mercoledì 9 dicembre 2015

Foto scomparse dall’iPhone, pensionato vince una causa contro Apple

La Stampa
dario marchetti

Aveva portato il telefono all’Apple Store per una riparazione, ma lo staff aveva ripulito la memoria del dispositivo. Dopo un anno di battaglie legali, Cupertino dovrà pagare un risarcimento di quasi duemila euro



Se in questa storia la parte di Davide tocca a Deric White, un pensionato di Pimlico, zona centrale di Londra, quella di Golia è senza dubbio di Apple. Perché dopo un anno di battaglie legali, questo settantenne è riuscito a vincere una battaglia legale contro il colosso di Cupertino, senza nemmeno bisogno di un avvocato.

Tutto è iniziato a dicembre 2014 quando White, appena uscito da una lunga battaglia contro un cancro all’esofago, aveva portato il suo iPhone all’Apple Store di Regent Street per farlo riparare. Peccato che nel processo, lo staff del Genius Bar avesse resettato completamente la memoria del telefono senza prima avvisare il cliente, cancellando foto e video della sua luna di miele alle Seychelles, di un safari in Africa e dei medici che lo avevano sostenuto nei suoi 10 mesi di lotta al tumore.

Contro ogni consiglio, White ha poi intrapreso una lunga azione legale contro Apple, che per dodici lunghi mesi ha rinunciato a qualsiasi forma di risarcimento volontario, probabilmente per evitare la creazione di un pericoloso precedente. Pochi giorni fa però, il tribunale di Londra ha dato ragione al pensionato, bacchettando Apple per “negligenza degli impiegati nel trattamento del dispositivo” e costringendo il colosso a pagare un risarcimento da quasi duemila euro. Una cifra irrisoria che non metterà certo in difficoltà l’azienda di Tim Cook, ma che ha trasformato White nel Davide più hi-tech degli ultimi secoli.

I sei trucchi per il caffè perfetto

Corriere della sera

Da degustare

Non è vero che piace solo a Napoli. Il caffè, anzi, è sempre più diffuso in tutto il mondo. E ormai lo si beve non solo per stare svegli ma anche per degustarlo con calma e piacere, come qualsiasi altra bevanda. Come fare però per preparare un buon caffè a casa con la moka? Ecco alcuni trucchi



Il barattolo

Dove è meglio conservare il caffè? C’è chi dice nella dispensa insieme allo zucchero e chi nel frigorifero. Quest’ultima, dicono gli esperti, è la scelta migliore, in modo da preservare al meglio la polvere. L’importante è assicurarsi che il barattolo sia ben chiuso e, se possibile, tirarlo fuori almeno cinque minuti prima di preparare la caffettiera


L’acqua

Quanta acqua nel serbatoio? Il livello non deve superare la valvola: questo è il giusto rapporto acqua/caffè. L’acqua, inoltre, deve essere fredda e, se quella del rubinetto ha un sapore che non piace, meglio utilizzare quella minerale



Il caffè

Dopo aver versato il caffè nella moka, non pressate con il cucchiaino: è sufficiente riempire il filtro fino all’orlo. La caffettiera, poi, va avvitata con cura e messa sul fornello a fuoco basso



Il camino

Prestate attenzione al momento in cui il primo rigagnolo di caffè comincia a uscire dal camino. A questo punto la fiamma deve essere abbassata al minimo. E appena prima che la moka sia piena spegnete o, ancora meglio, spostatela dal fornello caldo: in questo modo l’ultima parte di caffè non uscirà bruciacchiato, finendo per guastare il sapore dell’intera caffettiera



La tazzina

Prima di versare il caffè nelle tazzine, è bene mescolarlo con un cucchiaino. In questo modo la parte più diluita uscita per ultima si mescolerà a quella più intensa uscita per prima



La moka

Ormai è risaputo. La caffettiera non deve essere lavata con il detersivo. Vero. Lo è altrettanto, però, che la si debba in qualche modo pulire. Dopo ogni utilizzo, è bene sciacquarla e farla asciugare con cura. Periodicamente, invece, è necessaria una pulizia più accurata: il filtro deve essere ripulito con uno spazzolino o uno spillo in modo da liberare i fori dai rimasugli di caffè mentre la caffettiera deve essere passata delicatamente con una spugnetta priva di detersivo

Sud borbonico terra di tutte le mafie

Corriere del Mezzogiorno

di Marco Demarco

Nel nuovo studio di Isaia Sales sul Mezzogiorno la spiegazione del triste primato

Un dipinto che ritrae Garibaldi in Sicilia
Un dipinto che ritrae Garibaldi in Sicilia


Le mafie sono nate tutte a Sud, tutte all’inizio dell’Ottocento, e tutte sotto il regime borbonico. Lo sostiene Isaia Sales nel suo ultimo libro (Storia dell’Italia mafiosa , Rubbettino editore) e già questo potrebbe bastare per togliere il sonno ai nostalgici di Franceschiello. Ma nel libro non c’è solo questo. Si dice anche, e si documenta, che se ciò è avvenuto nel Regno delle due Sicilie e non altrove, non è per una congiunzione astrale o per uno scherzo della Storia, ma semplicemente perché qui, e solo qui, c’erano tutte le condizioni politiche

economiche e istituzionali perché ciò accadesse: il regime autoritario che spingeva le classi dirigenti dissidenti a organizzarsi in sette segrete e quelle popolari ad imitarle in peggio; la tendenza dei Borbone di legittimare i fuorilegge arruolandoli nelle loro «polizie» e per le loro guerre; il sistema carcerario che favoriva, per affollamento e assoluta mancanza di garanzie, la formazione «professionale» di violenti pronti, una volta tornati in libertà, per il mercato criminale.

L’atto d’accusa è dunque diretto all’intero sistema vigente nel Regno, agli interessi materiali che qui si manifestavano e alle rendite che esso proteggeva. È qui la causa, dice Sales. Altro che origine razzista o antropologica del fenomeno mafioso! Una tesi molto forte, come si vede, mai sostenuta neanche dal più convinto assertore della rivoluzione risorgimentale: e Sales non è certo tra questi. Il suo ragionamento infatti continua. E se lo Stato borbonico ha generato le mafie, dice, lo Stato unitario le ha «nazionalizzate». Due analisi, dunque, meritevoli entrambe di una uguale considerazione.

Si ha l’impressione, invece, che con la paradossale complicità dello stesso autore, la prima venga del tutto sacrificata alla seconda. Sales, ad esempio, sostiene che la vera legittimazione delle mafie, il loro «farsi stato», avviene solo dopo l’Unità, quando c’è da raccogliere consenso elettorale e la politica si apre alla contaminazione criminale. In realtà non è proprio così. Lo stesso Sales ricorda infatti non solo gli sforzi di Silvio Spaventa «per cacciare via dalla Guardia nazionale i camorristi» e la bonifica anche sociale che era nelle intenzioni dell’operazione Risanamento, ma soprattutto che la prima legittimazione mafiosa

non avvenne affatto ad opera di Liborio Romano per conto di Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele, quando la criminalità organizzata fu cooptata nell’opera di consolidamento del nuovo Stato, bensì prima. Prima di quella di Liborio a Romano, ci fu quella praticata con il cosiddetto metodo Maniscalco, famoso capo di polizia in Sicilia tra il 1849 e il 1860. E prima ancora ci fu quella del Cardinale Ruffo, che non si fece scrupolo di aprire le braccia al banditismo per muovere contro la Repubblica napoletana del 1799.

