martedì 17 novembre 2015

Non avrete il mio odio”

La Stampa
massimo gramellini

Se ciò che chiamiamo Occidente ha un senso, questo senso palpita nelle parole con cui il signor Antoine Leiris si è rivolto su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno ucciso sua moglie.
«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte.

Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. 

L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai.

Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

L'ultimo mistero: i messaggi cifrati sulla Playstation e gli sceriffi di Anonymous

La Repubblica
di FABIO CHIUSI

Hollande annuncia di voler adattare la costituzione francese "alle tecnologie e alle minacce con cui ci confrontiamo oggi". Allineandosi all'intelligence Usa e GB. Il punto è che non è possibile: una volta indebolito, il muro della cifratura si abbatte per tutti, malintenzionati e non. Ecco perché

IL COPIONE è lo stesso a ogni attentato: se i terroristi hanno potuto portare a termine i loro piani è perché non c'è abbastanza controllo delle comunicazioni online. L'ultimo spauracchio si chiama PlayStation 4, che secondo il ministro belga Jan Jambon ospiterebbe "le comunicazioni tra terroristi più difficili da decifrare".

L'ipotesi è che l'Is si annidi anche tra le chat testuali e vocali usate dai 65 milioni di utenti attivi sui servizi della console Sony, o peggio che comunichi direttamente all'interno dei suoi mondi virtuali. Se così fosse, scrive Forbes, sarebbe in sostanza impossibile tenerne traccia, dato che svariati giochi consentono di comporre messaggi non verbali inaccessibili alle autorità.

Le prove sono poche. E nel caso di Parigi nessuna: non c'è più neppure certezza sul ritrovamento della console in casa del kamikaze. E comunque non si capisce per quale ragione i canali PS4 dovrebbero offrire "strumenti di comunicazione più sicuri di chiamate, messaggi e mail cifrate": il Datagate ha semmai mostrato come gli agenti dei servizi si camuffino anche da videogiocatori.

Se le carte di Edward Snowden contenevano informazioni utili ai terroristi, insomma, questi ultimi non le hanno lette. Ma l'allarme-PS4 è un'ipotesi indicativa della rinnovata smania di controllo. Il nemico, come sempre, è la crittografia, ovvero l'ultimo baluardo a difesa delle nostre attività più sensibili in rete. E che si vorrebbe al servizio dei buoni (i governi), ma non dei cattivi (i terroristi).

Questo sembra suggerire Francois Hollande quando annuncia di voler adattare la costituzione francese "alle tecnologie e alle minacce con cui ci confrontiamo oggi". Questo dicono, e da tempo, l'intelligence statunitense e britannica. Il punto è che non è possibile: una volta indebolito, il muro della cifratura si abbatte per tutti, malintenzionati e non.

Più delle falle dell'intelligence allora rischiano così di finire sul banco degli imputati le piattaforme web, che in questi giorni hanno cercato di fornire aiuti concreti alla popolazione colpita. Le tecnologie usate dai terroristi sono le stesse che consentono in queste ore agli hacker di Anonymous di dare la caccia ai profili pro-Califfato con l'operazione #OpParis. E sarebbe errato renderle un colabrodo di sicurezza informatica nella rincorsa a un controllo totale irrealizzabile.

Del resto proprio la Francia aveva approvato, negli scorsi mesi, norme sulla sorveglianza che avrebbero dovuto sventare esattamente il tipo di attacco verificatosi venerdì. Non l'hanno fatto, come non l'hanno fatto gli enormi poteri della Nsa dall'inizio della "guerra al terrore" a oggi.

Anonymous affina le sue armi contro l'IS. E c'è un software scritto da italiani

La Repubblica
di ARTURO DI CORINTO

Tutti gli strumenti di Anonymous per tracciare profili, comunicazioni e finanziamenti destinati alla galassia terrorista. Come si arriva all'identità dei terroristi

C'è una novità della guerra informatica che Anonymous ha dichiarato ai terroristi dell'IS. E l'hanno studiata due esperti di sicurezza italiani (che pure non fanno parte della galassia degli hacktivisti) uno dei quali è noto nell'ambiente degli hacker con il soprannome "The Pirate". Dalla loro abilità con le righe di codice sta nascendo un software in grado di tracciare i flussi di comunicazione della galassia jihadista su Twitter.

Lo strumento in questione di Chiama Geosec ed è un "bot", ovvero un robo-software che geolocalizza in automatico le comunicazioni in arabo e le filtra per pertinenza. Un programma - ancora in beta - che presto sarà in grado di capire dove si trova chi sta digitando una certa cosa sul microblog. Successivamente, esperti di data analys studiano i profili ricavati da questi big data, e una volta vagliati, vengono eventualmente passati all'intelligence nazionale.

Hacker contro IS. Dopo il videocomunicato che annuncia la guerra totale di Anonymous ai terroristi, aumentano quindi gli esperti che offrono tutte le loro conoscenze informatiche per dare la caccia ai simpatizzanti, ai fiancheggiatori, ai mandanti degli attentati di Parigi del 13 novembre. La stessa campagna #OpParis, il nome in codice dell'operazione contro l'IS che segue di pochi mesi quella nota come #OpIceIsis - è coordinata da italiani. Nella chat pubblica di Anonymous, che usa un vecchio ed efficace strumento informatico, la IRC, Internet Relay Chat, gestito in maniera autonoma e sicura, si introfulano anche simpatizzanti dell'IS che

provano a creare flame (litigi), anche se si vuole parlare in segreto si possono usare le stanze private della IRC alle quali si accede su invito e da cui si può essere buttati fuori dagli operatori. Ma se è da almeno un anno che Anon combatte la sua guerra contro il terrore, attraverso azioni di dossieraggio, attacchi DdoS (attacchi di negazione di servizio), denuncia di profili sociali sospetti, l'obiettivo primario oggi è decifrare le comunicazioni fra i simpatizzanti dell'IS che avvengongo attraverso i canali più diversi e di interromperne la propaganda mediatica.

Le tecniche di base. Per scovare militanti e affiliati del califfato islamico, Anonymous svolge da sempre un compito apparentemente semplice: setaccia la rete e i social network a caccia di parole sospette, individua gli account da cui provengono e comincia a monitorarli. Se il soggetto monitorato usa con frequenza le parole sospette oppure pubblica online slogan, foto e video di matrice fondamentalista, approfondisce il monitoraggio, cerca le relazioni fra il soggetto ed altri simili e ne realizza un dossier: si chiama doxing, l'equivalente del nostro dossieraggio.

Ulteriori analisi, realizzate con le geolocalizzazione o tramite segnalazioni di persone sul campo, possono portare a una profilazione vera e propria del bersaglio che a quel punto viene girata ai servizi di sicurezza nazionali. Quando è certo il ruolo propagandistico del soggetto, su Twitter, ad esempio, i suoi tweet vengono segnalati direttamente ai gestori del social network per farli chiudere e se sono pericolosi anche ad account come @cia, o @FBI. E questo è specificamente il compito svolto da una serie di patrollers (vigilanti) collegati ad Anonymous come CtrlSec.

