domenica 6 dicembre 2015

I cellulari di 10 anni fa sono superiori ai migliori smartphone di oggi

Repubblica.it

Lo dice una ricerca Ofcom secondo la quale, ad esempio, i portatili più economici con rete 2G erano molto più in grado di raccogliere segnali deboli

I cellulari di 10 anni fa sono superiori ai migliori smartphone di oggi

PIU' COMPATTI, più funzionali e più economici. I cellulari di dieci anni fa avevano caratteristiche e funzionamento nettamente superiori ai migliori smartphone di oggi. Come dimenticare la resistenza del caro vecchio Nokia 3310? Gli schermi non si distruggevano al primo impatto con il suolo, all'epoca del 2G il segnale era nettamente superiore all'attuale 4G e i costi del prodotto erano molto più accessibili.

A dirlo una ricerca Ofcom secondo la quale i dispositivi di punta di oggi, da Apple a Samsung, offrono prestazioni inferiori rispetto ai telefoni di un decennio fa. Lo studio, condotto in condizioni di laboratorio controllate, ha selezionato gli smartphone più popolari e i telefoni "non-smart" attualmente sul mercato: è emerso che i portatili più economici con rete 2G erano molto più bravi a raccogliere segnali deboli.

Alcuni smartphone necessitano di un segnale minimo 10 volte più forte rispetto a quello richiesto dai vecchi cellulari, prima di poter effettuare o ricevere una chiamata.  Anche la velocità della banda larga mobile 4G è in fondo alle classifiche e richiede sette volte la potenza del segnale consigliato per inviare dati. Gli esperimenti sono stati eseguiti in particolari situazioni di copertura di rete, soprattutto nelle zone rurali, dove ci sono molti alberi e il segnale è più debole.

Mentre gli investimenti nelle infrastrutture di rete è visto come la chiave per migliorare la copertura, emerge che i dispositivi mobili hanno un ruolo significativo. Anche l'estetica non aiuta: ultra slim, leggeri e dal design elegante, gli smatphone di ultima generazione sono meno maneggevoli e il rischio che possano sfuggire alla presa e cadere è molto alto. Un'eventualità spiacevole soprattuto se si considerano i prezzi di vendita dei modelli più moderni.

Un portavoce dell'Ofcom ha dichiarato che è stato testato un numero limitato di dispositivi con l'intento non di stilare una classifica bensì di capire come i cellulari reagiscono in diverse situazioni. Da questi primi risultati emerge che la rivoluzione digitale e i progressi tecnologici non sempre si sposano perfettamente con l'efficienza e la funzionalità. Se da un lato gli smartphone di ultima generazione ci consentono di lavorare, studiare, comunicare e giocare da un unico dispositivo offrendo funzioni che appena 10 anni fa erano impensabili, dall'altro si profilano anche risvolti negativi che derivano dall'alta richiesta di energia che le migliorie tecnico - funzionali richiedono.

Alfano: «Sicurezza, bonificati gli obiettivi sensibili. La Capitale pronta»

Il Messaggero
di Sara Menafra



Ministro, si continua a parlare dei rischi per la nostra sicurezza. Posto che non può prevedere il futuro, secondo lei quanto rischia l’Italia?
La minaccia è seria e grave, il rischio zero non esiste, fermo rimanendo che il nostro sistema di prevenzione ha fin qui funzionato. La prevenzione serve a diminuire il coefficiente di rischio, non ad azzerarlo».

Tra due giorni comincia il Giubileo. Come vive questa attesa chi si occupa della sicurezza della città?
«Le ultime ore sono sempre decisive, è stato così anche per l’Expo. Noi stiamo puntando anche sulla bonifica delle aree interessate, sui controlli dei luoghi di aggregazione.

Disponiamo di 1250 militari, oltre 700 inviati specificamente per il Giubileo e altri 300 in arrivo. Inoltre, con l’innalzamento a due del livello di allerta, a Roma possono operare anche i reparti speciali. Tutto questo ci consente di mettere sotto osservazione, per esempio, le fermate della metropolitana, le scuole straniere e i luoghi in cui affluiscono i pellegrini. Abbiamo eliminato anche oggetti poco sicuri, come i cestini in……..


Sorriso, borsetta e pistola: così sono entrata in Vaticano"
Mary Tagliazucchi - Sab, 05/12/2015 - 11:23

Mancano pochi giorni all’inizio del Giubileo e Roma è sotto stretta sorveglianza da parte di tutte le forze dell’ordine che presidiano costantemente i luoghi della Capitale, dove la possibilità di un attacco terroristico è più alto.
 


Uno fra tutti è il Vaticano, il quale sotto ogni punto di vista, dovrebbe avere il massimo dell’attenzionamento a livello di sicurezza.

Il Giornale.it ha voluto fare la controprova: mettendoci nei panni di un terrorista, abbiamo cercato, riuscendoci, di violare la stretta dei controlli proprio all’entrata della Basilica di San Pietro, lì dove turisti e cittadini vengono fermati e controllati.

Fingendomi un'accompagnatrice di una persona invalida (che non era sulla sedia a rotelle, ma camminava solo leggermente affaticata), ho provato a superare il varco con un'arma addosso.



L’agente ha fatto passare subito lui, dopo aver visto frettolosamente il pass che attestava la sua disabilità (pass visibilmente falso perché creato su internet e senza l’ologramma specifico). Nessun altro controllo o domanda. E se questo può far riflettere, quello che fa impensierire davvero è come alla sottoscritta non abbiano chiesto un documento. Né tantomeno mi hanno fatto aprire la borsa in cui, prima di entrare avevo nascosto una pistola, una Tokare, M57 yugo, calibro 7,6x25, usata sopratutto nell’Europa dell’Est, Medio Oriente, Africa e Balcani. Lo stesso modello (come ci ha spiegato un sperto di balistica), usato nei precedenti attacchi di Parigi, avvenuti dentro il supermercato kosher.

Incredibilmente ci hanno fatto passare velocemente, nonostante non ci fosse neanche la fila. Immaginate cosa potrebbe accadere l’8 dicembre, quando sono previste tra le 50mila e 100mila persone. Tranquillamente, con una pistola in borsetta, sono arrivata fino alla Basilica di San Pietro e quindi anche alle porte del Vaticano, piena di turisti e cittadini, ma spoglia completamente di agenti di sicurezza nella piazza principale. Raggiunto il nostro scopo siamo tornati subito indietro passando per lo stesso agente che oltre a non guardarci, non si è insospettito minimamente del nostro andare e tornare.

Potevamo essere dei terroristi che frettolosamente fuggivano via dopo aver piazzato una bomba, magari in uno dei tanti secchi per l’immondizia, ottimi per fare considerevole numero di vittime. Come potevano essere dei terroristi le persone sedute sugli scalini, adiacenti ai controlli. Persone con zaini e borse che sostano inconcepibilmente, insieme a gruppi di zingari, in una zona dove non dovrebbe esserci anima viva se non gli agenti di sicurezza. E stiamo parlando di una giornata dove l’affluenza dei pellegrini e turisti ancora non è avvenuta.