Un vizio radicato, a dirla tutta. Eppure, come si diceva, Sales tiene di più alla seconda parte del suo ragionamento, lì dove sostiene che la mafia non è affatto una parentesi della nostra storia nazionale, ma ne è invece un elemento costitutivo e poi costante. Il dato evidente di una mafia attualmente radicata anche al Nord e a Roma non è altro, a ben vedere, che la conferma dell’assunto; del fatto, cioè, che non erano e non potevano essere ragioni esclusivamente geografiche quelle che la determinavano.

Ciò che preme giustamente a Sales è respingere, come si è detto, non solo le ricostruzioni razziste, ma anche quelle culturaliste: la mafia come conseguenza di una specialissima cultura meridionale, per intenderci. E tuttavia anche qui non tutto fila liscio. Ciò che ora si condanna, il ricorso al contesto come spiegazione di tutto, è stato infatti in passato esaltato per ragioni diametralmente opposte, per sottolineare cioè l’eccezionalità della condizione meridionale.

Il ragionamento era il seguente: poiché al Sud c’è la mafia, e la mafia è generata dal degrado sociale e ambientale, lo Stato deve finanziare la rimozione della causa per sperare di debellare l’effetto. E giù, di conseguenza, la continua richiesta di finanziamenti mai ritenuti sufficienti. Rivendicazionismo e assistenzialismo hanno, purtroppo, anche questa comune origine strumentalmente «antimafiosa». E nessuno, nel tempo, è sfuggito alla trappola: né la destra né la sinistra.

A questo proposito, con malizia si potrebbe allora obiettare che la svolta operata da Sales arriva in ogni caso tardi, quando i rubinetti della spesa pubblica sono ormai a secco; e che molti sprechi e molti errori strategici nel Mezzogiorno si sarebbero potuto evitati se solo le analisi fossero state aggiornate in tempo, per privilegiare magari, e senza pregiudizi ideologici, gli aspetti repressivi della vicenda criminale. Ma ricordare questi oggi servirebbe a poco. L’importante, invece, è aver riaperto la riflessione sulla storia e sull’attualità. E Sales lo fa come sempre molto bene: con punti di vista forti e chiari.

8 dicembre 2015 | 12:04

Prova dna, i resti del cadavere trovato in Florida non sono di Ylenia Carrisi

Franco Grilli - Mer, 09/12/2015 - 10:40

L’esame del dna ha escluso che la donna trovata morta in Florida il 15 settembre 1994 sia Ylenia, scomparsa nel nulla a New Orleans il 1° gennaio 1994



Ancora una volta la sorte di Ylenia Carrisi resta avvolta nel mistero.

I resti del cadavere trovato vicino a una stazione di servizio della Florida non appartengono alla figlia di Albano e Romina Power: lo ha stabilito l'esame del dna. A spiegarlo è l’agente speciale Dennis Haley, nella puntata di stasera del programma "Chi l’ha visto?" su Rai3. Il poliziotto svela che l’esame del dna ha escluso che la donna trovata morta in Florida il 15 settembre 1994 sia Ylenia, scomparsa nel nulla nel 1994.

Erano stati gli spettatori di una tv americana a indicare possibili legami con il caso di Ylenia Carrisi, dopo la confessione di un serial killer e l’appello televisivo dello stesso Haley per identificare la vittima. Le tracce della figlia dei due cantanti si erano perse a New Orleans l’1 gennaio del 1994. Dopo alcuni anni la ragazza era stata dichiarata formalmente morta. Negli anni si sono alternate diverse indiscrezioni sul conto di Ylenia.

L'ultima, in ordine di tempo, era quella di un serial killer, che avrebbe confessato di aver ucciso proprio una giovane con lo zaino in spalla, che facendo l’autostop voleva raggiungere il Nevada o la California. Le ricostruzioni del viso della giovane avevano subito fatto pensare a Ylenia. Si era parlato di un’analisi del dna, cui tutta la famiglia si sarebbe sottoposta, ipotesi che poi Romina Power aveva negato, pregando tutti di non parlare di sua figlia.

Giubileo. Bruno Forte: «Il laicismo ideologico porta integralismo e violenza»

Il Mattino
di Donatella Trotta

«I tempi sono maturi, per l'Europa, per fare un serio esame di coscienza sul suo ruolo in un mondo in fiamme». Usa simbologie molto concrete monsignor Bruno Forte per connotare l'evento storico che si apre in un momento di grandi tensioni nello scenario geopolitico mondiale: «Il laicismo come ideologia fomenta l’integralismo e la violenza», dice lanciando un monito: «Bisogna ritrovare il coraggio dell’identità non contro, ma a favore dell’incontro con l’altro».

Il dialogo può avvenire quando esistono identità chiare a fronteggiarsi: non trova invece che l'Europa presenti un'identità divisa e conflittuale, nelle cui faglie più facilmente può insinuarsi il nemico invisibile del terrorismo?
«Il problema è serio. Storicamente, l'Europa nasce dalla confluenza di tre anime: quella del suo sostrato greco-latino, quella ebraico-cristiana che è stata il suo fermento e quella germanica, che pure ha portato contributi significativi di storia e di cultura. Elemento comune è l'idea di persona, con la sua dignità unica e irripetibile. L'unità dell'Europa si è costruita sul principio persona, e sul principio solidarietà entrambi vincolanti per una convivenza civile basata sull'etica della responsabilità declinata sia in senso laico che religioso.

Anche i grandi movimenti rivoluzionari del XVIII e XIX secolo avevano come obiettivo un progresso che doveva riguardare il comune destino dell'umanità. Oggi non è così: l'immagine è quella di un'Europa disgregata che ha negato questo sistema di valori, divenendo un'entità non solidale, ripiegata su interessi particolaristici, privati, individualistici: terreno fertile per nazionalismi ed estremismi di ogni segno. E in nome di una libertà e di un progresso opposti ai principi dei suoi Padri fondatori, l'Europa sta paradossalmente smentendo le sue radici profonde. Quanto al terrorismo, mi sembra generato da una complessità di ragioni».

Quanto questa negazione ha a che fare con quelle radici cristiane rimosse dal Preambolo della Costituzione europea, e non solo, a favore di un relativismo etico denunciato a suo tempo da Benedetto XVI e sul quale oggi, in Italia, sta tornando a interrogarsi anche il pensiero laico?
«A me sembra che il conflitto non sia tra pensiero laico e pensiero religioso, che come tali possono incontrarsi e dialogare perché il problema, come sottolineava Bobbio e come ha mostrato il cardinale Martini con la cattedra dei non credenti, è essere "pensanti"; il nodo, semmai, sta nell'avvento di un certo laicismo diventato ideologia. La laicità è un valore, che tutela l'autonomia del mondano e la dignità della persona; il laicismo invece è pregiudizio, disconoscimento dell'altro, rifiuto di ogni riferimento alla trascendenza.

Ecco perché occorre un serio esame di coscienza, da parte di tutti: per una consapevolezza critica dei rischi di una mentalità laicista che può far aumentare integralismi e violenze, di qualunque segno, usando persino la religione come arma, pro o contro. Mentre una sana laicità può aiutare tutti ad essere più umani, a prescindere dalle proprie fedi religiose».

Tagliati i costi delle carte, ma la beffa è dietro l'angolo

Gabriele Bertocchi - Mer, 09/12/2015 - 10:14

Le commisioni sulle transazioni passano allo 0,3% e al 0,2% ma si rischia di pesare sui propietari di carte di credito. Possibili aumenti sui costi fissi e annui



La decisione arriva nel corso del semestre italiano di presidenza Ue. Da oggi entrano in vigore i tetti unici alle commisone interbancarie. Saranno del 0,3%per le transazioni con carta di credito e del 0,2% per quelle con bancomat. Una mossa che, secondo il legislatore europeo, dovrebbe portare benefici ai consumatori

Il ragionamento fatto per compiere questa svolta è quello di far risparmiare i ristoratori, i titolari di pubblici esercizi, dei piccoli supermercati e così via. Infatti la percentuale per i pagamenti con carta e bancomat oscilla tra l'1 e il 2,5% per la prima e tra lo 0,5% e l'1,5 per la seconda. Di conseguenza risparmiano anche i consumatori che, rispetto a prima, sullo scaffale si troveranno un piccolo sconto. L'Eurostat e il parlamento europeo calcolano che nell'intera Unione europea i commercianti risparmieranno 6 miliardi di euro.

