giovedì 19 novembre 2015

Bambino islamico di Roma difende l'Isis: "Uccidere per Allah è giusto"

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 19/11/2015 - 11:06

Intervistato da La Gabbia di La7, un adolescente a telecamera nascosta difende i terroristi e dice che uccidere in nome di Allah è giusto

La voce giovane, quasi da bambino. E quei vestiti tipici del mondo arabo. Quello che ha parlato ieri sera alle telecamere della Gabbia di La7 è evidentemente un ragazzino. Tanto giovane quanto assurde sono le sue parole. Si parla di Isis, di terrorismo e di Allah. Il contesto storico è quello dei giorni nostri, degli attentati di Parigi e del terrore che invade le capitali europee.

E quel ragazzo islamico è proprio da Roma che parla, dalla Capitale d'Italia. Hai visto quelle persone che si sono fatte esplodere?, gli domanda la giornalista. "Non è giusto che prendono in giro i musulmani", risponde il ragazzino. Sono dei martiri? "Si". Ma così ammazzano altre persone. "Se per Allah, va bene". (guarda il video)

Una frase - "per Allah va bene" - pronunciata con sicurezza spiazzante. Soprattutto se ascoltata dalla voce di un bambino, coperto dai pixel che ne nascondono il volto. Lui è uno di quelli che in molti chiamano "la seconda generazione di immigrati". Quella, insomma, che gli analisti considerano maggiormente a rischio radicalizzazione. Dove ha imparato a dire che morire uccidendo in nome di un dio è bello? Nelle scuole italiane? Dubitiamo.

Il servizio di La7 è stato realizzato a Tor Pignattara, quartiere di Roma dove la convivenza è difficile. Se non impossibile. Lì, come in tante periferie europee, i musulmani stanno diventando la maggioranza della popolazione. Come sarà possibile controllare cosa accade in quei luoghi, se non ci accorgiamo che un bambino, un ragazzo, magari "educato" nelle nostre scuole e forse nato anche in Italia afferma che "uccidere per Allah è giusto"? Esiste oppure no un problema nel controllo delle moschee e dei centri islamici?

Sono giorni che le telecamere italiane intervistano fedeli islamici nelle città nostrane. È successo a Quinta Colonna, con un signore islamico che non ha titubato nel dire che gli attentatori in Francia "hanno fatto bene". Sono numerosi quelli che con tanti "se" e molti "ma" prendono le distanze dalle violenze, ma non condannano compiutamente. È successo con il leader dei giovani musilmani Saif, che alla domanda diretta si è rifiutato di rispondere. "I francesi bombardano in Siria", affrmano in tanti. Quasi sempre manca quella condanna, piena, che ci aspetteremmo sui fatti di Parigi. E non solo.

Messaggi in romeno sui muri della villa comunale: "Paese delle meraviglie, ruba più che puoi"

Adriano Palazzolo - Gio, 19/11/2015 - 10:22

Le scritte choc a Cinisello Balsamo. I romeni: "Questo è il Paese delle meraviglie, ruba più che puoi"



Tra le scritte che imbrattano i muri esterni di Villa Forno a Cinisello Balsamo, nel Milanese, ci sono anche dei messaggi in romeno. Uno di questi recita: "Questo è il Paese delle meraviglie, ruba più che puoi".Un problema che supera il semplice decoro urbano, diventando qualcosa di più pericoloso.

Riccardo Visentin, consigliere comunale di Ncd, in questi giorni infatti, ha sollevato la questione delle scritte che imbrattano i muri della villa nobiliare settecentesca di Breme Gualdoni Forno, al cui interno c'è anche un polo universitario del campus Bicocca, una delle PIù IMPORTANTI università milanesi.

"Il decoro cittadino, con richiamo specifico a questa situazione - ha segnalato il consigliere - è stato motivo di una mia interrogazione, senza alcun esito. Anche in questi giorni, all’interno di villa Forno, sono state organizzate manifestazioni promosse dall’amministrazione comunale, evidentemente i nostri amministratori avrebbero bisogno di una bella visita oculistica. Basterebbe una bella pennellata, troppo complicato".

Oltre al danno però, c'è anche la beffa, una di quelle che fanno riflettere. L'Italia ormai è considerata un paese delle meraviglie, dove tutto è concesso. Su quel muro c'è un messaggio che incita a delinquere che potrà anche essere cancellato con della vernice, ma che rimarrà ben impresso nelle menti di chi viene nel nostro Paese al solo scopo di commettere reati, sapendo di restare impunito.

La lezione di Oriana Fallaci: il diritto di odiare e la necessità di reagire

Libero

Oriana Fallaci vista da Benny

Succede tutte le volte, dopo ogni attacco, dopo ogni strage. C'è sempre qualcuno di buon cuore che invita a non cedere alla fumante tentazione della rabbia. C'è sempre un bene intenzionato secondo cui all'odio bisogna rispondere con la tranquillità, proseguendo con la propria vita come se niente fosse, altrimenti si rischia di alimentare una spirale senza fine di violenza.

Non dubitiamo delle oneste intenzioni di chi vuole raffreddare gli animi e si oppone al conflitto. Purtroppo, però, i ripetuti inviti alla prosecuzione della propria esistenza come se nulla fosse accaduto non permettono di vedere con chiarezza la minaccia che ci morde i calcagni.

I fanatici musulmani responsabili dell'ecatombe di Parigi - e non solo loro - non stanno rispondendo a provocazioni. Non hanno bisogno di essere in qualche modo innescati. Da un certo punto di vista non sono nemmeno terroristi: perché un terrorista colpisce i civili inermi per raggiungere un obiettivo politico, per sovvertire un governo o piegarlo ai propri interessi. Quando al-Qaeda organizzò l'assalto ai treni spagnoli nel 2004, voleva costringere Madrid a ritirare le truppe dall’Iraq, e ci riuscì: fu eletto Zapatero.

Adesso però abbiamo davanti un nemico diverso, il cui unico obiettivo è quello di sottometterci o di eliminarci fisicamente. La «provocazione», per lo Stato islamico, sta nel fatto che noi esistiamo in quanto europei. Vogliono cancellare la nostra civiltà, e sono disposti a tutto.

