sabato 5 dicembre 2015

Torna online Popcorn Time, il Netflix pirata

La Stampa
lorenzo longhitano

L’app è praticamente identica all’originale, ma sviluppata da un altro team. E continua a rimanere illegale



Popcorn Time è tornato. Il servizio di streaming video illegale che ha dato grattacapi alle autorità di mezzo globo e ridotto al silenzio soltanto poche settimane fa, è ricomparso online con un nuovo sito web , un nuovo account twitter , un’app già funzionante e un nuovo nome: Popcorn Time Community Edition.

LUCI DELLA RIBALTA
Nel corso dei suoi mesi di servizio la piattaforma si era guadagnata l’epiteto di Netflix della pirateria , per via della quantità di show reperibili e per il fatto che potevano essere visualizzati in streaming senza bisogno di visitare siti di dubbia provenienza. La gradevolezza e la semplicità dell’interfaccia sono state la ciliegina sulla torta: per la prima volta una vasta quantità di contenuti illegali è stata veramente alla portata di chiunque sapesse usare un mouse o un touch screen.



NEL CENTRO DEL MIRINO
Com’è facile immaginare, oltre alla fama non sono mancate le ripetute attenzioni delle autorità. Perfino il governo italiano aveva provato a oscurare il servizio , ma a staccargli la spina definitivamente sono stati gli stessi fondatori. Le ripetute pressioni ricevute dai quattro angoli del globo (e in particolare dalla Motion Picture Association of America) hanno provocato un esodo graduale tra gli sviluppatori e un cambio di rotta nelle intenzioni dei sopravvissuti. Chiuso il sito, lo staff aveva anticipato che si sarebbe messo al lavoro su Butter , un’alternativa simile in tutto e per tutto a Popcorn Time ma basata su presupposti legali.



DURI A MORIRE
Un paio di giorni fa invece è arrivata la svolta, con la comparsa online del nuovo dominio, il cambio di nome e la ripartenza, almeno nelle intenzioni, del progetto iniziale. Rispetto al vecchio Popcorn Time però, questa Community Edition è un fork: una continuazione del lavoro originale presa però in carico da un altro team di sviluppatori completamente indipendente rispetto al primo. La natura open source del software infatti fa in modo che chiunque possa operarvi delle modifiche e diffonderle: come l’Idra mitologica, tagliando la testa al progetto ne spuntano altre due. La versione che è approdata sul nuovo sito in queste ore, insomma, è solo una tra le diverse che nella comunità della Rete si sono dimostrate popolari.



LAVORI IN CORSO
Il servizio continua dunque a rimanere illegale e, come per il primo Popcorn Time, lo staff consiglia di utilizzarlo connessi tramite una rete VPN. Lo sviluppo inoltre è ancora a uno stadio preliminare, anche se dall’account Twitter dell’app si parla di una versione ufficiale in arrivo a breve. Sul sito al momento sono disponibili le app per Windows, Mac e Linux, mentre non c’è traccia delle versioni mobile e gli stessi programmatori non riescono ancora a prevedere per quando riusciranno a ultimarle. 

Me ne foto

La Stampa
massimo gramellini



Beirut è solcata da profughi siriani che si inventano la vita con qualunque cosa riesca ad assomigliare a un lavoro, ma la notizia ci lascia inerti. Appena però un giornalista norvegese la trasforma nella foto di Abdul che vende penne bic ai semafori tenendo in braccio la sua bambina stremata dagli stenti, una scossa di compassione attraversa il globo e si trasforma in denaro sonante: 191 mila dollari raccolti in poco tempo e ora Abdul è proprietario di una panetteria, di un ristorante e di un kebab. All’uomo interessa l’uomo, diceva Montanelli. Le statistiche deprimono, ma non commuovono. Nella civiltà dell’immagine, per fare scattare la molla serve che qualcuno scatti una foto. Solo quando diventiamo capaci di dare un volto alla sofferenza riusciamo ad averne pietà.