E non solo nel luogo simbolo del Giubileo mancano i controlli, ma anche nelle zone attenzionate più volte dai giornali e i mass media. Zero sicurezza nelle immediate vicinanze del Pantheon, altrettanta sulla strada principale dei Fori Imperiali, in quella adiacente la Bocca della verità, Via del Corso e Piazza Venezia. Si vedono solo alcune camionette, ma nessun vero controllo focalizzato su possibili attentati, a mano di "lupi solitari strutturati", terroristi capaci e specializzati a passare inosservati come quelli che hanno colpito a Parigi.

Il ministro Alfano dichiara che Roma è sorvegliata ai massimi livelli, ma prove alla mano, non sembra essere davvero così, anzi. E c'è da credere che molto probabilmente il pericolo e il terrore si paleserà con lo stesso sorriso gentile che abbiamo avuto noi, davanti agli agenti di Polizia e Digos, peccato però che quel sorriso nascondeva un'arma, una pistola capace di uccidere in un colpo solo più persone.

Sicurezza sì, ma forse è il caso cominciare a farla con criterio. Il terrorismo è ormai una minaccia reale, le belle parole non servono più a molto.

Così ho portato un'arma in Vaticano

Quel primo Anno Santo al posto di Gerusalemme

Rino Cammilleri - Dom, 06/12/2015 - 08:41

Nel 1300 la città simbolo era ormai perduta ma il popolo chiedeva un'indulgenza plenaria

Il primo Giubileo, quello del 1300, fu indetto su pressione popolare dopo che il fallimento delle crociate fu percepito come definitivo.



Nel 1291, infatti, era caduta l'ultima piazzaforte cristiana in Terrasanta, San Giovanni d'Acri, e nessun europeo poteva più lucrare le indulgenze plenarie connesse al pellegrinaggio a Gerusalemme. Era questa, infatti, la Città santa per i cristiani, non Roma. Gerusalemme era il centro del mondo, la città del sacrificio di Abramo e del Messia atteso dal popolo eletto, Gesù Cristo, qui ucciso e risorto. La città per antonomasia, prima per gli ebrei dell'Antico Testamento, poi per i cristiani del Nuovo.

I soli che non c'entravano erano i musulmani, anche se vi accampavano diritti: tale era la percezione, nei cristiani, dell'intruso, del terzo incomodo, i maomettani sedicenti figli di Abramo e asserenti una visita notturna volante del loro Profeta. Per gli islamici Gerusalemme era, per giunta, un luogo santo inferiore alla Mecca, mentre per i cristiani era il principale, se non l'unico. Dunque, che diritto avevano i musulmani di occuparla e di taglieggiare i pellegrini? Da qui le crociate, tese a recuperare il Santo Sepolcro. Non guerra santa, dunque, ma liberazione di siti sacri ai cristiani e solo a loro: Nazaret, Betlemme, Golgota...

Tanto era Santa quella Terra per i cristiani che nel 1203 i pisani, tornando dalla crociata, ne caricarono le loro navi. L'arcivescovo Ubaldo Lanfranchi fece riempire le stive di «terra santa»: prelevata dal Calvario e portata a Pisa, servì a edificare il primo Campo Santo della cristianità. Il termine camposanto divenne poi sinonimo di cimitero, ma quello pisano era «santo» davvero, perché chi non era in grado di effettuare il Passagium (così era detto il

pellegrinaggio a Gerusalemme) per motivi di età, salute o povertà, potesse almeno essere sepolto in Terrasanta. L'irraggiungibile terra di Palestina veniva a domicilio. E nel 1277 il Campo Santo pisano divenne il monumento che ancora oggi i turisti visitano accanto al Duomo e alla Torre Pendente. Ma nel 1300 era chiaro che Gerusalemme era perduta e un grande movimento popolare prese a reclamare quella possibilità di indulgenza plenaria che i crucesignati avevano lucrato e che Celestino V aveva parzialmente permesso con la sua grande Perdonanza.

Il suo successore, Bonifacio VIII, fu praticamente costretto a indire un Anno Santo, perché fin dalla fine del 1299 si era ritrovato assediato in Roma da una folla enorme di pellegrini. Infatti, quantunque l'indizione formale datò 22 febbraio 1300, le indulgenze connesse furono retroattive e lucrabili fin dal 24 dicembre precedente. Col 1300 la Città santa dei cristiani divenne Roma, e il pellegrinaggio alla tomba degli apostoli sostituì quello ormai impossibile al Santo Sepolcro.

Il successo fu enorme: trecentomila pellegrini invasero Roma da tutta una cristianità che, allora, ne contava sui settanta milioni (contando anche gli scismatici bizantini). Che sia stato un moto esclusivamente di fede e popolare è evidenziato dal fatto che i re non si presentarono nemmeno. Di lì a poco, anzi, Bonifacio VIII avrebbe ricevuto l'oltraggio di Anagni e la Santa Sede sarebbe stata deportata ad Avignone da Filippo il Bello di Francia. La bolla che indisse quel primo Giubileo, Antiquorum habet fida relatio, ne stabilì la cadenza ogni cento anni, poi portati a cinquanta per adeguarlo all'antico Giubileo ebraico. In quest'ultimo, ogni cinquanta anni i debiti venivano rimessi e gli schiavi liberati al suono del corno d'ariete, lo yobel (da qui il nome).

L'anno in cui Gesù iniziò la sua missione era appunto un anno di Giubileo, come lui stesso confermò quando lesse il famoso brano di Isaia (61, 1-2) nella sinagoga di Nazaret e lo applicò a se stesso: «Oggi si è compiuta questa Scrittura» (Lc 4, 21). Non solo: era pure anno sabbatico (che cadeva ogni sette anni) e quello in cui si compiva la profezia di Daniele (i 490 anni per l'avvento del Messia). Ed ecco l'altro mistero biblico (Gen 16, 8): i musulmani dicono di discendere da Ismaele, figlio di Abramo e della schiava egiziana Agar, poi cacciata da Sara, moglie del Patriarca.

Mentre Agar vagava disperata nel deserto, un angelo le riferì la profezia del Signore: «Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla, tanto sarà numerosa». Riguardo a Ismaele: «La sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà di fronte a tutti suoi fratelli». Verrebbe da ripetere, anche qui: «Oggi si è compiuta questa Scrittura». Non siamo di fronte alla misteriosa coincidenza di un Giubileo «straordinario» e la realizzazione di un'antichissima profezia?