Una reazione pacifica servirebbe soltanto a tramutarci in pecore da condurre al macello.
Sarà scorretto, sarà sgradevole da dire, ma di fronte ai tagliagole noi dobbiamo rivendicare il nostro diritto all’odio. Vale la pena rileggere quanto scrisse sull'argomento Oriana Fallaci, le cui pagine vengono molto citate in questi giorni, spesso a sproposito. Basta sfogliare il libro Le radici dell'odio, pubblicato poco tempo fa da Rizzoli, per rendersi conto di quanto la grande toscana avesse ragione a proposito di certo islam.

«È un nemico che trattiamo da amico», scriveva. «Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Tale intensità che verrebbe spontaneo gridargli: se siamo così brutti, così cattivi, così peccaminosi, perché non te ne torni a casa tua? Perché stai qui? Per tagliarci la gola o farci saltare in aria? Un nemico, inoltre, che in nome dell’umanitarismo e dell'asilo politico (ma quale asilo politico, quali motivi politici?) accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di Accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo.

Un nemico che in nome della “necessità” (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l'Olimpo Costituzionale. “Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi”». Un nemico che ci odia, appunto. Che ci considera miscredenti da eliminare. A questo nemico non si può rispondere con l'indifferenza.

Perché già l'indifferenza, agli occhi degli estremisti islamici, è un'offesa. Entrare in un locale per assistere a un concerto rock è un insulto. Cenare in un ristorante e bere vino è un insulto. La nostra vita quotidiana è un insulto. Che il Califfato vuole lavare nel sangue. Ecco perché abbiamo il dovere di difenderci, e pure il diritto a odiare i bastardi che ammazzano giovani indifesi al Bataclan. Abbiamo diritto a odiare anche se il politicamente corretto impone il contrario, anche se chi pronuncia parole dure viene denunciato, additato come un criminale.

Scriveva ancora Oriana: «Può l'odio essere proibito per legge? L'odio è un sentimento. È una emozione, una reazione, uno stato d'animo. Non un crimine giuridico. Come l'amore, l'odio appartiene alla natura umana. Anzi, alla Vita. È l'opposto dell'amore e quindi, come l'amore, non può essere proibito da un articolo del Codice Penale. Può essere giudicato, sì. Può essere contestato, osteggiato, condannato, sì. Ma soltanto in senso morale. Ad esempio, nel giudizio delle religioni che come la religione cristiana predicano l'amore. Non nel giudizio d'un tribunale che mi garantisce il diritto di amare chi voglio».

Oriana subì un processo per istigazione all'odio. E in questi giorni c'è chi ha chiesto l'intervento della magistratura per sanzionare Libero, colpevole di aver fatto un titolo sgradito ai professionisti del buonismo. È anche a costoro che bisogna ribadire il nostro diritto a odiare gli assassini di Parigi, e tutti i loro predecessori e imitatori. «Se ho il diritto di amare chi voglio, ho anche e devo avere anche il diritto di odiare chi voglio», scriveva la Fallaci. «Incominciando da coloro che odiano me.

Sì, io odio i Bin Laden. Odio gli Zarkawi. Odio i kamikaze e le bestie che ci tagliano la testa e ci fanno saltare in aria e martirizzano le loro donne. Odio (…) i complici, i collaborazionisti, i traditori, che ci vendono al nemico. (...) E se sbaglio, ditemi perché coloro che odiano me più di quanto io odi loro non sono processati col medesimo atto d'accusa. Voglio dire: ditemi perché questa faccenda dell'Istigazione all'Odio non tocca mai i professionisti dell’odio, i mussulmani che sul concetto dell'odio hanno costruito la loro ideologia.

La loro filosofia. La loro teologia. Ditemi perché questa faccenda non tocca mai i loro complici occidentali». Già, sarebbe carino scoprire perché odiare i tagliagole non si può, mentre odiare Libero, o la Fallaci o chiunque la pensi diversamente è concesso. Forse perché odiandoci si fa bella figura in società?

di Francesco Borgonovo

Terrorismo, l'esperto Lorenzo Vidino: "Così l'Italia finanzia il Califfo"

Libero

Terrorismo, l'esperto Lorenzo Vidino: "Così l'Italia finanzia il Califfo"

Con l' esperienza maturata nel Kgb, al presidente russo Vladimir Putin non potevano sfuggire i legami internazionali occulti del terrorismo. Sono ben «individui di 40 paesi, inclusi alcuni membri del G20», a finanziare l' Isis, secondo il capo del Cremlino. Non li nomina uno per uno, ma loro sanno. Alcuni sono presenti.

«Chiaramente si riferiva all' Arabia Saudita. Le accuse non sono totalmente fuori luogo. Si può dire che almeno fino a qualche tempo fa l' Arabia Saudita finanziava chiunque si opponesse ad Assad. Con soldi e denaro, foraggiava qualunque gruppo sunnita attivo in Siria, compreso lo Stato islamico», spiega Lorenzo Vidino, direttore del Programma sull' estremismo della George Washington University, a Washington DC, parlando con Adnkronos Aki International.

Poi si sono ricreduti e anche a Riad si sono resi conto che «l' Is è una minaccia alla sicurezza interna, perché ha eseguito attentati in territorio saudita contro moschee sciite e contro le forze di sicurezza. Ma come succede tutte le volte che si ha a che fare con l' Arabia Saudita, alcune ambiguità restano possibili. Inoltre la realtà sul terreno è complessa, ci sono gruppi che oggi combattono con l' Is, domani con al-Nusra o con altri. Quindi gli stessi finanziatori spesso non hanno certezza di dove finiscano i loro soldi».

Per qualcuno non fa molta differenza. «Qui si va dal politico all' ideologico. Ci sono sondaggi non ufficiali secondo i quali un' ampia fascia della società saudita condivide l' ideologia quando non l' operato dell' Is. Questo è un problema che riguarda non solo l' Arabia Saudita, ma anche alcuni soggetti in Qatar, nel Kuwait, in Bahrain. Ma questo succede anche in Europa. Anche a Londra possono esserci tanti soggetti privati che finanziano gruppi in Siria» e, precisa poi a Libero, «anche in Italia, volendo».

Si tratta prevalentemente di raccolte di danaro dalle comunità islamiche. Ma in Occidente, cedendo alle richieste dei sequestratori, in effetti si liberano gli ostaggi pagando riscatti da 11 milioni di euro, come nel caso di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Anche il governo italiano, a stretto rigore entra a buon diritto nella lista di Putin.