Per completare il lavoro di dossieraggio nel passato gli anonymous hanno realizzato raccolte massive di dati e sopratutto di indirizzi email con nomi evocativi riferibili alla religione islamica, a certi predicatori o specifiche moschee. Gli indirizzi email sono stati spesso raccolti da server di propaganda jihadista violati con operazioni di hacking. Gli Anon hanno violato anche le VPN, le virtual private networks usate dai jihadisti per gestire i propri siti e server web, sottraendogli i database con tutti i log (le tracce informatiche dell'uso dei siti).

Questo lavoro di dossieraggio poi diventa l'occasione per scansionare il web nell'ulteriore ricerca di attività riferibili agli stessi che in diversi casi hanno portato all'individuazione del profilo Facebook e quindi dell'indirizzo fisico del soggetto o all'indirizzo dei familiari. È così che molti sono stati denunciati alla polizia in passato.

La nuova strategia di Anonymous. Nella caccia all'IS irrompe adesso l'ingegneria sociale. È noto che la propaganda anti-occidentale usa Twitter e parzialmente Facebook, meno noto è che i reclutatori del sedicente Stato Islamico usano anche piattaforme e consolle per i giochi online e soprattutto, si finanziano attraverso donazioni che giungono via Paypal. Perciò la strategia degli Anonymous, molti hacktivisti della prima ora, cresciuti intorno agli hackmeeting italiani ed emuli della gesta degli hacker del Chaos Computer Club di Berlino, è di infiltrarsi in queste comunicazioni e fare un lavoro di intelligence che finora evidentemente è mancato. Un fallimento lamentato dallo stesso presidente francese François Hollande che ha criticato la gestione del premier Emmanuel Valls dell'iniziativa Vigipirate e lo scarso impatto di Stop Djihadisme iniziativa governativa contro la radicalizzazione religiosa e il fanatismo terrorista.

Risalire a una persona partendo dal social. Il "Pirata", che ha un profilo goliardico su GitHub, ed è esperto di knowledge gathering, intrusioni, track covering è anche un esperto di modelli comportamentali in rete. Traduciamo: si tratta dell'uso dell'ingegneria sociale per trovare qualcuno o spacciarsi per qualcun altro (in questo caso i criminali dell'IS) a partire dai suoi dati digitali. L'ingegneria sociale è un insieme di tecniche e di pratiche che a partire da una traccia in rete, lo pseudonimo ad esempio, permettono di risalire all'identità o almeno alla posizione geografica del bersaglio, risalendo come i rami di un albero il profilo social, l'account

email e l'IPaddress del computer usato, fino addirittura a cercare nel deep web una transazione paypal o un numero di conto bancario oppure fino a telefonare all'IRS (equivalente della nostra Agenzia delle entrate), fingendo di aver smarrito i propri dati e facendoseli dare. Ma la modellistica comportamentale studia anche i flussi della comunicazione in rete con strumenti specifici e mette in relazione i metadati - con chi, a che ora, quante volte avvengono certe comunicazioni - dei profili/bersaglio per ricostruirne la rete di relazioni e ottenere ulteriori informazioni sul soggetto cercato.

La chat dei net-games e la messaggistica cifrata dei terroristi. Dopo le dichiarazioni del vice-primo ministro belga, ministro della sicurezza e degli interni, che aveva parlato delle "difficoltà di contrastare la propaganda online del daesh (nome arabo dell'IS) e degli aspiranti jihadisti che "si radicalizzano davanti al proprio pc" adesso l'attenzione dei servizi di intelligence è diretta anche verso le chat della Playstation 4 e in particolare di giochi come War of Warcraft che sarebbero difficili da decifrare. Ovviamente si parla e si è parlato molto dell'uso di Skype e di WhatsApp come strumenti per organizzare e coordinare gli attentati, ma è noto che non sono certo strumenti sicuri al pari di Telegram, il servizio di messaggistica cifrata che permette di creare chat di gruppo che si "autodistruggono", o come Signal che permette telefonate cifrate e protette da password.

Ci vuole più intelligence.
Al netto degli errori in cui gli attivisti o i servizi di sicurezza possono incorrere, di certo questa ponderosa raccolta di dati non basta a fermare il califfato. È un dato di fatto. La migliore dimostrazione è nei 20 miliardi di comunicazioni raccolte ogni giorno dalla NSA (National Security Agency) che pur nella loro mole non sono serviti a fermare gli attentati di Parigi, come pure il programma Vigipirate e le leggi restrittive sulla privacy volute dal governo Hollande. Come aveva detto George Bush padre in occasione degli attentati alle Torri Gemelle "ci vuole più intelligence sul campo". Per coordinarsi i terroristi non usano per forza mezzi tecnologici.

Quelle idee appassite: essere pacifisti in un mondo così bellicoso

Corriere della sera
di Antonio Polito

La cultura progressista deve ripensare se stessa. Lo dice il Vangelo di porgere l’altra guancia, ma perfino Francesco ci ha informato che «se uno offende mia madre gli do’ un pugno»



Con le idee del Novecento non comprendiamo più ciò che sta accadendo, e non capiamo come reagire. Perfino la ragazza del secolo scorso per antonomasia, Rossana Rossanda, ha confessato al Corriere che stavolta «una linea non ce l’ho». Il problema è che gran parte delle idee democratiche, delle idee progressiste, delle idee di sinistra, sono del Novecento.E che gran parte della nostra élite si è formata su quelle idee, e oggi dispone di una cassetta degli attrezzi inutilizzabile, fatta di classi sociali e di divisione internazionale del lavoro, mentre il mondo di oggi sembra fatto apposta per stupirci, e si spacca su linee di frattura che avevamo date per spacciate, sepolte dalla Storia, come la religione.

Sfogliamo il dizionario delle parole d’ordine che hanno rassicurato tante generazioni dal dopoguerra a oggi. Il pacifismo resta una nobile opzione morale, ma non è più una risposta realistica di fronte a chi ci dichiara guerra, o a chi ci chiede, come il socialista Hollande, di aiutarlo in guerra. Lo dice il Vangelo di porgere l’altra guancia, ma perfino Francesco ci ha informato che «se uno offende mia madre gli do’ un pugno». E se ammazzano i nostri cugini francesi? Essere pacifisti in un mondo così bellicoso, mentre sono in corso una cinquantina di conflitti e mentre le vittime di molti di quei conflitti sbarcano ogni giorno sulle nostre spiagge, non è una opzione politica.

Quando la guerra era un metodo di risoluzione delle controversie internazionali, l’abbiamo ripudiata. Ma che facciamo se diventa una necessità di autodifesa, se abbiamo bisogno come oggi di qualcuno che contempli l’uso, proporzionato e legittimo quanto si vuole, della forza militare contro chi arma gli uomini-bomba? Oppure prendiamo l’internazionalismo, vero discrimine tra sinistra e destra fin dal loro sorgere nel fuoco della Rivoluzione francese, valore poi sconfinato in un sogno irenico di cosmopolitismo, nell’utopia di società europee così multiculturali da non rendere più distinguibile la cultura degli indigeni.