Da Bonifacio VIII a Giovanni Paolo II, come è cambiato il rito del perdono globale

La Repubblica
di AGOSTINO PARAVICINI BAGLIAN

Prima ogni secolo, poi ogni 50 anni e infine ogni 25. Nel tempo la celebrazione è diventata sempre più frequente fino all'evento mediatico che si è svolto nel 2000

Da Bonifacio VIII a Giovanni Paolo II, come è cambiato il rito del perdono globale

PAPA Francesco ha promulgato un anno santo di "misericordia" il giorno del secondo anniversario del suo pontificato. Il trentesimo Giubileo cristiano si aprirà dunque l'8 dicembre, cinquant'anni dopo quello indetto da Paolo VI a chiusura del Concilio Vaticano II. È il nono da poco più di un secolo.
Il ritmo di cinquant'anni si ispira all'Antico Testamento. La legge di Mosè aveva prescritto al popolo ebraico di dichiarare "il cinquantesimo anno" un anno di "Giubileo", durante il quale "ognuno tornerà in possesso del suo" (Levitico, 25, 10-13). Era un anno particolarissimo, in cui si restituivano terre agli antichi proprietari, si rimettevano i debiti e si lasciava riposare la terra.

Per più di un millennio il cristianesimo restò insensibile al concetto di giubileo, forse anche perché vigeva allora una visione del tempo non scadenzata come oggi da secoli e ancor meno da periodi più brevi. Non a caso il primo Giubileo cristiano fu promulgato nel 1300, da Bonifacio VIII (1294-1303), proprio in corrispondenza del passaggio di un secolo. Per papa Caetani i futuri giubilei cristiani non avrebbero dovuto riprendere il ritmo dell'Antico Testamento, ma essere promulgati ogni cento anni. Ad ogni passaggio di un secolo dunque, come fu per il suo.

Da Bonifacio VIII a Giovanni Paolo II, come è cambiato il rito del perdono globale

Presso i fedeli che si erano recati alla basilica di San Pietro in Vaticano il primo gennaio 1300 era corsa voce che il papa avrebbe indetto un'indulgenza plenaria che avrebbe "lavato la macchia di ogni peccato". Ma erano soltanto dicerie. Attese popolari si manifestarono anche il 17 gennaio, giorno in cui si portava in processione l'icona della Veronica recante l'immagine di Cristo che si venerava nella basilica di San Pietro in Vaticano. Bonifacio VIII, sorpreso dal fervore popolare, fece svolgere delle ricerche in archivio per sapere se un giubileo fosse stato celebrato altre volte, ma non si trovò nulla. Finalmente, il 22 febbraio 1300, festa della Cattedra di San Pietro, il Papa salì sull'ambone di marmo situato nella navata centrale della basilica e promulgò la bolla del Giubileo che fece depositare sull'altare maggiore della basilica.

Il papa permise di poter ricevere le indulgenze anche retrospettivamente, dalla festa di Natale dell'anno precedente. I romani dovevano visitare le basiliche di San Pietro e di San Paolo una volta al giorno. Si trattava di un impegno gravoso che il Papa dovette alleggerire il Giovedì Santo davanti "ad una moltitudine di fedeli "riunita sulla piazza del Laterano. Il Giubileo di Bonifacio VIII costituiva una novità storica, che conferiva alla città di Roma una nuova centralità, a soli nove anni dalla grande sconfitta di Acri (1291) che segnava un punto di arresto alle Crociate. Per l'Europa cristiana, con il Giubileo del 1300, Roma prendeva il posto di Gerusalemme.

Da Bonifacio VIII a Giovanni Paolo II, come è cambiato il rito del perdono globale

Il secondo Giubileo (1350) rispettò il ritmo dei cinquant'anni, ma anche questa volta l'idea non venne dal Papa. Clemente VI (1342-1352) fu convinto dai romani, aiutati da Petrarca che risiedeva allora alla corte papale di Avignone. Il ritmo di cinquant'anni conoscerà una sola interruzione, nel 1850 a causa delle turbolenze della Repubblica romana. Il papa era assente da Roma e vi fu portato dai Francesi soltanto il 12 aprile.

Già nel 1475 si tenne il primo giubileo con un ritmo di 25 anni. Il giubileo di Sisto IV (1471-1484) fu importante per la storia di Roma, ormai uscita definitivamente dalla crisi del Grande Scisma di Occidente durante il quale invece furono indetti due giubilei che non furono mai celebrati, uno nel 1390, il secondo nel 1423.

Da Bonifacio VIII a Giovanni Paolo II, come è cambiato il rito del perdono globale

Con il Giubileo nel 1423 - ossia 33 anni dopo quello del 1390 - il primo papa romano dopo il lungo 'esilio' avignonese scelse di celebrare un numero che ricorda gli anni di Cristo. L'idea di celebrare un giubileo con un ritmo di 33 anni non andò però perduta. Anzi fu ripresa, con successo, ben due volte. Nel 1933 da Pio X (che aveva già celebrato un giubileo nel 1925) e cinquant'anni dopo da Giovanni Paolo II, nel 1983. Sono comunque giubilei che vennero ad intercalarsi nel ritmo dei venticinque anni che fu osservato dal 1475 in poi con pochissime eccezioni.

Da Bonifacio VIII a Giovanni Paolo II, come è cambiato il rito del perdono globale

Il Giubileo del 1950, durante il quale Pio XII promulgò il dogma dell'Assunzione di Maria, lasciò il segno nella storia dei giubilei, perché costituì la prima grande occasione di mobilità per i fedeli cattolici in Europa, dopo la Seconda Guerra mondiale. Ma già per il primo giubileo cristiano, del 1300, Dante era stato impressionato da quell'"essercito molto" di pellegrini che sul ponte di Castel Sant'Angelo, durante il Giubileo, si incrociavano andando o tornando da San Pietro. Straordinarie furono le folle di pellegrini per l'ultimo Giubileo, indetto da Giovanni Paolo II per l'anno 2000. Celebrato anche in Terra Santa, fu un evento mediatico impressionante.

Da Bonifacio VIII a Giovanni Paolo II, come è cambiato il rito del perdono globale

L'apertura della porta santa a San Pietro, il 24 dicembre 1999, fu vista in mondovisione. Così il giorno dopo, quando il papa aprì la porta santa di San Giovanni in Laterano, e il 1° gennaio 2000 quella di Santa Maria Maggiore.

Muoversi muoversi

La Stampa
massimo gramellini

Nove italiani su dieci consumano la vita all’interno della stessa provincia. Talvolta della stessa casa. Uno dei luoghi comuni più diffusi, però anche più veri, riguarda i traslochi di pianerottolo: il figlio esce dall’abitazione dei genitori commossi e si trascina dolorosamente fino alla porta accanto, spesso comunicante con l’altra. 

La scarsezza di risorse economiche e di opportunità lavorative ci mette del suo, ma è indubbio che il brusco taglio delle radici è una pratica che lasciamo volentieri agli anglosassoni. Ci siamo addirittura inventati le università a domicilio: una piccola facoltà in ogni piccola città per non allontanarsi da mammà.

Eppur ci si muove. Anche da noi i più intraprendenti vanno nel mondo in cerca di sé. Ogni uomo può essere la storia di un vile o di un eroe. Le circostanze condizionano la sua scelta, ma non la determinano del tutto. C’è una fiamma interiore che alla fine prevale persino sulla mancanza di appoggi e di denaro. Chi vuole davvero partire non si preoccupa troppo della meta. 