Mettimelo sul conto, digitale

La Stampa
valerio mariani

Partita la sperimentazione della soluzione di pagamento tutta italiana Pay4MoDe che favorisce la fidelizzazione ed evita la commissione sul con carta di credito


L’antica abitudine di segnare sul conto potrebbe tornare presto di moda. L’italiana Mob4Money è partita con il progetto pilota del servizio Pay4MoDe presso due esercizi della catena Quality Store di Terni. Pay4MoDe è la prima soluzione di pagamento per servizi privativi – quelli che evitano l’utilizzo del contante, del bancomat o della carta di credito presso un “numero definito di esercizi convenzionati noto a priori”. Ideata per tutti gli esercizi commerciali, dalla grande distribuzione alla piccola bottega, Pay4MoDe è coperta da brevetto internazionale ed è in attesa di autorizzazione negli Usa.

Il cliente aderisce al servizio installando sul suo telefono una app. Si registra, fornisce numero di carta di credito, username e pin d’accesso una sola volta. Successivamente carica il suo credito presso il rivenditore, in contanti, con il bancomat o con carta di credito. Al momento del pagamento, eventualmente anche dilazionato o riscosso a fine mese, l’esercente chiede direttamente dalla cassa l’autorizzazione. Il cliente riceve un Sms, funzionante anche in caso di assenza di rete dati, e si autentica con il pin che, comunque, non viaggia in rete e non viene conservato in locale.

La sicurezza della transazione è garantita da un sistema di comunicazione a due chiavi di derivazione militare. La soluzione è pensata per l’utilizzo insieme a una carta fedeltà garantendo una serie di vantaggi interessanti. Per fare un esempio, un tabaccaio che aderisce al servizio, riconosce a Pay4MoDe una tariffa per transazione intorno allo 0,5%, simile a quella dovuta per il bancomat ma decisamente inferiore a quella richiesta dai gestori dei circuiti delle carte di credito. Il tabaccaio, in più, ha uno strumento per fidelizzare la clientela, per far conoscere sconti e promozioni riservate, per incassare in anticipo e per limitare costi e rischi legati alla circolazione del denaro contante.

Dinosauri: le sette scoperte più importanti

Corriere della sera

di Eva Perasso
I rinvenimenti che hanno cambiato la storia della paleontologia e hanno potuto raccontare l'evoluzione di questi rettili preistorici fino all’anello di congiunzione con gli uccelli tramite l’Archaeopteryx

Megalosauro

Il megalosauro viene considerato il più importante tra le scoperte dei paleontologi, perché è il primo a essere stato riconosciuto da uno studioso, il geologo inglese William Buckland, che lo descrisse con precisione nel 1824. I suoi resti furono ritrovati nel 1815 nelle campagne dell'Oxfordshire britannico e trasferiti poi all'Oxford University Museum, dove ancora si possono ammirare.

(World Museum Liverpool)

Questo grande rettile era un predatore vissuto nel Giurassico medio, del peso di circa 900 chilogrammi e lungo fino a nove metri. Non esiste uno scheletro ricostruito interamente, ma solo alcuni resti, ritrovati tra Francia e Gran Bretagna. Da questi gli studiosi hanno potuto dedurre che si trattasse di un carnivoro primitivo, robusto, dal corpo tozzo, simile all'allosauro. Al megalosauro va il merito di aver aperto un filone di studi, poiché prima della sua scoperta mai si era parlato di dinosauri.

Archaeopteryx

L'Archaeopteryx non è rettile e quindi non è un dinosauro, ma un uccello primordiale vissuto nel Giurassico, considerato il simbolo stesso dell'evoluzionismo. Era il 1860 quando i primi resti furono scoperti in Baviera l'anno dopo la pubblicazione dell'opera di Charles Darwin L'origine della specie in cui presentava le sue teorie sull'evoluzione. Proprio il momento storico fece gridare alla scoperta dell'anello mancante del passaggio dai rettili agli uccelli. Dopo il primo, i ritrovamenti di Archaeopteryx sono stati in tutto undici, soprattutto in Germania ma non solo, infatti gli ultimi sono avvenuti in Cina.
Ricostruzione di un Archaeopteryx (Flickr/Peter Montgomery)
Ma questo uccello preistorico ha fatto parlare molto di sé perché, sebbene fin dalla sua scoperta fosse stato classificato tra gli uccelli, nel 2011 fu invece spostato nella famiglia dei dinosauri piumati Deinonycosauri. Fino a quando – era il 2013 – grazie a un ritrovamento cinese e uno studio pubblicato su Nature, gli è stato nuovamente riconosciuto lo status di uccello, anzi il progenitore di tutti gli uccelli.