Onestamente, non è discorso proponibile a opinioni pubbliche sconvolte dalla paura, scioccate dalle proporzioni delle migrazioni, preoccupate di veder sparire le loro radici e il loro stile di vita in un magma indistinto di relativismo culturale, nel quale anche esporre un crocifisso può diventare offensivo. Emblematica, da questo punto di vista, è la polemica in corso sul Giubileo, che pure dovrebbe essere l’apoteosi dell’universalismo cattolico, ma che tanti vorrebbero rinviare per quieto vivere, anche se non penserebbero mai di rinviare una partita di calcio della Nazionale o un concerto di musica rock solo perché sono stati obiettivi dei terroristi a Parigi.

E infine soffre la retorica del ponte sul Mediterraneo, verso l’Africa e il Medio Oriente, tra Nord e Sud del mondo, del ruolo che tante volte ci è stato indicato come vocazione storica per il nostro Paese e tanto più per il nostro Mezzogiorno. Che fare, come scrive Paolo Macry sul Corriere del Mezzogiorno , quando invece «dal Sud del mondo viene la guerra», e non richieste di dialogo, di apertura culturale, di comprensione reciproca? Di fronte alla vetustà di questo armamentario ideale, è facile gioco per le idee di destra apparire più moderne, più calzanti al mondo di oggi, e soprattutto più popolari.

Anche quando non sono praticabili, o non sono accettabili, o non sono risolutive. Nazionalismo, nostalgia dei muri e delle frontiere, rifiuto del diverso, egoismo al posto del solidarismo; possono, di fronte alla doppia minaccia delle migrazioni di massa e del terrorismo islamista, provocare un vero e proprio riallineamento verso destra delle opinioni pubbliche europee, come accadde negli Usa dopo la frattura del Sessantotto. Il pensiero democratico che teme questo sviluppo non può dunque limitarsi a deplorarlo, quando non a irriderlo, o ad attribuirlo a pura ignoranza manipolata.

È la cultura progressista che deve piuttosto ripensare se stessa, adeguarsi alla realtà del mondo così com’è; a partire dal binomio pace-guerra, perché pace non è lavarsene le mani, per continuare sul crinale laicità-religione, perché c’è religione e religione, fino alla riscoperta di un concetto di sovranità nazionale compatibile con un nuovo internazionalismo. Altrimenti avrà perso la guerra culturale scatenata nell’Occidente dall’offensiva islamista, dall’11 settembre del 2001 al 13 novembre del 2015.

17 novembre 2015 (modifica il 17 novembre 2015 | 08:04)

Con l’Isis gli occidentali sono spietati solo a parole e non hanno le idee chiare sul destino della Siria»

Corriere della sera

di Federico Fubini

Non è più tempo di confini aperti e discorsi sui vantaggi dell’immigrazione. L’Europa deve capire che Schengen non ha funzionato e che le richieste di Cameron sono fondate

Niall Ferguson, a 51 anni, professore di storia a Harvard, ha appena pubblicato una biografia di Henry Kissinger: l’«idealista», lo definisce, ma anche un uomo che negli anni 60 e 70 tradì pochi dubbi nell’affrontare una guerra in nome delle sue idee. Anche dopo che si era dimostrata perdente, nel caso del Vietnam. Quaranta anni dopo, Ferguson mette François Hollande in una categoria diversa: «Non ho molta voglia di applaudire il presidente francese quando dice che il suo Paese sarà “spietato” - dice - perché non gli credo».

Hollande ha già intensificato i bombardamenti sui territori dell’Isis. Intende dire che l’Europa paga un prezzo elevato per il suo timore di mandare soldati sul terreno? «La ragione per la quale non credo a Hollande è semplice. Abbiamo già sentito la stessa retorica guerresca negli Stati Uniti e fra gli alleati dell’America dopo l’11 Settembre.

Poi che è successo?
C’è stato un dispiegamento di truppe in Afghanistan e in Iraq. Nel giro di un anno la situazione ha iniziato a girare nel verso sbagliato ed entro il 2008 l’opinione pubblica su entrambe le sponde dell’Atlantico era stanca dei progetti di “costruzione statuale” in Medio Oriente e in Asia meridionale. Altro che spietati. Abbiamo affrontato questi conflitti con riserve di ogni tipo. Quando siamo stati davvero spietati, nei nostri Paesi si gridava allo scandalo».

Teme che qualcosa del genere possa accadere con l’Isis? «Mi aspetto in pieno la stessa sequenza. È possibile che ci sia un attacco su larga scala della Nato allo Stato Islamico in Siria e in Iraq. Ed è possibile che ci siano forze mandate sul terreno. Ma dove ci porterà tutto questo? In Occidente ci manca la convinzione per portare queste operazioni fino in fondo».

Però non sembra esserci una soluzione militare molto chiara a una minaccia come l’Isis, non trova?
«In realtà ci sarebbe, nel senso che lo Stato Islamico militarmente non è molto capace né bene armato. Se gli Stati Uniti usassero fino in fondo le loro forze speciali, supportate dall’aeronautica, potrebbero distruggere l’Isis in qualche settimana. Però ci sarebbero molti danni collaterali, perché l’Isis è annidato nelle città e nei villaggi.

E ci troveremmo con un problema politico che l’amministrazione di Barack Obama deve ancora sbrogliare: il futuro della Siria. Carl von Clausewitz, il generale prussiano, insegnava che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.Ma in questo caso qual è la politica? E qual è la strategia, riportare Bashar El-Assad pienamente al potere? Dividere la Siria? Nessun potente della Terra ha l’aria di saperlo. Non hanno idea. Ad eccezione di Putin, forse».

C’è chi dice che fra i rifugiati arrivano in Europa potenziali terroristi, e chi sospetta che questo sia esattamente il timore che l’Isis vuole spargere. Che ne pensa?
«Sembra possibile che uno degli assassini di venerdì scorso fosse un rifugiato siriano arrivato in Francia dalla Grecia. Non mi sorprenderebbe. Lo Stato Islamico fa viaggiare i suoi verso l’Europa e dall’Europa alla Siria da più di un anno. La crisi dei rifugiati lo rende solo più facile. Naturalmente solo una piccola minoranza di coloro che chiedono asilo sono potenzialmente o già nella realtà dei terroristi. Ma se otto persone ne possono uccidere (almeno) 129, allora i piccoli numeri contano molto».

Nell’ultimo anno è arrivato un milione di rifugiati.
«È per questo che i leader europei devono far fronte a una nuova realtà: nelle nostre società ci sono terroristi impegnati a invadere, una sorta di quinta colonna. Diciamo pure “arrivederci” all’epoca dei confini aperti e agli articoli entusiasti su come l’immigrazione può risolvere il deficit demografico dell’Europa».

David Cameron, il premier di Londra, va oltre. Non solo rifiuta Schengen, la libera circolazione delle persone: chiede anche di sospendere il welfare per i migranti europei in Gran Bretagna. «È il quarto punto della sua lettera di punti da rinegoziare in vista del referendum sulla Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Può essere una richiesta problematica. Ma visto l’attuale stato dell’Europa e lo sconcerto per quello che ha tutta l’aria di essere un flusso migratorio senza limiti e per il collasso di Schengen, la comprensione nell’opinione pubblica per la posizione di Londra dev’essere maggiore rispetto a un anno fa».