La vita è come la spedizione di Cristoforo Colombo, che scioglie le vele per raggiungere le Indie e invece scopre l’America. Ma non l’avrebbe scoperta, se non avesse deciso di partire per le Indie. Nessun viaggiatore sa mai esattamente dove approderà. Il viaggio lo costringe a mettersi in ascolto e alla ricerca. E chi incomincia a cercare ciò che ama finisce quasi sempre per amare ciò che trova. 

La magia degli stoppini delle candele usate anche dalla regina Elisabetta

La Stampa
federico taddia

Nel novarese la Monterosa Zelandi produce la “spina dorsale” delle sculture di cera



«Lo stoppino è il cuore della candela, è la sua anima nascosta, che non deve bruciare e basta: deve farlo nel modo e nei tempi giusti, perché ogni momento e ogni luogo hanno la propria fiamma». Ceri che devono durare lo spazio di una Messa, altri che devono resistere per giorni all’aperto anche alle temperature più rigide. Candele capaci di far sembrare un’eternità l’atmosfera di una cena galante, altre che si consumano in una seduta di massaggi. Scaldavivande nascoste tra i vassoi fino al termine del raffinato buffet e torce segnaletiche che restano vive e vivaci una notte intera. Il segreto di ogni candela è proprio lì, nella sua spina dorsale, lo stoppino.

E lo sanno bene alla «Monterosa Zelandi» di San Pietro Mosezzo, a due passi da Novara, piccola azienda artigiana guidata da Donatella Zelandi e dal marito Alberto Ciocca, da dove ogni anno esce un chilometraggio di filo intrecciato pari alla circonferenza dell’intera terra. Una realtà unica in Italia, che oggi esporta in Europa, India, Stati Uniti e Marocco. «Intervistare la candela, ovvero sezionarla, osservarla, testarne consistenza, seguirla nel suo bruciare – spiega Donatella.

E contestualmente capire dal cliente cosa si aspetta da quell’oggetto: solo in questo modo si può arrivare alla combinazione perfetta degli ingredienti per arrivare al migliore dei risultati. Non deve fumare e non deve colare: questi sono i due principi base di una buona candela. Ma non solo: il segreto sta tutto nella giusta curvatura dello stoppino. Affinché non bruci troppo e non bruci troppo poco, non depositi cenere e non si mangi troppo la cera, non abbia una combustione esagerata o non si spenga sul più bello. Oppure, peggio ancora, non si spenga più».

«Passo la maggior parte delle mie giornate lavorative ad osservare candele accese – racconta Alberto sorridente – A volte mi basta una fotografia per capire tutto, ma è solo fissando la fiamma che si può fare un’analisi completa. E da lì partire per fare la giusta miscela di cotoni, da tessere poi tra loro e combinarli nelle giuste proporzioni per creare lo stoppino ottimale».

La «Monterosa Zelandi» esiste dal 1969, quando Aurelio Zelandi, barista con il desiderio di dare una sterzata alla propria quotidianità, rileva da un’antica cereria in disuso, alcuni macchinari ancora in funzione utilizzati durante la seconda guerra mondiale per autoprodursi il filato. E’ un mercato che sta cambiando, e Aurelio ci si butta con passione e giuste intuizioni. Nel giro di pochi anni brevetta un primo stoppino senza piombo, e contaminando con sapienza filati di ottima qualità lancia le prime linee produttive.

Alcune delle quali sono utilizzate ancora oggi, proprio per le tecniche innovative che aveva ideato. «Io sono cresciuta con il ritmo di queste macchine nelle orecchie. – aggiunge Donatella – E così, con una laurea in Economia e commercio presa con il massimo dei voti in tasca, mi sono trovata davanti ad un bivio: spendere le mie competenze altrove o buttarmi nell’azienda di famiglia. Il mio è stato un gesto d’amore nei confronti di questo lavoro: ci ho creduto, e con me mio marito, e oggi pensare che un nostro stoppino, per esempio, è stato acceso anche sulla tavola della famiglia Reale inglese è una piccola soddisfazione».

Attualmente nel laboratorio si fabbricano oltre 100 linee di stoppini: per ognuna sono stati scelti i titoli esatti di cotone, miscelati tra di loro, a cui a volte si aggiungono carta o lino. Con le trecciatrici che lavorano a pieno ritmo, guidate da chi solo con il tocco sa riconoscere la consistenza di un filo di tessuto scelto tra mille. Mentre da un lato escono matasse di stoppino grosso e resistente da inserire nei ceri pasquali, dall’altro ecco arrivare tante piccole punte di quelle che saranno candeline per compleanni.

«In Italia la vendita delle candele votive è in forte calo, poichè in molte Chiese le hanno sostituite con le lampadine. C’è ovviamente un incremento durante le celebrazioni particolari, come il giorno dei defunti o il Natale. Vedremo cosa succederà con il Giubileo: non mi aspetto grandi cose, ma noi siamo pronti». Soprattutto all’estero invece è il ripresa il mercato delle candele da arredamento, grazie alle cere naturali, come quelle di soia o di palma, che negli ultimi anni hanno sostituito via via la paraffina.

Obbligando Alberto ad ore extra davanti ai suoi stoppini in fiamme, per cercare la coabitazione più armonica e funzionale con i nuovi materiali. Esplorando possibilità non ancora tentate e confrontandosi con clienti di mezzo mondo sulle modifiche da apportare. «La magia di una candela accesa non verrà mai uguagliata da nessuna lampadina, di qualsiasi tipo essa sia – conclude Donatella – Il calore, le atmosfere e le emozioni generate da una fiamma sono uniche, e rimarranno tali. E noi sappiamo l’importanza di lavorare al meglio perché questa fiamma sia sempre più bella. E insostituibile».

B di biglietti, F di Francesco, I di indulgenza: l'alfabeto del Giubileo

La Repubblica
di ANDREA GUALTIERI

Dalla A alla Z: l'Anno Santo, i suoi riti e i suoi appuntamenti spiegati attraverso le parole chiave

B di biglietti, F di Francesco, I di indulgenza: l'alfabeto del Giubileo

A: ANTEPRIMA - Il calendario ufficiale del Giubileo va dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016, date di apertura e chiusura della Porta Santa in San Pietro. Ma una delle novità più dirompenti è l'anteprima nella Repubblica Centrafricana: nella cattedrale di Bangui il Papa ha aperto la prima Porta Santa del Giubileo dieci giorni prima di quella del Vaticano

B: BIGLIETTI - Per la prima volta, i pellegrini che vogliono passare sotto la Porta Santa di San Pietro devono avere un biglietto con la prenotazione, che è gratis e serve a regolare gli accessi all’inizio del percorso protetto di via della Conciliazione. È possibile ottenerlo su internet, ma anche a Roma all'Ufficio di Castel Sant'Angelo e nei punti di accoglienza dell'Opera romana pellegrinaggi. I biglietti gratuiti servono anche per le celebrazioni straordinarie del calendario vaticano e per le udienze giubilari del sabato. Per le udienze generali del mercoledì resta in vigore la procedura gestita dalla Prefettura della Casa pontificia

C: CARCERATI - Papa Francesco li cita nella lettera che concede l’indulgenza e dice: “Ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta Santa”. Il 6 novembre 2016 è previsto in San Pietro il Giubileo dedicato proprio ai detenuti. Bergoglio ha pure ricordato che “il Giubileo ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia”

D: DIOCESI - Pur restando luogo focale, Roma non è l'unico posto nel quale vivere pienamente il Giubileo: per permettere a tutti di vivere l'Anno Santo, Francesco ha voluto, per la prima volta nella storia, una Porta Santa nella cattedrale di ogni diocesi del mondo e ha dato facoltà ai vescovi di indicare altri santuari o chiese particolari che potranno attrezzarsi per il Giubileo con un calendario locale.

