venerdì 18 dicembre 2015

Siamo profondamente cristiani". Avvertimento nel comune bresciano

 
 I cartelli a Pogliano ricordano le "tradizioni" del paese. Apprezzamenti e polemiche. Il vicesindaco: "Pensavo fossimo uno Stato laico"
 
 
 
Il Paese ha "profonda tradizione cristiana". C'è scritto questo appena sotto la segnaletica stradale che annuncia agli automobilisti l'ingresso nel comune di Pontoglio, nel Bresciano. Un aggiunta che arriva dopo una delibera di fine novembre, con cui il sindaco e la Giunta hanno deciso di "ricordare le caratteristiche storiche" del paese di circa settemila anime.

"Pontoglio è un paese a cultura occidentale di profonda tradizione cristiana. Chi non intende rispettare la cultura e le tradizione (sic) locali è invitato ad andarsene", si legge nella comunicazione firmata dal sindaco, Alessandro Giuseppe Seghezzi, che spiega l'iniziativa e quei cartelli che da qualche giorno fanno bella mostra di sé al confine con i comuni di Palazzolo sull'Oglio, Palosco, Urago d'Oglio, Cividate al Piano e Chiari.

Eletto con una lista di centrodestra, il sindaco Seghezzi cita le linee programmatiche della sua amministrazione ("salvaguardare la nostra cultura e le nostre tradizioni") tra le motivazioni che hanno spinto ad appendere quei cartelli in Paese.

Apprezzamenti per l'inizia, ma anche aspre critiche in Paese. Il vicesindaco, Laura Castelletti, ha detto la sua su Facebook: "Pensavo di vivere in uno Stato Laico, ero pure convinta che in Italia non ci fosse religione di Stato e non sapevo che la donna potesse essere inserita negli usi e costumi di un Paese".
 

Toh, "Repubblica" dimentica le crociate sull'insider trading


 
Il quotidiano di De Benedetti adesso ignora i guai del suo editore sui guadagni realizzati con le banche popolari. Ma a febbraio dava la caccia agli speculatori
 
 
 
Alzi la mano chi ha letto un articolo di Repubblica sull'inchiesta aperta dalla procura di Roma a carico di Carlo De Benedetti.

Ecco, appunto. Perché i segugi del quotidiano di largo Fochetti hanno improvvisamente abbassato le penne. Sulla vicenda si trovano solo venti righe in cronaca, lo scorso 15 dicembre, occupate dalla nota dell'Ingegnere che nega l'abuso di informazioni privilegiate dopo lo scoop scritto dal Giornale. Occhiello: «La Polemica». Anche se in realtà trattasi di notizia (quella sull'inchiesta aperta, e per giunta non smentita).Certo, in ballo c'è l'editore. Ma a luglio, quando un'altra società della galassia di De Benedetti - Sorgenia - finì alla ribalta delle cronache per le indagini sul fallimento di Tirreno Power, va dato atto alle stesse penne di non aver esaurito l'inchiostro. Stavolta, peraltro in piena bufera sull'Etruria (che è fra gli istituti coinvolti sia dalla riforma delle popolari sia dal «salva banche»), un silenzio assordante.

Eppure Repubblica, paladina dell'informazione senza bavaglio, è sempre stata attenta a evidenziare le devianze del capitalismo di relazione e a stanare i conflitti di interessi. Ricordiamo, ad esempio, gli «affreschi» di Alberto Statera su «L'insostenibile leggerezza dei vecchi poteri forti» (articolo del 2013) dove vengono citati tutti, da Tronchetti agli Agnelli, da Geronzi a Bazoli. Senza però guardarsi mai in casa. «Alla sagra delle autorità il conto lo paga il parco buoi», scrive ancora la stessa firma a luglio del 2013 puntando il dito sul conto pagato dai piccoli azionisti Fonsai per la «satrapia della famiglia Ligresti».

Lo stesso rigore è stato applicato a febbraio, quando scoppia il caso dei movimenti anomali dei titoli in Borsa nei giorni precedenti l'annuncio della legge sulla trasformazione delle popolari in spa. Tutti i giornali, nessuno escluso, si mettono a caccia degli speculatori. E così fanno nella redazione del quotidiano di De Benedetti. Mettendo in pista non solo i giornalisti specializzati in giudiziaria e in finanza, ma anche armando le tastiere di editorialisti ed esperti. «La giusta distanza tra governo e finanzieri», è il titolo del corsivo del 9 febbraio a firma di Federico Fubini, al tempo responsabile dell'inserto Affari&Finanza.

«Guardate quelle carte», inizia così l'articolo che accende i riflettori proprio sugli «acquisti eseguiti grazie a informazioni riservate» che hanno innescato le indagini della Consob con il sospetto di insider trading. Fubini cita le mosse del finanziere e supporter del premier, Davide Serra, sollevando «questioni di opportunità» per il possibile conflitto di interessi. E invocando appunto quella «distanza» che, secondo l'inchiesta aperta dalla procura di Roma, avrebbe forse dovuto tenere in quelle stesse settimane anche De Benedetti. Peraltro finanziere più esperto di Serra, visto che è stato al centro di storiche partite giocate sul campo di Piazza Affari negli ultimi cinquant'anni.

Passano tre giorni e il 13 febbraio Repubblica torna sulle «operazione anomale» in Borsa con un pezzo di Elena Polidori dal titolo: «Speculazione sulle Popolari, indagine della procura romana sull'ipotesi di insider trading». Inchiesta «per ora contro ignoti», spiega l'autrice nelle prime quattro righe. Ignara che, dieci mesi dopo, nel mirino di quell'indagine sarebbero finiti il suo editore e la sua galassia, pardon «satrapia».