Ma così non si smonta l’Europa, pezzo a pezzo? Dopo Londra, altri Paesi chiederanno eccezioni simili.
«L’idea di un’unione sempre più stretta fra Paesi europei non è tale che la Gran Bretagna possa sostenerla. Anzi, mi pare che non sia più un obiettivo sostenibile. Da nessuno. È tempo che l’Europa riconosca che i britannici hanno avuto ragione a non voler entrare nell’Unione monetaria e hanno avuto ragione nel non voler entrare in Schengen, perché nessuno di questi progetti ha funzionato. Abbiamo bisogno di un’Unione meno stretta. Credo che gli eventi stiano facendo apparire la posizione di Cameron meno radicale di come veniva descritta pochi anni fa. È l’eccesso di ambizione nell’integrazione che crea il rischio di disintegrazione».

Una minaccia per l’integrazione europea è Marine Le Pen. Teme che possa vincere le presidenziali del 2017 in Francia? «Fino a quest’anno avrei detto che Marine Le Pen non poteva diventare presidente. Anche prima degli attentati di Parigi ero convinto che al secondo turno, come sempre in passato, destra e sinistra si sarebbero alleate. Non ne sono più così sicuro. Anche prima dell’ultima emergenza terrorismo, la crisi sulle migrazioni può aver già contribuito a spingere il Front national un po’ più in avanti e a farlo sembrare un partito plausibile».

Alcuni grandi investitori pensano che la battaglia per la sopravvivenza dell’euro, prima o poi, si giocherà in un altro Paese: l’Italia.
«In realtà credo che per l’Italia la fase pericolosa sia passata. Oggi vediamo non solo l’inizio di una ripresa economica, ma soprattutto il vero inizio delle riforme economiche».

Alcuni in Italia non sono d’accordo con lei. «Matteo Renzi ha dovuto fare prima le riforme costituzionali e istituzionali, per poter avere un governo efficace. L’Italia può andare a posto. Tutti parlano del grande debito pubblico, ma anche quello può scendere se i tassi d’interesse reali (al netto dell’inflazione, ndr ) restano abbastanza bassi».

L’Italia se la caverà anche se, tra quattro anni, arriva un presidente di area tedesca alla Banca centrale europea? «Quattro anni è un periodo realistico per mettere a posto le cose. Con l’impegno di Renzi e il sostegno di Mario Draghi alla Bce, ci sono il potenziale e tutto il tempo necessario per far convergere la competitività dell’Italia verso quella della Germania. Del resto non si possono vedere riforme radicali dell’economia, fino a quando Renzi non ha le necessarie leve del potere. Non criticatelo se prima si sta occupando di più delle misure istituzionali e costituzionali. È il solo modo in cui l’intero processo di trasformazione del Paese possa essere perseguito».

17 novembre 2015 (modifica il 17 novembre 2015 | 09:17)

Anonymous contro Isis: come funziona la campagna degli hacktivisti nata dopo Parigi

La Stampa
carola frediani

Guidata da italiani, volta a raccogliere informazioni e cancellare profili social: ecco come è organizzata, che problemi ha e quali reazioni suscita



In fondo c’era da aspettarselo. Subito dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre, Anonymous ha lanciato una operazione globale contro la presenza online dell’Isis. Non è la prima volta: era già avvenuto in passato, specialmente dopo il massacro di Charlie Hebdo, con una serie di campagne chiamate opCharlieHebdo, OpIsis, OpIceIsis, e via dicendo.

Campagne che non si sono mai estinte del tutto anche se negli ultimi tempi si erano sgonfiate di molto. Ora invece è ripartita, nel suo modo un po’ sgangherato ma anche estremamente rapido, la macchina hacktivista che intende silenziare l’Isis su Internet, a partire dai social media. E riparte con mano tricolore. Perché a guidare l’iniziativa sono proprio un gruppo di anons di nazionalità italiana.
OpParis – questo il nome della campagna lanciata subito dopo Parigi – si coordina sulla rete di chat AnonOps, in due canali diversi, uno internazionale #OpParis e uno dedicato solo ai madrelingua francesi.

Ieri notte nel canale internazionale c’erano 250 utenti collegati in contemporanea, un numero considerevole se si compara agli scorsi mesi di fiacca di Anonops e dei network di Anonymous in generale. E poi un video prodotto in tre lingue – francese, inglese, italiano – una serie di fogli online dove vengono raccolte le informazioni e i target, un account Twitter @OpParisOffical.
Il copione è simile alle precedenti campagne, così come l’obiettivo.

«Vogliamo stanare i jihadisti, identificarli, consegnare le loro identità all’opinione pubblica perché vengano fermati prima che possano commettere altri massacri», commenta via chat alla Stampa il fondatore italiano di OpParis, che dice di avere particolari legami con la Francia. «Allo stesso tempo ne oscuriamo la visibilità online una volta tratte le informazioni necessarie».

Intelligence e oscuramento erano anche gli obiettivi delle precedenti campagne. Anche per questo motivo OpParis parte, per così dire, avvantaggiata. Facendo leva su un retroterra di pratiche e informazioni accumulate dai predecessori, ha già messo in fila, nei fogli di lavoro online, centinaia di profili Twitter di presunti jihadisti o simpatizzanti, profili Facebook, e decine di siti web da colpire con attacchi informatici finalizzati per ora non tanto a mandarli offline ma a penetrarli e sottrarre informazioni. «Finora cerchiamo sulle fonti aperte sui motori di ricerca al fine di trovare gli account, e la precedente OpIceIsis collabora attivamente», ci spiega un anon di opParis

Alcuni di questi compiti sono automatizzati attraverso programmi appositi, script, e bot che agevolano ad esempio la procedura di segnalazione di un profilo a Twitter. «Le segnalazioni di profili sospetti provengono dagli utenti e dai partecipanti all’operazione: ogni tot di ore sono raccolte sui vari pad (i fogli online) e controllate manualmente per una prima visione; poi sono aggiunte alla lista dei target da inserire nei software», spiegano alla Stampa il fondatore e altri anon italiani in prima linea nella campagna.

La procedura è la seguente: utenti si collegano online, nella chat pubblica di Anonymous, e segnalano account Twitter di presunti jihadisti o sostenitori. Infatti nella chat gli operatori postano spesso messaggi di questo tipo: “Per aiutarci a smascherare i terroristi ci serve il vostro aiuto cercando profili Twitter, Facebook, Google+, siti web jihadisti che inneggiano alla morte (non confondetevi con islamici innocenti), segnalate i profili mettendo il collegamento su questo pad”.

I fogli online sono poi controllati da un gruppo più ristretto che cerca di verificare l’attendibilità delle segnalazioni. Questa è la parte più delicata. Se molti anons, estremisti della libertà di espressione, giustificano l’operazione di oscuramento online sostenendo di difendere proprio quella libertà da chi la vuole fare fuori con i kalashnikov, non possono comunque permettersi di fare errori e di censurare profili di musulmani innocenti, o anche solo di islamici critici verso l’Occidente ma non per questo pro Califfato.

Le sfumature non sono sempre facili da cogliere e il fatto che nella squadra di OpParis non ci siano ancora persone che parlano arabo non aiuta. La Stampa ha aperto a campione alcuni dei profili Twitter individuati nella lista: molti hanno evidenti legami con il Califfato, a partire dalla sua bandiera; in altri casi l’affiliazione non è così evidente in prima battuta.