E: EVANGELIZZAZIONE - È il Pontificio consiglio per la Nuova Evangelizzazione l'organismo vaticano al quale è affidata l'organizzazione del Giubileo. La struttura, presieduta dall'arcivescovo Rino Fisichella, è stata creata nel 2010 da Benedetto XVI per affrontare la sfida della secolarizzazione. Per l'Anno Santo si è messa all'opera una task force composta da una ventina tra religiosi e laici.

F: FRANCESCO - Il motto episcopale di Bergoglio “Miserando atque eligendo” (cioè lo guardò con misericordia e lo scelse) rivela quanto il Giubileo sia legato al carisma del papa argentino. L’annuncio dell’Anno Santo straordinario lo ha dato a sorpresa il 13 marzo 2015, nel secondo anniversario della sua elezione al soglio di Pietro, con un preavviso di appena 270 giorni

G: GIUBILEO (STRAORDINARIO) - Dal 1300, anno in cui fu creato da papa Bonifacio VIII, l'appuntamento giubilare universale ricorre ogni 25 o 50 anni. Quello indetto da Francesco è invece il terzo Giubileo straordinario dall'inizio del Novecento: nel 1933 Pio XI proclamò l'Anno Santo per i 19 secoli dalla morte di Gesù, evento al quale anche Giovanni Paolo II collegò l'appuntamento straordinario di cinquant'anni dopo. Altri Giubilei furono indetti nei secoli con valenza locale o con riferimento ad eventi particolari: Paolo VI, ad esempio, ne volle uno della durata di cinque mesi nel 1966, dopo la chiusura del Concilio Vaticano II

H: HOTEL (E NON SOLO) - Sono 167mila i posti letto ufficiali messi a disposizione dalle strutture ricettive della città di Roma. Ce n’è però un 25 per cento in più che viene offerto in nero. Il prefetto Franco Gabrielli ha rivolto un appello a denunciare gli abusivi anche per ragioni di sicurezza: chi pernotta in queste strutture non viene registrato

I: INDULGENZA - È l'espressione con la quale la Chiesa indica “la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati” e si può ottenere anche per i defunti. Papa Francesco ha disposto che per questo Giubileo venga concesso a chi lo chieda "con sincero pentimento" il perdono anche per i peccati più gravi, compreso l'aborto, che per la Chiesa equivale al rifiuto della vita. La condizione classica per ottenere l'indulgenza è il pellegrinaggio ad una Porta Santa con la confessione e la comunione, la recita del “Credo” e la preghiera per le intenzioni del Papa. Ma Bergoglio ha sottolineato che per ottenere “perdono completo ed esaustivo” è necessario compiere gesti di carità verso i forestieri e i bisognosi.

L: LINGUE - Sono sette quelle in cui è tradotto il sito ufficiale del Giubileo: www.im.va. Oltre all’italiano, sono previste le versioni in inglese, spagnolo, francese, portoghese, polacco, tedesco

M: MISERICORDIA - È il tema scelto dal Papa per l’Anno Santo. Bergoglio ha voluto che si predisponessero i "missionari della misericordia" da inviare tra la gente nei luoghi della quotidianità per agevolare l'accesso all'indulgenza. Si tratta di sacerdoti volontari o vescovi emeriti che abbiano fatto richiesta al Pontificio Consiglio Nuova Evangelizzazione e abbiano ricevuto il placet

O: OSTENSIONE (di PADRE PIO) - È uno degli eventi più popolari del Giubileo: le spoglie di Padre Pio, il santo di Pietralcina, vengono traslate da San Giovanni Rotondo ed esposte in Vaticano dall’8 al 14 febbraio per la ricorrenza del Mercoledì delle Ceneri, giorno nel quale papa Francesco conferirà il mandato di confessori giubilari ai missionari della misericordia. Insieme a Padre Pio, nella basilica di San Pietro sarà portato il corpo di san Leopoldo Mandic, un altro cappuccino: Bergoglio li ha scelti come simboli del sacramento della confessione

P: PORTE SANTE - Sono gli emblemi del Giubileo, attraversarle significa entrare simbolicamente nel perdono di Dio ed è con questo gesto che si conclude il percorso per ottenere l'indulgenza. Le quattro Porte storiche sono legate alle Basiliche pontificie romane: oltre a San Pietro, ci sono San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le Mura, Santa Maria Maggiore. Papa Francesco ha introdotto la novità delle Porte Sante diocesane. E altre si troveranno lontani da luoghi di culto: Bergoglio ha deciso di inaugurare quella dell'ostello per i poveri della Caritas di Roma, mentre a Lampedusa il cardinale Montenegro aprirà la "porta santa" per i migranti, in corrispondenza del luogo in cui avvenne la strage in mare

R: RAGAZZI - dal 25 al 31 luglio a Cracovia c’è la Giornata mondiale della gioventù, e nei giorni finali arriva in Polonia anche Francesco. L’appuntamento era stato fissato prima ancora dell’elezione di Bergoglio e cade ora nel calendario “allargato” degli eventi giubilari decentrati. A Roma, invece, è previsto dal 23 al 25 aprile il Giubileo dei ragazzi dai 13 ai 16 anni

S: SICUREZZA - disposti una “no fly zone” su tutta Roma e duemila rinforzi tra militari e personale delle forze dell’ordine. Il primo Giubileo ai tempi dell’Is vede potenziare i metal detector e i controlli su oltre mille obiettivi sensibili, compresi i mezzi di trasporto. Sono invece 860 i nuovi operatori sanitari, con 100 nuove in più, 10 punti medici avanzati, nuove aree per l'elisoccorso e 400 volontari per il primo soccorso

T: TERESA DI CALCUTTA - È uno dei personaggi simbolo del Giubileo. Il 5 settembre c’è un appuntamento dedicato agli operatori e volontari della misericordia, ispirato al suo carisma. E il giorno prima, festa liturgica che celebra la memoria della suora dei poveri, c’è la sua canonizzazione

U: UDIENZE - Oltre all’appuntamento del mercoledì, con l’udienza generale del Papa in piazza San Pietro o nell’Aula Paolo VI che si ripete ogni settimana, ad eccezione di una breve sosta estiva, per l’Anno Santo Francesco ha voluto inserire una serie di dodici udienze straordinarie giubilari che si terranno di sabato.