Quella multa all'«Espresso» ferma da quasi quattro anni


Progetto Ustica, un videogioco per non dimenticare

La Stampa


Un team di sviluppatori italiani ricostruisce la strage del DC-9 per riflettere sui tanti misteri che ancora la circondano. Così il videogame diventa un’inchiesta

 

Il 27 giugno 1980 l’aeromobile Douglas DC-9 della compagnia aerea italiana Itavia decolla dall’Aeroporto di Bologna: non arriverà mai a Palermo. Sparirà dai radar precipitando nel tratto di mare tra Ustica e Ponza, nel disastro aereo persero la vita 81 persone. A trentacinque anni dalla strage, Ivan Venturi a capo della IV Productions, ha creato un team ad hoc per raccontare i tragici eventi di quella sera nel serious game Progetto Ustica. Prodotto e sceneggiato dal game designer Ivan Venturi, il lavoro sarà presentato ufficialmente il 17 dicembre, a Bologna.

Nell’occasione partirà anche la campagna di crowdfunding su Produzioni dal basso che permetterà di rendere il gioco (se così si può ancora chiamare) disponibile gratuitamente sulla piattaforma Steam. Per parlare dell’importanza della memoria, in una società che passa dal sensazionalismo all’oblio in un respiro, di linguaggio videoludico che può e deve trattare temi scomodi e importanti, abbiamo incontrato il professor Mauro Salvador che oltre a essere con Ivan Venturi, cosceneggiatore e game design, per Progetto Ustica cura anche la ricerca dei materiali e la documentazione.

Quanto un serious game può rivelarsi uno strumento utile per la memoria storica e quanto invece utilizzare un’esperienza ludica rischia di banalizzarla ? La risposta è duplice: da un lato utilizzare un videogioco per raccontare un evento come la strage di Ustica è chiaramente una sfida. Tuttavia, considerato che ormai con videogioco s’intendono prodotti di dimensione, portata e profondità molto diverse, siamo convinti di poterlo fare in modo efficace, quanto un saggio di storia o un approfondimento giornalistico e forse, con un certo tipo di pubblico, anche meglio. D’altra parte il gioco non è certo uno strumento che banalizza la realtà, ma possiede una funzione pedagogica intrinseca. È attraverso il gioco, infatti, che i bambini fanno esperienza del mondo, vivendo situazioni sempre diverse in condizioni di sicurezza.

Non solo: anche noi adulti col gioco possiamo sperimentare azioni e punti di vista etico-morali diversi, valutandone le conseguenze in un sistema protetto. Insomma, il gioco, nel suo significato di “simulazione”, è uno strumento potente non perché ci fa perdere il contatto con la realtà ma, al contrario, perché ci aiuta a comprenderla meglio attraverso l’esperienza. Per Progetto Ustica avete il supporto dei parenti delle vittime: come avete presentato il progetto e quali sono state le loro prime reazioni? Abbiamo contattato Daria Bonfietti e Andrea Benetti dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica quando il progetto era ancora una semplice idea.

Sono stati molto disponibili e curiosi e ci hanno accompagnato nel processo creativo con preziosi consigli e, diciamo, “revisioni non ufficiali” del nostro lavoro, dimostrando profondo interesse per il progetto e per un linguaggio che, di fatto, non conoscevano. Una volta compreso il tipo di progetto che avevamo in mente ci hanno sostenuto senza riserve, consigliandoci ad esempio di focalizzare l’attenzione sulla ricostruzione dei fatti più che sul ricordo e l’omaggio alle vittime. Per la Strage di Ustica si parla ancora di verità attendibili. Come si ricercano queste verità negli archivi e quali sono quelle proposte all’interno del vostro serious game?

Dice bene Daria Bonfietti quando definisce Ustica ormai una questione più politica che tecnica o giuridica. La verità potrà emergere solo attraverso la diplomazia e il confronto fra le nazioni presenti quella notte. Purtroppo questo non è ancora avvenuto, dunque è necessario impegnarsi nella conservazione della memoria dell’evento. Per Progetto Ustica abbiamo consultato le fonti istruttorie e peritali all’Istituto Parri di Bologna, che conserva i materiali raccolti negli anni dall’Associazione parenti delle vittime, e sul sito Città degli Archivi che raccoglie la versione digitale di gran parte di tali fonti. Abbiamo inoltre sfruttato il sito Stragi80, altro contenitore di documenti e luogo di grande dibattito fra giornalisti, studiosi e interessati agli eventi di Ustica.

La mole di questi documenti è imponente ma, partendo da alcuni punti fermi, abbiamo riprodotto uno scenario credibile che dura, con alcune ellissi, da pochi minuti dopo il decollo del DC9 fino a pochi secondi dopo il suo abbattimento. Fra le nostre certezze c’è senza dubbio la perizia Algostino Pent Vadacchino del Politecnico di Torino, che ci dice che il DC9 è stato abbattuto da un missile esploso in prossimità della parte anteriore destra della fusoliera. Altro punto che consideriamo cardinale è che in cielo quella notte ci sia stata una battaglia aerea fra velivoli di diverse nazionalità che non si sono curati o non sapevano del DC9 che transitava in quel momento. Poi, ovviamente, abbiamo completato la ricostruzione in modo verosimile ma, per forza di cose, finzionale.

Per Progetto Ustica avete il supporto dei parenti delle vittime: come avete presentato il progetto e quali sono state le loro prime reazioni? Abbiamo contattato Daria Bonfietti e Andrea Benetti dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica quando il progetto era ancora una semplice idea. Sono stati molto disponibili e curiosi e ci hanno accompagnato nel processo creativo con preziosi consigli e, diciamo, “revisioni non ufficiali” del nostro lavoro, dimostrando profondo interesse per il progetto e per un linguaggio che, di fatto, non conoscevano. Una volta compreso il tipo di progetto che avevamo in mente ci hanno sostenuto senza riserve, consigliandoci ad esempio di focalizzare l’attenzione sulla ricostruzione dei fatti più che sul ricordo e l’omaggio alle vittime.
 