La prima scrematura dei profili pro Isis viene anche automatizzata attraverso dei programmi che setacciano i tweet sulla base di parole chiave, soprattutto hashtag. Anche la procedura di segnalazione degli account a Twitter viene resa in modo automatico attraverso dei bot, dei programmi, a cui gli anons danno in pasto la lista di profili individuati e verificati dal gruppo. Non sono velocissimi, ma questi programmi hanno il vantaggio di operare in background mentre l’utente è impegnato a fare altro. «Un altro modo anche banale per individuare profili sospetti è fare una ricerca per immagini», commenta un anon. «Molti usano proprio la bandiera del Califfato».

Di fronte alle varie offensive online degli hacktivisti di Anonymous, i militanti Isis non sono rimasti a guardare. Tra le misure di difesa ci sono liste per bloccare in massa gli account associati ad Anonymous, ma anche istruzioni che girano su vari fogli online per camuffare la propria presenza sui social. Un foglio pubblicato proprio un giorno fa su Justpaste, piattaforma per condividere documenti online privilegiata dai jihadisti, e circolata su Twitter - come ha potuto vedere la Stampa - dà varie istruzioni al riguardo, anche se non tutte così efficaci: cambiare l’immagine del profilo e il nome evitando associazioni troppo evidenti all’Isis e veicolare il più possibile i messaggi usando gli hashtag.



Proprio sugli hashtag va detto che anche in questo caso non mancano complicazioni: se nelle ore dopo Parigi era circolata da parte di alcuni profili pro-Califfato una parola chiave di sfregio (Parigibrucia -#باريس_تشتعل), la stessa è stata subito sequestrata dal fronte opposto per seppellire la propaganda Isis con tweet antitetici. In una simile canea di tweet e controtweet, trovare l’ago nel pagliaio non è affatto semplice. Come commentava ieri in chat un anon, «così tante persone stanno usando quell’hashtag per mandare messaggi all’Isis che rende tutto più difficile».

Ma OpParis non è la sola iniziativa online anti-Isis. Come dicevamo prima, ci sono gruppi che non hanno mai smesso di dare la caccia ai jihadisti della Rete. Tra questi, il team di hacktivisti ed esperti di cybersicurezza GhostSec , organizzatosi nel dopo Charlie Hebdo, e che da allora ha mandato al tappeto decine di migliaia di profili Twitter. Le loro stime arrivano a 150 siti hackerati e centomila profili Twitter (un conteggio che deve includere i profili multipli, e aperti ripetutamente, gestiti però da uno stesso utente). Il numero è molto difficile da verificare e va anche tarato sulla stessa azione di Twitter, che ha provveduto anche autonomamente alla cancellazione di molti account. Ad esempio lo scorso aprile, in un solo giorno, il sito di cinguettii avrebbe cancellato diecimila profili.

Numeri a parte, di sicuro GhostSecurity è una macchina da guerra da questo punto di vista. Il lavoro di individuazione e segnalazione degli account è spartito su almeno quatto profili Twitter, coordinati dall’hacktivista di area anon @CtrlSec, che gestisce in modo automatico altri account: @CtrlSec0, @CtrlSec1, and @CtrlSec2. Questi sputano fuori, ogni tot minuti, dei profili Twitter di presunti jihadisti o loro sostenitori in modo che siano poi segnalati e presi di mira dalla rete di sostenitori.

GhostSecurity, che ultimamente si è un po’ allontanata dalle sue radici in Anonymous, si è organizzata in un sito (che ha assunto nel tempo un’impronta quasi corporate), ne ha aperto un altro con tanto di moduli da compilare per segnalare profili sospetti, ed è arrivata al punto di stringere rapporti con l’intelligence americana, attraverso alcuni mediatori come Michael S. Smith II, consulente di antiterrorismo per il Congresso Usa. Contattati da La Stampa, il gruppo di GhostSec conferma di essere passato di nuovo al lavoro a pieno regime dopo gli attacchi di Parigi.

Ed è vero - come mostra anche un recente e dettagliato resoconto di Foreign Policy sulla campagna di Anonymous contro l’Isis svoltasi nell’ultimo anno - che è forte l’interesse delle autorità e dei governi nei confronti delle operazioni anti-Califfato degli hacktivisti. Tuttavia anche in questo caso la questione non è così semplice. Per molti anons la collaborazione diretta con l’FBI o altre agenzie governative è fuori discussione, anche perché molti non dimenticano la dura repressione ricevuta dal movimento di cyberattivisti proprio da parte dei governi occidentali quando le loro campagne si sono indirizzate a tematiche ambientaliste o anti-governative.

O del fatto che i loro network di comunicazione sono stati attaccati in passato proprio dall’intelligence occidentale, e le loro chat inquinate da link a malware, come dimostrato dai documenti usciti con le rivelazioni di Snowden. Dunque un giorno delinquenti o cyberterroristi, il giorno dopo alleati preziosi nella disperata caccia governativa ai jiahdisti online. Il paradosso, per molti, resta un nodo insolubile.

Senza contare che questi stessi governi, proprio in nome della lotta al terrorismo, stanno varando leggi draconiane in materia di controllo della Rete, software, sorveglianza. Anonymous, che in passato su questo tema è sempre apparsa intransigente, come si comporterà nelle nuove circostanze? Resta un grande interrogativo. Per ora, come altre volte in passato, l’agenda degli hacktivisti segue quella dei grandi eventi e dei media.

Infine, sarà interessante vedere se e come il fronte online di hacker islamisti reagirà a OpParis: dopo la campagna di Anonymous successiva a Charlie Hebdo, era nata una controffensiva nota come opFrance, in cui militanti pro Isis ma anche musulmani scontenti prendevano di mira i siti francesi hackerandoli in massa (in genere colpendo target molto semplici). Vedere se si ripeterà anche questa volta e se coinvolgerà, come allora, un fronte composito di islamisti, o invece solo i sostenitori del Califfato, potrebbe essere una cartina di tornasole sullo stato di salute della propaganda jihadista. 

Oltre 4 milioni di persone hanno usato Safety Check di Facebook per rassicurare amici e parenti

La Stampa
bruno ruffilli

Era la prima volta che la funzione veniva usata per un evento che non fosse una calamità naturale. Zuckerberg: «Lavoreremo per aiutare tutti quelli che soffrono»



Dopo gli attacchi terroristici di Parigi, Facebook ha attivato la funzione Safety Check per permettere a chi si trova nella capitale francese di far sapere ai suoi amici che è vivo e sta bene. In 24 ore, secondo Business Insider , è stata usata da 4,1 milioni di persone, e 360 milioni di persone hanno ricevuto comunicazioni tramite questa funzione.

Safety Check è uno strumento semplice ma estremamente efficace in caso di emergenza: lanciato ufficialmente, nell’ottobre del 2014, è stato utilizzato per catastrofi naturali come i terremoti in Afghanistan, Cile e Nepal, ma pure il ciclone Pam nel Pacifico meridionale e il tifone Ruby nelle Filippine. Come ricorda in un post Alex Schultz , Vice President of Growth del social network, Safety Check era nato con il terremoto in Giappone del 2011, cui fece seguito uno transumi e l’allarme per le fughe radioattive di Fukushima. In quel caso, ricorda Schultz, “molti usavano già Facebook per dire ad amici e parenti che erano vivi, così abbiamo cercato di renderlo più semplice”.