V: VOLONTARI - sono fedeli volontari con almeno 18 anni che arrivano da tutto il mondo per alternarsi nell’assistenza dei pellegrini a Roma. Non hanno compenso, ma dal Vaticano ottengono vitto, alloggio e assicurazione. Per il Giubileo del 2000 ne arrivarono circa settantamila

W: WOJTYLA - È stato il protagonista dell’ultimo Giubileo quello del 2000 che ha vissuto quando già i segni della malattia lo stavano piegando. Memorabili la folla oceanica e il suo abbraccio ai giovani in occasione del raduno di agosto a Tor Vergata, al quale parteciparono oltre due milioni di ragazzi da tutto il mondo, ma anche il mea culpa per le colpe della Chiesa pronunciato nella Giornata del perdono e il suo viaggio in Terra Santa con la preghiera al Muro del pianto

Z: ZAINO - È uno dei simboli dei pellegrini che si mettono in cammino verso la Porta Santa. A Roma sono stati predisposti 4 percorsi pedonali per raggiungere San Pietro, con una serie di tappe nelle quali è prevista una “assistenza spirituale”. Rigenerata la storica via Francigena che attraversa l’Europa da Canterbury al Vaticano, altri cammini sono organizzati da Assisi

Quanto si risparmia staccando i caricabatterie dalle prese

Mario Valenza - Sab, 05/12/2015 - 14:51

Lasciare il caricatore di un pc o di uno smartphone attaccato alla presa senza il dispositivo potrebbe far lievitare la vostra bolletta della luce ben più di quanto possiate pensare

Lasciare il caricatore di un pc o di uno smartphone attaccato alla presa senza il dispositivo potrebbe far lievitare la vostra bolletta della luce ben più di quanto possiate pensare.



E’ una pratica molto comune che però incide sulle nostre tasche. I caricatori che restano connessi alla rete energetica continuano a consumare energia visto che il trasformatore che si trova al loro interno richiede piccole quantità di elettricità che consuma anche se i dispositivi non sono connessi. Il consumo non raggiunge cifre altissime, tuttavia bisogna considerare che non lasciamo solo il caricabatterie del cellulare nella presa.

Ormai ci sono caricabatterie ovunque. Per i tablet, per gli spazzolini da denti, per i pc. Sommandoli tutti la cifra diventa più importante. Se li togliete tutti dalla presa risparmierete circa 40 euro annui. Ma c’è anche un altro effetto collaterale: i caricabatterie insieriti nelle spine si surriscaldano e si consumano più facilmente. Così oltre il danno la beffa: non solo spendete denaro che potreste risparmiare ma poi vi tocca comprare anche un caricabatterie nuovo.

Giustizia alla giapponese: colpevoli pure gli innocenti

Annalisa Chirico - Sab, 05/12/2015 - 09:03

Secondo l'"Economist" nel Paese del Sol Levante condannato il 99,8% degli imputati. Anche a causa di confessioni estorte

I did it even if I didn't, mi dichiaro colpevole anche se sono innocente. L'Economist punta i riflettori sul sistema penale giapponese, e lo scenario è da incubo.

Nel 2014 l'89 per cento delle inchieste penali è sorretto dalla confessione del presunto autore del reato. In altre parole, nove volte su dieci l'indagato confessa. E nel 99,8 per cento dei casi il processo sancisce la sua colpevolezza definitiva.

Indagine, confessione, condanna: è il rito nipponico in tre atti. Tutto filerebbe liscio se non fosse che, come facilmente prevedibile, le confessioni spesso sono false: le persone indagate si autoaccusano al solo scopo di far cessare un duro interrogatorio, ottenendo magari una pena più lieve. L'Italia non è certo estranea all'abuso della carcerazione preventiva come mezzo per estorcere confessioni: Tangentopoli è un caso di scuola. E la terra del Sol Levante sembra mutuare la cattiva lezione con esiti eclatanti: nove volte su dieci l'accusato confessa.

Polizia e inquirenti possono prolungare lo stato di fermo, senza aver formulato un'imputazione, fino a 23 giorni. In teoria, l'accusato avrebbe il diritto di avvalersi del silenzio. Di fatto, il silenzio è considerato come un'ammissione di colpevolezza. «Talvolta chi conduce l'interrogatorio ti spinge il tavolo contro, ti calpesta i piedi e ti urla nelle orecchie», è il resoconto del settimanale britannico. I colloqui possono durare più di otto ore. Gli indagati sono privati del sonno e costretti in posture scomode. In pochi sopportano un trattamento simile. Dietro la parvenza di ordine e pulizia le celle nascondono una ridda di vessazioni volte a fiaccare mente e corpo.

Le «regole draconiane» vietano ai detenuti di guardare negli occhi le guardie penitenziarie salvo esplicita autorizzazione. Dietro le sbarre vige il silenzio salvo brevi momenti della giornata in cui è consentito ai detenuti parlare tra loro. La lettura è ammessa di rado. «In cella puoi soltanto respirare», dichiara Toshio Oriyama che ha trascorso 22 anni in carcere per un omicidio al quale ancora oggi si dichiara estraneo. «

Quando facevamo la doccia, vedevo le piaghe da decubito sulla schiena degli altri», racconta a proposito del divieto di stare in piedi in cella. Kazuo Ishikawa è trattenuto in stato di fermo per 30 giorni fin quando si decide a firmare una pseudoconfessione. Non sa leggere ma non può resistere oltre e firma, senza sapere che così ammetterà di aver assassinato un uomo e resterà in galera per i successivi 32 anni. Invece dopo 46 primavere nel braccio della morte, lo scorso anno Iwao Hakamada è rimesso in libertà.

Il giudice ordina la scarcerazione dimostrando le forzature e gli abusi commessi dagli inquirenti al fine di «fabbricare» le prove contro di lui. Hakamada racconta di essere stato sottoposto a interrogatori quotidiani della durata di 11 ore per 23 giorni consecutivi, conditi da manganellate e punzecchiature per impedire il sonno. È uno scenario da incubo che però non sembra toccare la sensibilità della classe politica e dell'opinione pubblica giapponese. Le sentenze dei giudici sono la «voce del paradiso», e se nove volte su dieci l'indagato confessa è un successo della giustizia made in Japan.

L'immagine dell’Italia affidata a due censure

Corriere della sera

di Chiara Mariani

«War is over!»: una mostra (e un libro) ripercorrono le dinamiche della propaganda fascista, e di quella americana, in tempo di guerra



Hollywood in guerra col fascismo. A chi in Italia è affidata la comunicazione visiva, e quindi la memoria, degli anni successivi all’8 settembre 1943? Dipende. L’Istituto Luce, organo ufficiale per la documentazione creato dal regime fascista nel 1924, dall’autunno 1943 è trasferito da Roma al Nord, e l’attendibilità della sua produzione è ulteriormente adulterata dalle richieste dei tedeschi. Il Sud, che a Brindisi ospita il re in fuga, è privo di un’istituzione che si occupi di registrare la vita di un Paese lacerato.