Nella lista dei sospetti, gli Stati Uniti hanno inserito anche la maggior industria automobilistica giapponese e seconda al mondo, la Toyota. Il suo pick-up Hilux, era il preferito già da Osama bin Laden e nel corso del tempo è diventato trendy fra tutti i jihadisti. Tanto che quasi i due terzi degli automezzi dell' Isis - da quanto si vede nei cortei di camionette armate di mitragliatrici che sfilano in Libia e in Iraq - sono versioni di quel modello, che nel 2015 ha esordito con l' ultimo restyling.

Dal Sol Levante, ovviamente, negano ogni coinvolgimento diretto o indiretto, spiegando che non soltanto la loro rete commerciale è al di sopra di ogni sospetto, ma che si evita anche ogni contatto con intermediari che potrebbero rivelarsi fornitori di organizzazioni criminali o terroristiche.E soprattutto, dal Califfato verso gli Stati vicini, affluisce il petrolio raffinato in Siria. La Turchia che pure fa parte della coalizione dei volonterosi, lo compra di contrabbando.

Ma è dalle sue frontiere che passano i camion che lo trasportano. Un' ipotesi che Vidino, spiega così: «La vendita del petrolio è una delle fonti principali di finanziamento dell' Is, se non la principale. Le intelligence occidentali e non solo ritengono che sia fatta in Turchia e a soggetti legati al governo, perché non sono certo i privati che comprano il petrolio». Quindi Putin «in un certo senso, con Arabia Saudita e Turchia, qualche ragione ce l' ha».

Del resto, continua l' esperto, «per lungo tempo Ankara ha accettato qualche forma di convivenza con l' Is, per motivi diversi da quelli dell' Arabia Saudita, come far fronte ai curdi nelle zone di confine. Ora, dopo i recenti attentati in Turchia, c' è stato un giro di vite ed effettivamente il confine turco non è più quel colabrodo che era fino a poco fa. Ma che la vendita del petrolio sia ancora in atto è conclamato. Non a caso la scorsa settimana un raid degli Stati Uniti ha preso di mira i pozzi di petrolio nel nord-est, per bloccare quella che è ancora un' importante fonte di finanziamento». Stesso discorso vale per la Giordania e la Libia: chi non è in grado di controllare i propri confini finisce per contribuire alla guerra santa di Daesh.

Il riferimento di Putin, secondo Vidino, poteva riguardare anche la Turchia, che alcune intelligence occidentali accusano di finanziare l' Is comprando il suo petrolio su mercato nero. «La vendita del petrolio è una delle fonti principali di finanziamento dell' Is, se non la principale. Le intelligence occidentali e non solo ritengono che essa sia fatta in Turchia e a soggetti legati al governo, perché non sono certo i privati che comprano il petrolio».

«Per lungo tempo Ankara ha accettato qualche forma di convivenza con l' Is, per motivi diversi da quelli dell' Arabia Saudita, come far fronte ai curdi nelle zone di confine. Ora, dopo i recenti attentati in Turchia, c' è stato un giro di vite ed effettivamente il confine turco non è più quel colabrodo che era fino a poco fa. Ma che la vendita del petrolio sia ancora in atto è acclamato. Non a caso la scorsa settimana un raid degli Stati Uniti ha preso di mira i pozzi di petrolio nel nord-est, per bloccare quella che è ancora un' importante fonte di finanziamento».

Dal regime di Bashar Assad le accuse di finanziare il Califfato coinvolgono anche molti Paesi occidentali. «Ci sono dinamiche oscure -. commenta Vidino - È risaputo che alcuni Paesi occidentali abbiano finanziato gruppi ribelli sunniti e tra questi anche gruppi islamisti soft. Nel mare magnum dell' opposizione siriana, però, le dinamiche sono complesse e tra milizia e milizia possono esserci legami indiretti che rendono impossibile capire a chi arrivino gli aiuti».

«Ci sono - conclude - alleanze che cambiano di continuo, ci sono gruppi sconfitti dall' Is, che si impossessa di quanto essi hanno ricevuto dall' Occidente, ci sono infine mediatori, soprattutto nel Golfo, che affermano di aver consegnato gli aiuti a un gruppo e poi li hanno invece dati ad altri».

di Andrea Morigi

Il padre di Fatima: 'Voglio tornare cattolico mia figlia mi ha manipolato'

Corriere della sera

di Marta Serafini

Il genitore della prima foreign fighter italiana si trova ai domiciliari. Si era convertito all’Islam ma ora dice di aver cambiato idea. Il 21 dicembre andrà a processo a Milano. Rischia dai 5 agli 8 anni di carcere per organizzazione di viaggio per terrorismo

Maria Giulia con il padre Sergio in una foto d’infanzia (Foto Corriere della Sera)
Maria Giulia con il padre Sergio in una foto d’infanzia (Foto Corriere della Sera)

