domenica 13 dicembre 2015

Crac banche, le accuse dell’opposizione: «L’Etruria e il papà di Renzi»

Corriere della sera
di Fabrizio Caccia

L’amarezza di Pier Luigi Boschi: «La banca non era più raddrizzabile». Donzelli: «i genitori del capo del governo hanno omesso di citare le loro reali cariche societarie nella dichiarazione che devono alla presidenza del Consiglio»

 Tiziano Renzi (Ansa)

LATERINA (Arezzo) Dalla bella casa rosa di via Fabbrica ora trapela soprattutto amarezza: «Proprio non immaginavo che sarebbe finita così», si sfoga «il Boschi», come chiamano familiarmente qui in Toscana il papà della ministra Maria Elena. Pier Luigi Boschi, 65 anni, dalla sua tenuta de «Il Palagio», si confida al telefono con un altro ex altissimo dirigente di banca Etruria, come lui commissariato a gennaio scorso dopo il tremendo crac finanziario.

«Fino all’ultimo provammo a raddrizzare la barca - così il collega di sventura ricostruisce adesso il pensiero espresso dall’ex vicepresidente dell’Etruria nel colloquio avuto -. E facemmo senza dubbio del nostro meglio, stavamo anche pensando a un’aggregazione in extremis con una popolare dell’Emilia-Romagna, ma la barca era ormai irraddrizzabile, gli errori purtroppo erano già stati fatti prima di noi».

Don Mario Ghinassi, il parroco della chiesa dei santi Ippolito e Cassiano, in piazza della Repubblica, si aspetta l’arrivo del Boschi questa mattina per la messa delle 11, accompagnato come ogni domenica dalla moglie Stefania Agresti (preside di una scuola superiore del Valdarno ed ex vicesindaco del paese) e dal figlio Emanuele, anch’egli ex Banca Etruria, che li renderà nonni l’estate prossima. Emanuele e Pier Luigi Boschi, a Laterina, sono soci della Confraternita del Santissimo Crocifisso, fanno la carità agli indigenti e ogni anno, con la loro cappa bianca, sfilano nella processione del Venerdì Santo. Don Mario, però, non vuole commentare i fatti relativi a quest’altra loro personale Via Crucis: «Qui da noi si dice che bisogna fare 100 passi insieme a una persona e mangiare con lei tanto sale, prima di giudicare. E il Boschi è un brav’omo...». 

Intanto, però, il consigliere regionale toscano di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, solleva anche il caso dell’ultimo presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi, che dopo il commissariamento dell’istituto sarebbe diventato con la sua Nikila Invest socio della Party srl di Tiziano Renzi, il papà del presidente del Consiglio, che costruisce outlet in varie città. E l’amministratrice di questa società sarebbe la mamma del premier, la signora Laura Bovoli. «Il problema però - accusa Donzelli - è il fatto gravissimo che i genitori del capo del governo abbiano volontariamente omesso di citare le loro reali cariche societarie nella dichiarazione che devono alla presidenza del Consiglio. Sul sito di Palazzo Chigi non ve n’è traccia. In un Paese normale, Matteo Renzi si sarebbe già dovuto dimettere». 

Gli echi di questa nuova velenosa polemica, però, arrivano molto attutiti a Laterina, dove nel silenzio dei campi di fragole i concittadini di Pier Luigi e di sua figlia Maria Elena, mentre fanno scudo compatti intorno alla famiglia del ministro, spiegano che i loro problemi sono altri: «Il ponte sull’Arno da rifare, le fabbriche dell’oro che per metà hanno chiuso...», così li elenca il farmacista Stefano Bellezza, consigliere dell’opposizione di centrodestra. Già, anche l’opposizione qui si mostra solidale con Boschi senior, l’ex democristiano che tentò di diventare sindaco due volte a Laterina senza riuscirci. 

L’ex presidente della cantina sociale del Valdarno e della Confcooperative di Arezzo. L’amico dei contadini che è contadino pure lui, «uno che sale sugli alberi per potarli» - raccontano - e infatti si fece pure due mesi d’ospedale dopo essere caduto da una scala, ricorda l’assessore all’Urbanistica e suo amico d’infanzia, Alberto Severi, un tempo insieme nella Margherita. «A Laterina poi la Banca Etruria neppure c’è — concludono al bar Sandy, all’inizio di Corso Italia —. L’unica filiale qui è del Montepaschi. Forse per questo la maggior parte di noi s’è salvata».