Qui ci pensano le armate alleate. Ci pensano gli americani. I Signal Corps, i militari Usa addetti alla comunicazione (dai collegamenti radiofonici ai filmati per l’addestramento dei soldati; dalle fotografie di guerra ai Combat film) riempiono il vuoto. A modo loro. Con Hollywood nel cuore poiché è anche negli studios che i reporter destinati al fronte sono addestrati. Decidono di affidare al bianco e nero la cronaca degli avvenimenti e alle foto a colori un’immagine rassicurante della guerra, che alluda alla sua fine imminente grazie all’intervento dell’alleato oltre Atlantico: l’americano sempre ripulito e sorridente che dimostra indulgenza verso un popolo retrogrado e in difficoltà.

L’arma più forte di Mussolini.War is over!, la mostra allestita fino al 10 gennaio al Museo di Roma (Palazzo Braschi) curata da Gabriele D’Autilia e Enrico Menduini (catalogo Contrasto), è un’occasione per affrontare in modo critico la documentazione fotografica ufficiale della guerra, in particolare del periodo in cui si trasformò in una guerra tra italiani.

Dice D’Autilia: «Se nella Grande Guerra la fotografia era stata usata con una certa timidezza per raccontare gli eventi dal punto di vista degli apparati propagandistici e si preferì ricorrere all’immagine disegnata, più adatta a un’interpretazione controllata della realtà del fronte, nella guerra successiva l’immagine ottica raggiunse (...) una consapevolezza dei propri linguaggi che le consentì di diventare uno strumento chiave per la narrazione della guerra». “L’arma più forte”, secondo la definizione di Mussolini, doveva quindi essere vagliata con cura.

Le foto censurate dal regime fascista. Tra le 140 foto che compongono War is over! figurano anche alcune immagini catalogate come “riservate”, un modo edulcorato per indicare le fotografie epurate dalla censura fascista e che la stessa aveva relegato nel fondo Rgr dell’Istituto Luce: Reparto Guerra Riservati. Il combattente prediletto dalla stampa nell’era di Cinecittà assomiglia a Amedeo Nazzari; non si tollera il soldato che ha la barba incolta o le scarpe rotte. Sono estromesse le fotografie troppo cupe o troppo allegre; quelle giudicate irriverenti (come la foto in alto di questa pagina); le foto degli aerei italiani abbattuti, delle città distrutte dalle bombe, dei mutilati negli ospedali; quelle dove si intravedono i tedeschi, poiché ciò lascia intendere che siano loro a comandare.

La propaganda USA vista dal Nobel John Steinbeck. Altre volte la propaganda seleziona a priori: negli archivi ci sono le immagini delle fucilazioni dei partigiani durante la Repubblica di Salò; mancano quasi totalmente le prove delle persecuzioni contro gli ebrei. La narrazione, manipolata dalle due parti, partorisce un dramma tutto suo. Scrisse John Steinbeck in un libro che raccoglieva le sue memorie da inviato sul fronte mediterraneo nel 1943: «Ci eravamo persuasi che la verità su qualsiasi cosa fosse da considerare un segreto… Con questo non voglio dire che i corrispondenti fossero dei bugiardi. Non lo erano. Tutte le cose scritte in questo libro sono successe davvero. È in quelle non scritte che si annida la menzogna».

@ChiaraNilla
30 novembre 2015 (modifica il 1 dicembre 2015 | 16:27)

Il jihadista uscito dal carcere «Assad ci liberò. E nacque l’Isis»

Corriere della sera
di Lorenzo Cremonesi

Gli ex compagni oggi sono pezzi grossi del Califfato. Tarek Khaldi ha messo parecchi chilometri tra sé e la Siria. Qui racconta la sua verità. Anche su padre Dall’Oglio...

 



VILLINGEN-SCHWENNINGEN (Germania)Isis: un gruppo terroristico nato e cresciuto con la benedizione del regime di Damasco nell’intento di criminalizzare l’intero movimento di opposizione in Siria.

È la tesi che da tempo sostengono le varie brigate della guerriglia combattente, da quelle relativamente laiche alle altre più o meno legate all’estremismo islamico siriano assieme ai governi di Ankara, Arabia Saudita e in generale il fronte sunnita. Ultimamente l’accusa americana al governo siriano di acquistare sottobanco greggio dall’Isis, pare con l’aiuto di uomini d’affari e intermediari russi, non fa altro che rafforzarla. Storie che ha vissuto sulla propria pelle il 37enne Tarek Khaldi, noto esponente del campo jihadista siriano, che il Corriere ha incontrato due giorni fa nel centro islamico di un paesino della Germania meridionale.

Lo dirige lui stesso da quando, un anno fa, ha deciso di lasciare la militanza di guerrigliero nella zona di Homs e unirsi al flusso di migranti Europa. La storia di quest’uomo ha radici lontane. «Io ero ben noto alla polizia di Bashar Assad, sin da quando giovane studente mi ero recato all’università religiosa di Al-Azhar al Cairo per laurearmi in diritto islamico», ricorda Khaldi. Il suo tirocinio tra i militanti siriani, molti dei quali poco più tardi diventeranno dirigenti dell’Isis, inizia il 19 agosto 2006, quando viene arrestato con l’accusa di essere un «salafita jihadista».

In un primo tempo subisce il consueto ciclo di torture e interrogatori serrati al tristemente noto «Secondo Ufficio» della polizia segreta di Damasco. Quindi il trasferimento a Sednaya, il carcere più famoso del Paese, vicino al villaggio cristiano di Maalula. «Non a caso Sednaya è considerata l’università dell’estremismo militante. Sebbene fossi relegato sotto terra in una sorta di cella-bara umida e fredda anche d’estate, fu allora che incontrai noti esponenti di Al Qaeda e persino un tizio sospettato di aver contribuito agli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti».

In quel periodo i prigionieri politici erano circa 1.400, di questi 1.300 islamici, gli altri cento comunisti, ex baathisti o spie. Incontra personaggi del calibro di Abu Musa Abu Al Julani, che poi fonderà il gruppo qaedista Al Nusra, di Ahmad Abu Haddas, un qaedista accusato dai siriani di avere partecipato all’assassinio nel 2005 del leader libanese Rafiq Hariri, e altri che poi creeranno Fatah al Islam, Ahrar al Shams, Jundal Shams: tutte brigate che oggi costituiscono il fronte anti-Assad.

Ma il regime sembra poco interessato ad eliminarli. Tutt’altro. Sottolinea Khaldi: «Il carcere era diviso in due piani. Al piano terra i prigionieri più pericolosi e violenti. Tutti diventeranno poi dirigenti Isis al fianco di Abu Bakr al-Baghdadi. Queste divisioni appaiono già nette durante i sei mesi di rivolta interna al carcere nel 2008.