Un ragionamento fatto sulla carta, che sulla carta, non fa una grinza. Ma c'è il rischio che i buoni propositi si trasformino in una beffa ai danni di chi, teoricamente, ci doveva beneficiare. Si corre il rischio che gli istituti bancari sgonfiati dalla manovra sulle commissioni pompate scarichino la perdita sui proprietari di carte e bancomat.

Vi starete chiedendo come. Il metodo è molto semplice. È possibile che gli istituti bancari aumentino sia il costo della carta sia i costi fissi che si pagano ogni anno, come avverte l'Abi (associazione della banche italiane). Fatto dimostrato dalle infelici esperienze di Spagna, Stati Uniti e Australia dove sono entrate in vigore norme simili a quelle che stanno per entrare in vigore nel nostro Paese.

Bisogna dire che si verrà a creare una certa concorrenza. Infatti interessati dalla manovra ci sono solo inclusi i cosidetti "sistemi a quattro parti", cioè quelle carte di emanazione bancaria come Visa, Mastercard e PagoBancomat. Mentre ne sono esenti i "sistemi a tre parti" come American Express e Diners, che continueranno ad applicare le loro commissioni. Unvantaggio svantaggio, infatti i proprietari eviterebbero l'aumento dei costi fissi e di quelli annuali ma incapperebbero di vedersi applicati dai commercianti un sovrapprezzo sui propri acquisti. O peggio ancora che le loro carte non vengano accettate.

Se si pensa che la manovra è stata fatta per incentivare l'uso dei pagamenti elettronici ma pare che con queste conseguenze si subisca una contrazione dell'uso di tale funzione. Specialemente nei paesi che registrano un numero di operatori pro capite più basso, poichè i loro cittadini avranno più difficoltà ad assorbire l'aumento del canone e quindi sarano disincentivati all'acquisto con carta. L'Italia, ad esempio, occupa nell'uso di pagamenti con carte e bancomati una posizione di retroguardia, peggio di Francia, Germania e Spagnal.

Parma, tunisino la ammazza in casa. Ma era già stato espulso dall'Italia

Sergio Rame - Mar, 08/12/2015 - 21:22

Il tunisino di 27 anni è ricercato in tutta Italia per aver ammazzato domenica Alessia Della Pia. Ora è ricercato in tutto il Paese. Il 14 settembre il questore di Ferrara aveva firmato un ordine di espulsione. Cosa ci faceva ancora in Italia?

Non doveva essere in Italia Mohamed Jella. Il tunisino di 27 anni è ricercato in tutta Italia per la morte di Alessia Della Pia, la 39enne ritrovata senza vita domenica pomeriggio nell’androne del suo palazzo alla prima periferia di Parma.

"Al nordafricano - riferisce la Gazzetta di Parma - era stato notificato il 14 settembre un ordine di espulsione dal territorio italiano". A firmarlo era stato il questore di Ferrara, dopo che l’uomo aveva finito di scontare una condanna per rapina. Da allora però il giovane, ricercato per omicidio volontario, non solo aveva continuato a vivere in Italia ma era addirittura tornato a Parma, dove condivideva l’appartamento con la compagna brutalmente ammazzata.

Carabinieri e polizia continuano a mantenere il massimo riserbo sulle indagini, ma le ricerche sono serrate sia in provincia di Parma che in tutta Italia. Gli inquirenti intanto stanno ricostruendo le ultime ore della donna uccisa, a partire dalle dichiarazioni rilasciate dal figlio ventenne della vittima. Madre e figlio vivevano solo da un paio di settimane nell’appartamento del quartiere Cinghio Sud dove è avvenuto il delitto. E con loro era andato ad abitare anche Mohamed Jella.

Il tunisino è noto alle forze dell’ordine per alcuni precedenti legati al traffico di sostanze stupefacenti e sino a poco tempo fa era anche agli arresti domiciliari proprio per un problema legato alla droga. Anche la donna, in passato, avrebbe avuto problemi di tossicodipendenza. Tanto che alcuni vicini di casa avrebbero accennato ai carabinieri di violenti litigi fra i due. All’interno dello stesso stabile vive, tuttavia, un’altra coppia definita dagli inquilini "difficile". Non è, dunque, escluso che le urla sentite provenissero non dall’appartamento di Alessia Della Pia. Per ora insomma resta inspiegabile il gesto di ieri.

Chiamando il 118 l'uomo avrebbe infatti solo ammesso "un bisticcio" dopo avere comunicato come la donna fosse "svenuta". "Non respira - ha detto - ho provato di tutto ma non si riprende". Al telefono avrebbe parlato di una serie di farmaci assunti dalla donna. Parole che però non coincidono con le condizioni del corpo della vittima, pieno di lividi ed ecchimosi, compresi alcuni colpi alla testa e al volto, e con le unghie spezzate, forse in un ultimo disperato tentativo di proteggersi. Secondo una prima ricostruzione, infatti, Alessia Della Pia sarebbe stata prima brutalmente picchiata, poi, molto probabilmente, immersa agonizzante nella vasca da bagno e infine trasportata, ormai senza vita, al piano terra del palazzo.

Attaccati al Trump

La Stampa
massimo gramellini

Come in un film comico che all’improvviso vira in tragedia, una caricatura di Berlusconi rischia di diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti. Non è così sconvolgente che Donald Trump invochi la chiusura di Internet e delle frontiere ai musulmani, quanto che gli americani nauseati dai balbettii di Obama e dalle supercazzole dei potenziali successori salutino con entusiasmo ogni sua frescaccia, issandone la zazzera color centrifugato di carota in vetta ai sondaggi.

Viene il sospetto che Trump reciti questo inesauribile rosario di bestialità per precipitare nella considerazione degli elettori e trovare così una via di uscita a una candidatura di cui percepisce l’inconsistenza, ottenendo invece con suo grande stupore l’effetto opposto. In tempi normali un pretendente alla Casa Bianca che dicesse «se Hillary Clinton non riesce a soddisfare suo marito, cosa ci fa credere che potrebbe soddisfare gli Stati Uniti?» verrebbe scaraventato nel dimenticatoio per eccesso di volgarità. Ma oggi certe frasi atroci risuonano soltanto sincere.

E non importa che, come nel caso di Internet e degli islamici, siano irrealizzabili e rivelino in chi le pronuncia un rifiuto della complessità della vita. Perché è proprio questo approccio adolescenziale che piace in Trump. L’idea che i conflitti epocali si possano mettere in riga con una battuta. Che le regole immutabili della politica siano un imbroglio e una perdita di tempo. E che per il solo fatto di avere guadagnato tanti soldi e avuto tanti amori, un uomo sia legittimato a governare chi ha paura di perdere quei pochi che ha.

Il pene di Napoleone custodito da un collezionista

Anna Gallo - Mar, 08/12/2015 - 13:10

Il membro dell'imperatore è stato conservato da un professore americano: un grave problema endocrinologico limitò la crescita dei suoi organi sessuali



Il professore della Columbia University John F. Lattimer è morto il 17 maggio scorso in un ospizio di Englewood (Gran Bretagna), all'età di 92 anni. L'uomo, oltre ad insegnare era anche un espero balistico, e nel tempo libero si divertiva a collezionare reliquie militari e resti umani.

