può essere tradizionale ma connesso allo smartphone, oppure tutto digitale, ma con design classico

 

Per chi non è ancora pronto a fare il grande salto e acquistare uno smartwatch (o per chi avesse qualche incertezza a regalarlo a Natale, la soluzione potrebbe essere in un aggettivo. Connected, connesso. Che per un orologio vuol dire un po’ più e un po’ meno di smart: migliorano estetica, interfaccia, autonomia, anche se le funzionalità sono più limitate rispetto a un vero orologio intelligente. I primi smartwatch erano spesso imitazioni di modelli analogici o puri esercizi di design, negli ultimi mesi invece i connected watch mostrano come sia possibile guardare al futuro senza stravolgere la tradizione.

Diagono Magnesium, Bulgari

Diagono Magnesium di Bulgari, ad esempio, è un orologio meccanico che, grazie alla tecnologia Nfc, permette di accedere ai dati personali registrati sullo smartphone: basta avvicinarlo per leggere sull’app codici e password, effettuare pagamenti, aprire la porta di casa o sbloccare il computer.

Montblanc TimeWalker con e-Strap  

Montblanc integra funzioni intelligenti nel cinturino della serie TimeWalker. L’ e-Strap ha un piccolo schermo dove scorrono notifiche e messaggi, tiene conto dell’attività fisica, permette di controllare la riproduzione della musica sullo smartphone e rintracciarlo con un bip. La batteria dura cinque giorni.

Una schermata dell’app che controlla il Breitling Calibro 55  

Il Breitling Calibro B55 è un modello sportivo con funzioni avanzate di orologio e cronometro che si comandano via smartphone, mentre il Movado Bold Motion non ha uno schermo lcd ma una serie di led per notifiche e avvisi.


Tag Heuer Carrera, in collaborazione con Intel

Dall’altra parte, gli smartwatch guardano sempre più spesso al mondo dell’orologeria tradizionale: Apple rinuncia addirittura al suo marchio per la versione del Watch firmata con Hermès; Tag Heuer presenta con Intel una versione digitale del Carrera, basata sulla piattaforma software Android Wear (ora compatibile anche con iPhone).

L’Apple Watch Hermès

Come nell’Apple Watch Hermès, il quadrante riproduce il modello analogico, ma qui è geniale la formula di vendita: dopo due anni si può restituire lo smartwatch e – con una differenza – acquistare un Carrera tradizionale.

Gli smartwatch Android Wear hanno più o meno tutti le stesse funzioni, legati come sono alle rigide specifiche di Google e così Motorola ritocca appena il Moto 360, Huawei si allea con il fotografo Mario Testino per la pubblicità del Watch, Asus punta su prezzi popolari e buon design.

Motorola Moto 360 2015  

Di recente però LG ha annunciato che Urbane avrà connettività 4G integrata, per essere finalmente indipendente dallo smartphone. È una delle poche novità di questa stagione, insieme con il Samsung Gear S2, che funziona con un sistema operativo proprietario e si controlla tramite la ghiera esterna rotante.

Samsung Gear S2  
Anche Fossil ha ora una linea di accessori connessi e due smartwatch Android Wear, il Q Founder e Q Grant. La caratteristica più bizzarra è l’app per comandarli: oltre a registrare dati di salute e fitness, invita di quando in quando a impegnare la mente in attività diverse dal solito, per aprire nuove prospettive sul mondo. 

Nell’antro di Mastro Geppetto dove Pinocchio nasce ogni giorno

La Stampa


I burattini costruiti da Bartolucci a Tavullia sfidano i giochi elettronici

 

 «Pinocchio è vivo. Basta un tocco di scalpello sul viso o piegargli leggermente la testa su un fianco, oppure spostargli un braccio in una diversa posizione, per fargli cambiare espressione, carattere, sentimento: ti aspetti sempre che da un momento all’altro possa davvero muoversi e riderti in faccia». Non parla, ma narra. E intanto ti fissa negli occhi con il suo sguardo schivo e penetrante Geppetto, avvolgendoti in un sorriso che profuma di pipa e pino, mentre con le mani accarezza la testa del suo primo burattino. Quel burattino che nell’inverno del 1981 gli ha cambiato la vita.