Ogni volta che è stato attivato, Safety Check è stato migliorato, ma quello dello scorso venerdì è stato un cambiamento radicale nell’uso dello strumento: era infatti la prima volta che veniva impiegato per un evento che non fosse un cataclisma naturale. “deve esserci una prima volta per sperimentare qualcosa di nuovo - prosegue Schultz - anche in momenti complessi e delicati, e per noi questa prima volta è stata Parigi. E tuttavia, insieme a molte lodi, Facebook ha ricevuto anche parecchie critiche: come mai, ci si è chiesti da più parti, non è stato usato il giorno prima per gli attentati che a Beirut hanno ucciso 43 persone?

Un medico libanese, Elie Fares, ha dedicato alla questione un post , dove tra l’altro si legge: “Quando la mia gente è morta, nessuno di è preoccupato di di illuminare monumenti con i colori della nostra bandiera. Anche Facebook non ha pensato ad assicurarsi che i miei connazionali avessero il bollino con cui dichiarano di essere salvi, per quanto possa essere un fatto banale”.

La risposta di Mark Zuckerberg non si è fatta attendere: “Molte persone - ha scritto sul suo profilo - hanno chiesto perché abbiamo attivato Safety Check per Parigi e non per le bombe a Beirut e in altri luoghi. Fino a ieri la nostra regola era che fosse disponibile solo per i disastri naturali. Ci abbiamo pensato bene, e ora abbiamo in mente di attivare Safety Check per altri disastri dovuti all’azione degli esseri umani”. Il Ceo di Facebook conclude così il suo post: “Avete ragione, ci sono molti altri importanti conflitti nel mondo. Ci preoccupiamo allo stesso modo per ogni persona e lavoreremo per aiutare tutti quelli che soffrono in ogni occasione possibile”.

Certo, c’è ancora molto lavoro da fare, come nota ancora Schultz: “Nel caso di disastri naturali, applichiamo alcuni criteri che includono la vastità e l’impatto dell’evento. Quando una crisi è in corso, come una guerra o un’epidemia, Safety Check nelle sua forma attuale non è così utile per la gente, perché non esiste un momento preciso in cui l’evento inizia e si conclude e non è possibile sapere quando qualcuno è davvero al sicuro”.

Intanto, per chi volesse cambiare la foto del profilo Facebook aggiungendo i colori non solo della Francia, ma di ogni Stato del mondo, c’è un sito apposta : basta caricare un’immagine e scegliere la bandiera. Possono essere anche due contemporaneamente. 

L’ebreo con il gemello nazista

Corriere della sera

di Edoardo Boncinelli

Si è spento a 82 anni Jack Yufe La loro storia «impossibile» era diventata un caso di scuola

Da sinistra a destra Jack Yufe con il gemello Oskar (Foto Los Angeles Times)
Da sinistra a destra Jack Yufe con il gemello Oskar (Foto Los Angeles Times)

All’uomo, sempre a caccia di cose eccezionali, sono apparse interessanti dall’origine dei tempi le coppie di gemelli, soprattutto di gemelli identici o monozigoti, che condividono cioè il 100% del loro patrimonio genetico. Molti studi sono stati condotti su di loro, soprattutto se i due membri della coppia sono stati separati alla nascita e cresciuti in famiglie e in ambienti diversi. Il loro studio si ritiene possa illuminarci su quanto di noi è specificato dal nostro patrimonio genetico e quanto dalle vicende della nostra vita, anche nel campo dei comportamenti.

Per questo motivo sono state rintracciate molte coppie di gemelli che si trovano in tale situazione. Una di queste è composta da due fratelli originari di Trinidad ma separati a pochi mesi di vita e cresciuti in ambienti estremamente diversi. Si tratta di Oskar Stohr e di Jack Yufe. Uno è cresciuto in Germania e ha avuto trascorsi nazisti, mentre l’altro ha condotto una vita ordinaria come membro di una comunità ebraica americana, prima in America Centrale, poi negli Stati Uniti. Jack Yufe si è spento in questi giorni in California all’età di 82 anni (mentre il gemello Oskar Stohr era morto di tumore al polmone nel 1997) e ciò ha riportato agli onori della cronaca la loro storia, definita incredibile dalla stampa mondiale.

Nonostante la grande diversità delle loro vite, i due gemelli mostravano caratteri incredibilmente somiglianti, nell’aspetto fisico e in molte loro preferenze personali. Per esempio la prima volta che si sono incontrati, a 21 anni, erano vestiti quasi uguali, baffi sottili simili, occhiali con la stessa montatura di metallo e giacche dello stesso colore. Si è scoperto che camminavano allo stesso modo, avevano la stessa strana calma e mostravano identiche stranezze, tra cui una predilezione per spaventare gli altri con forti starnuti.

È inutile dire che in casi come questi colpiscono le similitudini, che spesso vengono accentuate e messe in risalto, mentre passano in secondo piano le differenze, che pure esistono. Per quanto ne sa la scienza di oggi, ciascuno di noi è figlio di tre componenti fondamentali: il patrimonio genetico, gli eventi rilevanti della vita trascorsa e una non trascurabile componente biologica casuale, non facilmente ascrivibile né all’azione dei geni né a quella delle vicende ed esperienze della vita. Naturalmente non tutte le caratteristiche, somatiche o comportamentali, risentono allo stesso grado della componente genetica.

L’altezza di una persona, per esempio, è più influenzata dalla genetica che non il suo peso. Se sono presenti poi malattie genetiche anche lievi, queste rispondono alla genetica e molto meno all’ambiente, mentre se uno si ammala di una grave malattia infettiva o va incontro a un incidente stradale è in genere poco utile, anche se non totalmente inutile, considerarne le cause genetiche. Non ci si deve stupire poi se alcuni comportamenti rivelano una componente genetica. In questi giorni è stato individuato nei moscerini un comportamento codificato da un solo gene, che produce non una proteina ma un piccolissimo Rna regolatore!

16 novembre 2015 (modifica il 16 novembre 2015 | 08:30)

Alessia Rosati, sparita come Orlandi Il padre: «La lettera all’amica conteneva un Sos per noi familiari»

Corriere della sera

di Fabrizio Peronaci

I genitori della giovane scomparsa nel 1994 incontrano la vecchia amica. «I due errori nella lettera spedita a Claudia servivano a mandare messaggi sotterranei. Stava dicendoci: non credete a ciò che scrivo, ho bisogno di aiuto»

Alesssia Rosati e a destra la lettera all’amica

Una lettera autografa con alcuni passaggi incongrui. Due date sbagliate. E un’ipotesi sempre più concreta: la ragazza potrebbe aver inserito volutamente gli errori, per mandare una sorta di disperato appello alle persone più vicine. Un sos sottotraccia, destinato ai genitori e non decrittabile da esterni. «Noi eravamo i soli a poter capire che lo sbaglio sui giorni della villeggiatura non poteva essere casuale - ragiona il papà - All’epoca ero ancora in servizio come vigile urbano e non sarei mai partito per le ferie di lunedì. Staccavo il sabato alle 14, caricavamo le macchina e via. Per questo mi pare strano che mia figlia abbia avuto una disattenzione del genere. Con quella lettera, quasi certamente, Alessia ci voleva dire ben altro: attenti, non credete a ciò che scrivo, la verità è che ho bisogno di aiuto».