13 dicembre 2015 | 08:38

Ecco perché ci sono così tanti profili falsi su Facebook

La Stampa

L’Etruria ora “deporta” i dipendenti che hanno venduto i titoli spazzatura

La Stampa

La donna uccisa a Parma? Se l’è cercata”: consigliera M5S si dimette dopo il post choc

La Stampa

Polemica in Rete. Il sindaco di Civitavecchia prende le distanze: frasi molti gravi



Un post su Facebook «se l’è cercata», in riferimento alla donna uccisa dal compagno nei giorni scorsi a Parma e trovata morta nell’androne del palazzo, e si è scatenata la bufera su Rosanna Lau, consigliera del M5S a Civitavecchia e delegata del sindaco Antonio Cozzolino. Lo screenshot del post, che era stato cancellato successivamente, è comunque girato sul web, scatenando polemiche.

Tanto da far intervenire lo stesso sindaco, che sulla sua pagina Facebook ha stigmatizzato le frasi della consigliera, che intanto ha deciso di dimettersi. «Prendo le distanze da quanto erroneamente dichiarato dalla mia ex delegata alle problematiche del mercato Rosanna Lau - scrive Cozzolino - Rosanna, che è una brava persona e che in questa amministrazione ha lavorato a titolo gratuito nell’interesse della collettività, ha effettuato delle esternazioni che non possono neanche lontanamente essere condivise. Ognuno nel Movimento 5 Stelle si prende le responsabilità di ciò che dice a titolo personale ma tali frasi sono gravi e da stigmatizzare».


«La violenza è sempre da condannare, a prescindere dal colore e dalla razza di coloro che la commettono - aggiunge - Rosanna mi ha comunicato la sua intenzione di presentare le dimissioni lunedì ed io le accetterò, ringraziandola per quanto di buono fatto finora riguardo le problematiche del mercato». 

Natale con i tuoi

La Stampa


Non esiste anima pura che non ami il rito del Natale e le sue radiose manifestazioni all’insegna della spontaneità.

La bellezza delle vigilie trascorse in apnea, trascinandosi tra negozi intasati e commessi nervosi, con la lista dei regali ancora da fare a persone di cui non sai quasi nulla, e ci sarà un perché, ma ora non te lo chiedi e ti lasci sedurre dalla sensazione imperdibile di stare buttando dei soldi per un oggetto inutilmente costoso che verrà utilmente riciclato.

Il fascino dei pacchi-regalo che richiedono una coda supplementare a cui ti sottoporresti persino con docilità, se solo non avessi la macchina parcheggiata in terza fila con i lampeggianti, il pargolo urlante nel passeggino e il telefonino ululante nella tasca; sono gli amici d’infanzia che non hanno fatto in tempo a chiamarti durante l’anno e bramano dalla voglia di sentirti proprio adesso; hanno voci calme e sorridenti che ti ricordano come loro hanno già fatto tutti i regali, anche tutti i pacchi, e quindi possono concedersi il lusso di sprofondare sul divano vista Albero del salotto di casa per intrattenerti con argute riflessioni sulla situazione del Pd e quella non meno conflittuale del matrimonio di un ex compagno di scuola.

La meraviglia della cena della vigilia e del pranzo di Natale, dove puoi esaudire il desiderio a lungo strozzato di rivedere la cugina di tuo marito che ha parlato male di te sulla sua pagina Facebook e mediare le risse tra bambini condannati a passare insieme i prossimi ottanta natali della loro vita, ma soprattutto quelle tra gli adulti; i combattenti si sono allenati per mesi in vista della tenzone natalizia: mesi di incomprensioni e rancori saggiamente coltivati nel silenzio e nel pettegolezzo, in attesa di esplodere durante le ore della convivenza forzata intorno alla tavola imbandita, sotto lo sguardo liquido della nonna che non si accorge di nulla o forse sì e ne prova un sadico piacere.

La delizia delle discussioni tra il cugino vegano e il cognato cacciatore che descrive con toni estasiati la sua ultima disfida con un fringuello mentre l’altro mastica le sue tagliatelle senza uovo al ragù di seitan e pensa serenamente ma seriamente di ucciderlo e darne i resti in pasto a un vitellino.

La felicità che ti assale quando ripari in bagno alla ricerca di un momento di quiete, estrai il telefono forse per chiamare aiuto (esisterà un numero verde per le vittime del Natale?) e lo trovi invaso da centinaia di auguri che non si rivolgono direttamente a te, ma all’intero elenco telefonico dell’augurante, il quale è sempre così spiritoso e originale da impreziosire il messaggio con citazioni colte che ti consentono di ripassare tutti gli aforismi di Oscar Wilde, compresi quelli apocrifi.

Il calore degli abbracci con sconosciuti che millantano il tuo stesso sangue, dei brindisi con gli spumanti regalati per l’occasione che sei costretto a trovare buonissimi, delle tombole fracassone, dei panettoni farciti che digerirai a Pasqua e naturalmente dell’apertura dei regali; il sorriso per nulla forzato con cui ringrazi per l’originalità di quell’accessorio uguale a cento altri che giacciono inanimati nel tuo armadio mentre fai già la lista mentale degli sventurati a cui potrai riciclarlo prima di Capodanno.