Diplodoco

Al Natural History Museum di Londra un esemplare di Diplodocus lungo oltre 25 metri occupa maestosamente un'intera sala espositiva all'ingresso del museo. Il nome deriva da «doppio fascio», poiché questo dinosauro enorme ha appunto un doppio fascio osseo nella sua coda. Ve ne sono diversi esemplari – il primo fu ritrovato in Nord America nel 1877 – grazie all'interesse filantropico di Andrew Carnegie, fondatore dell'omonimo museo di Pittsburgh. Fu lui a organizzare spedizioni in Pennsylvania, Utah e Wyoming per ritrovare i resti di questi giganteschi dinosauri e fu lui a spedirne poi i risultati nei musei di tutto il mondo.
(Flickr Valdiney Pimenta)
Il diplodoco è uno dei più noti dinosauri al mondo e più presenti nell'immaginario collettivo. Quadrupede, erbivoro, dal collo lunghissimo e dalla coda a frusta, viene considerato il più lungo dinosauro mai esistito e ritrovato.

Deinonico

Le scoperte del paleontologo John Ostrom dell'università di Yale negli anni Sessanta del Novecento pongono un tassello fondamentale nelle conoscenze sul mondo dei dinosauri: grazie al ritrovamento di un esemplare del deinonico (Deinonychus antirrhopus) nel 1969 infatti, lo studioso dedusse che i dinosauri non erano solo enormi animali goffi, ma che ne erano esistiti sotto forma di animali veloci, «intelligenti» e dalle grandi doti di predatori.

(Flickr Eden, Janine and Jim)

La scoperta del deinonico ancora una volta avvicinava questo dinosauro al mondo degli uccelli: il deinonico è infatti uno stretto parente per esempio del velociraptor, e fu usato come modello anche nel film Jurassic Park. Il deinonico pesava tra i 70 e i 100 chilogrammi, per oltre 3 metri di lunghezza, era pennuto e per catturare e mangiare le sue prede aveva comportamenti simili a quelli di alcuni rapaci.

Scelidosaurus

Era un dinosauro erbivoro vissuto nel Giurassico inferiore, legato indissolubilmente a una delle figure di spicco della paleontologia: Richard Owen, l'uomo che coniò il termine dinosauro, e che fu il primo a classificarlo e a dargli il nome scelidosauro.
(Flickr Biodiversity Heritage Library)
Questo rettile, proveniente dalla Gran Bretagna (ma alcuni resti furono rinvenuti anche in Cina e negli Usa), era lungo circa 4 metri, non molto alto, aveva testa affusolata e si cibava delle foglie che strappava da alberi e arbusti. È possibile vedere il suo scheletro ricostruito al British Museum di Londra.

Sinosauropteryx

Quella del fossile di Sinosauropteryx è una scoperta recente: era il 1996, e fu rinvenuto in Cina nella provincia del Liaoning. Questo dinosauro somiglia molto al deinonico, si calcola che visse nel Cretaceo e ha aiutato gli studiosi a capire come alcune specie di dinosauri, come il velociraptor, fossero ricoperti dalle piume. È infatti il solo a portare le prove dell'esistenza del piumaggio per alcuni dinosauri. Era un dinosauro molto piccolo: arrivava appena a un metro e venti di lunghezza.

(Flickr Kumiko)

La scoperta più recente

La scoperta più recente è degli ultimi mesi ed è di Nick Longrich, paleontologo dell'Università di Bath (Gran Bretagna). Si tratta di un dinosauro ceratopo con corna delle dimensioni di un cane, vissuto presumibilmente alla fine del Cretaceo. Farebbe parte della famiglia dei Ceratopi, ma a differenza dei compagni finora studiati, proverrebbe dall'est degli Stati Uniti d'America.

(Nick Longrich)

Il paleontologo che ha studiato la composizione dei fossili rinvenuti ha potuto osservare come in questa parte degli Usa i ceratopi abbiano assunto conformazioni fisiche molto diverse rispetto agli altri ceratopi già conosciuti e studiati. Questi animali cornuti rimasero probabilmente isolati in Nord America e per questo hanno ora sembianze differenti rispetto ai ceratopi asiatici, sudamericani e australiani.