«C’era una volta un pezzo di legno»: non potrebbe iniziare diversamente la favola, diventata realtà, di Francesco Bartolucci, intagliatore di 62 anni, ambientata a Belvedere Fogliense, presepe di case nel comune di Tavullia, dove le colline accarezzano il panorama e in ogni curva il pensiero va a Valentino Rossi bambino alle prese con pieghe e staccate. E’ all’ombra di una torre medievale riadattata nel campanile di una chiesa, che in un anfratto di pochi metri nasce la bottega del mastro giocattolaio. «Sono figlio di un falegname, e fin da piccolino il mio passatempo preferito era proprio questo: usare legno e chiodi di scarto per costruire trenini, fucili ad elastico e trattori.

Sono convinto che il mio sia un lavoro bello proprio perché è iniziato come un gioco bello. A 13 anni mi sono avvicinato all’arte dell’intaglio: la mattina a scuola e il pomeriggio tra gli attrezzi. Tengo ancora con me una cimasa per specchiera frutto di quell’estate: tre mesi di fatica per mille lire di compenso». Appreso il mestiere, per una decina d’anni Francesco si dà da fare per conto proprio come intagliatore di mobili in stile. Poi, un po’ per la crisi del settore e un po’ per il desiderio di cambiamento, stanco della routine prende tra le mani un legno e lo mette sul suo vecchio tornio.

Ne esce un corpo da burattino: è l’inizio del tutto. Con mazzuolo, scalpello, sega e pennello, ecco che un Pinocchio elegante e dinoccolato prende forma. Ne assembla cinque, da regalare agli amici. L’oggetto piace, tanto che tra i conoscenti si sparge la voce e all’intagliatore si accende la lampadina: «Perché non provare a venderli per strada?». Una vecchia Citroen Dyane 6, con cui girare per fiere e feste patronali e davanti alla quale montare un banchetto su cui costruire live i giocattoli, diventa così il primo negozio «Bartolucci». «Era il maggio del 1981: a Gradara ho esordito vendendo undici Pinocchi a 10 mila lire l’uno in una mattinata. Un successo.

Ma la cosa straordinaria era l’affetto della gente: si fermava attorno a me, seguendo il lavoro truciolo dopo truciolo, emozionandosi nel vedere la genesi del burattino. La stessa emozione che percepisco tutt’ora, ogni volta che le persone si avvicinano alla magia del legno. Un po’ mi sento come Forrest Gump: ho fatto tanta strada con piccoli passi, senza accorgermene, spinto dalla creatività e dalle idee». Il marchio «Bartolucci», con la firma autografa presa in prestito dal nonno fabbricante di fisarmoniche, diventa sinonimo di qualità e ritorno all’infanzia: sia i bambini che i genitori in quei prodotti trovano stupore e serenità.

Divertimento e appagamento dei sensi. Colori e armonia. Dopo 10 anni da ambulante in giro per l’Italia, Francesco, con il supporto della moglie e del cognato, decide di ricreare il proprio paese dei balocchi in un negozio, ad Urbino. Segue quello di Roma inserito in una top ten dei negozi di giocattoli più belli di sempre a livello internazionale, poi Firenze e, da lì, in tutto il mondo. Oltre cento punti vendita: da Madrid a Vienna, passando per Teheran, Dubai, Lipsia e Johannesburg. La piccola bottega, dove non ci batte mai il sole e i raggi entravano solo deviati da un bizzarro giochi di specchio, oggi è una sorta di museo-laboratorio, meta di scuole e turisti desiderosi di conoscere da vicino Geppetto.