La nostalgia che ti assale la sera davanti ai resti di quella che nonostante tutto è stata una magnifica festa, quando ti trascini a letto con il mal di testa e prima di addormentarti formuli il proposito ogni anno disatteso che il prossimo Natale lo trascorrerai in Patagonia, ma solo dopo esserti accertato di non avere un parente di quarto grado anche lì. 

Licenziata per un post su Fb. Interviene il ministro del Lavoro

La Stampa
giuseppe legato

 Poletti potrebbe chiedere al Comune (che dà l’appalto) di farla riassumere



Ho parlato con il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Mi ha assicurato che interverrà personalmente sul caso della dipendente licenziata dalla mensa di Nichelino già lunedì (domani, ndr)». Alle 19,30 di sera il senatore del Pd Stefano Esposito annuncia che il caso di Daniela Ciampa, ex addetta della ditta Euroristorazione, “silurata” per aver condiviso su Facebook uno stato in cui si criticava aspramente la qualità del cibo distribuito agli studenti dalla sua azienda, è diventato un affare di governo.

Sempre ieri Esposito ha iniziato a scrivere una lunga interrogazione che più o meno ricalca questa linea di pensiero: «Si tratta di una dipendente che commenta un fatto di cronaca come cittadina e come mamma di un bambino che mangia in quella mensa. Il fatto che lei lavori per quella ditta è tutt’altra questione. Se passa il concetto che può essere cacciata per un post su Facebook allora si favorisce la logica dell’omertà e non quella della trasparenza».

Messaggi di solidarietà  
Esposito chiede fin da ora a Poletti «che la stazione appaltante e cioè il comune di Nichelino (oggi commissariato) sia spronata a intervenire con poteri sostitutivi per rimettere a posto le cose».

Solidarietà politica è arrivata anche dal segretario provinciale del Pd Fabrizio Morri («Trovo sconcertante quanto accaduto»), dai democratici locali e dall’associazione «Nichelino Domani». Non basta. Su Internet è nata una petizione on line sul sito «firmiamo.it». Titolo: «Io sto con Daniela».La signora Ciampa si è rivolta a un legale e farà ricorso al Tribunale del Lavoro. Nella lettera di licenziamento si rammenta come «le motivazioni che lei ha fornito alla richiesta di chiarimenti (contenuta in un precedente provvedimento di sospensione di cinque giorni risalente a due settimane fa) non sono state accettate. Il rapporto di lavoro, dunque, è da considerarsi concluso».

Il messaggio incriminato
Ma cosa aveva pubblicato Daniela Ciampa? È stata la stessa azienda a scoprirlo «nonostante – dice la donna licenziata – avessi attivato nel mio profilo tutte le limitazioni della privacy per accessi esterni». L’ex dipendente aveva condiviso un post dell’ex parlamentare Salvatore Buglio che diceva più o meno così: «Lo schifo della mensa scolastica: scarafaggi nella purea». Il post – accompagnato da una frase: «mah…io una polenta con aggiunta di scarafaggi non la mangerei volentieri» - si riferiva ad articoli di giornale che raccontavano le veementi lamentele delle mamme per la qualità del cibo. Mamme che il giorno seguente ai fatti chiesero di portare i figli a casa prima del pranzo.

Ora la situazione si è tranquillizzata e non si sono ripetuti “incidenti” di insetti nelle pietanze, ma in quei giorni la polemica infuriò davvero con una riunione a cui partecipò anche un dirigente della Euroristorazione a cui erano presenti centinaia di genitori.

A Firenze da 500 anni fioriscono le foglie d’oro firmate Manetti

La Stampa


Le lamine ricercate per ricche abitazioni, ma anche per restauri e piatti gourmet

 

«Usiamo le mani da quattordici generazioni e ancora oggi, ogni volta che vedo l’oro incandescente che cola come una lingua di fuoco, mi emoziono come se fosse la prima, perché in quel bagliore c’è una storia che si rinnova: la storia di una famiglia, di una città e di un mestiere antico che nonostante le macchine ha bisogno delle stesse abilità di migliaia di anni fa». Battere e tagliare, tagliare e battere: alla ricerca dell’infinitamente piccolo e dell’esageratamente bello.

Battere e tagliare: è tutto qui il ritmo di questa storia, preziosa e luccicante, che inizia nella Firenze del 1500 all’ombra dei Medici, quando nei documenti recuperati tra censimenti e parrocchie compare per la prima volta un Manetti, di professione decoratore e battiloro. Cinquecento anno dopo la «Giusto Manetti Battiloro S.p.A.» è una realtà da 27 milioni di euro di fatturato, leader del mercato globale, grazie ai cinquecento chili d’oro che annualmente vengono trasformati in qualcosa come 30 milioni di foglie.