Con l'islam Occidente remissivo fino al suicidio"

Sergio Rame - Ven, 04/12/2015 - 15:52

Il politologo Spencer: "Sbagliato negare che jihadisti agiscano in nome dell'islam"

"La risposta dell'Europa agli attacchi è consistita nel far entrare migliaia di rifugiati siriani, senza avere alcun modo per verificare se avessero mai compiuto attività jihadiste o se avessero simpatie in questo senso".

In un’intervista a Libero il politologo Robert Spencer critica duramente la posizione dell'Unione euuropea e, più in generale, dell'Occidente nei confronti dell'islam radicale. "La reazione è stata anche quella di affermare che i jihadisti non agiscono in nome dell’islam, contrariamente a quanto loro stessi dichiarano - spiega - questa negazione è controproducente al punto tale da essere suicida".
 
Secondo Spencer, gli errori commessi dall'Occidente sono molteplici. Tra questi c'è, senza alcun dubbio, i ripetuti tentativi di fare entrare la Turchia nell'Unione europea. "Questo ingresso comporterebbe - avverte - l'islamizzazione dell’Unione europea". Un altro errore è, a detta del politologo, non essersi accorti che è in corso una vera e propria guerra.  

"Lo Stato islamico ha dichiarato guerra all’Occidente, e ha spiegato nei dettagli come ha pianificato di condurre questa guerra", dichiara Spencer secondo cui per sconfiggere i tagliagole dello Stato islamico è necessario "l'invio di truppe di terra, assieme a uno sforzo programmato per combattere le vere radici ideologiche grazie alle quali lo Stato islamico esercita attrazione". "Oggi come oggi - conclude - l'Occidente non riesce a farlo semplicemente perché i leader occidentali negano l’esistenza di queste radici".

I segreti dell’Italia sotterranea


Emanuele Ricucci

C’è un cuore che batte nel cuore di Roma. Così iniziava una sonata d’amore di Antonello Venditti per la Capitale. Eppure, da nord a sud della nostra Italia pulsa un cuore sotterraneo. La spina dorsale, il rifugio, la storia ed il mito: questa è l’Italia underground. Quella dei sotterranei e dei cunicoli, degli spazi maestosi ed angusti allo stesso tempo è uno scrigno che racchiude la testimonianza della civiltà dagli etruschi, ai primi cristiani, dal medioevo all’epoca contemporanea. Una ricchezza di crescente interesse verso il grande pubblico, italiano e straniero, che alimenta lo spirito di conservazione, della scoperta delle origini e delle storia e che, spesso, parla di noi.

Dal mito, la scienza e la storia alla letteratura
Il senso da attribuire al mondo perduto è stato nei secoli fonte di studio ed ispirazione per molti. È qui che viene a generarsi il mito capace si fondersi con la realtà, l’esoterismo, con il mistero producendo una vasta letteratura sul tema. Dalla mistica sotterranea che sconfina nella leggenda, come ne “Il Dio fumoso”, di Willis George Emerson che narra della millenaria Terra Cava, secondo cui il centro del nostro mondo sarebbe vuoto ed abitato dalle genti di Agarthi, regno a cui si arriverebbe anche dall’Italia, con i due ingressi sull’Isola di Ischia e sull’Isola Bisentina, nel Lago di Bolsena, in provincia di Viterbo, passando per la fantasia dei

romanzieri, come quella di Loriano Macchiavelli ne “I sotterranei di Bologna” (Mondadori), un giallo tutto italiano ambientato nei sotterranei della città felsinea o per le visioni di Marcello Simoni con il suo romanzo noir “I sotterranei della Cattedrale” (NewtonCompton), le cui vicende si svolgono nel sottosuolo della Urbino del 1789; e poi “L’altare dell’ultimo Sacrificio” (Piemme)  di Paolo Rodari, che prende vita a Roma nei meandri di Castel Sant’Angelo fino al concepimento del sottosuolo come viaggio ed esplorazione interiore ne “Il viaggio sotterraneo” (Mursia), romanzo  di Francesco Boer.

Tra parascienza, mitologia e fantasia, attraverso la letteratura vi è la testimonianza dell’attrazione inconscia degli uomini per ciò che vive sotto di loro da sempre, capace di stimolare all’esplorazione selvaggia ed al ritorno, nella ricerca delle origini, dei significati primordiali. A ricordarcelo è anche Fabrizio Ardito con il suo “Viaggio nell’Italia sotterranea” (2010, Giunti) che ci guida alla scoperta di affascinanti sotterranei sparsi per la Penisola.