E si dà il caso che tra le reliquie conservate da John Lattimer ci fosse anche il pene di Napoleone Bonaparte. La leggenda narra che l'organo sessuale dell'imperatore francese sia stato troncato da uno dei suoi nemici, il clerico Vignali, che non aveva mai perdonato al generale alcuni riferimenti sulle sue presunte defaillance sessuali.

La notizia è stata diffusa da un blog dedicato interamente a questioni di sesso, sul sito del quotidiano spagnolo El Mundo. Il giornale svela inoltre alcuni dettagli divertenti e curiosi: "Il pene napoleonico passò di mano in mano, restando però di proprietà della famiglia Vignali per molti anni". Venne poi battuto all'asta nel 1999, e acquistato dal professore Lattimer per 4 mila dollari, circa otto milioni del vecchio conio.

"La misura del pene di Bonaparte - spiegò Lattimer senza fornire ulteriori dettagli - era di quattro centimetri e mezzo in stato di riposo che diventavano 6,1 durante l'erezione". Come Lattimer conoscesse così nel dettaglio le misure di Bonaparte rimane un mistero, ma pare che l'Imperatore - famoso per essere un incallito sciupafemmine - soffrisse sin dalla giovane età di un grave problema endocrinologico che limitò la crescita dei suoi organi genitali.

A quanto pare, quindi, le misure non sono tutto. Napoleone Bonaparte docet, verrebbe da dire. I blogger-sessuologhi del Mundo chiosano rassicuranti: "Questi dati smentiscono chi crede che il successo amatorio dipenda dalla lunghezza dell'organo. Certamente tra le virtù di Napoleone non c'erano né la statura né la "lunghezza", ma non vi è alcun dubbio che sia stato ugualmente capace di dispensare grandi passioni alle donne che ha amato".

Il prete anti-Salvini: "Niente presepe in chiesa"

Matteo Carnieletto - Mar, 08/12/2015 - 11:38

Don Paolo Farinella si rifiuta di fare il presepe in chiesa pur di non aver nulla da spartire con il leader della Lega



Don Paolo Farinella è un prete di strada. Uno abituato ad andare controcorrente e, molto spesso, anche contro le gerarchie ecclesiastiche. Un prete un po' di sinistra che, l'anno scorso, ha salutato positivamente l'iniziativa di don Prospero Bonzani, che aveva inserito una moschea nel presepe della parrocchia di via Vesuvio.

Come riporta Il Secolo XIX, quest'anno, don Farinella, pur di andar contro Salvini, ha deciso di non fare il presepe: "Io quest’anno il presepe non l’ho fatto. Per protesta. Contro chi sputa sopra una cosa sacra, un simbolo di amore e di unione. Io con Salvini (che dopo le stragi di Parigi ha detto: 'Facciamo il presepe per non arrenderci') non voglio avere niente a che spartire. Perciò, è deciso, nessun presepe nella mia chiesa".

Questa iniziativa, però, non danneggia Salvini. Danneggia solamente i parrocchiani che non possono godere della bellezza delle tradizioni e della dolcezza del presepe e, in definitiva, rappresenta una scelta ideologica. Proprio quello che il prete rinfaccia a Salvini.

Se la lotta all'Isis i giudici la fanno coi corsi al cinema

Fausto Biloslavo - Mar, 08/12/2015 - 19:14

Impreparati se non giustificazionisti. Così le sentenze diventano boomerang

Corsi sulla «tutela giuridica del sentimento per l'animale da compagnia» e le altre bestie oppure «per l'immagine della giustizia nell'arte, nel cinema, nella letteratura» hanno un grande successo fra i magistrati.

Per non parlare di quello sul diritto spagnolo o sull'«organizzazione dell'ufficio, del ruolo dei cosiddetti stagisti e prassi virtuose». Tutti appuntamenti fondamentali della Scuola superiore di magistratura, che deve formare ogni anno le nostre toghe. Peccato che su 112 corsi previsti nel 2016 solo uno sia dedicato al terrorismo, nonostante l'emergenza attentati. L'altra faccia della medaglia è che si susseguono casi di ignoranza del fenomeno jihadista sfociati in scarcerazioni dei sospetti terroristi, no ad arresti sostituiti dal palliativo dell'espulsione ed un velato «giustificazionismo» da parte di alcune magistrati.

«Un unico corso per tutto l'anno di formazione, che non è detto si focalizzi solo sul terrorismo di matrice islamica, potrà attirare appena 60-70 magistrati - spiega a il Giornale, Alfredo Mantovano, giudice della Corte d'appello di Roma ed ex sottosegretario all'Interno. - Il problema serio non è la conoscenza della norma, ma del fenomeno jihadista.

Sostenere in sentenze che Ansar al Islam è un'organizzazione di resistenti o che il Gruppo salafita per la predicazione ed il combattimento algerino non è una formazione terroristica vuol dire non porsi il problema di una conoscenza adeguata». Purtroppo è capitato a Napoli e Milano nel 2004 e 2005 e continua ad accadere oggi. Lo scorso febbraio il gip di Lecce ha lasciato andare cinque sospetti con documenti falsi, filmati di bombardamenti ed attentati sui telefonini. Li considerava «profughi» anche se non avevano presentato alcuna domanda di asilo.

Per aiutare i magistrati a «formarsi» meglio sul fenomeno jihadista la Scuola superiore della magistratura organizza un solo corso per il prossimo anno diviso in 4 sessioni il 25-27 gennaio. Il motivo spiegato nella presentazione è chiaro: «Scandita dagli attentati, la disciplina antiterrorismo costituisce un vero e proprio sottosistema della giustizia penale». Peccato che la prestigiosa Scuola con a capo Valerio Onida, ex presidente della Consulta, preveda poco altro sul tema. Si parlerà brevemente di terrorismo solo nel corso su «Religione-Diritto-Satira». Nonostante al sistema di formazione dei magistrati concorra anche il ministero della Giustizia. In compenso viene ripetuto, per il grande successo dello scorso anno, il corso sull'«immagine della giustizia nell'arte, nel cinema, nella letteratura».

Il 3 dicembre nell'aula Magna Emilio Alessandrini, la Scuola della magistratura ha sponsorizzato un altro corso cruciale di questi tempi: «La tutela giuridica del sentimento per l'animale da compagnia e gli altri animali». Ironia della sorte il giudice Alessandrini è stato assassinato dai terroristi di Prima linea. Nei 112 corsi di formazione c'è di tutto dal «Diritto spagnolo» al corso sulla «Psicologia del giudicare». La «Giustizia al femminile?», che si propone «di verificare gli eventuali ostacoli ad una piena parità nella carriera» fra uomini e donne è un'altra pietra miliare.

Ai vertici della formazione sembrano non rendersi conto delle profonde lacune di molti magistrati, se non ignoranza, rispetto al terrorismo jihadista. O addirittura peggio, come nel caso del giudice di Pisa, Milena Balsamo, riportato da il Foglio. Il 17 novembre si è detta convinta che «quando si commettono eccidi come quelli contro gli algerini, quando si colonializza, e gli ex coloni vengono comunque emarginati, non puoi ipotizzare che quella dell'Islam sia solo una guerra di religione. In fondo che differenza noti tra gli eccidi dei terroristi e quelli dei paesi ex colonizzatori?».