Per la Strage di Ustica si parla ancora di verità attendibili. Come si ricercano queste verità negli archivi e quali sono quelle proposte all’interno del vostro serious game? Dice bene Daria Bonfietti quando definisce Ustica ormai una questione più politica che tecnica o giuridica. La verità potrà emergere solo attraverso la diplomazia e il confronto fra le nazioni presenti quella notte. Purtroppo questo non è ancora avvenuto, dunque è necessario impegnarsi nella conservazione della memoria dell’evento. Per Progetto Ustica abbiamo consultato le fonti istruttorie e peritali all’Istituto Parri di Bologna, che conserva i materiali raccolti negli anni dall’Associazione parenti delle vittime, e sul sito Città degli Archivi che raccoglie la versione digitale di gran parte di tali fonti.

Abbiamo inoltre sfruttato il sito Stragi80, altro contenitore di documenti e luogo di grande dibattito fra giornalisti, studiosi e interessati agli eventi di Ustica. La mole di questi documenti è imponente ma, partendo da alcuni punti fermi, abbiamo riprodotto uno scenario credibile che dura, con alcune ellissi, da pochi minuti dopo il decollo del DC9 fino a pochi secondi dopo il suo abbattimento. Fra le nostre certezze c’è senza dubbio la perizia Algostino Pent Vadacchino del Politecnico di Torino, che ci dice che il DC9 è stato abbattuto da un missile esploso in prossimità della parte anteriore destra della fusoliera. Altro punto che consideriamo cardinale è che in cielo quella notte ci sia stata una battaglia aerea fra velivoli di diverse nazionalità che non si sono curati o non sapevano del DC9 che transitava in quel momento. Poi, ovviamente, abbiamo completato la ricostruzione in modo verosimile ma, per forza di cose, finzionale.








Napoli, pazienti ricoverati accanto ai sacchi della spazzatura

Corriere del Mezzogiorno 

di ROBERTO RUSSO

Nell’ospedale di Capodichino, dove assicurare l’igiene è un’impresa

 

Premessa d’obbligo: al pronto soccorso del San Giovanni Bosco medici e infermieri danno l’anima per assistere i degenti. Ma non basta: il sistema sanità a Napoli appare ormai un malato terminale, come denunciano gli stessi sindacati dei camici bianchi. Contro il degrado organizzativo e strutturale c’è poco da fare. Così capita che per mancanza di posti letto un paziente con sospetta ischemia cerebrale, A. V. di circa 70 anni, venga sistemato «alla meglio» nel corridoio esterno all’astanteria e a un metro e mezzo di distanza da lui siano in bella mostra sacchetti neri per i rifiuti.

Ore 8,30 di ieri mattina, ordinari orrori nell’ospedale di Secondigliano-Capodichino, quello che accoglie la popolazione dei quartieri «difficili» Scampia, Piscinola e Miano. Due vigilanti alla porta e niente triage perché qui ancora non è in vigore. Quindi nessuna preselezione per codice di gravità: verde, giallo o rosso. Ci si rivolge al primo infermiere disponibile. È capitato anche ad A.V. che ora giace nel suo letto accanto ai sacchetti neri, depositati ai piedi delle statue di San Pio e San Giovanni Bosco, assistito con amore dalla figlia Anna. «È qui da 24 ore — sospira la donna — e speriamo che lo portino in reparto al più presto». La figlia è costretta a sedersi su un contenitore giallo per rifiuti ospedalieri, opportunamente svuotato e capovolto. «Sono amareggiato — le fa eco il marito, Andrea Perrella — è veramente penoso assistere un anziano in queste condizioni. Che dire di più? Il sistema sanitario è a pezzi».

A qualche metro di distanza, una signora sulla sessantina, a sua volta parcheggiata in corridoio, sonnecchia protetta da un separé verde. Ma è inquietante notare che dietro di lei, su una porta chiusa, compaia un cartello col triangolo giallo e la scritta «pericolo». Tra i degenti un tossicodipendente 17enne soccorso all’alba per una overdose. È adagiato nell’astanteria sulla lettiga dell’ambulanza del 118. «Adesso non posso più ripartire — si lamenta l’autista — perché senza lettiga non posso soccorrere nessuno. E quel poveraccio mica possono ricoverarlo sul pavimento?».

Ieri mattina al pronto soccorso terminati i letti, le barelle, le lettighe, sono rimaste (per fortuna) almeno poche sedie. Mentre gli infermieri si affannano ad inserire aghi e flebo nelle vene di pazienti seduti, i medici nonostante lo sciopero si fanno in quattro per offrire assistenza. Perché se alle «emergenze» va male, ai piani superiori non va certo meglio. Scale zeppe di cicche di sigarette, mura e pavimenti anneriti, vetri diventati opachi per la sporcizia, fili elettrici scoperti e nei reparti sei degenti per stanza. Ma anche carrelli con cateteri pieni e contenitori gialli con rifiuti ospedalieri aperti e in bella vista. 

Il senso di precarietà igienico arriva persino nelle vicinanze delle tre sale operatorie «superstiti» (i tagli hanno depotenziato di molto le attività chirurgiche). In queste condizioni garantire assistenza è un’impresa disperata. Allora è chiaro perché tra tanti cartelli affissi ce ne sia uno che avverte: «Attenzione, si ricorda che offendere o aggredire verbalmente o fisicamente gli operatori dell’ospedale costituisce reato...». 

17 dicembre 2015 | 08:27

Facebook può davvero farti licenziare?