«Voglio tornare cattolico, come ero prima». Sembrano lontani anni i mesi in cui parlava via Skype con la figlia Fatima che cercava di convincerlo ad arruolarsi nello Stato Islamico e gli prometteva un kalashnikov in regalo. E sembrano lontani anni luce anche i giorni in cui, dopo essersi convertito all’Islam, frequentava il centro culturale islamico di Inzago, la città dell’hinterland milanese dove si era trasferito con la famiglia nel 1995. Tra allora e oggi è successo di tutto nella vita di Sergio Sergio: l’arresto, il carcere, la morte della moglie Assunta, anche lei finita in manette nell’ambito dell’operazione Martese della Digos di Milano che ai primi di luglio ha portato a 11 ordinanze di custodia.
Il processo
Ora il padre di Fatima, ex operaio di 60 anni, è ai domiciliari a Casola, circondato dai parenti della moglie. Si è tagliato la barba, ha ripreso a mangiare la carne di maiale, ogni tanto beve anche un bicchiere di vino. Tutto diverso, da quando girava per Inzago a fianco della moglie e delle figlie coperte dal niqab. Dopo la morte della moglie agli inizi di ottobre, deceduta il giorno successivo alla notifica dei domiciliari in ospedale a Vigevano a causa di un blocco intestinale, Sergio si è chiuso in un silenzio impenetrabile. Voleva un funerale cattolico per Assunta. Non importava che anche lei si fosse convertita all’Islam. «Nella mia coscienza sono sempre rimasto cristiano. E così anche mia moglie», dice ora. «Sono stato manipolato da mia figlia». Inizia a realizzare solo ora Sergio, mentre gli viene recapitata l’ordinanza di rinvio a giudizio per il processo che inizierà il 21 dicembre a Milano.
Quando Maria Giulia diceva: «Prendi la mamma per i capelli»
Per mesi la figlia Marianna, anche lei ora agli arresti, e la minore Maria Giulia, tutt’ora latitante dopo essere partita per la Siria, hanno fatto pressioni di ogni tipo sui genitori affinché si trasferissero nello Stato Islamico. «Ritira i soldi della liquidazione e venite qui», ordinava Fatima al padre cassaintegrato minacciando di farsi saltare in aria se i genitori avessero avuto dei ripensamenti. «Prendi la mamma per i capelli», gridava via Skype, spalleggiata da Marianna che nel frattempo metteva in vendita su internet i i mobili dell'appartamento di Inzago. Ora di quelle due figlie che nell'album di famiglia facevano la cresima e la comunione, Sergio non vuole più sapere niente. Niente più contatti dunque, con Marianna, ancora in carcere a Rebibbia. E tantomeno con Maria Giulia, di cui non si hanno più notizie da quando in luglio al Corriere della Sera diceva via Skype «Noi decapitiamo in nome di Allah»
Gli incontri con il parroco
Nelle ultime settimane Sergio ha chiesto di incontrare un parroco, per riconvertirsi, per tornare quello che era, prima che questa brutta storia avesse inizio. «Domenica scorsa, dopo aver ottenuto il permesso del magistrato sono andato a trovarlo», racconta padre Giuseppe Albin, parroco di Casola: «Ha iniziato un percorso. Certo la strada è lunga, ma l’ho trovato sereno». E se di perdono religioso ancora non si parla dunque, resta aperto anche un altro giudizio.

Quello del tribunale. Sergio Sergio è accusato infatti sulla base del decreto antiterrorismo emanato in febbraio per contrastare il fenomeno dei foreign fighters di «organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo». Capi di imputazione dunque meno gravi rispetto a quella degli altri imputati, dalla figlia Marianna, passando per Maria Giulia fino al marito di questa, Aldo Kobuzi, tutti accusati di reclutare in nome di Isis e di far parte a tutti gli effetti dello Stato Islamico. Ma Sergio Sergio rischia dai 5 agli 8 anni di carcere.

19 novembre 2015 (modifica il 19 novembre 2015 | 07:46)

Nel nostro giardino

La Stampa
massimo gramellini

Vergogna, tremenda vergogna: gli europei si sentono più coinvolti dagli attentati di Parigi che da quelli che esplodono ogni giorno in altre aree del pianeta. Delle trentaduemila vite mietute l’anno scorso dalla falce terrorista, solo alcune centinaia erano occidentali. Il 2,6% del totale. Eppure è intorno a quello striminzito 2,6 che noi piangiamo le nostre lacrime migliori e organizziamo dibattiti e rappresaglie, razzisti disumani che non siamo altro.

Ai flagellanti che sono già all’opera per titillare una specialità della casa - il senso di colpa - vorrei garbatamente esprimere il mio dissenso. Non è il razzismo a guidare i nostri impulsi emotivi, ma un umanissimo criterio di prossimità. Ti preoccupi di più se va a pezzi l’appartamento del tuo vicino che se crolla un grattacielo su Marte. Le stragi immonde di Boko Haram in Nigeria ci sconvolgono, ma non ci coinvolgono. Gli attentati di Tunisi, in cui pure morirono quattro italiani, e quelli di Sharm el-Sheikh, villaggio vacanze europeo sul Mar Rosso, li abbiamo incassati con un certo autocontrollo.

Al di là della naturale commozione per le vittime, il segnale che trasmettevano al nostro cervello era: non puoi più muoverti di casa. Ce ne siamo fatti una ragione. Ma gli eccidi di Parigi diffondono un messaggio molto più stringente: rischi la pelle persino se resti a casa tua. Dove per «casa» si intende non solo il luogo in cui abiti, ma la comunità che condivide le tue abitudini e i tuoi codici. L’Occidente, insomma. Sarà anche una debolezza, ma è davvero una vergogna o un delitto riconoscerla?

La proposta bloccata dalla sinistra: creare l'albo nazionale degli imam

Andrea Zambrano - Gio, 19/11/2015 - 08:38

L'idea è di rendere ufficiali tutti i siti usati per la preghiera per eliminare le ombre. E prediche solo in Italiano

La chiedono alcuni imam. E con decisione anche Forza Italia. Soltanto la sinistra non la vuole, come dimostra il rigetto che l'assemblea fece di una proposta simile che avanzò il consigliere regionale emiliano azzurro Galeazzo Bignami. Come controllare le moschee perché non diventino un centro del jihadismo e un ricettacolo di violenza? Ad esempio istituendo un albo nazionale degli imam. Un registro riconosciuto dal Viminale e che risponda a determinati requisiti per un cammino di integrazione basato sul rispetto delle regole.

Al deputato di Forza Italia Massimo Palmizio, che degli azzurri è anche coordinatore in Emilia, l'idea era venuta l'indomani della strage di Parigi di gennaio. Ma la proposta di legge era stata accantonata presto. Oggi Palmizio ci riprova ripresentando l'idea che potrebbe dare una svolta. Controllare la predicazione in lingua italiana, preservando le parti rituali in lingua araba, ma traducendo le predicazioni orali.

Ma anche regolarizzare tutti quei luoghi di culto trasformati in moschee che però sono abusive, non avendo i requisiti urbanistici e legali necessari per poter essere considerati luoghi di culto. Palmizio ci crede tanto che alla Dire sgombra il campo anche da possibili strumentalizzazioni: «Come sappiamo chi sono i parroci e i vescovi in questo modo possiamo sapere anche chi sono gli imam.

Il problema è che in Italia non esiste un'unica comunità islamica: alcune dialogano con le autorità italiane, altre invece ci dialogano a modo loro. Se fossero riusciti a fare una conferenza unica - ha sottolineato Palmizio - facendo un accordo con lo Stato, così come le altre religioni, sarebbe stato diverso. Ma siccome tutto questo ancora non è avvenuto, un albo potrebbe essere uno sprone a farlo».La prima obiezione che la sinistra porterebbe avanti è che si creerebbe un'occasione per schedare gli imam o di creare bersagli.