Ideologie, che magari favoriscono gravi errori, come la scarcerazione nel 2008 del predicatore Bassam Ayachi arrestato a Bari e condannato ad otto anni. Poi assolto in Appello e partito per la Siria. Abachi era uno dei cattivi maestri del quartiere della capitale belga di Molenbeek, dove sono nati e cresciuti alcuni dei terroristi di Parigi ancora ricercati. «Il problema principale è nella scarsa conoscenza del fenomeno - osserva Mantovano - ma non escludo che in alcuni casi ci sia una sorta di effetto transfer aggiornato della lotta di classe. Ai proletari di 50 anni fa oggi si sostituiscono i combattenti dell'Islam, che sarebbero i nuovi anti capitalisti».

La politica vigliacca di Ue e governo contro il Califfato

Piero Ostellino - Dom, 06/12/2015 - 18:05

Siamo in guerra, diciamo che c'è la guerra, ma fingiamo che non ci sia e che, soprattutto, non ci riguardi da vicino

Mentre gli altri Paesi si attrezzano per affrontare il terrorismo islamico, non temendo di chiamarlo col suo nome, l'Italia - col suo presidente del Consiglio - dice che ci penserà e si darà da fare solo dopo che gli altri avranno costituito una coalizione possibilmente vincente.

È la solita manfrina che noi facciamo ogni volta che ci troviamo di fronte a imprese che comportano un qualche rischio, e perciò prendiamo tempo, ci pensiamo, divaghiamo, nella speranza che, nel frattempo, le acque si calmino e di cavarcela a buon mercato. Raramente abbiamo finito una guerra dove e con chi l'abbiamo incominciata, abbiamo l'abilità di squagliarci al momento opportuno cogliendo le circostanze opportune e sta succedendo anche questa volta.

Siamo in guerra, diciamo che c'è la guerra, ma fingiamo che non ci sia e che, soprattutto, non ci riguardi da vicino; facciamo parte dell'Occidente democratico-liberale e capitalista al quale l'estremismo islamico ha dichiarato guerra, ma ci comportiamo come non ne facessimo parte e non fossimo anche noi minacciati.

Così, evitiamo di impegnarci e giriamo attorno al problema, sperando che a nessuno venga in mente di cercare di assassinare il Papa durante il Giubileo. Matteo Renzi è un maestro nell'arte di divagare; è un affabulatore che usa una montagna di parole senza dire e, soprattutto, fare nulla. Non sa palesemente che pesci pigliare; parla, parla senza costrutto sperando di cavarsela. Fortunatamente, non siamo l'obiettivo principale - che rimane la Francia - e, per ora, ce la caviamo.

Ma fino a quando ce la caveremo? Abbiamo visto che cos'è successo a Parigi e dovremmo averne tratto una lezione. Nel '39, la Francia si schierò contro Hitler e vinse la guerra, sconfiggendo, con gli inglesi e gli americani, il nazismo. Se fosse dipeso da noi, parleremmo tedesco e saremmo da un pezzo una colonia del Terzo Reich. A spingerci a prendere una decisione, e a schierarci dalla parte giusta, furono le vicende belliche.

Abbiamo perso la guerra e festeggiamo, con retorica, una vittoria che non è la nostra. Il nostro europeismo consiste nell'evitare di aggiungere al sostantivo terrorismo l'attributo islamico, come suggerisce (impone) la cauta, e un po' vile, burocrazia di Bruxelles.Nessuno pretende che si dia sfoggio di particolare temerarietà. Ma un minimo di consapevolezza circa ciò che ci sta accadendo intorno dovremmo almeno manifestarlo e non guasterebbe con i tempi che corrono.

Evitiamo gli allarmismi, predica il capo del governo. Ma, tradotto, significa che preferiamo mettere la testa nella sabbia e chiudere gli occhi. Per carità, nessuno pretende di vivere in una sorta di perenne stato d'assedio, ma almeno un minimo di cautela sarebbe utile. Un conto è evitare inutili allarmismi; un altro sapere, e comportarsi mostrando di sapere in che mondo viviamo. A me pare, francamente, che il nostro esibito disimpegno sia cinico opportunismo - del quale il nostro capo del governo, è maestro - se non una forma, neppure tanto occulta, di vigliaccheria.

Piero Ostellinopiero.ostellino@ilgiornale.it

Un ritratto nascosto sotto la Gioconda di Leonardo: la scoperta di uno studioso francese

Corriere della sera

Di Annalisa Grandi

Pascal Cotte ha analizzato il dipinto attraverso una tecnica che utilizza le luci multispettrali. E ha scoperto che sotto il quadro esposto al Louvre ci sarebbe la sagoma di un’altra figura femminile: «È la vera Lisa Gherardini, la Monna Lisa è un’altra donna»



Di teorie e misteri sulla Monna Lisa di Leonardo si è scritto tantissimo. E adesso arriva dallo scienziato francese Pascal Cotte una nuova ipotesi: sotto la Gioconda ci sarebbe la sagoma di un’altra donna, con un pendente a perla e spilli nei capelli. La vera, Lisa Gherardini, sostiene. Una donna diversa da quella che appare nel quadro esposto al Museo del Louvre. Cotte ha analizzato per oltre un decennio il dipinto tramite una tecnica non invasiva, la Layer Amplification Method. Ed ecco cosa ha scoperto

Pascal Cotte (Facebook)
Pascal Cotte (Facebook)
La tecnica
Lo studioso, fondatore della società di ingegneria elettronica Lumiere Technology di Parigi, ha proiettato sul dipinto originale una luce intensa e poi analizzato migliaia di immagini multispettrali, archiviato 3 miliardi di punti dati e individuato 155 elementi nascosti sotto la vernice e non visibili ad occhio nudo. «Abbiamo analizzato esattamente cosa c’è tra i vari strati del dipinto, e siamo in grado di ricostruire tutta la cronologia della creazione del quadro» ha spiegato Cotte . Il primo ritratto nascosto sotto la Gioconda, che Leonardo da Vinci avrebbe iniziato a dipingere nel 1503, era più grande rispetto alla Monna Lisa, più grande la mano e la manica e la manica destra, più grandi verso il basso le dita della mano sinistra.

Di teorie e misteri sulla Monna Lisa di Leonardo si è scritto tantissimo. E adesso arriva dallo scienziato francese Pascal Cotte una nuova ipotesi: sotto la Gioconda ci sarebbe la sagoma di un’altra donna, con un pendente a perla e spilli nei capelli. La vera, Lisa Gherardini, sostiene. Una donna diversa da quella che appare nel quadro esposto al Museo del Louvre. Cotte ha analizzato per oltre un decennio il dipinto tramite una tecnica non invasiva, la Layer Amplification Method. Ed ecco cosa ha scoperto
La tecnica
Lo studioso, fondatore della società di ingegneria elettronica Lumiere Technology di Parigi, ha proiettato sul dipinto originale una luce intensa e poi analizzato migliaia di immagini multispettrali, archiviato 3 miliardi di punti dati e individuato 155 elementi nascosti sotto la vernice e non visibili ad occhio nudo. «Abbiamo analizzato esattamente cosa c’è tra i vari strati del dipinto, e siamo in grado di ricostruire tutta la cronologia della creazione del quadro» ha spiegato Cotte . Il primo ritratto nascosto sotto la Gioconda, che Leonardo da Vinci avrebbe iniziato a dipingere nel 1503, era più grande rispetto alla Monna Lisa, più grande la mano e la manica e la manica destra, più grandi verso il basso le dita della mano sinistra.
Il ritratto
In un secondo ritratto, Cotte ha rilevato cancellature che sarebbero state eseguite con la mano destra, spilloni per l’acconciatura dei capelli, un pendente a perla, elementi decorativi a stella. Decori e accessori che portano a pensare a una donna facoltosa, com’era in effetti Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo. Le mani, la balaustra e il paesaggio sono invece come appariranno nel dipinto definitivo. Nel terzo ritratto secondo lo studioso francese Leonardo avrebbe tolto spilloni e perle, cambiato la cuffia e l’acconciatura dei capelli, modificato i lineamenti di volto e naso. E ancora bocca più piccola, collo e spalle diversi da come appariranno nella Monna Lisa del Louvre, e il vestito a finestrelle con nastri, gamurra (lungo fino ai piedi, attillato, con le maniche separate dalla veste), spalline. Cotte ha rilevato anche la presenza di una croce in ogni pupilla, forse per modificare l’orientamento dello sguardo della Gioconda.
La Monna Lisa
La quarta stesura è quella definitiva, il quadro come lo vediamo al Louvre. E anche in questo caso le varianti sono notevoli: il contorno della testa, mano destra, cuffia e veste coperte da un velo ombroso, cambia anche la prospettiva della figura, il busto non è più frontale ma ruotato di 14°. Secondo Cotte insomma la figura femminile emersa dagli strati sottostanti del disegno sarebbe in effetti Lisa Gherardini, una donna diversa da quella che appare nel dipinto finale.