La Stampa

Morto Licio Gelli: Moro e l’Italicus, il golpe Borghese e il crac Ambrosiano, tutti i misteri che scompaiono col Venerabile

Corriere della sera
di Giovanni Bianconi

 Gelli risulta coinvolto in tutti i più inquietanti casi a sfondo politico del dopoguerra: ecco quali 


Il fascismo

Il primo mistero della vita di Licio Gelli risale alla sua gioventù, quando c’era da scegliere da che parte stare nella militanza politica e nella divisione dell’Europa tra fascismo e antifascismo. A 18 anni si arruola con le camicie nere che partono per la guerra in 

La tessera d’iscrizione di Gelli al partito falangista spagnolo
La tessera d’iscrizione di Gelli al partito falangista spagnolo
 
Spagna, volontario del 735° battaglione. Tra il 1940 e il 1942 si muove tra esercito e paracadutisti, dopo l’8 settembre 1943 entra in contatto con i giovani repubblichini della sua provincia, tra cui un futuro collaboratore del Sid. Quando nel ’44 arrivano gli Alleati, Gelli guida le pattuglie che entrano a Pistoia. Alcuni partigiani vorrebbero fucilarlo per la sua precedente milizia fascista, altri lo salvano perché riconoscono la sua collaborazione con gli Alleati. Nel 1945, però, nessuno gli evita l’arresto per reati comuni commessi durante il fascismo. Dal carcere scrive una lettera al Sim, servizio segreto militare, per denunciare la collaborazione coi tedeschi di una cinquantina di repubblichini italiani.

L’iscrizione alla massoneria

Nei decenni successivi la sua attività di imprenditore in contatto con uomini delle istituzioni – in Italia e non solo, anche in Sud America: principalmente in Argentina – è favorita dall’iscrizione alla massoneria, che risale al 1963. Dalla Loggia Romagnosi passa 

(Fotogramma)
 (Fotogramma)
 
alla P2, nella quale comincia ad arruolare personaggi influenti, soprattutto militari e dei servizi segreti. Fra questi il generale Allavena, ex capo del Sifar che – secondo alcune fonti, smentite da Gelli – porta in dotazione molti fascicoli del servizio; tra il ’68 e il ’69 arriva anche Miceli, all’epoca capo del Sios dell’Esercito, poi capo del Sid per un intervento di Gelli sul ministro della Difesa Tanassi. 

Il golpe Borghese

Nel 1970 c’è il tentativo del cosiddetto golpe Borghese, e secondo quanto accertato nel 1995 dal giudice delle indagini preliminari di Roma, che dovette archiviare il procedimento per prescrizione, «risulta obiettivamente accertato un ruolo di Gelli nei fatti di cospirazione 

Junio Valerio Borghese
Junio Valerio Borghese
 
politica». Fu il capitano del Sid Labruna a svelare che Gelli avrebbe dovuto catturare il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat: «Gelli ha un documento che dà libero accesso in qualunque ora del giorno e della notte al Quirinale… Gelli avrebbe dovuto avere, nel contesto della pianificazione di Tora Tora, il compito della cattura di Saragat». Alcuni impiegati del Quirinale iscritti alla P2 hanno testimoniato le loro frequentazioni con Gelli in alcune battute di caccia presso una tenuta della famiglia Lebole, vicino Arezzo, ad una delle quali partecipò anche Saragat.

Attentati ai treni

Nelle varie indagini sulle trame nere il nome di Gelli è ricorso spesso, per il sospetto di aver organizzato e finanziato alcune sigle neofasciste considerate responsabili gli attentati. In particolare le bombe sui treni in Toscana, che hanno fatto da «corollario» alla strage dell’Italicus del 4 agosto 1974 (12 morti e 48 feriti, foto sotto). Per queste attività Gelli fu prima condannato a 8 anni e poi scagionato. 

 
 
 

Il caso Moro

All’epoca del sequestro e dell’omicidio del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro ad opera delle Brigate rosse (16 marzo-9 maggio 1978), i principali posti di responsabilità all’interno dei servizi segreti sono occupati da uomini iscritti alla Loggia P2 nella quale 

(Ansa)
(Ansa)

nel frattempo Gelli è scalato fino al vertice; così come il comandante della Guardia di finanza Raffele Giudice, nominato quattro anni prima su «sponsorizzazione» dello stesso Gelli e del cardinale Ugo Poletti. I misteri e gli interrogativi legati all’incapacità delle forze di sicurezza di fronteggiare i sequestratori di Moro sono spesso stati legati all’interesse della P2 e del suo Gran Maestro di evitare la liberazione del leader democristiano che stava tessendo accordi con il Pci di Enrico Berlinguer per portarlo nell’area di governo.

L’omicidio Pecorelli

Legato ai suoi articoli – spesso molto allusivi – sul caso Moro durante e dopo l’omicidio dell’ostaggio è considerato l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, assassinato a Roma il 20 marzo 1979, già iscritto alla Loggia P2, frequentatore di Gelli e del sottobosco 

(Ansa)
(Ansa)
 
politico-finanziario legato al Gran Maestro. Per il delitto Pecorelli il venerabile fu inquisito dalla Procura di Roma insieme al colonnello del Sid Antonio Viezzer, nell’ipotesi che il giornalista fosse stato eliminato perché custode di segreti troppo scomodi per Gelli, ma poi il fascicolo fu archiviato. L’omicidio – nonostante un successivo processo contro altri presunti mandanti, tra i quali Giulio Andreotti, ed esecutori finito con una generale assoluzione – è rimasto senza colpevoli ufficiali.
 

Sindona e il crac Ambrosiano

Per la bancarotta del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi (tessera n. 519 della P2, trovato morto a Londra nel giugno 1982, impiccato sotto un ponte sul Tamigi nel tentativo di simulare un suicidio) Gelli è stato inquisito e condannato in primo grado (18 anni 

Michele Sindona (Ansa)
Michele Sindona (Ansa)

di carcere) e secondo grado (pena ridotta a 12 anni). Al Banco ambrosiano Angelo Rizzoli (iscritto alla P2 con la tessera n. 532) aveva ceduto il controllo del Corriere della Sera, che finirà travolto dallo scandalo al momento della pubblicazione della lista degli iscritti alla loggia (tra cui comparivano anche il direttore generale Bruno Tassan Din e il direttore del quotidiano Franco Di Bella). Il crack Ambrosiano era collegato anche allo scandalo della Banca privata di Michele Sindona (altro affiliato alla Loggia, tessera n. 1613, morto in un carcere italiano nel 1986, per un suicidio denso di interrogativi), e quando la pena diventa definitiva, nel 1998, il Gran Maestro riesce a fuggire da villa Wanda, ma quattro mesi dopo viene riacciuffato a Cannes.