Antonio Rosati e, dietro, sua moglie Anna
Antonio Rosati e, dietro, sua moglie Anna
Estrema sinistra
Il giallo di Alessia Rosati, la studentessa universitaria di Montesacro scomparsa il 23 luglio 1994, è di fatto riaperto. Sono due gli elementi che hanno riportato d’attualità una vicenda rimasta incredibilmente «dormiente» per oltre due decenni: le eventuali connessioni con il caso Orlandi e il fatto che la famiglia (papà Antonio, mamma Anna e il fratello Danilo) adesso chieda alla Procura di Roma la riapertura delle indagini, essendo emerso in modo nitido che la fuga volontaria fu una messinscena. Alla base della nuova ricostruzione c’è la lettera scritta da Alessia pochi giorni dopo e indirizzata a Claudia, sua amica del cuore fin dalle scuole medie, non legata però agli ambienti di estrema sinistra che la ventunenne frequentava (dal centro sociale Hai visto Quinto? ai collettivi autonomi di via dei Volsci). «Ho incontrato un ragazzo che è stato molto importante per me in passato e sono partita con lui per l’estero», scriveva la presunta fuggiasca, pregando l’amica di dirlo ai genitori.

Un’altra immagine di Alessia Rosati
Un’altra immagine di Alessia Rosati
Duplice lettura
A metà e fine testo, però, ecco le incongruenze: «Lunedì sarei dovuta partire per quel paese di merda», da intendere come Bazzano, vicino Spoleto, dove i Rosati avevano una casetta, e «mi dispiace che non ci vediamo, ma tanto sarebbe rimasta solo domenica». Sono questi i passaggi-chiave. I due errori, hanno messo a fuoco i genitori dopo un commosso incontro con Claudia, riabbracciata la settimana scorsa dopo vent’anni, non possono essere considerati fortuiti, vanno interpretati: perché il giorno della scomparsa, il 23 luglio, era in realtà un sabato, e il padre (ammettendo che la missiva sia stata scritta prima) esclude di aver mai fatto l’ipotesi di lasciare Roma 48 ore più tardi.

La lettera di Alessia, insomma, conterrebbe un duplice piano di lettura: uno visibile, l’altro sotterraneo. Fosse essa concordata con qualcuno o scritta sotto dettatura, la giovane potrebbe aver tentato di renderla comprensibile solo ai familiari più stretti, inducendoli (proprio attraverso gli «errori») a non considerare veritiero l’intero contenuto, e quindi a non credere alla fuga amorosa. Un rebus. Ma anche uno scenario che fa pendere la bilancia a favore di un vero e proprio rapimento. E qui entra in gioco l’enigma parallelo, che risale a 11 anni prima.

I volantini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, il 22 giugno 1983
I volantini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, il 22 giugno 1983
Misteri in sequenza
É stato infatti Marco Fassoni Accetti, il fotografo che si è autoaccusato del sequestro Orlandi, a fare il nome di Alessia Rosati. Ciò è avvenuto una decina di giorni fa, con alcuni testi (pubblicati nel suo blog) che potrebbero contenere notizie di reato. L’uomo ha dichiarato che il gruppo nel quale fu ingaggiato, così come nel 1983 esercitò pressioni e ricatti in ambito vaticano, analogamente nel 1994 avrebbe messo sotto tiro il Sisde. Nel primo caso lo strumento dell’azione politico-criminale mirata a contrastare la politica di papa Wojtyla sarebbe stata la figlia del messo pontificio, nel secondo Alessia, appunto, con l’intento di colpire (tramite false accuse o allusioni di carattere sessuale) due funzionari dei servizi segreti coinvolti nello scandalo dei fondi neri.

Una sequenza di gialli inquietante, complessa, quasi indecifrabile. La famiglia della giovane militante di estrema sinistra, tornata a sperare nella verità, finora non ha voluto incontrare l’enigmatico personaggio, che dopo la recente archiviazione del caso Orlandi si è ritrovato indagato per autocalunnia. «Attendiamo risposte dalla magistratura, l’unica a poter accertare quanto ci sia di vero in ciò che emerso negli ultimi tempi - dice Antonio Rosati - Gli estremi per aprire un’inchiesta sulla fine di mia figlia, del resto, mi pare ci siano tutti».

16 novembre 2015 | 07:19

Bigami d'Italia Sono 20mila, fuorilegge e mai puniti

Nino Materi - Lun, 16/11/2015 - 20:31

Ecco come è possibile vivere con due mogli aggirando le regole. La sfida degli imam: "Il problema è solo vostro"

di Nino Materi«La storia d'amore» di Fatima, 32 anni, egiziana, inizia con un matrimonio in una moschea italiana piena di fiori. E finisce a Monza in un garage pieno di immondizia. È qui che suo marito Hammed, 50 anni, egiziano, l'aveva scaricata come un sacco di spazzatura.



È qui che i carabinieri l'hanno trovata con i suoi tre figli piccoli, anche loro ammassati nel box. La denuncia contro di lui non è scattata per le condizioni in cui faceva vivere donna e figli, ma perché la sua prima moglie (sposata civilmente ma da cui era separato) l'ha accusato di stalking. Fatima era diventata la seconda famiglia di Hammed, poligamo praticante. Fedele al Corano e alla Sharia che gli consente di avere fino a 4 donne.

Mogli di riserva, mogli di scorta. Come Fatima. Non riconosciuta dalla legge italiana. Quindi senza nessun diritto. La vicenda riflette un fenomeno - il concubinaggio - che in Italia sta crescendo in maniera esponenziale sull'onda dell'arrivo massiccio della popolazione musulmana. Un impatto cui lo Stato italiano mostra di non essere adeguato sotto il profilo legislativo. La nostra giurisprudenza, in tema di normativa del concubinaggio, ne è una prova clamorosa.

Come conferma il giudice Dembele Diarra, un'autorità in materia di poligamia, ex vicepresidente della Corte penale internazionale: «In Italia è possibile essere poligami di fatto senza violare formalmente la legge, anche se essa sanziona il reato di bigamia». L'alto magistrato ha recentemente presieduto un summit fra esperti di diritto di famiglia di sette Paesi (Turchia, Italia, Francia, Mali, Bulgaria, Israele, Senegal). Le parole più sferzanti l'alto magistrato le ha riservate proprio al nostro Paese, dove «le donne sono vittime di questa gravissima forma di violenza che si chiama poligamia».

Il motivo? «La vostra legge non è chiara e finisce col legittimare i matrimoni religiosi all'interno delle moschee: riti celebrati da imam privi di scrupoli che non richiedono nessun tipo di certificazione civile».Una procedura contra legem che Ali Abu Shwaima, ex imam della moschea di Segrate, «poligamo praticante» (con due mogli e sette figli), non ha difficoltà a confermare: «Personalmente ho celebrato decine di matrimoni religiosi. Non mi sento assolutamente in colpa. Il problema è solo di voi italiani. La legge è infatti dalla nostra parte.