«Quando ho finito la ricostruzione di Lisa, mi sono trovato davanti una donna completamente differente dalla Monna Lisa. Non è la stessa donna» ha spiegato. Cotte racconterà i risultati dei suoi studi in un documentario dal titolo «The Secrets of the Mona Lisa» in onda sulla Bbc il 9 dicembre. Il Louvre non ha commentato le dichiarazioni dello studioso, ha però tenuto a precisare che «non fa parte del team scientifico del museo». E in molti, restano scettici: «Non credo che ci siano diversi ritratti, ma piuttosto un processo continuo di evoluzione» ha spiegato Martin Kemp, professore emerito di storia dell’arte all’Università di Oxford «Sono assolutamente convinto che la Monna Lisa sia Lisa Gherardini».

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8 dicembre 2015 (modifica il 8 dicembre 2015 | 17:02)

Giubileo, il rito di apertura della «Porta Santa»

Corriere della sera
Silvia Morosi

L’8 dicembre 2015 papa Francesco ha dato il via al Giubileo della Misericordia con il rito di apertura della Porta Santa. La più famosa è quella di San Pietro, ma ci sono altre Porte Sante nel mondo: non solo le altre tre basiliche maggiori di Roma ne hanno una (San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le mura e Santa Maria Maggiore), ma il Papa può decidere di concedere Porte Sante a ogni chiesa del mondo. La Porta Santa ha un significato ben preciso: è il simbolo del passaggio che ogni cristiano deve fare dal peccato alla grazia, pensando a Gesù che dice «Io sono la porta» (Giovanni 10, 7).

Una curiosità: fino al 1975 la Porta Santa di San Pietro veniva murata alla chiusura di ogni Giubileo e smurata all’inizio di quello successivo. Celebre il rito in cui il Papa che aveva indetto il Giubileo dava i primi tre colpi di martello al muro, che veniva poi distrutto da muratori nelle ore successive. In quella occasione, nella notte di Natale 1974, accadde un piccolo incidente immortalato dalle telecamere: Paolo VI venne sfiorato da alcuni calcinacci caduti dalla cima del muro.

Al momento della chiusura della Porta Santa la cerimonia venne da allora semplificata: il Papa non usava più la cazzuola, la calce e i mattoni per sigillare una porzione del muro, ma semplicemente chiudeva la Porta a chiave, lasciando interamente ai “sanpietrini” la costruzione del muro. Anche nei due giubilei celebrati da Giovanni Paolo II — quello straordinario della Redenzione nel 1983 e quello ordinario dell’anno 2000 — la Porta Santa è stata aperta e chiusa senza la presenza del muro e dei mattoni.In quella occasione, nella notte di Natale 1974, accadde un piccolo incidente immortalato dalle telecamere: Paolo VI venne sfiorato da alcuni calcinacci caduti dalla cima del muro.

Al momento della chiusura della Porta Santa la cerimonia venne da allora semplificata: il Papa non usava più la cazzuola, la calce e i mattoni per sigillare una porzione del muro, ma semplicemente chiudeva la Porta a chiave, lasciando interamente ai “sanpietrini” la costruzione del muro. Anche nei due giubilei celebrati da Giovanni Paolo II — quello straordinario della Redenzione nel 1983 e quello ordinario dell’anno 2000 — la Porta Santa è stata aperta e chiusa senza la presenza del muro e dei mattoni.Dal Giubileo del 2000, Papa Giovanni Paolo II ha deciso di modificare l’usanza e di non murare più la porta, che da quell’anno dunque viene semplicemente chiusa e riaperta.

La Porta Santa attuale è opera dello scultore Vico Consorti (1902-1979), che ha vinto il concorso per la realizzazione della Porta per il Giubileo del 1950. Eseguita in 11 mesi, fu inaugurata la vigilia di Natale del 1949 e donata da Monsignor Franz Von Streng, vescovo di Lugano e Basilea, come omaggio al «Papa della pace» Pio XII. Il motivo era il ringraziamento al Signore per aver preservato la Svizzera dagli orrori della guerra. Il ciclo scultore Narra la storia umana dall’alba ai giorni nostri in sedici formelle.

Nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e ormai agli albori della Guerra fredda, il vescovo von Streng, insieme ai suoi fedeli, donò al papa Pio XII le nuove «formelle» di bronzo della Porta Santa, che sostituirono le precedenti, in legno, inaugurate da Benedetto XIV nel 1748. In una iscrizione incisa sul retro dell’anta di sinistra si legge: «Essendo stata felicemente risparmiata la sua patria dalle fiamme delle guerre, devoto a Dio che la preservò, grato a papa Pio XII mediatore di pace tra i popoli, insieme ai suoi fedeli donò le valve di questa Porta Santa nell’anno giubilare 1950»

Il Papa ha anticipato al 29 novembre la data di apertura del Giubileo nel cuore del continente più povero del mondo, l’Africa. Francesco ha voluto infatti che l’Anno Santo dedicato alla «Misericordia» avesse inizio nella Repubblica Centrafricana, un Paese dove guerra e povertà creano un inscindibile e terribile connubio. L’evento è cominciato a Bangui con oltre una settimana di anticipo rispetto alla data ufficiale, fissata per l’8 dicembre. Nella foto la cattedrale di Nostra Signora a Bangui

Il toscano Vico Consorti — conosciuto come “maestro degli usci” o “Vico dell’uscio” — è celebre per le varie realizzazioni di porte celebrative. Nel 1949 ricevette l’incarico di realizzare l’opera da monsignor Ludwig Kaas, amico personale di Pio XII e già membro di giuria nel concorso per la Porta di San Pietro. Il tema da rappresentare fu indicato dalle parole dello stesso Pontefice e si ispirò all’Anno Santo del 1950 dedicato al dogma dell’Assunzione e alle canonizzazioni di Maria Goretti e Domenico Savio.

Realizzata in solo undici mesi, la Porta Santa fu inaugurata la vigilia di Natale del 1949. Nel discorso, Pio XII sottolineò come il lavoro lodasse «con accento commovente le magnificenze della misericordia di Colui che è venuto a cercare ciò che si era perduto».

Il Giubileo inizia con l’apertura della Porta Santa di San Pietro e si conclude con la sua chiusura. Per il Giubileo Straordinario della Misericordia le date sono quelle dell’8 dicembre 2015 e del 20 novembre 2016. Sono state stabilite anche le date di apertura e chiusura in altre basiliche: per le tre basiliche papali, per esempio, l’apertura sarà il 13 dicembre per San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le mura, il 1 gennaio 2016 per Santa Maria Maggiore.