Ma per Palmizio la proposta va in senso contrario perché sarebbe a garanzia delle stesse guide religiose, contribuendo ad accrescere il controllo sulle infiltrazioni e farebbe emergere il portato reale degli imam riconosciuti che oggi è sconosciuto. «Nessuno sa quanti siano gli imam in Italia spiega Palmizio al Giornale anche perché molte moschee sono abusive».Il deputato ha già promesso di interessare il ministro Alfano e di portare la proposta in Commissione. Invece di chiudere le moschee, la proposta va nella direzione di regolamentarle e farle emergere alla luce.

La pdl prevede inoltre che siano le prefetture a controllare i requisiti. Tra questi: la residenza legale in Italia da almeno cinque anni, la maggiore età, l'assenza di condanne penali e il parlare fluentemente l'italiano.

Buonisti e cretini, complici degli assassini islamici

Nino Spirlì

Buonisti inutili alla Società. Cretini alla ricerca di uno spazio sui social network e fra certa spazzatura mediatica. Complici asserviti agli assassini islamici che, però, odiano noi che li odiamo, e anche, e soprattutto, coloro che fanno finta di amarli.

Non serve né il buonismo, né la bontà, quando davanti hai un esercito di bestie sanguinarie, ignoranti e primitive. Accarezzare un cane idrofobo non è fratellanza: è cazzonaggine acuta! E certo sdolcinato “veganesimo” sociale, fatto di foto finte di bambinelli bombardati, di mamme smagrite multicolori, di padri miracolosamente ravveduti e appena tornati dagli sgozzamenti più puri di un angelo del cielo appena nato, farebbe venire l’orticaria anche al Mahatma Gandhi, che, non violento più o meno, mentre agli inglesi rompeva i maroni coi discorsi sulla pace, aveva il suo bel tot di armadi pieni di scheletri…

Io sarò pure populista e demagogico, come mi descrivono alcuni, violento e fascista, come mi indicano altri, pazzo e ignorante come mi dipingono altri ancora, ma buonista, mai! Non lo sarò mai! Meglio stronzo vero che finto santo. Non conosco il perdono, dunque; e non miro a riceverlo o a concederlo. Sul cammino alla ricerca di Dio, finora non l’ho incontrato. Sono, anzi, convinto che il perdono sia Virtù Divina. Unicamente Divina. E non “casacca” da umani; i quali, peraltro, ogni volta che tentano di indossarla, ne restano schiacciati.

Quante volte ho sentito dire “Perdono tutti, ma non i pedofili, non gli stupratori, non… non…”…
Perché, confessiamolo, cazzo: tout court è impossibile farlo! Io, di mio, non so perdonare. Soprattutto chi ammazza o abusa degli innocenti, che siano bimbi, donne, persone anziane o disagiate. Ma non spreco perdono neanche per i cafoni, gli ipocriti, gli stupidi, i preti screanzati, i medici disattenti, i politici inciucioni, chi tradisce, chi raggira, chi fugge l’amico che ha bisogno…

E non perdono nemmeno i miei errori. Mi condanno e, volutamente, non mi grazio. So da tempo che non sarà rapido e diretto il mio viaggio verso il paradiso. Anche se, al momento, penso di poter dire che l’inferno me lo sono già vissuto su questa terra.

"داعش" يقطع رأس امام مسجد ووالد 3 من مقاتليها، لانه..

Per tornare a loro, ai sanguinari assassini islamici, non c’è pietà o compassione che si possano investire nei loro confronti. E nemmeno nei confronti di chi li abbia procreati, educati o scelti per la vita in comune. La maledizione va spalmata su tutti i responsabili di quelle vite così mal spese. Su tutti i complici di tale oltraggio alla divinità umana, alla purezza del disegno dell’Unico Vero Dio, Nato a Betlemme da Maria e battezzato col nome di Gesù.

E, no! Non mi commuovo e non piango di fronte alle foto che arrivano dalle terre degli assassini; non ritengo vano alcun bombardamento a basi terroristiche. Non mi scalfisce l’idea che qualche vittima civile ci possa scappare. Non gliel’ho detto io di sfidare, provocare, tentare di terrorizzare l’Occidente. Di posizionarsi, scioccamente o scientemente, fra la possibilità di comprensione e la pazienza umana. Hanno tirato la corda fino a spezzarla. Ora, è troppo tardi.Bene fa la Russia. Ancora bene la Francia!

1111

Si vis pacem, para bellum, dicevano i Padri. E noi, quello vogliamo: la Pace. E se dovremo attraversare i sentieri della guerra, per riconquistare la serenità, lo faremo. Col coraggio di Roma e il sapere di Atene.
Altro che Raqqa…
Fra me e me, buonino mai!

Bus gratis per i profughi: la Caritas paga le multe

Ivan Francese - Mer, 18/11/2015 - 09:34

A Trieste la Caritas diocesana annuncia che pagherà le sanzioni per chi "non ha l'abbonamento o lo dimentica": naturalmente vale solo per i profughi



Ti dimentichi l'abbonamento dell'autobus? Arriva la multa, normale. C'è però un modo per non pagarla, a Trieste: per i profughi che non esibiscono l'abbonamento interviene la Caritas locale che paga le sanzioni al posto degli immigrati.

Lo riporta tra gli altri il Gazzettino, che racconta come il direttore della Caritas diocesana, don Alessandro Amodeo, ha spiegato alla tv Telequattro come l'organizzazione da lui diretta abbia "l'obbligo di fornire alcuni servizi, a fronte di una cifra che riceviamo ogni giorno."

Tra gli obblighi vi sarebbe anche quello di pagare le multe a chi dimentica il titolo di viaggio per i mezzi pubblici. Ai profughi è sufficiente esibire "una fotocopia dell'abbonamento con il nome e della ricevuta": ma per chi "scorda l'abbonamento o non lo ha, Caritas Trieste paga la multa."
"Si tratta - conclude il direttore - di una convenzione che non abbiamo fatto noi ma di servizi a cui abbiamo aderito e abbiamo l'obbligo di rispondere"

Cagliari, extracomunitario strappa crocifisso dal collo di una donna

Ivan Francese - Mer, 18/11/2015 - 10:02

Violenza a Cagliari: una cinquantacinquenne ha denunciato ai carabinieri di essere stata aggredita da un extracomunitario che le ha strappato dal collo un pendente a forma di crocifisso



Un brutto episodio, quello avvenuto ieri a Cagliari: una donna cinquantacinquenne, R.S., si è recata dai carabinieri per denunciare un'aggressione subita da parte di un extracomunitario.
L'uomo l'avrebbe attaccata in via Sicilia scandendo frasi incomprensibili e strappandole dal collo il pendente a forma di crocifisso che la donna sfoggiava. L'aggressione le ha procurato lesioni ed escoriazioni al collo compatibili con una colluttazione violenta.