Roma: dai bunker antibombe alla prima frase in volgare
Ha più di duemila anni ma sembra ancora un’adolescente. Roma, la Città Eterna. Nel vociferare dei rioni al mattino presto, tra frotte di turisti impegnati a vivere la città dietro allo schermo di una reflex, vi sarà capitato di notare, camminando, che alcuni punti della città sono ad un livello inferiore rispetto al piano stradale. L’underground capitolino è una fitta rete di cunicoli e chiese, ipogei e dimore, costruzione sopra costruzione, epoca dopo epoca. Un tesoro che fin dagli esordi della civiltà Cristiana parla di noi. Dai bunker antibombe di Mussolini in  Villa Torlonia, a quelli con la cyclette, come nel caso di Palazzo Valentini, in cui era prevista una sorta di impianto a pedali tramite cui i rifugiati in caso di necessità, pedalando a turno, avrebbero tenuto in funzione l’impianto di ventilazione.

Da più di 500 chilometri di Catacombe sotterranee, di cui quattro ebraiche ed una che ha ospitato la sepoltura di cinquecentomila Cristiani e sedici Pontefici, come quelle di San Callisto,  alla più antica parolaccia scritta su un muro, forse, il più antico esempio di italiano volgare scritto: “Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!” (Figli di puttane, tirate. Gosmario, Albertello, tirate. Carboncello, spingi da dietro con il palo!). Un fumetto ante litteram, risalente all’ XI secolo, conservato su un muro dei sotterranei della Basilica di San Clemente, in via Labicana, a due passi dal Colosseo, ambiente a venti metri di profondità, in cui si riposano l’antica chiesa paleocristiana ed un Mitreo del II secolo d.C.

Sotto il piano del calpestio tra le vie del centro si può trovare davvero di tutto. Sotto il civico 27 di Via Veneto, quella dal sapore dandy, dell’Ambasciata degli Stati Uniti e de “La dolce vita” di Fellini, esiste una cripta fatta di ossa. Più di 4.000 ossa appartenute a frati morti tra il XVII ed il XIX, infatti, compongono architettonicamente le volte, i lampadari dell’ossario, arrivando a creare dei motivi decorativi sulle pareti. Il sottosuolo romano è proprio come Roma: misteriosa e malandrina, sacra e paracula; ne doveva sapere qualcosa Pomponio Leto, fondatore dell’Accademia Romana, noto restauratore di ideali pagani nella Roma

quattrocentesca, suo malgrado, scopritore di catacombe: egli ed i suoi accoliti, pare si recassero al di sotto del suolo romano per compiere rituali pagani, in nome della cosiddetta “antica religione” e per sollazzarsi con qualche allegra signorina dell’epoca, tanto che sul muro di una catacomba vennero ritrovati incisi i nomi dei componenti dell’Accademia e la frase: ”Pomponius deliciae puellarum romanarum” (Pomponio Leto, la delizia delle fanciulle romane); non contento, cospirò contro il Papa nel tentativo di proclamare la Repubblica romana e si fece eleggere Papa – Pontifex Maximus, come rinvenuto su un’iscrizione murale – da suoi adepti.

Ognuno di questi luoghi è visitabile eppure, di sicuro, Roma è ancora tutta da scoprire, come testimonia il recentissimo ritrovamento di una dimora arcaica del VI secolo a.C., sotto Palazzo Canevari. Una scoperta capace di ridisegnare, secondo gli addetti ai lavori, la mappa della’antica Capitale e di rivoluzionare l’idea di sviluppo urbanistico cittadino per come lo conoscevamo oggi.

Nei meandri dell’inquisizione
La trovi alle porte dell’Umbria, al confine con il Lazio. Nei suoi confini c’è il centro geografico d’Italia e la frazione di Schifanoia, l’anticristo delle frazioni di provincia. La terra natia dell’imperatore Cocceio Nerva, la stessa che ha ispirato C. S. Lewis  per le “Le cronache di Narnia”. Dall’antica Roma al medioevo, con il suo retaggio leggendario, ancora vivo, Narni testimonia una vita sotterranea all’insegna del macabro. Il sottosuolo narnese, che comprende una vera e propria città, conserva i segni della Santa Inquisizione.