Pellicole spesse da una decina di micron, che equivale ad un millesimo di millimetro, fino a pochi centesimi di micron: tagliate a mano e controllate una a una. «Per garantire qualità e quantità - come spiega Niccolò, uno dei sei Manetti, tra fratelli e cugini, attualmente alla guida dell’azienda. - Quella del battiloro è un’arte nata in Cina, ed esportata poi nell’antico Egitto e da lì trasmessa in Grecia: l’oro, per la sua essenza, è il metallo che più assomiglia al Sole, e da sempre rappresenta un legame diretto con gli dei.

Simbolo quindi di potere, prestigio e lusso: da millenni lavorato per essere trasformato in qualcosa di malleabile e manipolabile. Il compito del battiloro è questo: battere forte per ottenere fogli sempre più grandi e sottili, da mettere a disposizione di artisti e decoratori per rivestire oggetti d’arredamento e dimore, ornare quadri e sculture, intarsiare ceramiche o vetri».

Il salto da bottega a fabbrica artigiana i Manetti lo fanno ad inizio secolo, grazie allo stabilimento che Adolfo costruisce in via Ponte alle Mosse, a due passi dalla Stazione Leopolda. Gli anni ‘30 sono quelli del boom e il marchio si afferma all’estero, dove le foglie d’oro fiorentine piacciono sempre più. Sia il bombardamento del 1945, che rade completamente al suolo la fabbrica, che l’alluvione del 1966, che spazza via magazzino e macchinari, non piegano le gambe ai caparbi battitori d’oro, che ogni volta ripartono con maggiori prospettive.

Dando lavoro a diverse decine di operai, quasi tutti imparentati tra loro e provenienti dal quartiere Brozzi. «Anche oggi, negli oltre 8000 metri quadrati dello stabilimento di Campi Bisenzio inaugurato un paio di anni fa, i 120 dipendenti vengono da quella zona di Firenze, proprio perché si sono tramandati nei decenni competenze, segreti, e sensibilità, di una professione che si apprende solo attraverso l’esperienza».

La fusione dell’oro puro ad una temperatura superiore ai mille gradi, con rame ed argento, così da determinare le molteplice sfumature del colore. Occhi attenti che seguono la colata, per preparare il lingotto e liberarlo da tutte le impurità. La laminazione: un doppio rullo in cui l’oro viene pressato e ridotto in un lungo nastro di pochi micro di spessore. La sottile lamina che viene poi tagliata in quadretti che, una volta inseriti dentro carte speciali, sono sottoposti alla battitura, prima a macchina e poi, nella parte di rifinitura, a mano.

E, infine, sapienti mani che tagliano la foglia nella forma desiderata dal cliente. «Tante fasi sono meccanizzate, ma nessuna è automatizzata: è sempre la persona che decide, sceglie e imposta. Il taglio, per esempio, è affidato alle donne, sono molto più precise, delicate e costanti nei movimenti. E alcuni passaggi sono rimasti uguali a quelli dei nostri avi, come la battitura con il martello rigorosamente di legno, oppure la ripulitura dal gesso che ancora si fa con le zampette di lepre, perché nessun altro strumento garantisce lo stesso risultato».

Hotel di lusso nei paesi arabi, palazzi antichi e moderne ville in Russia, chiese e palazzi istituzionali di tutta Europa, grattacieli negli Stati Uniti e ad Abu Dhabi, architetti e designer che trovano nell’oro l’espressione della propria creatività. Oltre al settore del restauro in tutte le sue declinazioni, dal piccolo quadro alla maestosa cattedrale. Le foglie dei Manetti germogliano in ogni ambito. E, immancabilmente, anche in quello alimentare: oro calibro 24, utilizzato in cucina come ornamento, in briciole, in polvere e in scaglie.

«Non c’è solo il risotto di Gualtiero Marchesi, a cui va comunque dato il merito di aver reintrodotto questa antichissima tradizione: ma da Cleopatra in poi l’oro è comparso nei piatti. Serve solo ad abbellire il piatto, perché non ha alcun sapore: o meglio, non aveva sapore». Da qualche mese infatti è stato lanciato l’oro aromatizzato al naturale, nel triplice gusto tartufo, lime e vaniglia. Un novità assoluta. «Se ti fermi, hai perso la corsa – conclude Niccolò Manetti – Dopo mezzo millennio abbiamo ancora voglia di guardare avanti: è la nostra storia, una storia che continua».