La cinquantenne, molto spaventata, si è subito rivolta ai militari che sulla vicenda hanno aperto un'indagine. L'episodio, se confermato, non sarebbe certo il primo: a maggio un senegalese aveva aggredito una dodicenne a Terni per strapparle il crocifisso dal collo. L'intolleranza religiosa, purtroppo, lascia vedere i propri effetti anche in questo modo.

Il giudice scarcera 5 presunti jihadisti di Merano: già liberi

Claudio Cartaldo - Mer, 18/11/2015 - 13:13

Il Gip di Trento ha deciso di scarcerare 5 presunti jihadisti islamici arrestati nei giorni scorsi: non ci sono elementi sufficienti



Già liberi. Nemmeno qualche giorno e il blitz delle forze speciali italiane contro la cellula terroristica di Merano comincia ad essere smontata dai giudici.

I quali hanno deciso di scarcerare 5 presunti jihadisti islamici arrestati nei giorni scorsi. Il Gip di Trento Francesco Forlenza, infatti, dopo le richieste dei Pm Giuseppe Amato e dei sostituti Davide Ognibene e Pasquale Profiti ha annullato la custodia cautelare a 5 presunti jihadisti in quanto non c'erano elementi sufficienti per confermare la custodia cautelare in carcere.

Nei giorni scorsi la Procura di Trento aveva avanzato una nuova richiesta di misure cautelari nei confronti dei presunti terroristi arrestati dai carabinieri del Ros giovedì scorso, detenuti nel frattempo nelle carceri di Trento e a Bolzano. La richiesta riguardava i componenti della presunta cellula italiana, cioè sei delle 17 persone per cui il gip di Roma Valerio Savio aveva emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere con l'accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale aggravata dalla transanzionalità del reato.

Lo stesso giudice di Roma aveva anche indicato la competenza territoriale dell'ufficio del gip-gup di Trento per gli arrestati a Trento e a Bolzano. Il Gip di Trento, però, ha confermato la custodia cautelare solo per 12 dei presunti terroristi con base a Merano. Di quelli scarcerati tre erano irreperibili mentre due erano nelle carceri di Trento e Bolzano. Sono due curdi iracheni: Hama Mahmoud Kaml e Mohamad Fatah Goran.

Tre curdi iracheni erano detenuti nel capoluogo trentino: Hama Mahmoud Kaml, 31 anni, Abdul Rahman Nauroz, 36 anni, residenti a Merano, e Hasan Samal Jalal, 36 anni, domiciliato a Bolzano, non avevano risposto al giudice Francesco Forlenza. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere anche due dei tre arrestati detenuti a Bolzano, mentre il terzo, Mohamad Fatah Goran, interrogato per rogatoria dal gip di Bolzano, aveva respinto le accuse: "non sono un terrorista".

Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, la cellula terroristica sarebbe stata ispirata dal mullah Kekar, che attualmente è detenuto in Norvegia. A Merano ci sarebbe stato un covo di reclutamento per jihadisti guidato dal curdo Abdul Rahman Nauroz, al quale il Gip ha confermato l'arresto.

La sede dei jihadisti di Merano? Gentilmente offerta dallo Stato

Massimo Malpica - Sab, 14/11/2015 - 07:00

Roma Terroristi a carico dello Stato. C'è una storia parallela interessante tra le investigazioni del Ros sui protagonisti della cellula altoatesina di Rawti Shax, l'organizzazione terroristica transazionale che faceva capo al mullah Krekar, che comandava il network dal carcere in cui si trovava a Oslo.Il caso più clamoroso è quello di Abdul Rahman Nauroz, 36enne responsabile della cellula italiana, vicario dell'organizzazione dopo l'arresto del leader. L'uomo era un tuttofare: proselitismo, lezioni di radicalizzazione, spostamento di clandestini su e giù per l'Europa, e verso i teatri di guerra per combattere la jihad, occupandosi personalmente degli aspetti logistici e finanziari.

Si preoccupava di reperire armi, imparava a costruire bombe su youtube, si diceva pronto a organizzare attentati per rappresaglia contro l'arresto del suo maestro in Norvegia, oltre a ricevere l'incarico di creare il «comitato segreto», una cellula terroristica che avrebbe dovuto operare in Europa.E tutto questo lo faceva da un appartamento di Merano, in via Castel Gatto, 9, il cui affitto era pagato dai servizi sociali della città, evidentemente ignari che quella era la «sede associativa della Rawti Shax italiana».

Il luogo di transito per chi andava a combattere in medio oriente, una «moschea» improvvisata, la sala riunioni per la cellula italiana e, in una parola, scrive il gip, «il luogo fisico di radicalizzazione e proselitismo per l'associazione». Tutto pagato dai contribuenti, perché Abdul Rahman aveva chiesto e ottenuto l'asilo politico in Italia, presentando documentazione falsa e un manoscritto in arabo nel quale, prendendo le distanze dai terroristi, raccontava che la sua famiglia era stata distrutta nel conflitto iracheno seguito alla caduta di Saddam. Ovviamente erano balle, visto che lui stesso aveva combattuto nelle fila di Ansar Al-Islam.

Arrivato in Europa a metà degli anni 2000, Abdul Rahman viene espulso dalla Norvegia, controllato in Inghilterra, Germania e Francia (dove è arrestato per traffico di clandestini) per poi, fine 2008, presentarsi in questura a Bolzano dicendo d'essere appena giunto da Istanbul e chiedendo asilo politico per le «persecuzioni» in patria. Grazie alle quali ottiene permesso di soggiorno, casa gratis e «anche un sussidio di sostentamento mensile», annotano i Ros. Tanto welfare nonostante una condanna definitiva per rapina ai danni di un pakistano che, nel 2008, a Bolzano, non lo aveva voluto ospitare.