Non solo la Corte Costituzionale ha abrogato l'articolo 560, quello che puniva il concubinato. Ma non si configura nemmeno il reato previsto dall'articolo (...)(...) 556, quello sulla bigamia, considerato che il secondo matrimonio è un semplice matrimonio religioso, senza alcun effetto civile».Dacia Valent, da ex deputato del Pd al Parlamento italiano, presentò un esposto alla Procura di Milano, accusando Ali Abu Shwaima di bigamia.

L'esposto fu archiviato. Ancora più tagliente il giudizio di Mohamed Baha' el-Din Ghrewati, ex presidente della Casa della cultura islamica di Milano: «La società che non permette la poligamia è incivile e noi musulmani proponiamo la poligamia come rimedio al fallimento della società italiana». Secondo una ricerca condotta dall'Associazione donne marocchine in Italia, presieduta dall'ex parlamentare del Pdl, Suad Sbai, in Italia i bigami sono circa 20mila (non esistono statistiche ufficiali ma solo stime di riferimento), di cui la metà tra Lombardia e Veneto.

MATRIMONIO BREVE
Ma come si è arrivati a questo dato? Le moschee che in Italia celebrano matrimoni religiosi hanno un «albo» dove l'imam annota lo status dello sposo, il quale nel 90% dei casi risulta già coniugato civilmente con una donna musulmana (o italiana di fede cristiana oppure italiana convertita all'Islam). A queste celebrazioni bisogna aggiungere i cosiddetti «orfi», vale a dire i matrimoni a tempo, spesso stipulati in consolati o ambasciate compiacenti. Si tratta di un istituto previsto dalla legge islamica: un'unione suggellata da un patto tra marito e moglie, alla presenza del notaio e di due testimoni.

I mariti arabi sposati in Italia tornano al loro Paese di origine per contrarre matrimoni a tempo con donne locali che spesso non sanno che il marito è già sposato. Non drammatizza il problema il professor Stefano Allievi, uno dei massimi esperti dell'islam italiano: «Fare un calcolo è impossibile, ma credo che la poligamia nel nostro Paese rappresenti un fenomeno irrilevante: riguarda poche famiglie, all'interno delle quali spesso la presenza di più mogli non crea alcun problema, perché è normale nella cultura di provenienza o perché è accettata anche da donne italiane convertite».

Di tenore ben diverso però la denuncia di Suad Sbai: «In nome di un distorto concetto di integrazione e accoglienza l'Italia finisce col far finta di non vedere la piaga della poligamia che rende schiave migliaia di donne, sottoponendole a ogni tipo di vessazione. Una realtà tanto più paradossale considerato che la poligamia è contrastata da decenni in Tunisia, Turchia, Egitto; annullata dal nuovo codice della famiglia marocchino e severamente regolamentata in molti altri Paesi del mondo arabo».

COLPEVOLI SOLO SULLA CARTA
Negli ultimi 4 anni sono state un centinaio le sentenze di condanna emesse da tribunali italiani nei confronti di uomini (per lo più originari da Paesi arabi) «rei» (ma solo formalmente) di concubinaggio: le pene inflitte sono state infatti comminate non per il reato di poligamia ma per violenze. In altre parole in Italia, per finire in galera «bisogna» almeno picchiare (o uccidere) una delle mogli dell'harem.Il nostro codice penale, sul tema, è contraddittorio: «Considera la poligamia reato, ma non la persegue come fuorilegge - spiega l'avvocato Michelle Gruosso, esperto di diritto di famiglia –.

Motivo? Se solo il primo dei suoi matrimoni è registrato civilmente nel nostro Paese e gli altri sono solo effetto di cerimonie religiose all'interno delle moschee italiane, tutto diventa regolare». Ma anche se entrambi i matrimoni fossero stati registrati civilmente non ci sarebbe troppa differenza: nel 2003 il tribunale di Bologna riconobbe a due figli dello stesso padre il diritto di far arrivare in Italia le rispettive madri, prima e seconda moglie dell'uomo in questione. In questo caso, argomentò il giudice, «il reato non sussiste, essendo entrambe le nozze state contratte in un Paese che le consente».

Una sentenza che ha fatto giurisprudenza, finendo col legittimare una pratica che comincia a essere proibita perfino in molti Stati dell'islam moderato.«Indubbiamente ci troviamo di fronte a un problema che finora il diritto europeo non è riuscito a risolvere - sostiene Roberta Aluffi, docente di Diritto islamico all'università di Torino -; la poligamia è contraria al nostro concetto di uguaglianza, ma è vero anche che occorre rispettare una donna che ha contratto matrimonio secondo la religione e la legge del suo Paese e che non può essere spogliata di ogni diritto una volta arrivata qui».

Il Corano stabilisce che un uomo possa avere fino a quattro mogli, ma la condizione imprescindibile è che riservi a tutte lo stesso trattamento, in termini di tempo, attenzioni e denaro. «Formalmente - sottolinea l'avvocato Aluffi - già il fatto che lo Stato italiano riconosca solo a una delle spose il titolo di moglie ufficiale non permette di rispettare il principio dell'uguaglianza».

L'ironia sulla Francia ferita La satira dei vignettisti arabi

Adriano Palazzolo Lun, 16/11/2015 - 16:38 Fonte:Twitter

In questi giorni in cui il mondo intero si sta stringendo intorno al dolore della Francia, dai Paesi arabi arrivano anche alcune vignette che puntano il dito contro la politica del "due pesi e due misure" utilizzata dall'Occidente in relazione alla violenza dell'Isis.Sono diversi i vignettisti che hanno deriso il sentimento di un intero popolo - quello francese - e di un'intera cultura - la nostra - con alcuni disegni che denunciano come il mondo occidentale non avrebbe mostrato la stessa indignazione per altre stragi.




La Francia e la guerra: Nostradamus aveva predetto tutto. Ecco le sue parole

Libero

La Francia, la guerra: Nostradamus aveva predetto tutto. Ecco le sue parole

"La grande guerra inizierà in Francia e poi tutta l’Europa sarà colpita, lunga e terribile essa sarà per tutti… poi finalmente verrà la pace ma in pochi ne potranno godere". Così parlò Nostradamus nel suo libro, e l'eco sinistra di quelle parole si sovrappone alle immagini tremende degli eccidi di Parigi di venerdì scorso. Secondo un altro passo del volume Le Profezie, il libro più famoso astrologo francese, attivo nel 1500, ecco cosa succede: "Ci saranno tanti cavalli dei cosacchi (popolazioni nomade tartare che abitavano nelle steppe russe) che berranno nelle fontane di Roma".

Non solo: "…Roma sparirà e il fuoco cadrà dal cielo e distruggerà tre città. Tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi; non si sentirà che rumori di armi e bestemmie. I giusti soffriranno molto. (…) Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell’Anticristo. I demoni dell’aria, con l’Anticristo, faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell’aria e gli uomini si pervertiranno sempre di più…".