Strage di Bologna

Il 2 agosto 1980 scoppia una bomba alla stazione di Bologna, che uccide 85 persone e ne ferisce oltre 200. Le indagini imboccano la pista neofascista, e al termine dell’inchiesta Gelli viene considerato il primo anello di una catena che dai mandanti arriva fino agli 

(Ansa) (Ansa)

esecutori. La costruzione però non regge, e il Gran maestro viene assolto per la strage (che lui ha spiegato con l’idea di un’esplosione casuale, per una cicca di sigaretta gettata vicino alla valigia che conteneva il tritolo). Viene però condannato a 10 anni di prigione per aver orchestrato il depistaggio delle indagini messo in atto da due ufficiali del Sismi (il servizio segreto militare), uno dei quali iscritto alla P2.

La cospirazione politica

L’indagine nata nel 1981 dopo la scoperta degli elenchi della Loggia P2 negli uffici gelliani di Castiglion Fibocchi, che provocò la caduta del governo guidato dal democristiano Arnaldo Forlani, venne presto spostata da Milano a Roma dopo alcune manovre 

(Fotogramma)
(Fotogramma
 
giudiziarie messe atto dai magistrati della capitale per farsi mandare il fascicolo. Qui il procedimento fu gestito con modalità che desteranno stupore, se non sospetti, che portarono ad ipotizzare nei confronti del Venerabile l’accusa di aver messo in piedi «un’associazione cospirativa che tendeva al compimento di una serie di reati diversi contro la personalità dello Stato». Un reato per il quale Gelli – nel frattempo arrestato in Svizzera – non era stato estradato dalla Confederazione elvetica, e dal quale erano già stati prosciolti i cosiddetti «capi zona» della P2: le premesse necessarie per arrivare a un nulla di fatto anche in questo processo.

Il rischio della citazione

Corriere della sera
di Claudio Magris

Spesso la paternità di alcune frasi celebri è falsa. Come spiega un cacciatore di bufale. Da «eppur si muove» a «madame Bovary sono io», gli errori scovati da Adriano Ausilio


 I Balcani, ha detto Churchill, producono più storia di quanta ne possano digerire. Un bell’inizio per un articolo. Poche cose come una citazione aiutano a cominciare uno scritto o comunque a rafforzarlo. La citazione è una specie di chiave musicale, dà un’intonazione al discorso e conferisce autorità a quanto si scrive e alle tesi che si sostengono. Inoltre è una sintesi che semplifica ed esprime con chiarezza le idee che vengono espresse. È anche rischiosa, perché spesso viene tirata in ballo senza controllarla, risuona nella mente e nella memoria con una sicurezza che esime dallo scrupolo di verificarne l’esattezza; nessuno va a rileggersi Giulio Cesare per accertarsi che egli abbia detto esattamente «veni, vidi, vici».

I giornali e ancor più i dibattiti pubblici, con la fretta che impongono all’espressione delle opinioni, accentuano il ricorso alla citazione incisiva. Quando si discute, non si può consultare l’enciclopedia. Sotto questo profilo, la citazione è l’opposto del plagio: si cita senza talora copiare alla lettera, mentre nel plagio si copia senza citare l’autore del testo rubato e anzi attribuendosi la paternità di quest’ultimo.

Ma la citazione si presta all’inconsapevole falsificazione. La paternità di molte delle più famose fra esse è data per scontata, ma spesso è falsa. Voltaire non ha mai detto «non condivido quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Questa frase è certo fedele al pensiero di Voltaire, ma a dirla o meglio a scriverla è stata Evelyn Beatrice Hall, scrittrice britannica e autrice di una biografia del filosofo del 1906 intitolata Gli Amici di Voltaire. Non è stato Goebbels a dire «quando sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia Browning», bensì, in un suo testo teatrale, Hanns Johst, drammaturgo tedesco nazista. 

Maria Antonietta non ha mai detto «se non hanno pane mangino brioche». La frase è sicuramente precedente perché già nota ai tempi di Jean Jacques Rousseau, epoca in cui l’arciduchessa austriaca non era ancora nata. L’aneddoto da cui è tratta la frase è contenuto nel libro VI delle sue Confessioni, pubblicate peraltro postume. Machiavelli non ha mai detto esplicitamente «Il fine giustifica i mezzi», parole che certo riflettono il suo pensiero ma da lui mai proferite. 

Gli esempi potrebbero continuare. A elencarmeli, non senza qualche rimprovero per alcuni miei cedimenti in questo campo, è Adriano Ausilio, accanito cacciatore di bufale d’ogni genere e implacabile soprattutto con le attribuzioni inesatte di frasi celebri. Di formazione giuridica, Ausilio è un appassionato lettore e studioso di filosofia, in particolare del pensiero di Augusto Del Noce, il geniale filosofo cattolico di cui ho avuto la fortuna di essere amico, grande critico dell’ateismo e della società opulenta, avversario inesorabile e affascinato del marxismo. Perché, gli chiedo, tale ostinata caccia proprio a questo tipo di errore? «Perché — risponde — con l’avvento di Internet e dei media sociali si è diffusa una nuova tendenza. L’uso incontrollato della citazione. 