Ma saranno fondamentali al momento dello scoppio delle sommosse del 2011». Khaldi partecipa ai colloqui del 2009, quando emissari del presidente contattano i prigionieri promettendo la riduzione delle pene per chiunque accetti di dichiarare le proprie responsabilità nell’assassinio di Hariri. La comunità internazionale punta il dito contro Assad e la milizia sciita libanese dell’Hezbollah. «La dittatura voleva confondere le acque», commenta lui. Ma nessuno accetta di parlare ai media.

Lo scoppio di rivolte popolari nella primavera 2011 vede ai suoi occhi uno strano fenomeno. «A logica il regime avrebbe dovuto segregarci ancora di più, visto che eravamo i suoi nemici storici. Invece nel dicembre di quell’anno cominciano a liberarci. Entro la fine del 2013 almeno 1.200 dei 1.400 prigionieri politici vengono rilasciati. Gli obiettivi sono due: il regime conta sulle nostre divisioni interne per rompere la compattezza delle opposizioni. Ma soprattutto mira a criminalizzare il movimento di protesta. E ci riesce. In poco tempo l’Isis primeggia. Tra i rilasciati c’è Hadi Drubi, oggi uno dei massimi capi a Raqqa».

Tarek Khaldi torna nella sua casa natale a Homs. Si unisce alla guerriglia. Nel 2013 è impegnato nei colloqui con l’esercito di Assad che garantiranno alla guerriglia islamica di abbandonare quartieri della città con le armi in mano. E tra le vicende di cui viene a conoscenza c’è la storia di Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano sparito a Raqqa nel luglio 2013. Racconta: «Padre Paolo, che io conoscevo bene, fece l’errore di voler parlare con l’Isis.

Quello che so è che venne ucciso in modo cruento quasi subito, al suo arrivo. Eliminato perché cristiano. Se non ricordo male, il suo assassino si chiama Abu Walid al Ezza. I suoi vestiti insanguinati per mesi rimasero nelle mani di un certo Abu Owaled, che poi morì per una faida interna. Il governo di Damasco offrì un milione di dollari per averli. Ma la trattativa non è mai andata in porto».

La guerra in Siria raccontata in 4 minuti

1 dicembre 2015 (modifica il 2 dicembre 2015 | 08:42)

Islam, la studentessa musulmana a Milano: «Voi non capite niente, è tutto scritto nel Corano»

Corriere della sera
di Lorenzo Cremonesi

Un inviato del «Corriere» racconta la sua esperienza (molto interesse, e contestazioni). Sunniti, sciiti, Isis e i dibattiti così difficili da affrontare in classe

(Ap)

MILANO- Scenario: aula magna dell’Istituto Tecnico Commerciale Schiapparelli nel centro di Milano. Contesto: circa trecento studenti delle ultime due classi, dunque quasi tutti in età compresa tra i 17 e 19 anni, sono riuniti per assistere a una lezione sulla nascita di Isis in Medio Oriente e le sue manifestazioni in Europa tenuta da due giornalisti del Corriere, Mara Gergolet e l’autore di questo articolo.

Per circa un’ora e mezza parliamo delle radici del Califfato in Iraq, i suoi sviluppi in Siria, le ragioni del suo radicamento tra le masse sunnite, la sua capacità di raccogliere seguaci ed effettuare attentati terroristici nelle nostre città europee. Si cerca di raccontare in termini semplici, aiutati da una grande carta geografica del Medio Oriente proiettata sul muro, senza però dimenticare le radici storiche e soprattutto lo scontro tra sciiti e sunniti che da anni infiamma il mondo islamico.
«Non servono altri libri, il Corano spiega tutto»
Ed è proprio quest’ultimo soggetto che sembra attirare la massima attenzione degli studenti. Consigliamo, visto che dopo tutto siamo in una scuola, di leggere il libro dello studioso americano di origine iraniana Vali Nasr, La rivincita sciita , che ben riassume il conflitto inter-islamico sulla successione del Profeta alla guida della comunità musulmana dopo la sua morte. Ed è allora che interviene Amina dalle ultime file. Una ragazza minuta, con un visibile velo blu in testa. «Chi l’ha detto che sciiti e sunniti si scontrano sulla successione? Per l’Islam non ci può essere successore di Maometto.

E comunque è tutto spiegato nel Corano. Non servono altri libri, il Corano spiega tutto, dice tutto». Il tono è perentorio, non ammette repliche: c’è un’unica verità rivelata, impossibile metterla in dubbio. «Se io voglio conoscere la fede dei cristiani vado a chiedere a un ministro della fede cristiana. Non certo a mio papà musulmano. Ma così deve avvenire anche per i musulmani. Ci si rivolge al gran muftì della moschea di Al Azhar al Cairo. La sua definizione di sciiti e sunniti è quella giusta», aggiunge. Proviamo comunque a rispondere.

«La moschea di Al Azhar ospita un’autorità sunnita, importante quanto si vuole, ma non è affatto detto che piaccia agli sciiti», replichiamo. E ancora: «Lo scontro tra sciiti e sunniti esplode dopo la morte di Maometto. Il Corano, rivelato prima, evidentemente non ne può parlare».
Il coro di applausi per Amina
Ma un coro di applausi e urla di sostegno accompagna le parole della ragazza.
«Sono una quarantina di studenti musulmani che la appoggiano sempre quando parla. Per noi è davvero difficile replicare. In genere gli studenti italiani restano zitti, non sanno bene cosa dire, non hanno argomenti», spiega Andrea, uno dei due rappresentanti degli studenti che è seduto con noi al tavolo sul podio. Intervengono un paio di professori nel tentativo di rimettere ordine. Noi incalziamo: «Forse sarebbe il caso di studiare un poco di storia delle religioni.

Ricordarci che la nostra cultura europea è anche figlia del Rinascimento e dell’Illuminismo. Occorre leggere i testi di Voltaire, ricordare Rousseau, andare a rivedere le radici del pensiero laico, l’ode al dubbio di fronte al dramma delle guerre di religione che tanto sangue ha versato in Europa nei secoli scorsi». Ma non serve a nulla. I toni degli argomenti ricordano un poco i dibattiti nelle aule delle nostre scuole investite dalle rivolte studentesche negli anni Settanta. Con la differenza però che ora c’è un Islam molto più agguerrito e tutto sommato importato dall’estero. Mentre la controparte pare molto debole, impreparata.

Cerchiamo di chiudere la conferenza. Arriva qualche altra domanda. Ma Amina con la maggior parte degli studenti che la sostiene lascia l’aula. Con lo scoccare del termine della seconda ora l’incontro si chiude. Gli organizzatori sono soddisfatti. Tre docenti si dicono colpite dai toni del dibattito. Dice una professoressa: «È la prima volta che questi argomenti esplodono con tanta passione. In genere restano come soppressi, covano nell’aria senza venire alla luce» .

5 dicembre 2015 (modifica il 5 dicembre 2015 | 08:14)