La Basilica di Santa Maria di Collemaggio (L’Aquila) contiene la prima Porta Santa del mondo. Fondata nel 1288, per volere di Pietro da Morrone, incoronato papa Celestino V nel 1294 e per celebrare il ventennale della battaglia dei Piani Palentini (battaglia di Tagliacozzo) combattuta tra gli eserciti angioino e quello svevo, è il più importante monumento religioso della città. A sinistra della facciata, sul lato che guarda a settentrione, si apre un monumentale e prestigioso portale sormontato da un dipinto della Vergine con San Giovanni Battista e Pietro Celestino, nonché dallo stemma cittadino, cioè un’Aquila del periodo Svevo.

L’opera fu fortemente voluta da Celestino V, l’unico papa a diventare tale non a Roma, ma proprio all’Aquila all’interno di questa basilica. Nel 1294, proprio a Collemaggio, Celestino V emanò una Bolla pontificia — nota come «Del Perdono» — con la quale concedeva un’indulgenza plenaria e universale a tutti i battezzati. L’apertura di questa Porta Santa si ripete con cadenza annuale dal 1294. Un evento unico al mondo

La chiusura della Porta Santa di Santiago de Compostela con il vescovo Julian Barrio nel 2004, a termine dell’Anno Giubilare di Compostela, il primo del terzo millennio del cristianesimo. L’Anno giacobeo — l’anno giubilare di san Giacomo — si celebra ogni qual volta la festa del 25 luglio cade di domenica. Si tratta di un particolare giubileo legato al Cammino di Santiago de Compostela che fu indetto per la prima volta nel 1126 da papa Callisto II. In seguito, i privilegi di Callisto furono confermati dalla bolla pontificia «Regis Aeterni» di papa Alessandro III (1179).

Nel corso di questi speciali anni santi è possibile ottenere un’indulgenza plenaria effettuando il pellegrinaggio a Santiago de Compostela per visitare la tomba di San Giacomo apostolo in Cattedrale, ricevere il sacramento della Riconciliazione e della Comunione da un prete entro i quindici giorni successivi, assistere ad una Santa Messa recitando la preghiere del Credo e del Padre Nostro e un’intenzione per il Papa. L’Anno Santo Giacobeo si verifica quattordici volte ogni secolo, con cadenza regolare di cinque, sei, cinque ed undici anni: gli ultimi del XX secolo sono stati il 1976, 1982, 1993 e 1999, mentre i primi quattro del XXI secolo sono caduti nel 2004, 2010. Gli altri saranno nel 2021 e 2027

Significato, storia, durata: ecco le 8 cose da sapere sul Giubileo della Misericordia

Corriere della sera
di Silvia Morosi

Il Giubileo straordinario: quanto dura?

Dopo i sei mesi di Expo Milano 2015, l’Italia torna a essere al centro dell’attenzione di tutto il mondo. Per un anno. L’occasione è quella del Giubileo della Misericordia, indetto da Papa Francesco. Iniziato a Roma l’8 dicembre 2015 con l’apertura della Porta Santa a San Pietro — nel giorno dell’Immacolata Concezione —, si conclude il 20 novembre 2016. Il Giubileo ordinario è celebrato ogni 25 anni, un intervallo stabilito da Paolo II (Pietro Barbo, 1464- 1471) quando nel 1470 indisse il Giubileo del 1475. In precedenza si celebrava ogni 100, 50 o 33 anni. Francesco ha indetto un «Giubileo straordinario», come Pio XI per il 1933 e Giovanni Paolo II per il 1983.

L’Anno Santo — in realtà — è formalmente già partito in Africa il 29 novembre, con l’apertura della Porta Santa a Bangui, durante il viaggio di Francesco in Repubblica Centrafricana. Ecco l’annuncio di Francesco in occasione dell’indizione lo scorso 13 marzo:«Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della Misericordia. È un cammino che inizia con una conversione spirituale. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio.

Questo Anno Santo inizierà nella prossima solennità dell’Immacolata Concezione e si concluderà il 20 novembre del 2016, domenica di Nostro Signore Gesù Cristo, re dell’universo e volto vivo della misericordia del Padre. Affido l’organizzazione di questo Giubileo al Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, perché possa animarlo come una nuova tappa del cammino della Chiesa nella sua missione di portare a ogni persona il vangelo della Misericordia».

Cosa significa il termine Giubileo

Nella Chiesa cattolica il Giubileo è l’anno della remissione dei peccati, della riconciliazione, della conversione e della penitenza. Il termine riprende la tradizione ebraica che fissava, ogni 50 anni, un anno di riposo della terra (prima della nuova semina, ndr.), la restituzione delle terre confiscate e la liberazione degli schiavi. Per segnalare l’inizio del Giubileo si suonava un corno di ariete, in ebraico «yobel», da cui deriva il termine cristiano «Giubileo». Il testo fondante del «Giubileo Biblico» è contenuto in Levitico 25,10:

«Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia».
Il Giubileo (o Anno Santo) è il periodo durante il quale il Papa concede l’indulgenza plenaria ai fedeli che si recano a Roma (o in altre mete specificate dalla Bolla «Misericordiae Vultus») e compiono particolari pratiche religiose. Il solo pellegrinaggio, però, non è sufficiente. Il fedele deve volere l’indulgenza, dev’essere in stato di grazia e completamente distaccato dal peccato, deve confessarsi, fare la comunione e pregare seguendo le intenzioni del Papa. Poi deve fare una “opera”: il pellegrinaggio in una delle “mete giubilari” e una opera di pietà o di misericordia o di penitenza.

Il Giubileo nella storia

Il primo Giubileo fu bandito nel 1300 da Bonifacio VIII (Benedetto Caetani, pontefice dal 1294 al 1303): la decisione fu presa sull’onda della preoccupazione generata dalla notizia che grandi masse di pellegrini stavano raggiungendo Roma per ottenere una non ben definita «indulgenza plenaria» di inizio secolo. Bonifacio VIII, con la bolla «Antiquorum habet fida relatio» («C’è una relazione degna della fede degli antichi»), il 20 febbraio del 1300 istituisce il primo anno santo.

E istituisce anche la prima indulgenza giubilare, a partire dal Natale del 1299, quindi retroattivamente. In assenza di una storia precedente, il Pontefice si affida a «documenti antichi degni di fede» per «giustificare» in qualche modo l’indizione dell’anno giubilare. Una curiosità? Nel testo Bonifacio esclude alcune categorie dalla possibilità di ricevere l’indulgenza: i cristiani che commerciavano con i Saraceni, il re Federico III di Sicilia che occupava il regno contro il volere della Chiesa e i Colonna condannati e i loro fiancheggiatori.

L’8 dicembre 2015, il rito dell’apertura della Porta Santa nella basilica di San Pietro (ma anche le altre tre basiliche patriarcali di Roma ne hanno una, come ce l’hanno anche altre chiese) fa iniziare l’Anno Santo. La Porta è il simbolo del passaggio che ogni cristiano deve fare dal peccato alla grazia, pensando a Gesù che dice «Io sono la porta» (Giovanni 10, 7). Oltre alle quattro basiliche romane, sono luoghi di pellegrinaggio a Roma per ottenere l’indulgenza giubilare anche San Lorenzo fuori le Mura, Santa Croce in Gerusalemme e San Sebastiano fuori le Mura, nonché il Santuario del Divino Amore e la chiesa di Santo Spirito in Sassia (“Santuario della Divina Misericordia”). Per la prima volta nella storia del Giubileo, sarà possibile individuare Porte della Misericordia in tutto il mondo.