I graffi, esattamente. Nei sotterranei dell’antico convento domenicano di Santa Maria Maggiore – aperti al pubblico  – tra una chiesa rupestre del XIII secolo ed una cisterna romana, giace la “Sala dei tormenti”,  il cui nome è stato rinvenuto da documenti custoditi nell’Archivio Segreto Vaticano e, contemporaneamente, al Trinity college di Dublino. Nelle due celle attigue alla sala, vi sono ancora i graffiti incisi dai condannati per conto del Tribunale dell’Inquisizione, molti dei quali ancora non decifrati del tutto.

Il mistico dna di Orvieto
T’affacci e lo sguardo cade a piombo per più di sessanta metri. Un cilindro marmoreo, ricoperto da 72 finestroni che s’infila nel terreno. La leggenda lo avvicina agli inferi ed al paradiso, a San Patrizio e all’Irlanda. Nel cuore di Orvieto risiede il suo Dna, scalino dopo scalino. Tra più di milleduecento cavità artificiali della Orvieto Underground, tra le più note d’Italia, ve n’è una davvero particolare, tranquillamente visitabile. Nel punto più basso della città sorge il famoso Pozzo di San Patrizio, visitabile fino in fondo grazie a due comode rampe

di scale che si inabissano per circa sessanta metri all’interno della canna del pozzo stesso. Un’opera ingegneristica incredibile, progettata nella prima metà del ‘500 su incarico del Papa Clemente VII, che doveva fungere da approvvigionamento idrico durante gli assedi. Le due rampe di scale si avvolgono tra loro come la doppia elica del DNA, una a scendere, l’altra a salire. L’ingegnoso sistema consentiva di arrivare direttamente all’acqua con gli stessi animali da soma, risalendo poi senza intralciarsi con chi a sua volta scendeva.

La più grande piscina romana
Napul è mille culure, cantava Pino Daniele. È lo è per davvero, mille volti e leggende, come quella dei Munacielli, piccoli esserini che sbucavano dal sottosuolo direttamente nelle case dei napoletani, al cui senso si riportava una sensazione scaramantica, razionalizzati nella figura dei pozzari, ovvero gli operai manutentori degli acquedotti. Nel festoso tram tram della città partenopea si nasconde la realtà sotterranea, forse, più conosciuta d’Italia. Dal Teatro Greco, al Tunnel Borbonico, “i primi manufatti di scavi sotterranei a Napoli risalgono a circa 5.000 anni fa, quasi alla fine dell’era preistorica. I Greci, dal sottosuolo napoletano, estrassero il tufo ed i romani si concessero un vero lusso (necessario): la Piscina Mirabilis, la più grande cisterna mai costruita dagli antichi romani, visitabile ogni giorno fin dal mattino.

Scavata interamente nella parte centrale di una collina, la Piscina Mirabilis serviva per fornire acqua alle navi della marina militare romana attraccate al porto di Miseno. 15 metri di altezza, 72 di lunghezza, con una capacità di 12.000 metri/cubi è sostenuta da soffitti a volta e da ben 48 colonne. Anche la millenaria storia del sottosuolo partenopeo è legata alle acque a tal punto che nella città di Pulcinella è andato in scena – e visto che parliamo di Napoli è proprio il caso di dirlo – un processo al sottosuolo. Una singolar – letteralmente – tenzone che ha visto i pozzari contro i fontanieri, l’ingegner Clemente Esposito in difesa degli addetti ai pozzi e il collega Bruno Miccio per i responsabili delle fontane pubbliche, come ricorda il Corsera.

Il pretesto del contenzioso? Ricordare le vicende millenarie del sottosuolo napoletano. L’udienza che ha visto il fantomatico confronto tra le due principali categorie professionali legate alle acque era intitolata: “Le antiche acque di Napoli: era meglio la gatta morta”. Storie, luoghi e curiosità al centro del dibattito come quella dei gatti morti gettati nei pozzi per mano malandrina di alcuni operai, evidentemente poco campioni di professionalità,  allo scopo di ottenere un nuovo incarico “con la forza” dai proprietari delle case sovrastanti, accelerando così i tempi di richiesta dell’intervento.