Il peso dell’Italia in Europa

Corriere della sera
di Sergio Romano

Nella politica internazionale il nostro Paese ha caratteristiche che non possono essere ignorate dal resto dell’Europa

La Commissione europea ha le sue competenze e i suoi comprensibili tic nervosi. Deve evitare di essere considerata parziale e incline a chiudere un occhio, soprattutto quando un caso concerne i partner maggiori, e non ha dimenticato che cosa accadde quando Francia e Germania furono autorizzate a violare il patto di Stabilità. Non esercita la sorveglianza sulle piccole banche, riservata alle banche centrali nazionali, ma è certamente competente quando esiste il rischio che un salvataggio si trasformi in un aiuto di Stato. 

Non è tutto. L’Italia non sta rispettando gli impegni assunti sul livello del proprio deficit e il suo presidente del Consiglio ha annunciato le nuove spese per la sicurezza con dichiarazioni che a Bruxelles, probabilmente, non sono piaciute. Anche sul problema dell’immigrazione vi sono stati momenti in cui l’Italia è stata accusata di eludere le norme sulla registrazione dei profughi e le regole dell’accordo di Dublino. E generalmente, infine, è uno dei Paesi che più frequentemente è stato denunciato per essersi sottratto agli obblighi comunitari.

Qualcuno potrebbe osservare che vi sono altri fronti, come quello medio-orientale, in cui l’Italia è considerata oggi carente e poco affidabile. È possibile che alcuni Paesi lo pensino. Ma il suo peso in Europa e la sua disciplina comunitaria vengono misurati e pesati su due diverse bilance. Nella politica internazionale l’Italia ha caratteristiche che non possono essere ignorate. È al centro di un mare che è diventato la frontiera più calda e insicura dell’Europa. È il primo dei due valichi utilizzati da coloro che fuggono dalle grandi aree della crisi: Siria, Iraq e Afghanistan. 

Anche i critici di Mare Nostrum non possono negare che in quella occasione l’Italia, pressoché sola, ha dato una buona prova di solidarietà umana e di capacità organizzative. Non prende parte alle operazioni siriane, ma quale Paese della grande coalizione diretta da Washington può essere certo di avere imboccato la strada migliore? Non ha mai perso di vista il problema libico ed è probabilmente il Paese che lo conosce meglio ed è il più adatto ad avere un ruolo operativo quando vi saranno le condizioni per un intervento autorizzato dall’Onu. Ha conservato buoni rapporti con la Russia, un partner di cui tutti, prima o dopo, capiranno di avere bisogno. E ha una buona rete di relazioni mediterranee.

Anche la Commissione di Bruxelles, quando occorrerà prendere decisioni sui problemi che rientrano fra le sue competenze, dovrà tenerne conto. Dopo le dichiarazioni di principio sulla questione delle banche e del deficit comincerà la ricerca delle soluzioni. L’accoglienza riservata dalla Commissione alla proposta del ministro italiano della Economia (un arbitrato della Consob per valutare quali perdite subite dai risparmiatori delle 4 banche possano essere risarcite grazie a un fondo di solidarietà) sembrano suggerire che quel momento non è lontano. 

12 dicembre 2015 (modifica il 12 dicembre 2015 | 08:20)

Reperti egiziani di 5000 anni sono pezzi di meteorite

La Stampa
21/08/2013

 

 Sono i più antichi reperti di ferro mai trovati – perline che venivano fatte indossare ai morti in un cimitero egizio risalente a 5000 anni fa – e sono stati ricavati da un meteorite. Furono scoperti da archeologi britannici al lavoro nel villaggio El-Gerzeh nell'Egitto meridionale. Era il 1911. Adesso viene confermato che quel metallo viene dallo spazio.

Le nove perline trovate in due tombe datate 3200 A.C. si trovano adesso presso l'University College London (UCL) Petrie Museum. Il team di scienziati che le ha analizzate ha trovato tracce di nickel, fosforo, cobalto e germanio, un mix che conferma la loro natura extraterrestre.

E' la dimostrazione che sin dal quarto secolo A.C. gli egiziani erano già esperti nella lavorazione del metallo. “Questi frammenti sono stati scolpiti e tutti hanno una forma – ha detto Thilo Rehren, professore di archeologia presso l'UCL – Si tratta di una tecnica diversa da quella applicata sulle perline di pietra. Questo è segno di un'alta comprensione del lavoro su un tipo di materiale difficile”. 

Marò, cartello anti-indiani: il caso finisce al ministero


Netta anche la posizione del sindaco di Lecco: "Nella mia città nessuna discriminazione"

 


"Questa azienda non assumerà personale di nazionalità indiana finché i nostri soldati non verranno liberati", si legge sul cartello che l'imprenditore Cristian Sanvittori, ha affisso all'esterno della sua azienda a Lecco.