La sede della Bartolucci è a pochi chilometri, dove due capannoni moderni ospitano trenta dipendenti impegnati a produrre gli oltre 2 mila articoli da catalogo: non solo Pinocchio, ma anche orologi a pendolo e animali, motociclette e cavalli a dondolo, spade e aeroplani, portadentini e oggetti d’arredamento. Rigorosamente in legno. Morbido, liscio e profumato. «Le fasi di lavorazione continuano ad essere artigiane: le macchine sono utili, ma sono le mani che fanno sempre la differenza e in alcune operazioni, come nel taglio con il traforo, sono insostituibili. Io continuo ad occuparmi dei prototipi, senza mai abbandonare Pinocchio: dall’originale, che è ancora in produzione, fino a quello che stiamo presentando in questi giorni.

Un Pinocchio totalmente inedito: ho voluto renderlo riflessivo e pensieroso. Non triste, ma immerso in una dimensione più intima e profonda». E’ una fusione inscindibile quella tra Francesco e la creatura di Collodi, tanto che il Geppetto di Tavullia ha acquistato i diritti per realizzare la copia originale del pupazzo utilizzato nel film di Luigi Comencini e realizzato da Oscar Torelli: un capolavoro scolpito nel faggio, oggetti unici da collezione, frutto di maestria, talento e passione. E modello altro due metri e darà l’accoglienza a tutti i visitatori all’ingresso della prossima fiera del giocattolo di Norimberga, a gennaio: un omaggio assoluto al Made in Italy. «Non è cambiato nulla in questi anni: si parte sempre e solo da un pezzo di legno. E, questa, è una storia senza bugie».

L'affondo di Salvini sui migranti: "Manderei la Boldrini a fare da colf"


Immigrati in rivolta nel Pavese: "Vogliamo la donna delle pulizie". Sta facendo discutere il commento di Matteo Salvini sulla rivolta dei migranti che chiedono la colf: "Vogliono qualcuno che gli pulisca la villetta, capito?"

 


I profughi si ribellano, dicendo di volere la colf. Di fronte alle richieste dei migranti, la risposta di Salvini non si fa attendere: "Per accontentare gli altri, a fare le pulizie manderei la Boldrini!".Da profughi a ospiti nel villone appena scesi dal barcone e adesso ti rovesciano i cassonetti per strada in protesta perchè non gli dai anche la donna di servizio.

Questo è quanto sta accadendo a Ceranova, ridente borgo alle porte di Pavia. Ridente, per la verità, fino a quando un esercito di profughi non si è riversato per la strada principale del paese chiedendo che, dopo la bifamiliare signorile di via San Rocco, gli venisse inviata anche la donna delle pulizie: "Già - parole loro - perchè mica di un bilocale pulibile in quattro e quattr'otto si tratta".

È luglio 2015 quando 24 africani arrivano, inviati in un accordo onlus-prefettura, nella villa che un imprenditore ha costruito per la famiglia ma inutilizzata. Maria (nome di fantasia di una vicina di casa) li vede a ogni ora del giorno e della notte accampati senza far niente nel giardino. "Baldi e giovani: vere e proprie braccia rubate all'agricoltura. Altro che la donna di servizio", dice la donna. E invece è proprio per questo che, nelle scorse ore, scendono in strada

Il leader leghista, Matteo Salvini, ironizza sulla vicenda e si lancia in una proposta che si potrebbe definire goliardica: "Per accontentare gli altri, a fare le pulizie manderei la Boldrini!". È risaputo che tra i due politici, di schieramente opposti, non corra buon sangue e questa non è la prima volta che qualcuno accosta, a mo' di presa in giro, il nome della Boldrini a quello dei migranti. Bisognerà vedere quale sarà la reazione della "presidenta" della Camera, la quale oltre a spendersi per i diritti dei profughi, si è fatta più volte notare per le sue posizione femministe, contro il femminicidio e in favore dei diritti delle donne.

Il politico del carroccio ha concluso con un augurio per il nuovo anno, senza dimenticare la sua proverbiale vena polemica: "Auguri, e che il 2016 ci riporti la Dignità perduta".

Milano: i rom che vivono gratis alle spalle degli italiani