Si prendono per buoni passi o frasi famose solo perché li si è letti da qualche parte o per sentito dire, senza preoccuparsi di controllare se provengano effettivamente da una fonte veritiera. La Rete è piena di siti che contengono sillogi di citazioni storiche e letterarie. Ed è lì che si annida l’errore, perché le citazioni non provengono più da una conoscenza diretta dei testi, bensì da raccolte compilatorie non molto affidabili. Del resto già Hegel diceva che “il noto in genere, proprio perché noto, non è conosciuto”. A Lei è mai capitato di incorrere in errori del genere?». Non ricordo, gli dico, crederei di no; ho fatto altri, per fortuna piccoli ma errori veri e propri e dunque più gravi, come quando ho citato un verso di Shelley attribuendolo a Tennyson o quando ho confuso, penso anche causa la grafia del nome, una cittadina russa con un’altra, dov’erano accaduti rilevanti fatti storici.

Intelligente, generoso e amabile, Ausilio rischia di contagiare, grazie alla simpatia e al suo modo di essere e di parlare, il suo interlocutore e di lanciarlo come un cane da caccia sulle piste degli errori e delle imprecisioni. Non si rischia tuttavia, gli chiedo, di cadere in una mania della precisione, in un gusto di cogliere tutti in fallo, sia pure minimale? Anche la verità può diventare un fanatismo, scadere in un formalismo che perde di vista la sostanza, dato che quelle citazioni sbagliate non falsificano il pensiero dell’autore citato bensì ne ribadiscono l’essenziale? (Voltaire era un campione della tolleranza, la pistola di Johst messa in mano a Goebbels corrisponde all’atteggiamento nazista verso la cultura). 

Inoltre c’è il peso, l’autorità della storia che ha fatto entrare magari da secoli nella testa delle persone l’identificazione di una frase famosa con un autore sia pure sbagliato. Naturalmente se si trattasse di uno sbaglio che adultera un’opera o un autore, ad esempio una falsa citazione dei Vangeli che attribuisse a Cristo un’espressione malvagia, sarebbe doveroso smascherarla anche dopo millenni, cosa non necessaria se la bufala non altera la sostanza. Il peso della storia è così forte, che si continua ad attribuire una frase a chi non l’ha detta anche quando il presunto autore lo ha dichiarato lui stesso: la famosa, grande espressione «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà», non è di Gramsci, come tutti ripetiamo, bensì di Romain Rolland ed è stato Gramsci stesso a precisarlo. 

Ma ormai è entrata nel mondo come frase di Gramsci e tutti lo ripetono, anche chi sa — grazie a Gramsci — che è di Rolland.. «Concordo con Lei — replica Ausilio — che ogni eccesso debba essere evitato. Se, per esempio, dopo una partita a carte, qualcuno dicesse “l’importante non è vincere ma partecipare” per consolare i perdenti, mi sembrerebbe inopportuno chiedergli chi ne sia l’autore per poi correggerlo. Ma, al contrario, riterrei doveroso intervenire nel caso di un uso strumentale della citazione. Chi non ricorda la celebre frase “eppur si muove”, attribuita a Galileo Galilei che volle così rispondere, ci viene detto, alla condanna dei giudici dell’Inquisizione per le sue scoperte scientifiche? 

Quella frase mai pronunciata da Galileo fu inventata, come ormai è risaputo, dallo scrittore italiano Giuseppe Baretti nel 1757, con lo scopo di creare il mito di una Chiesa oscurantista e incapace di aprirsi alle nuove scoperte scientifiche» A proposito, gli dico alla fine della nostra chiacchierata, ho appreso di recente da Pierre Assouline, autorevole scrittore e biografo francese, che Flaubert non ha mai detto «madame Bovary c’est moi, madame Bovary sono io». Spero che sia stato veramente Churchill a dire quelle parole sui Balcani... 

17 dicembre 2015 (modifica il 17 dicembre 2015 | 07:58)

Arrestato “l’uomo più cattivo d’America”: aumentò del 5mila % il prezzo di un farmaco

La Stampa

L’imprenditore farmaceutico organizzava truffe finanziarie basate sullo schema Ponzi

 

Martin Shkreli arrestato. Il giovane manager alla guida di Turing Pharmaceutical, salito alle cronache per l’aumento del 5.000% del farmaco salva vita Daraprim, è accusato di frode. Ma non per il caro farmaci che gli è costato una pioggia di critiche, anche dai candidati democratici alla Casa Bianca Hillary Clinton e Bernie Sanders: l’accusa riguarda i suoi trascorsi come manager di hedge fund.

Il 32enne è stato arrestato all’alba a New York, dove l’Fbi lo ha prelevato dalla sua abitazione. In manette anche il suo legale, Evan L. Greebel. L’accusa è quella di frode: Shkreli avrebbe ingannato gli investitori nell’hedge fund MSMB che aveva fondato, ora chiuso. Lo gestiva con una schema Ponzi, la truffa piramidale il cui nome è legato a Carlo Ponzi, l’immigrato italiano autore di una delle maggiori truffe della storia. Shkreli è finito nel mirino anche per il suo ruolo nella società biotecnologica Retrophin, che usava come «salvadanaio» secondo l’accusa. Retrophin, infatti, era lo strumento con cui pagava gli investitori in MSMB, attirati dagli alti profitti promessi.

L’arresto è solo l’ultimo di una serie di episodi controversi che riguardano Shkreli. Nei mesi scorsi l’aumento del prezzo del farmaco salvavita a 750 dollari da 13,50 dollari aveva sollevato critiche. Hillary Clinton l’ha definito «vergognoso», assicurando che da presidente mettere in atto un sistema di controllo dei prezzi dei farmaci. Alle critiche Shkreli aveva risposto con calma. L’aumento - aveva detto - serve per finanziare la ricerca in altri farmaci. La serie di interviste a cui si era sottoposto per difendersi, si era chiusa con una battuta: nel riguardarsi all’azione aveva concluso di aver bisogno di un taglio di capelli.