I soldati sono naturalmente i marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Sulla questione è intervenuto il sindaco Virginio Brivio che, dopo aver preso le distanze dall'iniziativa, ha affermato: "La legge del taglione non va proprio bene, soprattutto nella mia città niente discriminazioni".
E il foglio, affisso all’esterno dell'agenzia di via Papa Giovanni XXIII, rione Castello, rischia di costare caro a Sanvittori: la vicenda, infatti, è sbarcata sul tavolo del ministero del Lavoro. Nessuno sa con esattezza chi abbia segnalato la cosa ma la conferma arriva dallo stesso Ispettorato del lavoro provinciale da dove assicurano che "è giunta una chiamata dal ministero che ci ha invitato a far luce sull’intera vicenda".

"Alcuni fondamentali del nostro vivere civile vanno tenuti in considerazione - spiega Brivio -, soprattutto in momenti delicati come questi nel quale si dovrebbe evitare ulteriori motivi di attriti". "É un dato di civiltà soprattutto, che impone di tenere conto dei diritti di tutti - fa notare Brivio - altrimenti si rischia di fare i forti con i deboli, che non hanno alcuna colpa su quanto sta avvenendo".

Inviava lettere di una finta amante all’ex amico che ora chiede i danni

La Stampa
 pierangelo sapegno

Nord Corea: fame e torture nei racconti dei rifugiati al Consiglio di Sicurezza Onu

La Stampa
paolo mastrolilli

L’appello per fermare gli orrori di Grace Jo e Jung Gwang Il

 

«Stavo morendo di fame. Mia nonna era disperata, perché non sapeva come aiutarmi. Sotto una pietra nel campagna davanti a casa trovò sei topi appena nati, li bollì, e me li diede da mangiare. Così mi salvai».

E’ uno dei racconti della sua terribile vita, che Grace Jo ha fatto ai giornalisti, prima di testimoniare giovedì davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Grace, fuggita dal suo paese nel 2008, è comparsa insieme a Jung Gwang Il, scappato dal campo di prigionia politico di Yoduk, per far conoscere al massimo organismo del Palazzo di Vetro le condizioni di vita in Corea del Nord.

«Sono nata nel 1991 - ha raccontato Grace - e avevo sei fratelli e sorelle. Sono tutti morti di fame, tranne due e mia madre. Mangiavamo solo erba, topi e cavallette. Mio padre è morto di stenti, mentre veniva trasferito da un campo di prigionia all’altro, dove era stato condannato per essere andato in Cina in cerca di cibo. Mia nonna invece è morta per un’infezione: si era tagliata la testa con un ramo mentre raccoglieva erba, le era venuta un’infezione, ma non avevamo alcuna medicina per curarla».

Per salvare quello che restava della sua famiglia, la madre aveva cercato di scappare in Cina, ma erano stati catturati e rimandati indietro. Grace era stata costretta ad entrare in un orfanotrofio, dove lavorava dalle 6 della mattina alle 7 della sera. «Nel 2008 finalmente siamo riusciti a fuggire, arrivando negli Stati Uniti come rifugiati».

Jung Gwang Il invece aveva prestato servizio nell’esercito per un decennio, e nel Partito, prima di diventare un imprenditore. Era stato arrestato per il reato di aver concluso affari direttamente con la Corea del Sud. Per spingerlo a confessare, lo avevano sottoposto alla “tortura del piccione”. «Ti legano le mani dietro la schiena, e ti sollevano in modo che tu non possa né sedere, né stare in piedi toccando il pavimento». Dopo giorni di tortura Jung aveva confessato, ed era stato condannato alla prigione nel campo di lavoro Kwan-li-so numero 15, noto anche come Yoduk. «Eravamo costretti a lavorare dalle 4 del mattino fino alle 8 di sera». Jung ha raccontato di aver visto morire di stenti almeno 26 compagni di detenzione, nell’arco di tre anni. Poi è riuscito a scappare in Corea del Sud e salvarsi.

Entrambi hanno detto che l’unica maniera per fermare questi orrori è spingere la Cina a non sostenere più la Corea del Nord, e favorire la riunificazione fra i due paesi.

Viva la radio che non muore mai

Repubblica.it








ROMA - Di epigrammi accorati, fiammeggianti, densi di dolore sulla sua possibile tomba, la radio ne ha dovuti ascoltare parecchi nella sua lunga vita. Una vita che alcuni in Italia vogliono far cominciare non tanto 91 anni fa, da quel 6 ottobre 1924 quando ci fu l'inizio ufficiale delle prime trasmissioni dell'Unione Radiofonica Italiana, poi Eiar e poi ancora Rai. 


No: c'è chi vorrebbe scrivere come data della sua venuta al mondo in Italia  l'8 dicembre del 1895, 120 anni fa esatti, quando Guglielmo Marconi fece trillare tre volte un campanello posto a distanza a Villa Grifone nella località che ora si chiama Sasso Marconi. Insomma, è successo in diverse occasioni in tutto questo tempo, di sentirsi trattare come un'anziana e gloriosa combattente, sul punto di essere seppellita da logiche iper-neoliberiste sull'infallibilità del mercato.