Bologna, la “Piccola Venezia”
Anche la storia sotterranea della città felsinea è strettamente legata alle acque tanto da essere chiamata “Piccola Venezia”. Bologna, nei secoli scorsi, era attraversata da una intricata rete di canali navigabili, oggi completamente ricoperti da cemento, dismessi. Nel sottosuolo del capoluogo Emiliano, vi è testimonianza pressoché di ogni epoca. Percorrendone i canali che si svolgono sottoterra si va dalla più antica cinta muraria cittadina , di origine romana, ai segni, tutt’ora ben visibili, lasciati dalle ginocchia delle lavandaie che hanno letteralmente scavato la pietra su cui si appoggiavano ogni giorno per lavare i panni in un antico lavatoio sotterraneo; dall’iscrizione murale di un tale Ernesto

che “nel 1893, Agosto 28 fece manutenzione” in un muro dei sotterranei bolognesi, al foro, posto esattamente sotto l’incisione di fine ‘800, con cui la “banda del buco”, negli anni ’70, tentò di raggiungere la banca sovrastante per svaligiarne il caveau, ancora ben visibile. La storia delle acque è legata a stretto giro con quella della città e del sottosuolo. Né è testimonianza anche un’opera del tutto originale: la Cisterna di Valverde, chiamata anche “Bagni di Mario”, realizzata in epoca rinascimentale per alimentare la Fontana del Nettuno in Piazza Maggiore, un grande contenitore d’acqua sotterraneo finemente affrescato, addirittura con delle statue al suo interno, oggi perdute. Per info: amicidelleacque.org

L’altra Berlino, quella italiana
Esiste un’altra Berlino fuori dai confini alemanni. È in Italia ma è più piccola: la “Kleine Berlin”. Il sottosuolo di Trieste è un complesso intrigo di canali adibiti a protezione dalla bombe. Talmente grande da essere il più esteso complesso di gallerie antiaeree risalente alla seconda guerra mondiale. Divisa in due tronconi, quella italiana, adibita dal Comune di Trieste a rifugio antiaereo per i cittadini, e quella tedesca, utilizzata per scopi militari, la Piccola Berlino è interamente visitabile e conserva ancora i resti originali della vita al suo interno, come parti dell’impianto elettrico, di ventilazione ed idrico, tra cui rubinetti e gabinetti.

Dal sottosuolo per difendere i più deboli
Tra le numerose cripte conservate sotto la città ed i Qanat, i cunicoli sotterranei risalenti alla dominazione araba che avevano il compito di intercettare e trasportare l’acqua in città, tra le cosiddette “Camere dello scirocco”, camere sotterranee utilizzate per fuggire dal caldo estremo e lunghi corridoi che collegano diversi punti della città, la Palermo underground è legata ad una setta di giustizieri. Di misteri, la città, ne nasconde parecchi ma ce n’è uno che va avanti da secoli, che si incrocia con il suo sottosuolo: quello dei Beati Paoli, una setta segreta, operante intorno al XV secolo; un manipolo di uomini di robinhoodiana memoria.

Pare, infatti, che gli adepti, fortemente spinti dal senso di giustizia sociale, diedero vita al nucleo con lo scopo di proteggere i deboli e gli oppressi dagli abusi dei nobili locali. I Beati Paoli, si spostavano, affiliavano nuovi elementi e giustiziavano a colpi di pugnale nei meandri del sottosuolo palermitano, sfruttando in particolare una grotta – la grotta dei Beati Paoli ndr – accessibile da Vicolo degli Orfani. Un ponte rituale che ha permesso ad alcuni, nel tempo, di ipotizzare che proprio dalla setta dei Beati Paoli nasca l’idea primordiale di mafia. Attraverso le dichiarazioni di vari mafiosi collaboratori di giustizia si ritrova l’ accenno ai Beati Paoli, dai quali Cosa Nostra avrebbe fatto discendere i rituali di iniziazione, come ricorda Repubblica.