Non stupisce che i privilegi di una accoglienza fuori dall'ordinario diventino il valore aggiunto del Bel Paese per il presunto jihadista. Intercettato col sodale Hama Kaml, sospira: «Sto comunque pensando di lasciare questo Paese, nel caso i servizi sociali taglino il mio sussidio». Anche «mamosta Kawa», al secolo Ali Abdula Salih, 38enne componente della cellula altoatesina, ha dal 2001 un permesso di soggiorno per lo status di rifugiato politico. Eppure proprio lui, intercettato, «racconta di aver ottenuto l'asilo politico in Italia affermando mendacemente di essere stato perseguitato dai terroristi islamici, pur in realtà avendo combattuto proprio nelle loro fila».

Doppia vita di immigrato regolare perché rifugiato e aderente alla cellula terroristica pure Goran Mohamad Fatah, 29enne curdo residente a Merano. E poi c'è «Hitler» Ibrahim Jamal, che prima di radicalizzarsi era fan del Fuhrer. Nel 2003 chiede asilo: domanda respinta, lui espulso. Cinque anni dopo è ancora in Italia, e nonostante l'espulsione ignorata, ottiene lo status di rifugiato e si dedica alla jihad. Nel 2012 vola in Kurdistan, si fa immortalare mentre imbraccia un Ak-47 e pubblica la foto su Facebook.

Che cos’è il Captagon, la droga più usata dai jihadisti di Isis

Corriere della sera

di Marta Serafini

Dopo il ritrovamento di siringhe e aghi nella stanza di uno terroristi di Parigi, prende piede l’ipotesi che i jihadisti si siano iniettati droghe prima degli attacchi

Le siringhe trovate nella stanza di uno dei terroristi di Parigi (Ansa)

Delle siringhe nelle camera di Salah Abdeslam
. Il ritrovamento risale a martedì quando nella stanza di albergo a Alfortville, una delle banlieue della capitale francese, presa in affitto dal 26enne belga gli agenti hanno scoperto aghi e fili da intubazione. Le analisi affidate alla scientifica dovranno determinare se questo materiale medico ha permesso di confezionare le cinture esplosive dei kamikaze o se è servito ad iniezioni ipodermiche.


Pasticche e fenitillina
«E se i killer si fossero drogati?», si è chiesto il quotidiano francese Le Point. Siamo dunque ancora nel campo delle ipotesi. Ma come sottolinea anche Liberation da tempo i jihadisti del gruppo Stato islamico e del Fronte Al nusra usano il Captagon, per inibire la paura durante le loro azioni. Non è escluso dunque che anche gli attentatori di Parigi si siano drogati prima di entrare in azione. Il Captagon è profarmaco stimolante conosciuto, utilizzato fino agli anni ‘80 come alternativa più blanda all’anfetamina per curare i disturbi da deficit dell’attenzione e iperattività, narcolessia e depressione. Una volta nell’organismo, viene scisso in tre: una parte rimane fenitillina, una parte di anfetamina, una parte di teofillina. Questa sostanza, dopo essere stata bandita, è ritornata in voca in Medio Oriente.
Cinque dollari a pasticca
Nei giorni scorsi la polizia saudita dice di aver sequestrato più di 28 tonnellate di hashish e di circa 22 milioni di pillole di anfetamine nel corso degli ultimi 12 mesi . E in ottobre , i funzionari aeroportuali libanese hanno sequestrato due tonnellate di Captagon, in attesa di essere caricati sull’aereo privato di un principe saudita . Venduto a un prezzo che va dai 5 ai venti dollari a pasticca, il Captagon ha un potenziale economico enorme. Questa droga è particolarmente ambita dai jihadisti perché fa scomparire la paura e la fatica. “Crea una specie di euforia: non dormi, non mangi, ma le energie non ti mancano”, ha dichiarato alla Reuters lo psichiatra Ramzi Haddad. La maggior parte delle pillole è ora prodotta in Siria, ha dichiarato un funzionario antidroga libanese alla Reuters. La droga viene poi trasportata in barca o in auto dalla Siria, in Libano e Giordania.

martaserafini
18 novembre 2015 (modifica il 18 novembre 2015 | 14:57)

Minuto di silenzio per la Francia, alunne islamiche escono dall’aula

Corriere della sera

di Roberto Rotondo

Sei studentesse quattordicenni non avrebbero voluto partecipare, dopo una discussione sul senso dell’iniziativa. La questura: episodio da non enfatizzare

Non hanno partecipato al minuto di silenzio per la strage di Parigi: alcune alunne di 14 anni sono uscite dalla classe, la mattina del 16 novembre, in disaccordo con la commemorazione all’Istituto tecnico Daverio per ragionieri di Varese. La Digos di Varese ha effettuato oggi una serie di approfondimenti sulla vicenda: ha sentito la dirigente scolastica e ha acquisito i nomi dei ragazzi, ma non ha contestato alcunché dal punto di vista penale. La preside non ha voluto confermare le nazionalità di origine delle studentesse: sembra che si sia trattato di 6 ragazze di religione islamica o comunque non cattoliche.

Le giovani frequentano la classe prima all’Istituto tecnico commerciale Daverio, dove lunedì le lezioni si sono interrotte per il minuto di silenzio osservato nelle scuole di tutta Italia. «Siamo uscite dall’aula perché non abbiamo capito come mai si deve esprimere solidarietà solo alle vittime di Parigi e non a quelli che muoiono in tutti gli attentati in altre parti del mondo». È cosi, secondo quanto riferisce la preside Nicoletta Pizzato, che le ragazzine avrebbero motivato il loro gesto. «Subito dopo comunque quando sono rientrate - ha aggiunto la dirigente scolastica - e in quella classe c’è stato un lungo approfondimento».

Secondo la Questura di Varese, l’episodio sarebbe da non enfatizzare. Per alcuni investigatori è anche legato alla complessità della classe dove è avvenuto il fatto, frequentata in prevalenza da stranieri molto giovani e dunque esposti alle problematiche adolescenziali connesse a quelle dell’integrazione culturale. Inoltre si tratta di una discussione che ha coinvolto sì ragazzine di origine marocchina e tunisina, ma anche qualche studente italiano.