Sussulto di vitalità. Momenti tristi, dunque, per la radio ce ne sono stati. Ad esempio, anche a metà degli anni Cinquanta, con l'inizio della programmazione Tv. Ma poi nel corso degli anni successivi, in un'altalena di "svenimenti" e "rianimazioni", quando ha dovuto superare fasi in cui è sembrata lì lì per lasciarci o comunque finire nell'ombra. Un vero sussulto di vitalità ci fu poi all'indomani della sentenza della Corte Costituzionale del 1976, la numero 202 del 28 luglio. 


Cominciava la stagione delle "Radio Libere". Che fino ad allora trasmettevano sfruttando un'interpretazione estensiva della legge allora vigente, la 103 del 1975, col rischio di denunce e sequestri. Nonostante tutto però, molte radio trasmettevano con regolarità. Solo a Roma, alla fine del 1975, ce n'erano già una dozzina in piena attività. L'ultima volta che il respiro della Radio s'è di nuovo fatto pesante, fu agli inizi negli anni '90, quando - ancora una volta - le Tv commerciali sembrava stessero per sferrare il colpo finale e definitivo al medium più antico dell'era moderna.

E invece no. Gli anni successivi a quell'ultima stagione un po' opaca hanno al contrario segnato una rimonta impressionante delle emittenti. L'ultima testimonianza viene da una ricerca della Gfk Eurisko e dalla Ipsos, dal titolo che annuncia già il senso e l'esito del sondaggio: "Come afferrare Proteo", il personaggio mitologico dalle forme mutevoli, capace di adattarsi con rapidità ai cambiamenti attorno a lui.

Nessun dubbio. Le analisi delle due società di rilevamento non lasciano dubbi. Dicono e ribadiscono che la radio ha tutti i connotati per essere definita "immortale", proprio grazie alla sua capacità di adeguarsi al mondo che la circonda. Un mondo geneticamente e tecnologicamente mutato, ma nel quale ha saputo convivere con discrezione assieme agli altri strumenti di comunicazione. Ma nello stesso tempo prosperando sulla nuova scena digitale, esibendo numeri che mostrano una crescita costante e, ciò che secondo gli analisti conta di più, aumentando la sua credibilità nella percezione diffusa tra il pubblico. Ha più valore un "... l'ha detto la Radio" che un "... l'ho sentito alla Tv". Lo confermano le statistiche.

La ricerca Eurisko-Ipsos s'è svolta tra l'aprile e il maggio scorsi su un campione rappresentativo di 52.903.250 cittadini italiani, circa l'84% della popolazione residente nel nostro paese. I dati più importanti ci parlano della tenace resistenza della radio alle "intemperie" e alle "traversie" incontrate lungo la sua lunga storia. Un mezzo capace di resistere all'urto con l'era digitale, confermandosi un "mezzo di tutti", che vanta una platea complessiva di oltre 35 milioni di persone al giorno, all'interno della quale vive un target pubblicitariamente assai pregiato.

Crescita. Così la radio fa gola agli inserzionisti e ai pubblicitari, proprio perché cresce tra segmenti di pubblico più esposti alle nuove tecnologie, come i giovani. Il sondaggio ci dice infatti che per il 50% dei ragazzi tra 14 e 17 anni e il 47% dei 18-24enni l'ascolto della radio è in aumento rispetto a 3 anni fa. Un altro dato assai interessante è che il 90% di chi ascolta la musica attraverso supporti digitali, ascolta anche la radio, con i giovani che stanno mostrando di farlo con maggiore intensità rispetto al passato.

Dice Giorgio De Rita, segretario generale del Censis: "La Radio attira e accresce i suoi ascoltatori con un miscuglio tra continuità con il passato, semplicità d'uso e capacità di trovare ospitalità nei nuovi strumenti della società dell'informazione. Sta giocando una scommessa con il futuro - aggiunge De Rita - esibendosi su tanti fronti e cerca di ricavare dal proprio successo di ascolti una nuova capacità d'integrazione nel mondo dei nuovi media, facendosi carico di una società che ha cambiato il proprio modo di fare coesione sociale".

Qualità. Giorgio Simonelli, docente al corso di laurea di "Linguaggi dei Media" alla Cattolica di Milano, riflette sui livelli di qualità che la radio deve mantenere, curando sempre di più i contenuti, con una più evoluta cultura della programmazione. Cita prodotti radiofonici capaci di "produrre un alto grado di partecipazione emotiva e coinvolgimento intellettuale". Un'attenzione particolare Simonelli la dedica all'audience radiofonica, citando il libro di Enrico Menduni ("Il mondo della Radio. Dal tansistor ai social network", il Mulino)".