Il primo a parlarne fu Leonardo Vitale, il quale nel marzo del 1973 riferendo della sua affiliazione alla mafia, citò il rito sacro dei Beati Paoli. Anni dopo anche Tommaso Buscetta confermò in pieno il racconto di Vitale confermando, alla presenza di Giovanni Falcone, i pilastri stessi di Cosa Nostra, plasmati sulla difesa dei più deboli dai soprusi dei potenti, sulla famiglia, sul rispetto della parola data, sulla solidarietà e l’onore. Leggenda, diceria o reale ispirazione, la vicinanza dei precetti mafiosi con la setta dei Beati Paoli è tangibile. Suggestioni percorribili ancora oggi (associazione turistica-culturale Palermocultour: palermocultour@gmail.com)

Il soldato che salvò Torino
La Torino del triangolo della magia bianca e di quello della magia nera. Una città misteriosa, esoterica. Con il suo magnetismo ha attirato a sé Cagliostro, Paracelso e Michel De Nostredame – Nostradamus ndr – per via delle sue grotte alchemiche. Eppure, l’eco del coraggio che risale dal suo sottosuolo aiuta a raccontarne l’identità. Tra cunicoli, gallerie e resti di antiche civiltà, la storia di Pietro Micca, il soldato che salvò Torino. Sotto Corso Matteotti vi è parte della cosiddetta Cittadella di Torino, simbolo della resistenza dei Savoia. La Cittadella, di pianta ottagonale, era disseminata di gallerie sotterranee che arrivavano fin fuori le mura.

Vi erano tunnel, chiamati Capitali, che attraversavano tutta la costruzione ed altri utilizzati per raggiungere i “fornelli”, opere militari utili alla difesa del forte. Nell’agosto del 1705 i francesi arrivarono alle porte di Torino ma fallirono il primo assalto. Nel 1706 tornarono nuovamente all’attacco. Torino si preparava alla difesa. Sul finire del mese, le truppe d’oltralpe riuscirono ad irrompere in una delle gallerie che dava accesso al forte ma la trovarono sbarrata. Oltre quella protezione vi era Pietro Micca, di guardia proprio in quel settore. Il soldato sabaudo vedendo sfondare la porta che lo separava dai granatieri francesi innescò la miccia corta e fece esplodere la carica, preparata precedentemente nel fornello da mina, facendo crollare la volta delle scale che cadde rovinosamente sugli avversari.

Il coraggioso soldato piemontese ed i francesi riusciti a penetrare nella galleria in gran numero ci lasciarono le penne. Qualche giorno dopo l’assedio francese si concluse con una sconfitta.
Il coraggio, questa volta, non arriva dalle retrovie ma da sotto terra, in un punto nascosto nel caos, raggiungibile dai più stoici visitatori. Fu anche per merito del gesto di Pietro Micca che Torino, e l’Italia, si salvò dalla rovina.

Viterbo e Cremona: sotto il suolo tra sacro e profano
La città dei Papi, quella in cui fu indetto il primo conclave della storia. Viterbo, con il suo quartiere medievale più grande d’Europa, conserva sotto di sé i resti di un antico passato. “Viterbo Sotterranea” ed i cunicoli di epoca etrusca scavati nel tufo fino ad otto metri di profondità, divenuti un autentico labirinto fatto di passaggi segreti che servivano a mettere in comunicazione le strutture nevralgiche e strategiche della città. Poi Cremona, con l’Ipogeo di Sant’Abbondio, sotto l’omonima Chiesa, edificato intorno agli anni Trenta del ’600 per la sepoltura dei membri della comunità religiosa dei Teatini. Purtroppo l’Ipogeo non è aperto al pubblico in quanto il sito è soggetto a deperimento.

Tra il progresso umano e il degrado di superficie, nei meandri si conservano le radici
L’essenziale, talvolta, è invisibile agli occhi, soprattutto in questo caso. Essenziale per salvarsi la vita o per la sopravvivenza della civiltà. Invisibile, nascosto alla routine dei piani alti, aperto alla quotidianità da ingressi ristretti, alcuni quasi proibitivi, altri mimetizzati tra le vie, magari protetti da un cancello o da lunghe scalinate. Quello dell’ ‘Italia di sotto’ è un vero e proprio mondo parallelo destinato, oggigiorno, al consumo scientifico o turistico, un tempo, luogo di vita. È qui che, nella geometria e nel fascino del mistero, continua il viaggio, mentre di sopra tutto si svolge freneticamente, tra l’incuria dei regnanti ed il progresso che avanza e snatura, mentre “sotto” le radici di una cultura, di una civiltà millenaria sono ben salde, a conservare ciò che fu.