Fino al 1975, la Porta, murata nel periodo fuori dall’Anno Santo è stata abbattuta (le prime tre martellate erano date dal papa); dal 2000 viene solo aperta, perché non è più murata fuori e dentro, ma solo dentro. L’Anno Santo si chiuderà con la chiusura della Porta. A Milano le porte della Misericordia saranno tre: il Duomo, la basilica di Sant’Ambrogio, l’istituto don Gnocchi. Il muro che chiudeva la Porta Santa, dopo essere stato opportunamente tagliato e sistemato su argani, veniva abbattuto e fatto scendere lentamente dopo i tre colpo di martello d’argento con il quale il Pontefice batteva sul muro dicendo: «Aperite mihi portas iustitiae... Haec porta Domini... Introibo in domum tuam, Domine».

In quella occasione, nella notte di Natale 1974, accadde un piccolo incidente immortalato dalle telecamere: Paolo VI venne sfiorato da alcuni calcinacci caduti dalla cima del muro. Al momento della chiusura della Porta Santa la cerimonia venne da allora semplificata: il Papa non usava più la cazzuola, la calce e i mattoni per sigillare una porzione del muro, ma semplicemente chiudeva la Porta a chiave, lasciando interamente ai “sanpietrini” la costruzione del muro. Anche nei due giubilei celebrati da Giovanni Paolo II — quello straordinario della Redenzione nel 1983 e quello ordinario dell’anno 2000 — la Porta Santa è stata aperta e chiusa senza la presenza del muro e dei mattoni.

Gli appuntamenti dell’Anno Santo

L’agenda dell’Anno santo prevede alcuni importanti appuntamenti, oltre all’apertura della Porta Santa. Tra questi l’esposizione delle spoglie di Padre Pio tra l’8 e il 14 febbraio, la canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta nel mese di settembre, la Giornata mondiale per la pace il primo gennaio 2016, il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze tra i 13 e i 16 anni il 24 aprile, il Giubileo degli ammalati e delle persone disabili il 12 giugno, la giornata mondiale della gioventù a Cracovia dal 26 luglio il primo agosto, l’incontro con il mondo del volontariato il 4 settembre, il Giubileo dei carcerati in San Pietro il 6 novembre e la chiusura della Porta Santa il 20 novembre.

Il filo rosso

Durante l’Anno Santo, nelle domeniche del Tempo Ordinario, si leggerà il Vangelo di Luca, definito «l’evangelista della misericordia» e da Dante «il narratore della mitezza del Cristo» («scriba mansuetudinis Christi»). Il tema della Misericordia con la quale Papa Francesco ha immesso la Chiesa nel cammino giubilare rientra nel percorso di nuova evangelizzazione e conversione pastorale che il Papa sta portando avanti nel suo magistero.

Luca era nato ad Antiochia di Siria da famiglia pagana, ed esercitava la professione di medico. Possiede una buona cultura, lo si vede dal suo greco fluente ed elegante, dalla sua ottima conoscenza della Bibbia scritta in greco, detta “dei Settanta”. Il suo Vangelo, scritto probabilmente tra il 70-80 d.C., è dedicato a Teòfilo. E l’unico evangelista non ebreo.

Il logo e il motto

Il simbolo scelto è opera di padre Marko Ivan Rupnik e rappresenta l’amore di Cristo che compie il mistero della sua incarnazione attraverso la redenzione. Nell’immagine è raffigurato Gesù che si carica sulle spalle un uomo smarrito. Il logo ricorda quindi il buon pastore.La farse del logo «Misericordiosi come il Padre» è tratto dal Vangelo di Luca (Lc 6,36), e vuole proporre di vivere la Misericordia senza giudicare né condannare, ma perdonando e donando amore senza misura seguendo l’esempio del Padre.

Tutte le informazioni

Il sito internet ufficiale del Giubileo è: www.iubilaeummisericordiae.va, accessibile anche all’indirizzo www.im.va. Il sito è disponibile in sette lingue: Italiano, Inglese, Spagnolo, Portoghese, Francese, Tedesco e Polacco. Nel sito si potranno trovare le informazioni ufficiali sul calendario dei principali eventi pubblici, le indicazioni per la partecipazione agli eventi con il Santo Padre e ogni altra comunicazione ufficiale relativa al Giubileo

Donne, hackerate il vostro asciugacapelli Critiche per la campagna sessista di Ibm

Corriere della sera
Marta Serafini

Testata

Donne, venite ad hackerare il phon. Anzi, no. Lasciate stare, abbiamo avuto una brutta idea.
Ibm, colosso del tech americano, ha lanciato in ottobre l’hashtag #hackahairdryer. Obiettivo, promuovere la presenza femminile nel tech, settore decisamente a prevalenza maschile. “Volevamo incoraggiare le donne a smontare e rimontare l’attrezzo per aggiustarlo”, era l’idea. Armati di buone intenzioni, all’ufficio marketing dell’azienda statunitense hanno lanciato filmati, tweet, post e sito ad hoc. Una campagna in grande stile, insomma. “Vogliamo che le donne siano forti nelle materie Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria, matematica, in italiano)”, era il claim.

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Peccato che l’idea si sia trasformata in un boomerang.Come sottolinea il Guardian, usando lo stesso hashtag  #hackahairdryer sui social, in tante hanno ironizzato sull’idea, criticando lo stereotipo che vuole le donne capaci di aggiustare solo un phon. “Grazie per l’idea Ibm, intanto io sto costruendo un satellite”, ha twittato l’ingegnera Stephanie Evans. “Magari lo facciamo fare a un uomo, che io intanto sto lavorando sulle nano tecnologie per sconfiggere il cancro”, è la stilettata della biologa molecolare Upulie Divisekera. “Scusate, non ho tempo per occuparmi del phon, sto dando da mangiare alla mia tarantola che uso per gli esperimenti scientifici”. E via discorrendo.

Altre hanno ricordato come a scrivere il codice per portare il primo uomo sulla luna sia stata una donna, Maragaret Hamilton. Il tutto andando ad allungare un elenco lunghissimo di donne importanti per le scienze, che conosciamo bene anche qui sulla 27esima ora, da Grace Hopper fino a Lisa Simpson. Morale, Ibm ha cancellato i video e rimosso i tweet. E l’azienda si è dovuta perfino scusare, facendo ammenda di fronte a quello che nel gergo del marketing social si definisce, epic fail. “Grazie per i vostri feedback sulla campagna. Vi abbiamo ascoltato e ci scusiamo per aver mancato l’obiettivo. Promettiamo di fare meglio in futuro”, è il post su Twitter deciso dopo la raffica di critiche.

Certo, di fronte a tanta attenzione alla comunicazione a qualcuno potrebbe venire da pensare che le donne non sono mai contente, nemmeno quando qualcuno si preoccupa per loro. Dietro le campagne social politicamente corrette, talvolta, ci sono altri fini. Molto spesso i colossi industriali hanno problemi di immagine. In particolare quelli tecnologici vengono accusati di dare poco spazio alle donne, nonostante queste siano preparate.
 
Dagli uffici marketing arriva dunque con maggior frequenza l’input di fare gender washing, pulirsi cioè l’immagine pubblica affermando di essere a favore della parità di genere.  L’esempio tipico? Mattel, numero uno dei giocattoli, accusata spesso di aver contribuito agli stereotipi di genere con la sua bambola più venduta, ha lanciato sul mercato un modello di Barbie ingegnera informatico. Peccato che anche per la bambola nerd, le cose non siano proprio filate lisce, come raccontato qui.

Cavalcare l’argomento del momento per rifarsi una coscienza non funziona. Un tempo era l’ambiente, oggi sono le donne. Poster, manifesti, dibattiti, creativi al lavoro. Peccato che a molte consumatrici, utenti o donne che siano, l’idea di essere prese in giro non vada proprio giù, perché la realtà – quella di tutti i giorni, quella in cui devono lavorare, vivere e lottare- è molto diversa da un hashtag.