18 novembre 2015 | 17:40

Guardie padane, tra storia e giustizia 33 prosciolti 19 anni dopo i fatti

Corriere della sera

L’inchiesta iniziò a Verona con il procuratore Guido Papalia, che contestava l’associazione militare a scopi politici. Nella città veneta processo sospeso e atti trasmessi a Bergamo: il gup mette la parola fine. «Non luogo a procedere»



A dire se c’è mai stata un’organizzazione militare a scopi politici dentro la Lega Nord, sarà la storia. Non la giustizia italiana, che è stata lentissima: 18 anni dopo i fatti contestati dall’allora procuratore di Verona Guido Papalia, il gup di Bergamo Tino Palestra ha messo questa mattina la parola fine sulla vicenda giudiziaria delle Guardie Padane (salvo ricorsi della procura).

Il giudice ha dichiarato il non luogo a procedere per 33 imputati: il sostituto procuratore Gianluigi Dettori chiedeva il processo per tutti con l’accusa di «associazione militare a scopi politici». Ma il tribunale avrebbe ravvisato una «scarsa continuità», nell’ordinamento italiano, sulla «punibilità del reato ipotizzato».

Una vicenda giudiziaria superata certamente dalla storia. I termini della prescrizione si sono allungati più volte perché, in molti casi, le difese avevano sollevato conflitti di attribuzione, visto che tra i primi indagati c’erano anche parlamentari europei e italiani, inclusi Marco Formentini e Umberto Bossi.

Il processo era finalmente iniziato a Verona nella primavera del 2014. Ma anche a dibattimento in corso, essendoci atti che rimandavano al territorio di Bergamo e Pontida per la fondazione delle Guardie Padane, gli avvocati avevano chiesto il trasferimento di tutto il procedimento proprio a Bergamo. Così è stato al termine dell’anno scorso. Ma dopo la richiesta della procura il gup ha chiuso la vicenda.

18 novembre 2015 | 11:43

Con gli attacchi di Parigi torna l'islamofobia Ma questa è la strategia dell'Isis

Corriere della sera

di Alessandra Coppola


In pochi giorni, l'elenco s'è già allungato di molto: spari contro un uomo di origine turca, scritte razziste su una macelleria halal, croci rosso sangue sui muri di una moschea. Dai Pirenei alla Val-de-Marne, il sito della rivista francese Nouvel Observateur mette in fila le brevi di cronaca tra venerdì notte e ieri e conclude: «Gli atti islamofobi si moltiplicano dopo gli attentati di Parigi».

Sono notizie marginali, che in altre circostanze sarebbero passate inosservate - pietre sul furgone delle consegne di un ristorante kebab a Barentin, botte a un maghrebino a margine di un'adunata d'estrema destra a Pontivy, il cartello «fuori i musulmani dalla nostra nazione» nel corso di una manifestazione a Reims - ma che invece adesso, così assemblate, diventano l'indice di una deriva già sperimentata: l'aumento dell'intolleranza come conseguenza immediata delle stragi rivendicate dall'Isis (o da Al Qaeda).

I primi a registrarlo sono stati gli americani dopo l'11 settembre 2001. Data spartiacque anche in questa categoria: la paura dell'Islam.



Primo effetto, meno drammatico: una percezione gonfiata del numero di fedeli musulmani in Occidente. Spaventati e diffidenti, gli intervistati nei sondaggi da quella data in poi immaginano una percentuale sproporzionata di islamici nel proprio Paese (come mostra la mappa in alto). Chi lo sa, per esempio, che negli Stati Uniti non raggiungono neanche l'1 per cento della popolazione totale? In Europa non va molto meglio. I francesi pensano che un terzo dei connazionali sia musulmano, ed è invece una percentuale intorno al 7,5. I tedeschi e gli italiani direbbero che un quinto degli abitanti preghi in moschea, e invece sono rispettivamente il 5,8 e il 3,7 per cento. E così via, esagerando.

Lo spiegava chiaramente Gilles Kepel, massimo esperto di radicalismo islamico, nell'intervista a Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera di lunedì: l'intento degli attacchi terroristici dell'Isis è «scatenare i gruppi xenofobi della destra europea contro i migranti e contro il mondo islamico tout court». Il secondo effetto, questo più drammatico, è allora un crescendo di diffidenza e a volte di aggressività nei confronti di chi è individuato come musulmano. Non è neanche necessario che lo sia. I ricercatori americani hanno segnalato in questi anni numerose aggressioni ai sikh, percepiti confusamente come islamici (quando invece sono di religione sikh, appunto) per il turbante che portano in testa.

L'uomo di origine turca è stato ferito a Cambrai, nel Nord della Francia, nella notte di sabato e domenica, da proiettili sparati da un'auto addobbata col tricolore, «in ragione del colore della pelle», ha esplicitamente indicato la procura.



Un rapporto del Consiglio d'Europa indica che l'80 per cento degli atti islamofobi in Francia, cresciuti in particolare dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo all'inizio dell'anno, è rivolto contro le donne, perché facilmente «individuate» dal velo: sputi, cani aizzati, hijab tirati, bottiglie lanciate da vetture in corsa. E l'effetto non si limita alla Francia. Il quotidiano britannico The Guardian segnalava che nel Regno Unito, dopo gli attentati parigini di gennaio, i «crimini d'odio contro i musulmani sono quadruplicati».



In Italia non esiste un conteggio esatto di queste ore, ma il deputato di origine marocchina Khalid Chaouki può fare da testimonial: bersagliato di insulti e minacce durante tutto l'anno, ha dovuto assistere, sulla sua pagina Facebook e nella casella di posta elettronica, a un'impressionante impennata da venerdì sera in poi. «La conseguenza degli attentati di Parigi è che tutti i musulmani vengono messi nello stesso calderone».

Aumento dell'islamofobia. Ma anche - è questo è il terzo grave effetto delle stragi - «aumento dello scontro dialettico». Chaouki è appena uscito dagli uffici della polizia postale, e non è preoccupato solo delle aggressioni, ma anche di «questa polarizzazione che rischia di danneggiare il percorso di maturità delle seconde generazioni».

La trappola dell'Isis, allora, si rivela più complessa e alimenta da una parte la xenofobia dall'altra - di conseguenza - il radicalismo dei musulmani, in particolare dei figli degli immigrati che si sentono ingiustamente accusati, ancor più incompresi, «e cercano di difendersi mettendosi in contrapposizione, rinchiudendosi in un ghetto anche nel web». Ed è questo che dovrebbe fare più paura.