Entrato nell’industria finanziaria a 17 anni, Shkreli è stato cacciato da Retrophion, società che aveva fondato, dopo diverse gaffe e sulla scia dei timori che fosse immaturo per guidare una società quotata. Il giorno prima della pubblicazione dei risultati trimestrali di Retrophin, aveva twittato: «Questo è il giorno migliore della mia vita», con riferimento a quelli che si sono rivelati ricavi più alti delle attese. Il giorno in cui è stato cacciato su Twitter aveva scritto: «Abbastanza stufo del consiglio di amministrazione concentrato su un’indiscrezione irrilevante, ma posso concentrami su una nuova società». Shkreli ha fondato Turing. 

Perché il Mein Kampf non va pubblicato, né ora né mai

La Stampa
Carlo Ossola

Il professor Carlo Ossola, docente al Collège de France: “quel libro prevede il suo compimento non nella lettura ma nell’azione: nessuna edizione critica potrà arginarlo”

 

«Il primo provvedimento preventivo che prendemmo, fu la creazione d’un programma il quale spingesse verso un’evoluzione che nella sua più riposta bellezza sembrava adatto a rifiutare i meschini e i deboli, cacciandoli da quella che è oggi la nostra politica di partito». Così Hitler nel primo capitolo del suo Mein Kampf, 1925; il suo ordine mondiale prevedeva il trionfo della razza ariana, con l’eliminazione di tutto ciò che la rendeva impura, in particolare gli ebrei.

Il programma venne realizzato nei campi di sterminio; l’azione sistematica di eliminazione era ben nota agli alleati: già il 22 dicembre 1942 il Corriere della Sera riporta la risposta tedesca alle dichiarazioni di Russia, Inghilterra e USA circa la questione ebraica (si veda il documento in Mario Lattes, Il ghetto di Varsavia, a cura di G. Jori, Lugano, Cenobio, 2015, p. 355), nella quale il Führer ribadiva che il programma era noto agli Ebrei sin dal suo libro di tre lustri precedente ed egli non faceva che applicarne i principi enunciati. Loro la colpa se non erano emigrati per tempo.

Il 1 gennaio 2016, Mein Kampf diventerà di pubblico dominio e due équipes, una in Germania e una in Francia, si apprestano a fornirne una edizione critica commentata. L’annuncio ha suscitato aspri dibattiti, ma basterebbe l’esempio sopra citato per ricordare che quel libro non è neutro proprio nella misura in cui prevede il suo compimento non nella lettura, ma nell’azione.

Esistono in molti Paesi europei leggi che puniscono la discriminazione razziale e l’incitamento o la propaganda nazista; la Francia stessa ha, sin dal 1881, leggi che sanzionano la diffamazione razziale, ulteriormente repressa con la Legge n° 72-546 del 1 luglio 1972 ; la Legge Gayssot del 1990 punisce egualmente la negazione dei crimini nazisti, e di recente una ex-candidata del Fronte Nazionale alle Municipali è stata condannata, il 15 luglio 2014, a nove mesi di carcere, 5 anni di ineleggibilità e 50.000 euro di ammenda per aver paragonato Christiane Taubira (Ministro della Giustizia) a una scimmia.

E tuttavia una recente sentenza della Corte Costituzionale francese (decisione n° 2015 -492 QPC del 16 ottobre 2015), ha riaperto la questione – quanto alla libertà di stampa – di trattare i “crimini contro l’umanità”, lasciando al legislatore un anno di tempo per intervenire in materia.

Il dibattito dunque ferve: Pierre Assouline, nell’editoriale di questo mese di dicembre del Magazine littéraire, titola senza esitazione «Pourquoi il faut publier Mein Kampf», previsto presso Fayard nel 2016 o 2017. Riassume le ragioni per pubblicare (edizione critica, commento che storicizzi e controbilanci edizioni osannanti dei gruppi neonazisti), concludendo: «Qual è lo stadio di maturità di una società democratica europea che, settant’anni dopo la fine della Guerra, ha ancora paura a dare in lettura ai propri contemporanei questo sinistro e indispensabile documento storico che resta Mein Kampf ?».

Ebbene a questa domanda propongo tre risposte:

1)Nessuna edizione critica renderà sana una mela marcia; come recita l’adagio antico basta una mela marcia a infettare un paniere.
2)Lo stato di maturità delle “società democratiche” europee è ben precario oggi: risorgono neonazismi e delitti razzisti in tutti gli Stati della Comunità europea; non si vede perché si debba gettare ulteriore benzina sul fuoco.
3)L’invocato primato della libertà di stampa non è preminente rispetto ai diritti che concernono il «bene comune» (pace, sicurezza, dignità dei singoli e delle comunità).

Bertrand de Lamy ha osservato – nel giugno 2012 - nel suo saggio La Constitution et la liberté de presse, che se il Consiglio costituzionale qualifica la libertà di stampa come la «libertà fondamentale, tanto più preziosa in quanto il suo esercizio è una delle garanzie essenziali del rispetto degli altri diritti e libertà », riconosce tuttavia al legislatore – conformemente all’art. 34 della Costituzione francese – il dovere di regolarla al fine di «conciliarla con quello di altre regole o principi di valore costituzionale ».

È indubbio che la tutela dai rischi di un incremento dell’odio razziale sia superiore al dubbio beneficio di avere una edizione critica di un testo infetto: è come diffondere un’epidemia per vedere se il corpo sociale ha sufficienti anticorpi… Resta infine sullo sfondo il vero nodo, che continua ad obnubilare, anche di fronte ai recenti fasti elettorali del FN di Marine Le Pen, gli intellettuali francesi: la pretesa e l’illusione faustiana di poter signoreggiare il demone al quale si dà vita. Siamo sempre alla presunzione prometeica che l’intelligenza non debba rispondere che a se stessa.