Sarebbe nato, insomma, un nuovo tipo di pubblico definito "reticolare", il quale "benché minoritario rispetto a quello tradizionale analogico rappresenta una realtà fondamentale, perché anche se non è in grado di generare valore economico, è comunque decisivo nella produzione di quello che Danah Boyd (studiosa statunitense esperta di media e del loro rapporto con i giovani ndr) definisce 'capitale reputazionale', per cui il pubblico della radio si misurerà sempre meno in base a logiche di massa numerica e sempre più in termini 'reputazionali', appunto, attraverso strumenti assai vicini alla sfera sentimentale".

La prova simbolica della vitale longevità della radio e della sua inesauribile capacità di stupire e di generare gioie, ma anche tensioni e paure, viene da un ormai celeberrimo programma del 1938, La guerra dei mondi, uno sceneggiato radiofonico della CBS, protagonista Orson Welles. È rimasto un caposaldo della radiofonia di tutti i tempi, perché il perfetto realismo dell'interpretazione del grande attore e regista scatenò il panico tra la gente, dopo che Welles annunciò un'invasione di alieni, scesi sulla Terra con diverse astronavi, dalle parti di Grovers Mill, nel New Jersey. Furono in molti a non capire che si trattava di una finzione, nonostante dai microfoni della CBS, sia prima che dopo quella storica puntata del 30 ottobre, fossero stati diffusi avvertimenti che ricordavano, appunto, che si trattava solo di uno sceneggiato radiofonico.

Merito. Nel corso del tempo è a personaggi e programmi di quella potenza che va attribuito il merito di aver creato, giorno dopo giorno, la fedeltà d'ascolto necessaria a generare la comunità di riferimento di ogni emittente. Di esempi nati sulle nostre onde hertziane e che hanno fatto la storia della radio italiana, ce ne sono numerosi. Rosso e Nero, tanto per citarne uno, che tenne per anni incollati all'apparecchio milioni di italiani il giovedì sera; ma poi tanti altri "monumenti" della radiofonia nazionale, come la Hit Parade di Lelio Luttazzi, Bandiera Gialla, Il Gambero, Alto 


Gradimento, Chiamate Roma 3131, Fabio e Fiamma la trave nell'occhio, Raistereonotte... fino al Ruggito del Coniglio, Caterpillar e 610 di Lillo e Greg, solo per citarne alcuni, così, un po' a casaccio. Ecco, oltre a questi esempi ci piace ricordarne un altro, che arriva dagli States, Arkansas. Si chiama Sonny Payne, ha 85 anni suonati, ed è ancora oggi, dopo 60 anni, al microfono di King Biscuit Time, un programma trasmesso da un'emittente della città di Helena. Il vecchio Sonny è lì tutte le sere a trasmettere ottimi blues, a dialogare con i suoi ascoltatori e, probabilmente, anche ad invitarli a gridare assieme lui, ogni tanto: "Viva la Radio".


ROMA  -  "Dicono che dopo un disastro nucleare gli unici a sopravvivere sarebbero gli scarafaggi. Ma non è così", sentenzia Marco Presta, attore, scrittore di successo, da vent'anni autore e conduttore assieme ad Antonello Dose, suo amico d'infanzia, di una delle trasmissioni cult di Radio Rai, Il Ruggito del Coniglio. "Non è così, perché a sopravvivere a tutto sarà soprattutto la radio. Sono sicuro che da qualche parte - dice - dopo quella malaugurata esplosione, si sentirebbe una voce che esce da una radiolina impolverata tra le macerie. 

Ho in testa questa immagine, sarà grave? Insomma, penso davvero spesso alla sua sostanziale immortalità e questo, secondo me, succede per un motivo molto semplice: la radio appartiene alla sfera del sentimento e i sentimenti, com'è noto, non muoiono mai. Si accendono, si trasformano, si spendono anche, ma vengono comunque rimpiazzati da altri stati emotivi. Insomma, c'è il vuoto sentimentale.

"Alla radio - dice ancora l'autore che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura della serie Tv Un medico in famiglia e che collabora alla scrittura dei testi per la Littizzetto - non c'è trucco né inganno, non ci sono paillettes, o smoking, né belle gnocche. C'è un flusso sentimentale che ha la stessa fisiologia e la stessa forza di quello che s'instaura tra esseri umani. Insomma, non c'è bisogno che io stia qui a ripeterlo, ma è un fatto che la radio è il mezzo che somiglia di più e che più di altri entra rapidamente e con efficacia in sintonia con l'animo delle persone. 


D'altra parte - conclude Marco Presta - la nostra lunga esperienza a Radio 2 con il Ruggito, ce lo continua a confermare: la radio riesce a trasformare in fatti rilevanti tutto ciò che riguarda la vita delle persone, persino le cose più banali. Nessuno riesce a raccontare o a rappresentare emotivamente meglio gli stati d'animo della gente. Ecco perché è immortale".