Da parte mia resto fedele a Epimeteo, il fratello perplesso di Prometeo: quanto più si interpreta, tanto più cresce la responsabilità di fronte al bene comune. Una libertà incapace dell’autocontrollo che la responsabilità suggerisce, è mera licenza; e, in questo caso, insipienza storica; come reagirà il cittadino comune, già all’orlo della povertà e aizzato contro i migranti, quando leggerà in Mein Kampf le pagine contro «questi sporchi immigrati»? Sarà davvero una cura il somministrare, nell’edizione commentata, la ricetta in nota che «sporchi immigrati» vuol solo dire «miserabili stranieri»?

Avendo smarrito qualsiasi progetto etico di bene, ci si vota ora al ripristino corretto del Male. Da parte mia, nessuna pretesa di signoreggiarlo: so che è grave, che resta altamente infettivo, e pronuncio fermamente: «Non più».

Santon Natale

La Stampa


Un’amica mi ha raccontato una storia. Può essere cupa o luminosa, dipende dal modo in cui la si guarda. Come tutto nella vita, del resto. È la storia di un bambino messo al mondo da una madre surrogata, assieme al suo gemello, in una notte d’inverno di cinque anni fa. Il bambino si chiamava Anton e aveva delle piaghe sulla pelle. Quella del suo gemello invece scintillava liscia come la buccia di una pesca. I genitori biologici erano miliardari e mandarono un jet privato, con una babysitter sopra, per prendere il gemello liscio. Anton lo lasciarono lì. In un ospedale russo dove nessuno aveva mai sentito parlare della sua malattia. L’epidemiolisi bollosa colpisce cinquanta bimbi su un milione. Un volontario della fondazione che se ne occupa incrociò Anton in una corsia, diagnosticò con uno sguardo il problema e lo fece curare nel posto adatto.

Non erano cure semplici né indolori. Anton le affrontò con le lacrime agli occhi ma, dicono le infermiere, senza perdere nemmeno per un attimo il suo sorriso. Provava un desiderio superiore persino a quello di guarire: una famiglia, genitori, fratelli. E se non avevano il jet privato, pazienza. Si sarebbe accontentato che gli volessero bene. Partì una petizione che fece il giro del pianeta e alla fine la famiglia giusta arrivò, lo accolse e se ne prese cura. Ancora l’altro ieri Anton era il bambino di cinque anni più felice del mondo. Così felice che ha deciso che per questo giro di giostra potesse bastare così. Se ne è andato in un luogo dove ci piace pensare che la sua pelle scintilli liscia come la buccia di una pesca e l’amore dato e ricevuto sia l’unica cosa che conta.

Usa, bandito l'ovetto Kinder: "È pericoloso per i bambini"


 
I giocattoli presenti all'interno del dolcetto potrebbero provocare il soffocamento dei bambini
 
 
 Questi oggetti potrbbero essere ingeriti dai bambini, causandone il soffocamento.

Già nel 1997, come riporta Leggo, "la Consumer Product Safety Commission, la commissione federale per la sicurezza dei prodotti di consumo dispose il sequestro di 15mila ovetti. La Ferrero non si oppose ricordando che 90 Paesi approvano la commercializzazione dei prodotti, ma per bambini dai 3 anni in su. L’azienda, inoltre, sottolinea che finora non ha ancora registrato una vittima dopo milioni e milioni di uova Kinder vendute in tutto il mondo e che per aggirare il pericolo ha creato contenitori in grado di non essere aperti a bambini così piccoli. Per gli Usa il problema si riproporrebbe una volta aver 'montato' la sorpresa".

Cerchiamo di fermare la patologia del rispetto

Corriere della sera
  di Beppe Severgnini


Iniziano a comparire, in fondo alle mail dagli Stati Uniti, frasi di auguri. Pochi «Merry Christmas», molti «Happy Holiday Season». Il motivo? Il Natale è una festa religiosa, e spesso il mittente non conosce la mia religione. La «stagione delle vacanze» riguarda tutti: meglio non correre rischi. 

Una prova di delicatezza? No: un esempio di ignavia. Perché dovrei offendermi, se mi augurano «Buon Natale!» e non sono cristiano? Natale non è solo una festa religiosa, ma un’occasione di pausa, di riflessione, di ritrovo. Non lo dico io: lo dicono duemila anni di storia occidentale. Chi rifiuta, schifiltoso, il «Buon Natale» dovrebbe rinunciare anche alle relative giornate di vacanza. Chissà perché, non lo fa nessuno. 

L’idea che una religione possa essere offensiva non è solo sbagliata: è pericolosa. Come tanti, sono entrato in moschee e sinagoghe, con rispetto. Ho partecipato alle feste di amici di altre religioni, grato d’essere stato coinvolto. Alla fine di una lettera a «Italians», Marco Chaim Pace saluta in questo modo: «Buon Natale a voi cristiani che lo festeggiate e un caro saluto». Così si fa. 

Allo stesso modo, possiamo augurare «Felice Hannukah» a un conoscente ebreo e «Buon Eid Al-fitr» (la festa di fine Ramadan) a una collega islamica. Dove sta il problema? Il problema sta qui. Il rispetto sta degenerando in qualcos’altro: un ansioso (e noioso) comune denominatore. 

In America già accade; sta arrivando da noi. Non c’è solo la religione. Nelle università americane molti studenti non vogliono essere turbati. A Yale, inveiscono contro le autorità accademiche che rifiutano di vietare i costumi di Halloween. Altrove hanno ottenuto che i testi letterari portino un avvertimento (trigger warning ). «Il Grande Gatsby» di Francis Scott Fitzgerald? «Attenzione: abusi domestici, violenza esplicita». «Mrs Dalloway» di Virginia Woolf? «Cautela: tendenze suicide». Jeannie Suk, docente della Harvard Law School, racconta che una studentessa/uno studente ha chiesto di «non usare il verbo “violare” in espressioni come “violare la legge” perché potrebbe traumatizzare chi fosse stato oggetto di una violenza sessuale». Qui conduce la patologia del rispetto. Fermiamoci, siamo in tempo. 

17 dicembre 2015 (modifica il 17 dicembre 2015 | 10:20)